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Ruferidian... Un fine settimana incredibile!
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Ruferidian

 

FRAMMENTI DI RICORDI

 

Serie di racconti concatenati tra loro, dalla biografia del protagonista della storia, che altro non vuole essere se non la vita immaginaria del lettore stesso della storia; dall’erotismo più puro e semplice a quello più spinto.

L’insieme di questi racconti semindipendenti dal resto è stato estratto dal contesto del Libro: “Un fine settimana incredibile!” di Ruferidian.

 

Frammenti dell’infanzia.

 

Naturalmente eri troppo piccolo per conservare frammenti precisi, ma qualche brandello di ricordo lo rammenti lo stesso. Ad esempio ricordi le sue membra rosa-bianchicce, non dissimili dai tentacoli disarticolati di un polipetto, quando si aggrappavano al collo di un adulto per farsi consolare e coccolare. Un vero e proprio mostriciattolo. Ricordi chiaramente che ti stava sempre fra i piedi, dovunque stavi tu c’era lei. Insopportabile. Poi, con il tempo, avete finito per diventare inseparabili. Lei era la timidina, reticente, fifona e paurosa, sempre il piccolo-brutto essere scimmiottante dalla lacrimuccia facile, che, però, ti guardava sempre con pura venerazione adorante negli occhi; mentre tu eri lo spericolato, talvolta incosciente, che prendeva tutte le decisioni e lei finiva col cedere tutte le volte.

In particolare, rammenti con precisione un singolo episodio. Eravate ancora molto piccoli: c’era una camerata, forse era quella dell’asilo, e si doveva dormire perché semplicemente era giunta l’ora del pisolino quotidiano del pomeriggio. Da che ricordi, non hai mai sopportato di dover fare per forza il sonnellino pomeridiano. Lo stanzone rimaneva in penombra, e tu non eri il solo a non avere sonno, questo lo ricordi bene, ma si doveva restare in silenzio comunque, altrimenti sarebbe entrata una maestra ad esigere che nessuno si muovesse e che tutti se ne stessero sdraiati e silenziosi. Qualcuno strisciava sotto i letti, in cerca di mistero e di avventura, ricordi vagamente di averlo fatto spesso, e questo veniva concesso purché non si disturbasse gli altri. Ma non quella volta. Il lettino della Cocca era vicino al tuo, a quei tempi tutti i nomignoli erano già stati affibbiati da un pezzo, ma, come sempre malgrado la testa le ciondolasse dal sonno, se non dormivi tu si rifiutava di farlo anche lei. Rammenti che allora non capivi, allora non sapevi, ancora non potevi comprendere, però qualcosa di innato già c’era, evidentemente, perché ricordi che volevi giocare al dottore. E lei alla lunga si è sempre dimostrata succube di ogni tua decisione.

Se ne restava coricata a pancia sotto, con la guancia sul cuscino e un dito in bocca, immobile, probabilmente con gli occhi chiusi. Sicuramente si trovava sul bilico del dormiveglia, a un solo passo dall’addormentarsi. Le avevi calato i calzoncini del pigiamino e le mutandine fino a poche dita più in giù del sederino. Rammenti il riflesso bianchiccio della tenera curva dei suoi glutei nella fitta penombra. Ricordi di aver pensato: e adesso? Da lì in poi eri stato costretto ad improvvisare. Avevi raccolto una scarpetta e avevi cominciato a pasticciarle sulla pelle, come per stendere il cemento con una cazzuola; e ciaf! Le avevi assestato una piccola scarpettata sulle chiappettine e lei si era messa a piangere.

 

(2)

 

Ti sopraggiunge un altro ricordo.

Non c’era assolutamente nulla di insolito nel ritrovarvi reciprocamente nudi. L’immagine di voi due che sguazzavate nell’acqua sulla riva di una spiaggia, senza alcun costumino addosso, ti veleggia nella mente e, d’altronde, avete poi continuato a starnazzare nella stessa vasca da bagno sin quasi all’età di sei anni. Era estate, in campagna, dai nonni. Rammenti il caldo, il verde, il frinire degli insetti, il senso di libertà che ti vibrava nelle vene. La nonna chiamava ad alta voce il vostro nome e vi stava cercando, ma voi eravate intenti a giocare agli agenti segreti in fuga, o a qualcosa del genere, e vi eravate nascosti dietro al fienile. Il cane abbaiava e tirava la catena, i polli razzolavano in mezzo al rusco. Rammenti benissimo anche questo.

Con un braccio la trattenevi all’indietro, per nasconderla, per proteggerla, intanto con le dita scostavi alcuni viticci rampicanti dell’uva selvatica dall’angolo della parete per sbirciare la situazione. La nonna si dirigeva decisa verso il retro della casa, seguendo i latrati eccitati del cane da caccia legato all’albero, che, però, non puntava affatto su di voi. Bene. Avevi lasciato ricadere il grosso viticcio rampicante che sostenevi con la mano libera, eri arretrato di un passo e ti eri girato per fissarla negli occhi, per decidere la prossima mossa e quindi comunicargliela. Avevi compreso immediatamente, dalla sua espressione contrita, che c’era qualche dettaglio fuori posto. Ti viene in mente che già da allora, Sabrina, non diceva mai nulla, se prima non le si rivolgeva almeno una parola di incoraggiamento. Ricordi ancora di aver sorriso al suo sguardo mortificato.

“Cosa c’è?”.

“Ho la pipì.”.

Aveva risposto con un fumo di voce.

“Beh, falla, ma fai piano sennò ci scopre.”.

Avevi sbirciato una seconda volta, ti eri scostato ulteriormente dall’angolo del fienile, e poi avevi ripreso.

“Ssst, ce l’ho anch’io!”.

Ti eri abbassato i pantaloncini e ti eri impegnato a innaffiare il muro. Lei ti aveva guardato con interesse e stupore.

“Cosa c’è, non l’hai mai fatto?”.

Le avevi chiesto mentre finivi di spruzzare tutt’intorno e sulle radici della vite selvatica. Con un dito ti aveva indicato il pistolino e aveva scosso la testa, avevi subito riconosciuto la confusione sul suo viso. Perciò ti era sorto il dubbio talmente spontaneo che, in effetti, prima di allora, non ti era nemmeno venuta l’idea di porti il problema in nessun momento.

“E tu come fai?”.

“Così.”.

Si era sollevata la gonnellina nuova, aveva abbassato le mutandine, si era accosciata e aveva fatto la pipì. Rammenti di averla osservata con meraviglia: era stato strano, curioso, affascinante, e repellente allo stesso tempo. Non ricordi per niente il resto della giornata, ma quella era stata una cosa insolita, era stata un’esperienza particolare che ti era rimasta impressa.

 

(3)

 

Un sorriso ti sale sulle labbra.

Solo molti anni più avanti avevi scoperto che la masturbazione femminile è un fenomeno che può facilmente iniziare già dalla tarda infanzia. Prima, il perché lei venisse ammonita così spesso dalla sua mamma, e quasi contemporaneamente consolata da qualcun altro, era rimasto un mistero del tutto irrisolto. Rammenti che, Sabrina, tendeva a cercare nuovamente e ripetutamente la stimolazione manuale fin da piccolissima, persino dopo essere stata rimproverata con imbarazzo da un adulto, e lo faceva senza pudore, con la curiosità innocente tipica degli infanti e nei più disparati e diversi momenti sparsi nell’arco della giornata. Ti resta un vividissimo ricordo di quella volta che le avevi chiesto spiegazioni.

Avevate da poco finito di fare il bagno e vi avevano appena infilati nel lettone della camera sopra la cucina. Dabbasso giungeva l’eco ovattato delle voci degli zii che discutevano e giocavano a carte. Ormai eravate dei bimbi grandi, e tutte le luci avrebbero dovuto rimanere spente, ma era non so che ricorrenza e vi trovavate al primo piano della casa di campagna dei nonni e la Cocca aveva ancora paura del buio; pertanto l’abat-jour sul cassettone rimaneva accesa e la camera veniva rischiarata fiocamente, apparendo rassicurante in un’ombra non particolarmente densa. Era sera inoltrata e fuori dalle finestre si intravvedeva luccicare le stelle. Sapevi che la tua cuginetta si stava strofinando con le dita sugli slip, lo sapevi perché sentivi le lenzuola frusciare e la scorgevi muoversi lievemente nell’altra metà del letto. Ti eri girato di lato e ti eri sollevato su un gomito.

“Perché ti hanno sgridato prima?”.

Aveva voltato la testa per guardarti, però, non aveva smesso affatto di toccarsi.

“Non lo so.”.

Avevi abbassato lo sguardo e valutato come le coperte si muovevano all’altezza del suo inguine.

“Ma ti fa male?”.

Non aveva capito e non aveva risposto. Avevi intuito immediatamente la sua confusione dal suo prolungato silenzio e dal fatto che si era fermata, se non altro temporaneamente, qualunque cosa stesse facendo là sotto. Avevi sfilato il secondo braccio dalle lenzuola e con un dito le avevi indicato la zona del basso ventre, per aiutarla a riflettere.

“Lì, dove ti tocchi sempre!”.

“No.”.

Aveva subito ripreso a massaggiarsi e trastullarsi laggiù in basso.

“Allora perché lo fai?”.

“Mi piace.”.

Ti eri sdraiato sulla schiena e ti eri cipollato il pistolino per qualche minuto.

“Io non sento niente.”.

Aveva scrollato le spalle, aveva sbadigliato e aveva chiuso gli occhi. Frattanto, pensieroso e con indifferenza, avevi insistito a cipollare parecchio con le mani. Da che ricordi, all’incirca da quel giorno in poi, i suoi genitori avevano cominciato a instillarle nella mente i soliti tabù degli adulti. Questo si deve e non si deve fare, questo è lecito e quello è illecito. Da quel giorno in poi avete iniziato a crescere veramente, da quel giorno in poi avete davvero cominciato il lungo cammino nel lento percorso dell’età della fanciullezza.

 

Frammenti della fanciullezza.

 

Non era granché migliorata nella prima fanciullezza. Appariva come lo stesso piccolo-brutto essere scimmiottante dalla lacrimuccia facile di sempre, che quasi meccanicamente sembrava farsi male in continuazione; era il solito mostriciattolo poco loquace dell’infanzia che puntualmente scoppiava in singhiozzi, però, era il tuo mostriciattolo, non faceva mai la spia, e quindi guai a chi la prendeva in giro. Tuttalpiù, non proprio tutte le volte, quando si faceva male, si precipitava di corsa tra le braccia di un adulto per farsi coccolare e consolare, ma, per quanto si potesse insistere, non diceva mai nulla di nulla. Regolarmente, toccava poi a te tentar di dare qualche spiegazione generale: lei si limitava a piangere e singhiozzare, senza confermare né smentire mai la tua versione dei fatti, mentre cercavi di raccontare l’accaduto o ci andavi girando comunque il più vicino possibile. E questo la rendeva un alleato preziosissimo!

Un alleato da proteggere, un devoto dalla fiducia incrollabile, un fido e leale che al massimo con un minimo di resistenza finiva per rendersi disponibile a tutto. Era l’accolito che ti seguiva ciecamente, era l’adepto da incoraggiare e guidare, il discepolo irriducibile e vulnerabile, il fedele adorante e venerante, il proselito dal visetto rosa-bianchiccio, era il seguace che pendeva dalle tue labbra a qualunque costo.

 

I semi del cosiddetto “normale senso del pudore” cominciavano ad attecchire nella mente di entrambi e tutti gli insegnamenti, le costrizioni, le proibizioni poste irragionevolmente dagli adulti non facevano che stimolare ed accrescere la tua spiccata curiosità. Cosa c’era mai da nascondere di tanto misterioso là sotto? Dovevi scoprirlo.

La lunga, lunghissima, noiosa, noiosissima mattinata scolastica era finalmente terminata. Il pigro pulmino della scuola vi aveva riaccompagnato lentamente a casa dai nonni, come ogni giorno. Grazia, la Zia, la Nilla, aveva preparato da mangiare per ciascun dei presenti ed eravate in procinto di ultimare il pasto. Fuori dalle finestre la luce del sole risplendeva di un anomalo incanto, il garrito stridulo delle rondini riempiva l’aria di una primavera ricca di promesse. Non aspettavate altro che il via libera per alzarsi da tavola e correre a giocare. Soltanto in seguito, dopo parecchie ciance inutili, nonché di raccomandazioni frustranti, il benestare era arrivato ed eravate scappati all’aperto come scoiattoli.

Il pomeriggio era verdissimo, le piante erano in fiore, un refolo profumatissimo dipingeva la rimanenza del resto del paesaggio della campagna. Tutto il mondo si estendeva e snudava ai vostri piedi, come l’impugnatura ingioiellata di un’arma fantastica che nulla rendeva impossibile, e avevate scelto di giocare a nascondino. Ovvero, tu avevi proposto qualche alternativa e lei aveva risposto quasi a monosillabi. La necessità aguzza l’ingegno, diceva spesso Graziella, la Zietta, la Nella; infatti, ormai, da tempo possedevate alcune varianti personali delle regole di questo gioco: siccome di fatto vi ritrovavate solitamente in due, gli altri cuginetti risultavano ancora troppo piccoli per partecipare attivamente e normalmente quelli più grandicelli mancavano comunque, esisteva perciò più di un modo per dar sostanza al regolamento e per stanare chi doveva nascondersi.

I cambiamenti si verificavano soprattutto in fase di cattura e si dimostravano assai marginali, perlopiù si trattava di un miscuglio con diversi giochi. Il primo, il più classico, che consisteva nell’individuare il nascondiglio dell’avversario e raggiungere la base per dichiararne la posizione, restava sempre valido. Il secondo, il più rapido, consisteva nell’individuare l’avversario in movimento e dichiararlo visto e beccato sul posto. Nel terzo, nel più divertente, non appena individuato il nascondiglio, si ingaggiava una corsa-inseguimento folle verso la base. Per vincere, per chi faceva la conta bisognava almeno toccare l’avversario e dichiararlo tanato e beccato, invece, necessariamente, per chi si nascondeva bisognava raggiungere la base senza farsi beccare per poter dichiarare il tana libera. Lo spazio a disposizione della vostra fertile fantasia sembrava sconfinato. Generalmente, lei preferiva rintanarsi come un topolino in un angoletto, con la testa fra le ginocchia, mentre tu la cercavi con calma. Al contrario, in larga misura, tu preferivi la terza variante e al tuo turno d’imboscarsi optavi per l’inseguimento e la corsa folle. La seconda possibilità si applicava raramente e trovava utilizzo poco meno che in presenza della Zietta, quando decideva di tenervi compagnia e tentava di conquistarsi la casa-base di soppiatto. Ma non c’era quella volta. Eravate soli per quanto possibile.

Sabrina, la Cocca, riusciva lenta e goffa nei movimenti e beccarla o raggirarla veniva facile, però, di tanto in tanto, la lasciavi fuggire o ti facevi sorprendere lo stesso per non togliere entusiasmo alla giornata e per farla contenta. Qualcuno teneva d’occhio un paio di piccolissimi che scorrazzavano allegramente nel cortile di fronte alla porta di casa e che, al pari del cane da caccia incatenato al grosso albero che s’innalzava tra l’abitazione e il macero, esplodevano in schiamazzi eccitati tutte le volte che solamente vi intravvedevano sfrecciare e rincorrere. Ti eri nascosto oculatamente in fondo al fienile. Una catasta di ballini di paglia ti si ergeva innanzi come un muro. La sentivi muoversi con cautela e circospezione. Quando si fosse affacciata per sbirciare oltre la parete di paglia, le saresti sfuggito di sotto il naso in un attimo. Si stava avvicinando. Eri prontissimo. Aveva a malapena infilato la testa che eri già scattato dalla parte opposta. Eri uscito dal varco libero, ti eri lanciato subito in direzione del portone che permetteva la fuga all’esterno. Un tramestio impacciato dietro alle spalle. Ti stava inseguendo. Pochi balzi all’uscita del fienile. Un tonfo pesante. Ti eri bloccato di colpo, ti eri girato di scatto. Lei era distesa per terra, era caduta, eri tornato indietro per assisterla e soccorrerla. Si era fatta male e stava piangendo. I suoi pianti non si esprimevano in grida e sciocchezze, ma in scoppi di lacrime e singhiozzi, presto seguite da una rincorsa precipitosa nelle braccia di un adulto, se ce n’erano a portata di vista. L’avevi fatta rialzare, l’avevi fatta sedere, intanto lacrime luccicanti le inondavano le guance minute e paffutine. Singhiozzava penosamente.

“Dove ti sei fatto male?”.

Aveva indicato le ginocchia, ti eri chinato per controllare. Uno degli onnipresenti cerotti si era staccato leggermente e una gocciolina di sangue fuoriusciva da una vecchia crosticina. Non si era fatta niente, era l’occasione giusta. L’avevi fatta stendere sul ballino di paglia, le avevi detto di rimanere ferma, le avevi tastato le gambettine, le avevi sfilato i sandaletti.

“Prova a stringere le dita”.

Bene. Le avevi massaggiato i polpaccini, le avevi risalito le coscettine, le avevi sollevato la gonnellina, le avevi abbassato le mutandine.

“Adesso prova ad aprire le gambe”.

Avevi guardato intensamente, avevi osservato con attenzione, ma lì non c’era nulla, nulla di nulla; solo una fessurina rosa con due crestine sporgenti nel mezzo.

“Non c’è niente di rotto!”.

Avevi diagnosticato, avevi riattaccato il cerotto, l’avevi aiutata a rivestirsi. Non c’era alcun bisogno di dirle di non dire niente, perché non lo avrebbe fatto in nessun caso. Le avevi preso la mano e vi eravate riavviati davanti casa, dove poi aveva finito di singhiozzare tra le braccia della Zia.

 

(2)

 

La primavera aveva ceduto il passo all’estate e il primo anno scolastico era trascorso. Entrambi vestivate pantaloncini di cotone, magliettine a maniche corte e sandaletti di gomma, perché non accadeva affatto di rado che uno qualsiasi di voi due si rinvenisse, incidentalmente, con un piede intinto nel fango del canaletto che eravate soliti trafficare dietro casa. Lei era sempre il piccolo mostriciattolo dell’infanzia, però, la sua figurina si stava allungando e la sua pelle, rosa-bianchiccia, andava abbronzandosi giorno dopo giorno. Oltretutto i tempi dell’infanzia erano passati da un pezzettino e non era più tanto comune vedervi e ritrovarvi reciprocamente nudi.

Al centro s’innalzava l’albero del cane da caccia, di qui si vedeva il fienile e di là il canaletto, da una parte si trovava la casa dei nonni e dall’altra il macero in disuso. Il cielo era azzurrissimo, le rane gracidavano forte, l’acqua era tiepida e torpida, un leggero soffio di vento frusciava tra le cime delle canne appena ondeggianti che si ergevano altissime sulle sponde del macero immobile. Un vecchio moscone semiaffondato vi attendeva incagliato fra i sassi lungo la sua riva. Naturalmente, quella risultava per voi una delle zone assolutamente proibite e il divieto di andarci non mancava mai di farsi sentire nel corso delle raccomandazioni quotidiane della Zia, ma, forse proprio per questo, il luogo assumeva ai vostri occhi il fascino di una tappa quasi obbligatoria. In definitiva, in sostanza, si trattava di una non grande imbarcazione a remi, arenata nella sponda più inacessibile del macero, inutilizzata da chissà quanti anni, abbandonata a marcire con una delle sue estremità imprigionata nei massi che circondavano l’ovale dell’invaso d’acqua che si presentava liscio come una macchia d’olio densa e preoccupante. Praticamente, tutta quanta la zona al di qua dell’albero centrale figurava chiaramente da evitare; e pertanto si rendeva irresistibile.

Inoltre, insieme alla Zietta, durante i pomeriggi dell’estate, avevate segretamente riscoperto le tracce di un sentiero che si addentrava nel folto del canneto che invadeva la sponda più vicina del macero. Il sentiero zigzagante si apriva in uno spiazzo, lontano da sguardi indiscreti, dove spesso Graziella si intratteneva per prendere la tintarella. Infatti, pur rimanendo circondato su tre lati da canne fitte e grosse, il posto restava soleggiato sin nel tardo pomeriggio. Di fronte, oltre il perimetro piatto dell’acqua, si estendevano a perdita d’occhio i numerosi frutteti della campagna.

Vi eravate inoltrati nel sentiero segreto. Eravate in fretta sbucati nello spiazzo isolato. Avevate poi raggiunto il moscone, che agonizzava nell’acqua untuosa, che nella vostra smodata immaginazione si trasformava in un veliero imponente sulla cresta di un oceano sconfinato. Intrepidi, incuranti, facendovi largo a saltelli da un sasso all’altro, eravate saliti a bordo di quel bastimento e ne avevate conquistato il possesso. Tu facevi il capitano e lei faceva il marinaio semplice, le assi oscillavano sotto di voi, e con la fantasia avevate affrontato una tempesta spaventosa. La superficie oleosa dell’acqua scintillava nel riverbero del sole, e galleggiando una verde fogliolina si stava avvicinando, un’eccitante scialuppa ricolma di pirati si preparava all’arrembaggio alla vista. Il marinaio si era sporto all’infuori per fiocinare il nemico e lei era piombata in acqua.

Sabrina non sapeva nuotare e tu ancora ci riuscivi con molta fatica. Era riaffiorata per un istante a un metro di distanza, ti eri buttato immediatamente con i sandalini e tutto il resto. L’avevi abbrancata al volo e le avevi tirato la testa fuori dal pelo dell’acqua. Avevi sentito i piedi sprofondare nei sedimenti melmosi del fondo, e lei si agitava come un pesciolino gettato sulla griglia, ma l’acqua non ti arrivava nemmeno al petto: con un braccio l’avevi cinta dal torace, con un braccio l’avevi trattenuta dal bacino, mentre con forza te la stringevi addosso per inchiodarla.

“Stai tranquilla, ci sono io!”.

Si era immobilizzata gradualmente, si era irrigidita poco a poco, singhiozzava, tremava, appariva terrorizzata evidentemente e visibilmente.

“Tienimi.”.

Aveva risposto in uno sbuffo di voce. L’avevi rassicurata ripetutamente e non ti eri scostato da lei nemmeno di un centimetro, finché non si era rilassata contro di te fisicamente. Il suo corpicino rimaneva schiacciato al tuo come una sottiletta alla pellicola. La schiena aderente sul tuo petto, le sue chiappettine spalmate sul tuo inguine. Qualcosa s’inturgidiva al contatto, si rizzava nel solco del suo sederino, spingeva e si dibatteva debolmente, senza scampo veniva intrappolato tra di voi. Erezioni occasionali e spontanee, inaspettate e casuali, per quanto ne sai ne hai sempre avute, perlomeno così sostengono i più grandi, però questa la ricordi come la tua prima erezione intenzionale e cosciente. Arretrando piano e con lentezza, l’avevi trascinata all’asciutto e non avevi smesso di stringerla, sinché non aveva smesso di piangere.

“Non possiamo tornare a casa così.”.

Avevi detto e riflettuto e lei confusa aveva scosso la testa e si era rimessa a una tua decisione.

“Dobbiamo asciugare i vestiti.”.

Aveva annuito e ti eri spogliato per stendere le cose sull’erba. Quando ti eri rialzato e girato, l’avevi ritrovata in piedi e vestita, bagnata e grondante, ancor più reticente ed esitante. Non si era mossa per nulla.

“Dai che ti ammali.”.

Le avevi dato una mano a svestirsi, avevi raccolto tutti i sandaletti, eri andato a risciacquarli nell’acqua. Al ritorno, ti eri fermato a contemplare la sua figurina, non molto differente dalla tua, accucciata al suolo che distendeva con cura i suoi vestitini vicino ai tuoi. Non si sarebbe detta particolarmente piacevole, sembrava perfino lievemente rachitica, eppure si rivelava interessante da osservarsi. Si era sollevata sulle gambettine e si era voltata.

“Via anche quelle”.

Con un dito le avevi indicato le mutandine, imporporandosi sulle guance aveva subito abbassato lo sguardo. Decisamente, le sementi degli insegnamenti degli adulti cominciavano a germogliare e l’innocenza dell’infanzia stava svanendo.

“Cosa c’è?”.

Si era stretta nelle spalle, continuava a cercare per terra, e non aveva neppure accennato a rispondere.

“Ti fa vergogna?”.

“Un po’.”.

“Guarda che da vedere non c’è niente.”.

Ti eri sdraiato al sole con la banderuola al vento, le avevi sorriso, avevi incrociato le braccia dietro alla nuca con disinvoltezza.

“Fai come vuoi, ma non sederti che sennò le sporchi.”.

Si era crogiolata nell’esitazione per alcuni secondi, infine, la spontanea naturalezza dei bambini si era imposta sui tabù seminati dai genitori, si era sfilata velocemente le mutandine e si era sistemata al tuo fianco. Avete passato l’oretta successiva a studiarvi a vicenda con la stessa curiosità innocente di un tempo. Ovviamente, il trucchetto di asciugare i vestiti non aveva ingannato nessuno e, avevi avuto il tuo bel daffare a spiegare come foste scivolati nel canaletto, per di più per anni la tua cuginetta non aveva voluto riavvicinarsi alla riva del macero se non la tenevi per mano.

 

(3)

 

Era il fine estate o l’inverno successivo? Eravate al mare oppure in montagna? Che foste tutti in vacanza? Non lo ricordi, forse era solo la casa di qualcuno.

Il silenzio gravava pressoché assoluto. Sai che nelle camere adiacenti dovevano trovarsi i vostri genitori, ma nessun suono trapelava da alcuna direzione e la loro presenza si rendeva impalpabile. Polvere di stelle traspariva dai grandi riquadri delle finestre e un’unghia di luna spiccava nitida nel cielo nero come la mezzanotte dell’inferno. Al di là del vetro delle finestre, il paesaggio notturno si presentava soltanto in due colori: il nero e l’argento della luce lunare. Le sagome degli alberi non erano verdi: erano forme scure dalle mille ombre, con gli aghi delle conifere e le foglie che sembravano frange vaghe in controluce. La falce della notte risplendeva fulgida in un lucore quasi spettrale, nulla si muoveva nella stanza.

Una porta figurava come dipinta al centro di una parete. Un barlume dorato si infiltrava dallo stretto corridoio che dava sulle altre stanze. Un alone rassicurante cadeva da uno spiraglio sul vostro letto a castello; tu dormivi di sopra, lei dormiva di sotto, almeno così avrebbe dovuto essere. Al contrario, se non altro in teoria, il resto del mobilio inargentava in modo macabro nel chiarore proveniente dall’esterno. Un rumore. Ti eri immobilizzato, avevi smesso di respirare, avevi aguzzato le orecchie. Silenzio. Solamente fantasmi nel buio. Non osavi muoverti. Inquieto, aspettavi con lo stantuffamento del cuore che rombava e pulsava a pieno regime nelle tempie. Un rumore ancora. Un po’ più prolungato, assai più lieve. Questa volta, però, era risuonato troppo chiaro per dare adito a sospetti. Ti eri rilassato immediatamente.

Frusciare appena di lenzuola. Frattanto, frammenti di impressioni andavano riesumandosi e contorcendosi nelle profondità della mente. Ricordi che la tua cuginetta si masturbava senza pudore, sin da piccolissima, prima, durante o dopo mangiato, mentre giocava o quando si annoiava, da sola o in compagnia, in pubblico o nel letto indifferentemente. In effetti, alla lunga, gli ammonimenti costanti della sua mamma a qualcosa erano serviti, perché era già da qualche tempo che non glielo vedevi più fare. Ma sapevi che di nascosto lo faceva lo stesso. Leggerissimo frusciare dal basso. Come voci udite in sogni travagliati, rammenti di quella volta che le avevi chiesto spiegazioni. Avevi poi infilato le mani tra le lenzuola e giusto per solidarietà avevi incominciato a pistolare con il gingillo, aggiungendo un tocco sinfonico al coro melodioso che rumoreggiava nella camera.

 

(4)

 

Non potevate avere più di otto o nove anni.

Probabilmente doveva essere il fine estate, o magari l’inizio dell’autunno, perché faceva ancora piuttosto caldo ed erano già cominciati i primi giorni di scuola. Stavate gironzolando in esplorazione nel vasto piano di sopra della casa di campagna dei nonni quando siete incappati in qualcosa di nuovo, di interessante e molto promettente. La scala che conduceva in soffitta era stata dimenticata a portata di mano.

La tua cuginetta, manteneva tuttora una certa soggezione del buio e l’antro oscuro lassù in alto appariva come la bocca di una caverna davvero minacciosa. Quatto quatto ti eri arrampicato sino alla cima dello scalone di legno e, senza opporre troppa resistenza, lei ti era venuta al seguito comunque. L’avevi aiutata ad emergere dalla botola, avevi annaspato in cerca dell’interruttore della luce. Una vera e propria camera del tesoro incustodita vi si è presentata agli occhi e non avete lesinato a curiosare dappertutto. Al di là di una quantità di scatoloni polverosi, e al di sotto di un esiguo fagotto di stracci odorosi di muffa, avevate rinvenuto un giornaletto pornografico. Con un solo sguardo d’intesa eravate scivolati immediatamente in missione pericolosa.

Ti eri nascosto la refurtiva nella maglietta. Avevate disceso i pioli della scala come gatti. Ta-dan, ta-dan, ta-dan. Silenziosamente avevate raggiunto il pianterreno, eravate avanzati fino in vista della cucina, ti eri affacciato a cavallo del mistero che conteneva ognuna delle soglie precedenti per controllare, intanto con un braccio la trattenevi dietro di te per proteggerla da qualsiasi evenienza. Avete poi raggiunto di corsa la porta che dava all’esterno.

“Dove state correndo?”.

Non avete nemmeno rallentato per rispondere. Tu eri davanti e lei ti seguiva dappresso, vi siete diretti subito al vostro covo nel fienile.

Un pomeriggio in cui si sentiva particolarmente in vena e disponibile, la Zietta, aveva insistito per aiutarvi a costruire il vostro primo rifugio segreto. Quattro pareti di ballini di paglia formavano le pareti di quella bassa roccaforte. L’ingresso rimaneva orientato contro il muro interno del fienile, così da rendere difficoltoso il passaggio per qualunque adulto ficcanaso. Altri quattro ballini impilati davano origine al rozzo tavolo centrale e gli ultimi due alle relative panche confinanti. Non c’era né il tetto né le finestre, e non risultava neppure grandissimo, ma nella vostra fantasia si trasformava in una fortezza inespugnabile. L’impegno che avevate adoperato per realizzarlo, e la frequenza con la quale vi ci recavate di continuo, era tale che la Zia aveva presto deciso di confezionare diverse coperte su misura, da un paio di vecchie lenzuola, per rivestire il tavolo e le panche, allo scopo di non farvi graffiare le braccia e le gambe; in più, dopo averne assicurato la solidità, tutti gli adulti ci avevano girato intorno per anni per non rovinarlo e distruggerlo.

In giro non si vedeva l’ombra di alcun nemico. Sgattaiolando come scoiattoli in fuga, vi eravate addentrati in fretta nel fienile. Avete richiuso il massiccio portone e vi siete infilati nello stretto corridoio, che solamente a dei bambini avrebbe consentito di spicciarsi in fila indiana, e poi siete sbucati al sicuro nel campo-base. Infine vi eravate appostati al tavolo strategico. Lo ricordi benissimo.

I finestroni permettevano a malapena alla giornata di entrare. Nella fioca luminosità del fienile, avete studiato tutte le immagini incluse nel giornaletto con un misto di fascino e repulsione. Scossi e pervasi al contempo da evidente attrattiva e disgusto, le avete perciò analizzate pagina per pagina una seconda volta. Naturalmente, credevate di sapere ogni cosa sull’argomento, però, ritrovarvi innanzi ai fatti compiuti vi aveva alquanto disorientato. Persi e confusi avete quindi cominciato a fare ipotesi e congetture.

“Dici che si fa sul serio?”.

“No.”.

“Dici che fanno finta?”.

“Mmh”.

“Come nei film dell’orrore?”.

“Sì.”.

Ti eri soffermato per riflettere. Già da allora, tra di voi, poche semplici parole erano indice di un discorso assai ben più ampio: vi eravate compresi perfettamente.

“Fa un po’ schifo, ma penso che si fa proprio veramente.”.

“Perché dici?”.

“A volte, di notte, sento dei rumori strani”.

“Anche io!”.

“Dalla camera della mamma?”.

“Sì.”.

“Lo sapevo.”.

Avevi spostato l’attenzione sulla sua figurina, allungata e morbida, che se ne restava ingobbita accanto alla tua. Era ancora un mostriciattolo, sempre goffo e lievemente impacciato nei movimenti, però le sue forme si stavano riempiendo e le sue curve si stavano addolcendo. Un momento era passato e trascorso; non aveva risposto per niente, avevi intercettato il suo sguardo confuso, e con slancio ti eri ripreso dalle tue nuove riflessioni.

“Vuoi che ci proviamo?”.

“Non so.”.

Come riusciva a non crepare dalla voglia di tentare l’impossibile? L’avevi fissata incredulo e stupefatto, mentre le indicavi il giornaletto con un dito.

“Non ti fa neanche un po’ curiosa?”.

“Sì, ma, e se non si deve?”.

Ti eri entusiasmato in un attimo.

“E chissenefrega!”.

Si era imporporata sul viso rapidamente, più per la parolaccia che non per altro.

“E se non si può?”.

Ti eri scrollato nelle spalle, le avevi rivolto un sorriso incoraggiante.

“Fa lo stesso.”.

Si era lasciata convincere con estrema facilità, aveva annuito prontamente. Ti eri alzato in piedi, aveva fatto altrettanto. Avevi tirato fuori il gingillo, aveva sollevato la gonnellina che le facevano indossare ormai di consuetudine nei giorni di scuola e si era tolta le mutandine.

“Dove?”.

“Mettiti lì.”.

Si era stesa sul ballino di paglia ricoperto. Eri eccitatissimo: più per l’idea della grossa trasgressione imminente che non per il gesto in sé. Aveva aperto le gambettine, eri avanzato tra le sue ginocchietta. Con le mani si era schiusa le tenere crestine rosa, avevi appuntato il tuo pistolino duro al taglio della sua fessurina. Avevi spinto leggermente.

“No, e, mi fa male”.

Ti eri immobilizzato nello spazio di un millisecondo. Appena la punta del tuo rigido gingillo era penetrata. Ti guardava con gli occhi lucidi, con l’espressione contrita e mortificata. Potevi intuire il suo stato d’animo come dal disegno di un libro a fumetti. Sembrava dispiaciuta, pentita, addolorata, afflitta, triste, come se fosse la causa di chissà quale disagio. Le avevi sorriso in modo rassicurante, le avevi strizzato un occhio e ti eri allontanato un poco.

“Non ti preoccupare, mi sa che sei soltanto troppo piccola.”.

Eri vagamente consapevole che, da quell’esperienza in riva al macero, un qualche ago della bilancia aveva cambiato posizione dentro di lei. Adesso era da te che veniva a chiedere consolazione nelle più svariate occasioni. Non si era messa a piangere e non ti era affatto sfuggito. Avevi raccolto le sue mutandine e gliele avevi porte senz’accennare a smettere di sorridere.

“Forse quando vieni più grande ci possiamo riprovare.”.

Ti aveva concesso un mezzo sorriso tirato, una sola occhiata era stata sufficiente per confermare che non avrebbe detto nulla a nessuno.

 

(5)

 

Con il tempo, avevate scoperto un’innata passione per la costruzione di rifugi ingegnosi.

Il campo principale si era arricchito di una tenda scorrevole all’entrata e di un vecchio mobiletto in un angolo nel quale conservare i vostri preziosi. Durante la primavera successiva, durante il periodo della potatura, contro il lato del fienile che dava sulla cuccia del cane da caccia e sul suo albero, si era accumulata una grande catasta di legna affastellata disordinatamente. Sottraendo ramo dopo ramo, nel corso dell’estate, a gattoni ci avevate scavato dentro una galleria che culminava in una discreta camera al centro; a mo’ di igloo: il campo due, il più complicato. Al di qua dell’albero, sino alla sponda del macero, si estendeva un folto canneto e nelle sue viscere eravate riusciti a tracciare una miriade di sentieri labirintici. Solo alcuni dei più contorti conducevano a pochi spiazzi isolati. Quello del moscone in riva al macero era uno di loro e, piegando e schiacciando ripetutamente le alte canne sotto i piedi, un altro paio di interni li avevate creati voi. Erano questi i campi tre, quattro e cinque; i più introvabili, dove persino i meno piccoli dei cugini non osavano spingersi. Il campo sei era poi addirittura il più segretissimo: e lì custodivate le vostre cose più nascoste.

Di fatto figurava come un magnifico, caldissimo, assolato pomeriggio estivo ed eravate bene intenzionati a giocare a guardie e ladri, fra la relativa frescura promessa dai sentieri tortuosi del canneto ombroso che invadeva l’intera sponda più vicina del macero. Raggirando a debita distanza il raggio d’azione delle mandibole del cane da caccia, legato all’albero centrale dalla catena collegata al paletto che restava conficcato profondamente nel terreno nei pressi della cuccia, di corsa avevate raggiunto l’imboccatura del sentiero che zigzagando si addentrava nel fitto del canneto. Ma l’ingresso del labirinto risultava sbarrato.

Un coloratissimo telo da mare sembrava gettato come un manto sulle spalle delle canne che segnavano l’entrata nel labirinto, barricando così l’accesso di quell’arcata di stoffa spugnosa e vivace, e ciò significava che la Nella rimaneva intenta a prendere la tintarella al campo tre e che non voleva essere disturbata per alcuna ragione. Graziella, la Zietta, era una giovane ragazza, intraprendente e bellissima, apparentemente senza problemi di nessun tipo, quando voi eravate solo dei bambinelli un tantino insofferenti alle regole; la curiosità prima di tutto! Uno scambio rapido di sguardi e vi eravate già capiti.

Siete scappati in direzione del campo-base per recuperare dal mobiletto posto nell’angolo il binocolo, regalo di compleanno dell’anno precedente, e vi siete subito affrettati oltre la zona proibita. Una stretta stradina sterrata correva tra il macero e il canaletto, però, sapevi che Sabrina, la tua cuginetta, da quel giorno in riva al macero, aveva maturato una lieve fobia nei confronti dell’acqua e avevi perciò rallentato per porgerle la mano. L’aveva cinta immediatamente e con riconoscibile gratitudine istoriata sul viso e negli occhi, vi eravate sospinti innanzi e vi eravate sbrogliati all’interno dei numerosi frutteti della campagna.

Avanzi in silenzio come un pensiero che nasce, mentre lei facile e contenta, lenta e un po’ goffa, cauta e circospetta, fiduciosa e titubante, diffidente e sorprendente, remissiva e sottomessa, ti segue ricalcando le tue stesse impronte con suggestione quasi eccessiva. Dunque, siete risaliti lungo i filari fino a portarvi dalla parte opposta del macero. L’avevi aiutata ad issarsi sull’albero da frutto maggiormente frondoso, le avevi passato il binocolo e ti eri arrampicato al suo fianco, avevi allungato le dita per scostare le fronde e mettere entrambi in grado di sbirciare. Ecco il moscone incagliato nell’acqua della riva, ecco lo spiazzo isolato che si apre nelle canne come un ventaglio, ecco la Zietta completamente esposta ai raggi ultravioletti dell’astro dei cieli. Si presentava distesa sull’erba, supina, seminuda, indossava soltanto il pezzo inferiore della biancheria.

Avevi puntato il binocolo e messo a fuoco la vista. Avevi spostato lo sguardo sulla sua pelle color di rosa, per cercarle le tettine. Che strano! Non comparivano affatto come quelle rappresentate nel giornaletto. Il torace della Nella si mostrava piatto e dei rigonfiamenti molli trasbordavano lateralmente, i suoi ciccioli erano nerissimi e non si ergevano sul petto ma si trovavano sulla cima delle piccole masse laterali. Avevi dato il binocolo a Sabrina per curiosare, intanto, abitualmente, con un braccio la trattenevi per la vita per impedirle di cadere giù dall’albero.

Aveva ritirato il binocolo e avevi lasciato ricadere le fronde. Avevi sollevato la magliettina per guardarti il busto e lei aveva fatto lo stesso. Avevi rialzato gli occhi per studiarla. Sporgenti puntine rosa, appena accennate, facevano capolino all’altezza del suo seno. Avevi proteso la palma di una mano per tastarle e la tua cuginetta ti aveva imitato spontaneamente. Che strana cosa: si sarebbero dette riempite di qualcosa come il pongo, parevano dilatarsi in modo elastico al tocco, frattanto i capezzoli di ambedue andavano irrigidendosi vicendevolmente. Nel frattempo, qualcosa ancora s’inturgidiva in mezzo alle gambe con impellente fastidio. L’innocenza dell’infanzia era svanita da un pezzo e quella della fanciullezza stava svanendo un po’ per volta.

 

(6)

 

Il giornaletto pornografico, ben custodito al sicuro nel campo sei, stava diventando sempre più qualcosa di non molto diverso dalla versione scandalosa di una Bibbia tutta personale. Gli adulti o non sapevano o non volevano rispondere, e certe domande esigevano delle vere risposte, quindi non vi restava alternativa se non cercare e trovare da soli qualche soluzione.

Grazia, la Zia, figurava come una gran bella donna, tollerante e responsabile, che si occupava di chiunque senza sosta, quando eravate ancora dei piccoli bambini smoccolosi; e di recente aveva preso l’abitudine di ritirarsi in bagno per lavarsi presto, prima di mettere in tavola tutti quanti per la cena. A passo spedito la Nilla si era recata fuori della cucina. Vi eravate guardati negli occhi intensamente.

­­Il formidabile legame che fin da piccolissimi vi univa in modo indissolubile risultava in voi già fortissimo e ormai quasi vi consentiva di comunicare liberamente con il solo uso dello sguardo. Avevi accennato in direzione della porta con un’occhiata agli altri impercettibile. Aveva compreso al volo, aveva annuito appena. Eri scattato e ti eri precipitato all’esterno, la tua cuginetta ti aveva seguito immediatamente.

“Non allontanatevi che tra un po’ si mangia!”.

Era il momento dorato della sera, quando il sole è calato e ogni cosa restituisce la luce che ha assorbito durante il giorno. Avete traversato il prato, e vi siete avviati sul sentiero lastricato e diretti verso il fienile, dove, in risposta al tramonto d’ambra e porpora, le ombre stavano crescendo e aprendo i petali, come fiori notturni. Ai piedi della campagna, i terreni pianeggianti erano costellati di frutteti scuri e ricoperti di campi ormai inariditi che, alla luce del giorno, apparivano biondi e soffici come la barba del granoturco. Ma il tramonto stava risucchiando tutti i colori e l’erba scintillava in ondate oscure, immersa nel declino e presa dal fluire di una dolce brezza.

Sotto la cupola il cielo notturno era come in trappola, e la luce aumentava tra le stelle. Sulle prime erano le nuvole che parevano cristalline, nuvole dal complicato disegno verde, azzurro e violaceo che scivolavano l’una sull’altra, dispiegandosi. Poi venne un enorme scarabocchio di forme geometriche, matematica al neon dal cielo. Gomitoli di colori attraversarono le stelle come spinti per gioco da gattini giganti, volute di luce scesero ruotando a prendervi entrambi al laccio, fiori geometrici sbocciarono e si chiusero e sbocciarono ancora. Poi le forme presero a susseguirsi troppo rapide per descriverle, così rapide che avete dovuto distogliere l’attenzione da quella coltre di lana trapunta per non inciampare. La promessa di una nuova avventura vi eccitava da giorni, di corsa avete recuperato il binocolo dal campo-base e raggiunto il valico del canaletto dietro casa.

Un’asse rimaneva gettata a cavallo del canaletto fangoso che sonnecchiava, onde evitare di compiere inutili distanze per oltrepassarlo. Quasi nel buio avevi poggiato un piede sulla sua precaria superficie, eri subito balzato dalla parte opposta. Avevi ritrovato l’equilibrio, ti eri piroettato su te stesso per allungarle la mano. Poche dita d’acqua si frapponevano fra il fondo e l’asse del pigro ponticello, però, indugiando nella densa penombra, avanzava centimetro dopo centimetro, esitante e tentennante, con la testa china e gli occhi fissi come sul baratro di un abisso immenso e pericoloso: sapevi che Sabrina aveva paura di cadere e di farsi male, spesso questo suo comportamento diffidente la rendeva assai più goffa del solito, e nonostante tutto, pur di farti contento, se le tenevi la mano e le restavi al fianco, sapevi che non c’era ostacolo o timore che non fosse pronta a superare.

“Non guardare giù che sennò cadi.”.

Aveva sollevato il volto, era avanzata di un altro passettino, le avevi sorriso per incoraggiarla, le avevi afferrato anche la seconda mano. Aveva riabbassato il capo e, infatti, proprio in ultimo era scivolata. L’avevi cinta per la vita e te l’eri tirata contro, l’avevi stretta per rassicurarla. Avete raccolto un paio di cassette predisposte allo scopo e vi siete incamminati nell’oscurità che s’infittiva veloce fra gli alberi del frutteto. Vi siete appostati al riparo delle vaghe frange di un albero. Avete posato le cassette e ci siete saliti sopra.

Ti eri fatto spazio tra i rami e avevi puntato il binocolo. C’erano tendine appese alle finestre principali della facciata posteriore della casa, ma la finestra del bagno si presentava spalancata e la tendina non impediva la vista. Avevi perciò girato la rotellina e messo a fuoco ambedue i cannocchiali. Nemmeno la Nilla si dimostrava come nel giornaletto. Le bomboniere penzolanti apparivano ancor più grosse di quanto già non sembrassero sotto i vestiti, e una ricciolosa foresta di rampicanti schiumosi si aggrovigliava sulla zona bassa del ventre, mentre la Zia, svelandosi in piedi nella vasca da bagno, si stava innaffiando e risciacquando abbondantemente con il doccino.

Erezioni impellenti cominciavano a tormentarti, nonché a esigere considerazioni sempre maggiori. Domande senza risposta continuavano a moltiplicarsi, iniziavi a perdere fede nella vostra bizzarra Bibbia. Le avevi passato il binocolo per controllare, trattenendola a te per consuetudine. Infine l’avevi aiutata a smontare dalla sua cassetta e, commentando e congetturando, vi siete riavviati indietro.

“Però a me mi stanno un po’ venendo.”.

“Ah sì, e, ma, davvero?”.

Ti eri fermato sul posto e con il pollice ti eri staccato l’elastico dei pantaloncini dall’addome.

“Prova.”.

Ti aveva infilato una mano nelle mutande e aveva tastato e palpato.

“Li senti i peli che spingono sotto la pelle?”.

“È vero!”.

Naturalmente non lo era.

“E tu invece?”.

“Io no.”.

Aveva risposto con un soffio di voce, aveva scosso la testa per accompagnare tutte le fasi del suo discorso; sin da allora, in certa misura, eri stato consapevole che le tue parole si manifestavano legge per lei, anche quando queste volevano suonare solamente come semplici suggerimenti.

“Fammi sentire.”.

Aveva scostato pantaloncini e mutandine dalla pancia e ci avevi intrufolato dentro una mano. Ricordi bene il tocco delle dita sulla sua pelle liscia e morbida, ricordi benissimo il contatto dei polpastrelli con le sue sporgenze intime: erano caldissime, erano tenerissime, erano umide. E poco a poco, l’innocenza è svanita nel nulla.

 

(7)

 

Il piccolo mostriciattolo poco loquace di sempre, stava pian piano cedendo il posto a un’esile esserino sgattaiolante. Sabrina, la tua cuginetta, si rivelava ancor più arricchita e fiduciosa, adorante e venerante ogni giorno che trascorreva. In principio, continuava ad apparire indecisa ed esitante, reticente e riluttante, ma, essenzialmente, fin dall’infanzia non occorreva che un pizzico del tuo sfrenato entusiasmo per contagiarla, e ben presto la curiosità prima di tutto è diventato il motto principale di entrambi. Ha quindi cominciato a mostrare i primi segni di una mente sognante e traboccante di sogni. Ormai ti idolatrava punto e basta, senza alcuna remora: eri diventato la sua protezione costante, eri diventato ai suoi occhi una leggenda vivente, eri diventato il suo eroe personale, stavi divenendo il centro di una spirale sempre più stretta. In pratica, tu rappresentavi il suo mondo intero, lei era divenuta la tua luna orbitante.

In lacrime e singhiozzi ti veniva a cercare quando si faceva male, tremando ti chiedeva la mano e se possibile ti si stringeva addosso quando aveva paura, sonnecchiante si raggomitolava e addormentava fra le tue braccia quando aveva voglia di coccole, bisbigliando e sussurrando si confessava e ti domandava spesso consiglio. In breve, si è come soggiogata a te spontaneamente, con amore e devozione quasi fanatica. Per giunta, la sua linea si stava aggraziando e le sue fattezze si stavano modellando velocemente.

Insieme avete coltivato un’inventiva già spiccata in partenza, insieme avete sviluppato una fantasia immensamente smisurata, insieme avete passato innumerevoli giornate avventurose nei dintorni della casa di campagna dei nonni. Solamente lì poteva esprimersi appieno il vostro potenziale, soltanto lì vi sentivate realmente liberi e spensierati, in nessun altro luogo come in quello prendevano vita idee e pensieri di qualsiasi forma, solo lì riuscivate a realizzare i vostri progetti migliori, a plasmare in fatti concreti le casualità delle circostanze; nonché a dar sfogo ai vostri istinti innati e incontenibili. Inoltre, lì non c’erano né mura né catene capaci di frustrare sino in fondo i recessi più ingegnosi e laboriosi della vostra immaginazione smodata.

Il film della tua fanciullezza si svolge rapidamente davanti a te: i fiori di campo, il ronzio degli insetti, il crepitio dell’acqua, il gusto delle noci, delle more dei gelsi, delle pesche e delle prugne che il fertile terreno della campagna vi offriva generosamente; i colori del glicine e il profumo della mimosa che tutte le primavere fiorivano nel cortile davanti alla porta; l’esterno in pietra della casa e l’interno accogliente; il fuoco nel camino d’inverno, la frescura delle grandi stanze dai soffitti altissimi in estate, la soffice tranquillità dell’autunno che si rifletteva sui divani e sul mobilio; tutte queste cose sfilano rapidamente davanti ai tuoi occhi. Questo film nel quale senti gli echi ovattati delle voci degli zii che festeggiavano e giocavano a carte, e poi i sussurri della voce di Sabrina sempre tenera e carezzevole, e l’abbaiare di Ciack, il cane da caccia di qualcuno, frammisto alle grida dei cuginetti che vi chiamavano dal giardino per giocare; le missioni segrete, le avventure della tua infanzia, compagne di gioco dei migliori momenti della tua vita, questo film cui assisti senza aver titolo di cambiare, questa proiezione di una lanterna magica accesa nella tua mente dal tuo inconscio, colma di una dolce emozione che si mescola in questi ricordi scuciti di una calda nostalgia che rimane in attesa del salto verso il gran buio dell’avvenire.

Un collage di impressioni disordinate ti passa davanti agli occhi in rapida successione. Gli entusiasmi di corse folli, l’eccitazione di giochi inventati, il brivido di cose proibite, i forti sentimenti scatenati dagli avvenimenti, le vicende piene di imprevisti ed emozioni ritrovate nella tarda fanciullezza. Rammenti le molteplici penitenze di fine gioco, ancora un po’ stupidine da parte della Cocca, che, però, con il tempo si sarebbero conformate alle tue. Chissà quali assurdi percorsi da compiere a Zoppo Galletto, furtivi bacetti sulle guance delle zie o sollevamenti delle gonne delle stesse, avrebbero presto ceduto il posto a fugaci visioni reciproche e a tastatine e palpatine di nascosto. Sorridi al ricco pensiero dell’incognito del futuro.

 

(8)

 

I periodi che ricordi con più affetto sono quelli delle festività.

Di consueto, tutti quanti si riunivano per festeggiare le ricorrenze a casa dai nonni. Gli zii erano già di per sé un reggimento e la casa dei nonni è sempre stata un po’ come un porto franco, luogo libero di ritrovo per chiunque, quando solo si ritrovavano per caso durante la settimana. Per di più ognuno di loro, o quasi, figurava sposato e con figli. Di conseguenza, una schiera di cuginetti era solita frequentare la vasta casa di campagna e un esercito chiassoso si raggruppava per le feste. Quindi una moltitudine di parenti si raccoglieva per Natale o per pasqua.

Tavoli e tavolacci venivano messi insieme frettolosamente, per formare la grande tavolata che occupava la maggior parte dell’androne principale che collegava tra loro tutte le stanze del pianterreno. I fornelli cuocevano dalla mattina alla sera e tutti portavano qualcosa di pronto. Il cenone si svolgeva in un tale baccano che nessuno sarebbe riuscito a comprendere quel che si diceva all’altro capo del tavolo. Risa e schiamazzi s’infrangevano dal di qua al di là, come uno tsunami in una vasca da bagno, e cugini e cuginetti contribuivano ad alimentare la confusione generale rincorrendosi a gattoni sotto i tavoli.

Generalmente, dopo mangiato e dopo il caffè, gli uomini si ritiravano in cucina per discutere e giocare a carte, mentre le donne facevano altrettanto nella sala. Dall’antibagno, una rampa di scale saliva al primo piano e lì di solito i bambini si radunavano per giocare fino a tardi, perlomeno finché i genitori corrispondenti decidevano di intrattenersi dabbasso. Chi sembrava e chi si rivelava non abbastanza grandicello per gironzolare senza controllo al piano di sopra, se ne restava in salotto con le mamme. Fra tutti i piccoli e piccolissimi, tu e Sabrina risultavate decisamente i più grandi. Perciò, da allora e per te soltanto la tua cuginetta è diventata la Cugina per eccellenza.

Il gioco che andava per la maggiore era Mosca Cieca al buio: un ibrido di vostra invenzione. Le regole erano istintive e semplici, facili da capire per tutti, peraltro si verificava lo svago preferito perché eravate proprio voi a proporlo; e voi venivate collettivamente ritenuti i comandanti in capo, i giudici supremi, un po’ come il Re e la Regina da ciascuno degli altri. Innanzitutto si barricavano le finestre, chiudendo e serrando scuretti e tendaggi, sino a ottenere l’oscurità più totale: il piano superiore si dimostrava vasto quanto quello inferiore e tutte le camere si presentavano intercomunicanti. Si faceva la conta per stabilire il Cacciatore e si correva a nascondersi. Per un paio di ovvie ragioni, tutte le luci dovevano rimanere spente e le porte rigorosamente aperte, tranne alcune che separavano la camera che fungeva da pianerottolo dalle altre. La prima delle due ragioni era per impedire alla luce di filtrare dalle scale, la seconda era per evitare che i ciroli piombassero di sotto inavvertitamente. Lo scopo del sorteggiato era di dare la caccia a qualcuno, per poi riconoscerlo dopo averlo acchiappato. Se ci riusciva, i ruoli si scambiavano e il gioco riprendeva immediatamente, senza interruzioni e senza bisogno di ricominciare daccapo. Poche altre regole completavano il quadro della situazione, e in ogni modo a voi spettava l’ultima parola su qualunque controversia.

La Cocca conservava ancora un certo timore del buio ma lassù eravate in molti e, tra chi borbottava e chi gridava, fra chi sbatteva e chi s’imbalzava, le proteste degli adulti che giungevano dal basso risultavano quasi un richiamo costante e nulla poteva intaccare la reverenziale fiducia che nutriva nei tuoi confronti. La sua infantile goffaggine stava migliorando a vista d’occhio, però, la tua protettiva vigilanza si era fatta un’abitudine e ormai per puro istinto continuavi a trascinartela appresso con somma cautela e precauzione. A dispetto di chi rimaneva in movimento, malgrado la voglia di impazzare nell’oscurità, stavi scoprendo una nuova natura e di gran lunga preferivi condurla a rifugiarsi in qualche posticino comodo, per stringertela contro e accarezzarla dappertutto, giacché lei manifestava palesemente la chiara intenzione di seguirti ovunque senza protestare minimamente.

Raramente i Cacciatori tentavano di acchiapparvi intenzionalmente, tuttavia quando accadeva subito ti frapponevi tra questi e Sabrina per essere preso in sua vece. Con relativa facilità, ti allontanavi e ti recavi in un’altra stanza, con semplicità agguantavi qualcun altro e lo riconoscevi ad alta voce, e poi tornavi a cercarla con calma. In tutta tranquillità, perché nessun giocatore avrebbe potuto venir riconosciuto due volte consecutive comunque. La ritrovavi, cambiavate nascondiglio, e con il favore e la scusa della tenebra vi tastavate a vicenda per accertarvi dell’identità reciproca; guarda caso, era la zona delle tettine che la distingueva maggiormente da qualsiasi cirolo. Non mancavi occasione di riscontrare in lei una sorta di cambiamento evidente: alla ricerca di una mano, le sue dita indugiavano in mezzo alle tue gambe più del necessario e sempre più spesso. Si stava svegliando, si stava sviluppando, si stava trasformando. Non dimenticherai mai l’intimità del miraggio della miriade di carezze rubate nel buio.

Con la mente ritorni a quella volta della tarda fanciullezza.

 

(9)

 

Avevate dieci-undici anni al massimo e non oltre. Fuori dalle finestre si intravvedeva un cielo bigio, una giornata uggiosa faceva capolino nella sala del camino, era infatti un piovoso pomeriggio d’autunno; i lampi si inseguivano nel cielo, bianchi e contorti come scheletri in corsa. Dalla cucina, al di là dell’androne principale che correva per tutta l’ampiezza del pianterreno della casa di campagna dei nonni, giungeva l’eco smorzato del televisore: sapevate che se solo un adulto avesse appena aperto la porta della cucina il volume della televisione sarebbe schizzato alle stelle improvvisamente. Inoltre quel giorno non c’erano altri cuginetti in giro, pertanto potevate godere di una certa sicurezza.

L’esserino scoiattolante che sgaiattolava insieme a te nel buio ha poi finito col cedere il passo a una bambinella affettuosa, arrendevole, benevola, comprensiva, delicata, gaia, ingenua, istintiva, spensierata, sempre stupita e un po’ sconclusionata. La sua figura si è allungata, braccia e gambe si sono piacevolmente rimpolpate, ora più che mai ti appariva vulnerabile e sorprendente. Una pioggia impudente tamburellava sui vetri delle finestre, schegge traccianti di luce bianca accecavano il cortile innanzi alla porta di casa di tanto in tanto.

Cosa fare? Eri ormai abbastanza grandicello per scegliere come vestire, almeno così credevi, e non gradivi affatto di vestirti a strati; naturalmente, Sabrina voleva imitarti in tutto. Tu indossavi scarpe, calze, pantaloni, mutande e un maglioncino leggero, se veniva freddo avresti sostituito gli indumenti con semplici gemelli più pesanti, mentre lei si differiva da te solamente per la gonna. Avete deciso di giocare a Cava in Camicia. Ovviamente, spogliarsi completamente non era possibile, ma concordare e stabilire una serie di nuove varianti del suo regolamento non è stato difficile.

Avete recuperato un mazzo di carte. Avete preso posto al tavolo della sala, avete distribuito le carte e vi siete messi a giocare immediatamente. Hai scoperto la prima carta: un asso. Lei ha subito risposto con un due. Hai cavato dall’alto del tuo mazzetto un secondo asso e la Cocca ha perso la mano con un sette. Hai raccolto le carte e le hai infilate di sotto. È stata una piccola vincita facile e veloce, quindi ti spettava un’occhiatina fugace. Sabrina, ha scostato la sua sedia dal tavolo e si è alzata e riabbassata il maglioncino con troppa rapidità. Eppure qualcosa cominciava a stuzzicarti in mezzo alle gambe.

Avete ripreso a giocare. Tu ne hai ricavato un fante e lei ha contraccambiato con un tre. Le hai regalato un quattro, un sei e un cinque, e le cose si sono invertite. Le hai ricambiato la furtiva visione precedente e poi ha tirato fuori dal suo mazzetto un sette. Cavallo, sette, sei, re, quattro, due; sei e cinque: aveva incassato un bel gruzzoletto. Ti sei sollevato in piedi, hai schiuso la patta e calato i pantaloni fino alle ginocchia, hai contato sino a nove e ti sei ricomposto in fretta. Rammenti bene la sensazione imbarazzante del pisello duro che spingeva contro il tessuto delle mutande.

Asso; cavallo: aveva vinto di nuovo, però, aveva guadagnato un niente di carte. Ti sei rialzato in piedi per mostrarle il pisello per pochi istanti. Sei, re, tre; re, re, fante. Non era grave, c’era ancora tutto il tempo di rimediare: si è conquistata altre sei carte, ti ha perciò insinuato una mano nel maglioncino per tastare e palpare per la durata di una mezza dozzina di volte. Ti sembra di rivivere l’accaduto, quasi ti sembra di percepire l’estrema delicatezza del tocco delle sue dita sulla pelle del tuo petto. Intanto il pisello s’ingrossava, assai più di quanto ritenevi probabile e plausibile, e si tramutava in un cardo dolorante.

Due; quattro, fante. Risultava carica al massimo, tutte le carte giocavano a proprio vantaggio. Ti sei raddrizzato sulle gambe, hai riaperto la patta e la Cugina per eccellenza ci ha fatto scivolare dentro la punta della mano destra per accennare a qualche toccatina delicatissima. Le budella ti si sono aggricciate nello stomaco istantaneamente, e qui avevi dovuto volare in bagno per la primissima volta.

“Aspettami che mi scappa, guarda non ti muovere che torno subito!”.

Sei scappato al gabinetto. Che strano: hai estratto il cardo insofferente, puntando in basso quella cima febbricitante, e piegato sulla tazza del water hai atteso un paio di minuti, ma, nonostante la forte impressione che avevi avuto di fartela addosso, non una sola gocciolina di pipì era uscita dalla sua testa gonfia e rossa. Quando perplesso sei tornato nella sala, l’hai trovata eccitatissima e pronta a riprendere il gioco. Il temporale perdurava a bussare alle finestre con insistenza, nulla di diverso si presentava nell’eco spento che arrivava dalla cucina, un concerto di flash persisteva a chioccare al di là dei vetri e sul cortile. Vi siete seduti a tavola, Sabrina ha girato la sua carta con entusiasmo, e avete continuato da dove si era interrotto.

Quattro, cavallo, cinque, sette, tre; asso; asso; due; cavallo, tre; asso; due; sette: hai esaurito le carte a tua disposizione e, pressappoco, in questo modo clamoroso hai pure perduto la prima delle vostre fantasiose giocate. Vi siete portati in un angolo della stanza, al riparo da qualunque sguardo indiscreto, ti sei alzato il maglione e per un buon minuto del quadrante dell’orologio che rintoccava sulla mensola del camino si è assicurata il diritto di una vittoria schiacciante. Incerta ed esitante, ti ha carezzato e sfiorato il petto con le sue palme calde e morbidissime, indugiando lievemente attorno e sui capezzoli con il pelo urticante dei suoi teneri polpastrelli. Frattanto, un sordo fastidio ingigantiva e troneggiava laggiù con esigenza a dir poco crescente.

 

(10)

 

Il temporale infuriava fuori dalle finestre, l’eco del televisore borbottava dalla cucina, la pioggia picchiettava inesorabile contro i vetri, il brontolio del tuono rumoreggiava in lontananza, fulmini e saette lampeggiavano innanzi a casa. Vi siete riaccomodati al tavolo. Avete rimescolato il mazzo e lo avete suddiviso in parti eguali, all’incirca.

Tu avevi iniziato la prima partita, a lei toccava cominciare la seconda. Sei, asso; re: hai incassato subito qualche carta. Si è sollevata il maglioncino e stavolta se lo è trattenuto all’altezza del mento per più del necessario. Hai voltato un’altra carta e avete continuato il vostro gioco fantastico. Fante, re, due; sette, sette: hai gioito di una consecutiva e facile mano vincente. Si è raddrizzata in piedi, circospetta si è guardata intorno, con cautela ha piegato il collo e allungato le orecchie, e poi si è alzata l’orlo della gonna per una manciata di momenti. Non c’era molto da vedere, ma, il tempo era stato giusto sufficiente per notare l’ombra insolita che traspariva dal bianco delle sue mutande ed eri rimasto affascinato dal modo in cui l’elastico sprofondava nelle pieghe del suo inguine.

Un tormento formicolante dilagava ormai in spasmi dal ventre, quando Sabrina si è abbassata la gonna e si è rimessa sulla sedia. Cavallo, cinque, sette, quattro, cinque, due; due; tre; sei, cinque, quattro: ti sei spinto all’indietro lentamente, ti sei sollevato il maglione in tutta tranquillità, hai contato per lo spazio di undici volte inspirando ed espirando senza premura, e pertanto non ti è mancata l’impareggiabile opportunità di rilassarti. Quattro, re, fante, asso; tre; fante, tre; asso; ssette: ti sei abbassato i pantaloni per una decina di secondi, il tuo cardo fremeva ora sporadicamente.

Asso; cavallo: questa non ti giungeva nuova affatto. Avresti dovuto mostrarle il pene fugacemente, però, prolungando i tempi e l’azione, ti sei attardato nel farlo perché ti era apparsa confusa, interessata, stupita più del solito. Quattro, sei, cinque, re, tre; cavallo, cavallo, re: hai indugiato con l’ultima carta in mano, immobile e fermo nell’atto di posarla.

“E... mi sono sbagliato, non ho girato le carte.”.

“Io ho fatto così sempre.”.

“Beh, non fa nulla, vuoi che ricominciamo?”.

“No che non voglio, e, si può se continuiamo così da qui?”.

“OK.”.

Avete ripreso, incuranti di aver saltato una lieve penitenza. Due; asso; fante: si è rialzata la gonna e calata le mutandine tutt’altro che in fretta. I pori della pelle si dilatano all’improvviso, qualcosa ti si è aggrovigliato nella pancia.

Sei, sei, sette, quattro, sette, cinque, due; sei, tre; re, fante, fante: era felicissima, possedeva quasi il mazzo intero. Si sporge in avanti per infilarti una mano sotto il maglione, le sue dita sono come urticanti sulla pelle del petto. I serpenti nel tuo stomaco si direbbero contorcersi con fare divorante, un brivido ti si diffonde su tutta la pelle del corpo come un esantema terribile quando ti pizzica la punta di un capezzolo, delicatamente, fra il pelo del pollice e dell’indice.

Due; asso; due; due; cinque, quattro: salvato in corner. Hai esultato, uno sguardo di rapida delusione le è passato sul viso brevemente. Ti sei sporto verso di lei per infilarle una mano sotto il maglioncino, e le hai accarezzato le tettine. Morsi nel ventre! Raccogli le carte sul tavolo e le ribalti, e per un soffio non si fa sfuggire il suo grosso mazzetto dalle mani. Talvolta capita, le mani sono piccole, le carte sembrano enormi e troppo grandi. Incoraggiante le sorridi, frattanto che recupera alcune carte da terra e le mette di sotto.

Due; asso; asso; tre; due; fante, asso; due; fante, re: non tutto era perduto, la situazione precedente non si stava ripetendo. Si è raddrizzata sulle gambe con calma, titubante si è intrufolata una mano sotto il tessuto della gonna per scostarsi di lato le mutandine e le hai sondato il pube con la punta dei polpastrelli. I crampi nello stomaco si sono moltiplicati a dismisura e, in ultimo, non puoi che precipitarti in bagno per la seconda volta nell’arco di quella tetra giornata piovosa.

Che fatta cosa! Il pomeriggio avanzava morbosamente, il temporale turbinava vorticando nel cielo, rombi di tuoni lontani si attardavano e rincorrevano tra nuvoloni di metallo, giochi di luce lampeggiante si scorgevano dalla finestra del bagno, il vento impietoso spazzava e si accaniva sulla cima degli alberi e sul resto della campagna che si estendeva a profusione dietro alla casa dei nonni. Ti sei intrattenuto a lungo nel gabinetto, inchiodato al davanzale della finestra, con il cardo puntato nel water, ma la tanto pressante pipì non si è fatta sentire e infine hai convenuto che non si sarebbe neanche presentata all’agognato appuntamento. Quando sei tornato nella sala, aveva l’aria indubbia di voler confessar qualcosa. Riconosci immediatamente la sua tipica espressione, contrita e mortificata, che le aleggiava sul volto come uno spettro. Sapevi che non dice mai nulla, nemmeno ciò che le passa per la testa, se prima non le si rivolge almeno una parola, e per questo le hai rivolto la più spontanea delle domande.

“Cosa?”.

“C’era un tre per terra”.

“Mio o tuo?”.

“Mmh”.

“Pazienza, mettiamolo da parte per dopo.”.

Ricambi il suo timido sorriso d’intesa e vi rimettete a giocare. Cinque, quattro, quattro, cavallo, re, asso; fante: non stava più nella pelle per la smania di vincere. Per poco non ti senti esplodere dentro, mentre scivola con le dita sull’asta rigida del tuo pene tormentato, e le gambe come grappoli di bustine di tè si sono contratte, quando ti ha cinto i genitali ancora prematuri con la mano. Sei dovuto ritornare di corsa al gabinetto.

“Aspetta, debbo correre sennò me la faccio addosso.”.

Non ti sei neppure riabbottonato la patta, durante la precipitosa fuga verso il bagno, perché l’impellenza della tua necessità risultava urgentissima, ma la traditrice pipì non è arrivata per niente e quel bisogno frustrante si è pian piano come dissipato. Quando hai fatto ritorno nella sala del camino l’hai vista più che mai imporporata sulle guance, aveva gli occhi stranamente luccicanti ed era prontissima a riprendere il gioco.

Re, due; cavallo, cavallo: ti ha mostrato il petto per ben più di quattro secondi e non hai potuto evitar di notare come i suoi capezzoli figurassero turgidi e rosei. I brividi ti formicolano nelle ossa come insetti brulicanti e zampettanti, il sangue gorgheggia nelle vene come acquavite che scende a piombo giù per la gola secca e dolorante.

Asso; tre; fante, due; re, cinque: ti ha mostrato le mutandine, hai assaporato meglio le tenere pieghe dell’inguine e come l’elastico rimanesse inghiottito nell’attaccatura delle sue già solide gambe. E l’incantevole ombreggiatura che s’intravvedeva al centro delle sue bianche mutandine... Un vuoto senza tempo ti colma il cervello e in un lampo ti senti ottundere la mente. Tre; sei, quattro, fante: il tuo mazzetto si stava rimpolpando e ricostituendo. Ti mostra la sua fine lanugine castana chiara, assai chiara, quasi di un biondo scuro, e un brivido rotolante ti scuote e solletica fin nelle radici dei capelli. Asso; fante: le hai palpato una tettina e cipollato un capezzolo.

Nella fretta di riprendere il gioco per poco il mazzo non le sfugge di mano. Raccoglie un paio di carte e le mette di sotto. Asso; tre; due; sei, cinque: le hai a malapena sfiorato la fine peluria sulla montagnetta del pube che ha subito rilasciato l’elastico delle mutande. Cavallo, sette, cavallo, quattro, due; sette, sei: ti mostra le tettine ma si dimostra alquanto impaziente di continuare. Re, sei, cinque, sette, re, cinque, due; sette, cavallo: ti mostra di nuovo le mutandine. Fante, fante, tre; asso; asso; re: si cala la biancheria dabbasso e le creste sporgenti della sua fessura intima ti appaiono lucide. Il tuo respiro si ingrossa, i serpenti ritornano a mordere nelle budella, il suo faccino pare triste e sconsolato. La sorte le si rivelava avversa, il suo mazzetto si stava esaurendo.

Fante, cavallo, quattro, quattro, sei, quattro, tre; cinque, re, due; fante, asso: ha finito le carte e hai vinto, più o meno. Vi siete ritirati nell’angolo più imboscato della stanza, le hai sollevato il maglione sino al mento, l’hai osservata liberamente e con meraviglia, e per un minuto abbondante si è sostenuta il maglione in posizione fino alle ascelle. Hai ottenuto una vittoria memorabile, ti spettava del tempo supplementare. Le hai fissato intensamente la forma rotonda delle piccole mammelline, gliele hai tastate voracemente e con fervore, e proprio alla fine le hai passato un dito sulla corolla dei capezzoli. Ti sentivi ardere come un arco voltaico, qualcosa nell’addome sembrava in procinto di schizzare. Sei dovuto volare in bagno nuovamente.

Porcaccia, che due maroni! Ti sei persino seduto sulla tazza del gabinetto per facilitarti nel compito, però, fantasmi isolati d’immagini fluttuanti persistevano a galleggiarti davanti agli occhi e non una sola stilla di pipì era fuoriuscita dalla testa del tuo cardo ritto e paonazzo. Ricordi e quasi rivedi l’abbozzo del seno, i capezzoli rosei, l’accenno di peluria fra le gambe della tua cuginetta.

 

(11)

 

Il temporale autunnale si prolungava e non accennava a diminuire minimamente, e un firmamento di scintille negli occhi si irradiava dal suo viso nella stanza, quando frustrato e abbastanza perplesso hai fatto di nuovo ritorno nella sala. Ti sei seduto al tuo posto. A chi vinceva spettava la ricompensa di vedere e toccare, a chi perdeva toccava la pena di fare le carte, perciò l’inizio del gioco rimaneva a rotazione e non al vincitore della partita precedente. La Cugina per eccellenza ha mischiato e distribuito le carte in fretta e furia.

Due; cinque, sette: hai incassato la prima mano ripetutamente, portava fortuna o sfortuna? L’hai vista appoggiarsi di peso allo schienale della sedia, l’hai vista afferrarsi l’orlo inferiore del maglione e sollevarselo fin sotto alla gola contratta. Il colorito ora rosa-arancio della pelle dei suoi piccoli seni rotondi sfumava e degradava in quello più marcato della corolla dei suoi capezzoli di un roseo intenso e scuro. Qualcosa ti si rimescola nella pancia e non puoi farci nulla, ti fa lo stesso effetto tutte le volte che ci pensi. Si riabbassa il maglioncino dopo pochi secondi e recupera il mazzetto velocemente.

Due; re, tre; quattro, quattro, sette: ha ritirato dal tavolo la sua vincita, eravate praticamente alla pari. Hai posato le carte sul tavolo e ti sei sollevato il maglione sino al collo, un brivido viscerale ti percorre lungo gli intestini al tocco avido del suo sguardo eccitato. Conti ad alta voce per il tempo necessario e ti riaggiusti sulla sedia. Riprendi le carte e vi rimettete a giocare.

Sette, sei, quattro, fante, asso; fante: incassa e vince nuovamente. Ti scosti dalla tavola e ti alzi, ti sbottoni la patta e cali i pantaloni con calma fasulla e trepidante. Il pene rabbioso intanto spingeva e pulsava in un tormento piuttosto ansioso e morboso. Aspetti e conti ancora una volta per lo spazio di una mezza dozzina di momenti, prima di riassettarti e sederti.

Cinque, sei, cavallo, asso; cavallo: hai vinto ed eravate di nuovo, grossomodo alla pari. Scosta un po’ la sedia e si alza, si fa scivolare le palme vellutate sul tessuto della gonna, stringe le dita sul bordo della cucitura in basso e se la solleva fino in vita senza nessuna esitazione. Un’ombra incantevole spiccava e si scorgeva nel mezzo di quelle bianche mutande, ghiotte pieghe di carne ingurgitavano gli elastici nel suo inguine, una macchiolina forse di pipì attraeva il tuo sguardo all’altezza della sua fessura intima e sporgente. Senti i pori della pelle dilatarsi in un ansito faticoso, i pensieri nella mente iniziano a turbinare vorticosamente. Finisce di contare sulle dita di una mano e si rigoverna i vestiti, si siede abbrancando al volo il proprio mazzetto per continuare.

Sette, re, asso; cinque: ritiri la vincita e metti le carte di sotto. Sabrina torna a sollevarsi sulle gambe e si rialza la gonna, infila i pollici tra i fianchi e l’elastico della cintura delle mutande per calarsele giù alle ginocchia. La peluria sottile e morbida sul suo pube scintilla, il cicciolo della fessura barbaglia, le sue creste esterne si direbbero lustre e collose. I serpenti nello stomaco tornano ad aggrovigliarsi e contorcersi, mentre rapida conta qualche numero ad alta voce. Si china poi e si riassetta, si rimette seduta e riprende le carte frettolosamente.

Quattro, cinque, fante, sei, tre; re, cavallo, cavallo: vinci e incassi un’altra volta. Ti genufletti ai suoi piedi come un innamorato che chiede in sposa la sua amata, e la cosa non sembra dispiacerle. Ti sorride e ti rivolge uno sguardo giulivo, frattanto che allunghi una mano verso di lei, si apre un varco nel maglioncino per permetterti di insinuarti nel calore e nell’agevolezza. Con le nocche le sfiori il ventre irrigidito e teso, rigiri le dita e con la punta dei polpastrelli le palpeggi le tettine polpose ed elastiche, nel ricordo le trastulli un capezzolo turgidissimo. Morsi terribili nella bocca dello stomaco. Eh no, basta! A costo di pisciarti addosso, non ti saresti precipitato al gabinetto per non sai più neanche qual numero di falsi allarmi consecutivi. Sottolineando e rimarcando la sua fiducia incrollabile e la sua disponibilità pressoché assoluta, aveva inarcato la schiena e socchiuso le palpebre, e non aveva nemmeno contato, lasciando a te il merito di non abusarne. Un paio di toccatine di troppo ci sono scappate, lo rammenti benissimo. In ultimo, ti distacchi dall’aria sognante che la circonda, ti rimetti seduto al tavolo e la vedi come accalorata e riscossa. Recuperate i mazzetti e riprendete a giocare con rinvigorito e fresco entusiasmo.

Tre; tre; asso; fante: hai vinto per l’ennesima volta di seguito. Vi alzate entrambi dalla sedia e ti accosti al suo corpicino allungato, infila una mano al di sotto della gonna per spostarsi da parte le mutandine, la cingi da un fianco e ti pieghi in avanti per intrufolarti con gentilezza. Le passi la palma sulla montagnetta del sesso e la soffice lanugine risulta umida, con il polpastrello del medio le percorri il cicciolo della fessura che ti si presenta attaccaticcia e viscida. Un gemito sommesso le sfugge dalle labbra e, laggiù, una contrazione inattesa le fa lisciare le creste sporgenti sul tuo dito. Qualcosa dentro si spacca, si lacera, pare rompersi ed implodere, almeno questa è l’impressione che ti si smuove nelle viscere. Hai dovuto sbrigarti per raggiungere il bagno.

“Non muoverti che vado e ritorno di corsa!”.

Sporadici lampi persistevano a schioccare nel cielo, pigri brontolii tonanti non smettevano di rincorrersi di tanto in tanto, pesanti nuvole grigio peltro vorticavano lassù in alto, e il picchiettio costante di una pioggia torrenziale continuava a cadere sul cortile e sulla campagna circostante. Non era possibile. Un tormento di sofferenza assillante si gonfiava e sgonfiava nelle palle, l’uccello ritto e arrabbiato non voleva sentirne affatto di calmarsi, l’insopportabile pipì non si scomodava neppure di mostrarsi in una sola e misera gocciolina. Vacca boia! Infine ti allontani dal vetro della finestra che sormonta il water, iperteso e sempre più frustrato sei tornato nella stanza del caminetto.

Ti stavi sedendo alla tavola del salotto quando la porta della cucina si schiude e il volume del televisore schizza e rimbomba nelle orecchie.

“Volete fare merenda?”.

La guardi per sapere quel che ne pensa.

“No.”.

“Sicuri?”.

“Sicuri!”.

Raccogliete le carte e la porta si richiude e si riapre.

“Tenetevi pronti che fra un po’ si va a casa.”.

Vi guardate negli occhi e subito la più semplice delle domande giunge in un’eco comune.

“Perché?”.

“Perché di sì.”.

“Ma, non possiamo restare?”.

“Non oggi!”.

Disarmati recuperate i cocci delle vostre emozioni e, finché c’è tempo, pian piano riprendete il gioco con rinnovato slancio.

Sei, re, due; sette, quattro: incassi e vinci. Posa le carte e si solleva il maglione, e la temporanea sconfitta inflitta dalla porta della cucina era sì bastata a lenire la tensione che evidentemente gravava su ambedue, però, un rapido scorcio dei semini rosa sull’abbozzo delle sue mammelline è stato più che sufficiente per farti torcere le budella in modo esasperante. Quasi contemporaneamente impugna le carte e si tira giù il maglione.

Due; quattro, tre; sette, cinque, due; re, due; cavallo, asso; fante: hai vinto di nuovo, e il suo mazzetto iniziava a scarseggiare. Si raddrizza sulle gambe e si solleva la gonna. Brividi insofferenti ti si sparpagliano nelle ossa. Scosta di qua e sposta di là, gli elastici del fondo delle mutande le si sono intrufolati nella fessura e le sue sporgenze intime vi si aggrappano, strettamente, come un bimbo spaurito che abbraccia per il collo il suo orsacchiotto. Ciuffetti sparsi di peluria rorida le fuoriescono dai bordi abbrancicati nel mezzo. Il pene richiedeva attenzione con urgenza, i genitali urlavano in cerca di sollievo, le unghie che si conficcavano nelle palme, le mani che si muovevano in preda a un prurito folle. Rilascia la gonna e si lascia piombare sulla sedia.

Cavallo, asso; sei: vince e si esalta immediatamente, contava in una rimonta pari alla tua. Sposti la sedia e ti raddrizzi sulle gambe, riapri la patta e ti abbassi pantaloni mutande in un sol colpo. La testa paonazza del tuo uccello beccheggiava nell’aria in lievi scatti irregolari e rabbiosi, gli occhi della Cocca si sgranavano nell’osservarlo. Nel frattempo, una sofferenza esigente impelleva e tiranneggiava nelle palle dolorosamente. La tua conta mentale si è protratta ben oltre il limite, ti sistemi e riprendi posto al tavolo.

Fante, cinque, quattro, cinque, sei, asso; sette: appoggi il grosso mazzetto sulla vincita distrattamente. Ti si leva innanzi e si avvicina, risolleva la gonna e se la schiaccia e trattiene sull’addome con una mano. Con le dita della seconda si cala le mutande, faticosamente, prima da un lato e poi dall’altro. Vedi distintamente gli elastici imprigionati nel sesso della sua fessura tendersi e cedere dall’abbraccio delle sue creste imberbi, osservi con affanno la sua fine lanugine in apparenza rugiadosa e castana-bionda. Il respiro veniva a mancare, i polmoni dolevano per lo sforzo di inspirare, le dita prudevano per la voglia di allungare le mani. Si riaggiusta gli indumenti e si risiede dopo parecchio.

Re, sei, sette, asso; cavallo: giubila e vince. Posi le carte e ti inalberi, portandoti di fronte a lei in un lampo, schiudi una breccia nel maglione per facilitarle il passaggio delle mani e cominci a contare. Uno-due, le sue palme come ortiche sulla pelle, tre-quattro-cinque, le sue dita come ghiaccio bollente sui capezzoli. Ritira le mani in una carezza delicatissima, ti risistemi e ti tuffi di sedere nella sedia.

Cavallo, cavallo, cavallo, re, asso; tre; sette, sei, re: hai vinto definitivamente. Si trattava di una vittoria non particolarmente eclatante, ma trenta o quaranta secondi di tempo ti spettavano comunque. Sulla mensola del camino al centro della parete esterna della sala la pendola scandiva ogni singolo istante, fuori la pioggia rintoccava a goccioloni sui vetri delle finestre, fulmini e tuoni distanti fungevano da metronomo. Avete raggiunto l’angolo più strategico della stanza. La tua cuginetta si è rialzata la gonna e si è abbassata le mutandine. Le hai passato la palma di una mano sulla giovane peluria inspiegabilmente umida e bagnata. Le hai fatto scorrere le dita sul cicciolo del clitoride e sulle sporgenze delle piccole labbra crestate e sbrodolanti. La zona bassa del ventre ha preso a ondeggiarle ritmicamente, automaticamente, istintivamente, inconsapevolmente, involontariamente, spontaneamente, regolarmente, voluttuosamente sui tuoi polpastrelli. Un delirio fumigante ti sale al cervello e nel profondo qualcosa vuole assolutamente esplodere e schizzare. Una manina dolcissima ti struscia la patta, una lievissima vena di audacia stava fiorendo appena in lei.

Sei dovuto scappare in bagno ancora una volta.

 

(12)

 

Quando hai fatto ritorno nel clima ipereccitato della sala, le sue mani sono scattate da sotto il tavolo immediatamente. L’intensità del temporale che gravava sulla campagna di quell’uggioso giorno d’autunno cominciava a diminuire sensibilmente, e tuoni e lampi si rincorrevano ormai lontanissimi e di rado, ma la pioggia sempre tamburellava sulle trasparenze delle finestre e il vento ancora spazzava cielo e terra ininterrottamente. Ti sei seduto al tavolo. Aveva composto un paio di mazzetti da venti carte ciascuno, carta più carta meno. Avevi proposto qualche alternativa per accelerare i tempi e prolungare la durata del momento e, Sabrina, subito si era mostrata entusiasta e d’accordo all’idea. A lei scoprire la prima carta.

Due; cinque, sei: aveva ottenuto una vincita modesta, avete concordato per venti o trenta secondi. Vi siete sollevati in piedi. Vi siete avvicinati. Ti ha sollevato il maglione rispettosamente, te lo sei tenuto stretto all’altezza delle spalle. Con mani esitanti, frementi, umidicce, forse sudaticce, ti ha carezzato l’intera superficie scoperta sul davanti del busto. Gli occhi scintillanti, le piccole mani vellutate, le palme calde e morbidissime, l’ortica insita nel tocco delle dita, i suoi polpastrelli dolci e delicati, e il pelo tenero e urticante che si spostava piano sul tuo petto. Un brulichio mordace ingigantiva frattanto nel ventre, un eritema pruriginoso ti si diffondeva nel corpo e nel sangue. Infine, la tortura giunge al termine e ti ricomponi. A lei pure la seconda mossa.

Cavallo, quattro, tre; cinque, fante, asso; cavallo: avevi guadagnato una vincita soddisfacente, non poteva che spettarti almeno un minuto pieno a disposizione. Hai accostato la tua sedia alla sua. Le hai sollevato il maglione lentamente, gentilmente, e se lo è mantenuto fermo con il mento e con le mani. La schiena abbandonata contro lo schienale della sedia, la bocca e le palpebre socchiuse, le guance minute e paffutine accalorate ed imporporate, la forma rotonda dell’abbozzo delle tettine, il colore rosa-arancio della pelle, quello intenso e marcato delle corolle lievemente più scure del resto, e la punta rosea dei suoi capezzoli. Protendi le grinfie per tastare la consistenza pongosa, polposa, elastica delle sue mammelline, e la rigidità di quelle sue puntine rosa sulla cima. Hai faticato parecchio per non scoppiare in una pisciata tremenda nelle mutande e la cosa iniziava a farsi preoccupante. Si è poi sistemata e ti sei riportato al tuo posto. A te il principio della terza mano dell’ultima partita.

Sei, re, quattro, sei, sette, asso; due; fante, due; quattro, tre; cavallo, cavallo, re: ti eri conquistato una vincita magistrale, ti toccava per forza un buon minuto e mezzo di tempo e perfino oltre. Vi siete raddrizzati sulle gambe, vi siete scostati un po’ da parte. Le hai sollevato la gonna, si è tirata di lato le mutande. Le hai intravvisto a malapena la peluria luccicante, fine e sottile, arricciolata e castana-bionda sulla montagnetta di venere. Rilassi gli artigli e ti allunghi verso la sua lanugine morbida e soffice, bagnatissima. Gliela hai palpata appena per un paio di volte, quando l’eco soffocato del volume della televisione che gorgheggiava dalla cucina schizza alle stelle all’improvviso. La Cugina per eccellenza si è ricomposta in un istante.

“Allora, siete pronti che si va a casa?”.

Protestare non è servito a nulla.

“Su, su, lasciate lì tutto che se non ne approfittiamo adesso che è calata la pioggia...”.

Battito di mani nell’androne al di là della porta.

“Dai-dai, correre.”.

Un solo sguardo era stato più che sufficiente per sapere che la cosa sarebbe rimasta tra di voi. E non molto tempo dopo avevi scoperto che non era affatto la pipì ad urgere di schizzar fuori con prepotenza.

 

Frammenti della pubertà.

 

Con la pubertà si è svegliata, notevolmente, ed è sbocciata come una farfalla dalla sua crisalide.

La quinta elementare era finita e passata. L’autunno e l’inverno erano ormai trascorsi. I genitori della Cocca avevano trasferito altrove il domicilio durante l’estate precedente e non frequentavate più nemmeno la stessa scuola. Ma non avete perso i contatti né smesso per nulla di vedervi. Il vostro legame era troppo grande, e la casa di campagna dei nonni rimaneva un luogo familiare, libero e franco, accessibile e comune per entrambi e per chiunque. Inoltre, di tanto in tanto, non mancava l’occasione di condividere insieme piacevolissime e spensierate vacanze in diversi periodi sparsi nel corso dell’anno.

Dapprima e da qualunque prospettiva, Sabrina, continuava a mostrarsi ancora esitante, vergognosa, reticente e tentennante, nonché fifona e timorosa, ma non smetteva di dimostrarsi poi irriducibile e fiduciosa, sorprendente e vulnerabile nel medesimo tempo e si rivelava davvero a te soltanto, apertamente e come non mai prima di allora. Rammenti per un lungo istante in qual modo adorante, venerante, idolatrante, remissivo, sottomesso, arrendevole, docile e asservito, rispettoso e assoggettato, dimesso e soggiogato la sorprendevi a fissarti e rammenti quanto risultasse facilmente contagiabile dal tuo entusiasmo. Con tutta l’ingenuità possibile, si presentava pronta a tutto pur di non darti dispiacere; e quando non riusciva a farti piacere, non poteva che non sentirsi in colpa per questo semplice e sciocco fatto. Ricordi benissimo quell’espressione, contrita e mortificata, così tipica sul suo visetto nella vostra memorabile fanciullezza. In conclusione, studiarvi e riscoprirvi stava diventando una missione santa, un gioco morboso e pazzesco, una vera ossessione reciproca.

Il legame che vi univa figurava onnipresente. Era questi un legame eterno, che dividevate e si sviluppava sin dall’infanzia. Il vostro non era il genere di legame che esiste fra una marionetta e il burattinaio; era un vincolo speciale, sacro. Il vostro legame si traduceva in qualcosa di unico, tanto da rendere spesso inutili le parole: uno sguardo furtivo, un minimo cenno del capo, un fugace sorriso, un’alzata di spalle accennata appena, non occorreva molto altro per comprendervi al volo. I semi della malizia instillata dagli adulti iniziavano a sbocciare ora nel profondo del pensiero e nella sua mente. Riuscivi a leggerglielo sul volto chiaramente, senza sforzo nessunissimo. Emozioni incontrollabili, fantastici e fantasiosi sogni ad occhi aperti, e talvolta passioni assai difficili da gestire, si spandevano e traboccavano da lei ininterrottamente.

I suoi repentini exploit si stavano facendo sempre più frequenti.

 

Il campo-base perdurava negli anni, ma era diventata dimora fissa dei cuginetti meno ciroli e pertanto si rendeva inutilizzabile per la maggior parte del tempo. Il campo due era sorto e crollato nel giro di qualche mese; e sempre di nuovi ne prendevano il posto durante il ciclo di tutte le stagioni successive. Il campo tre era una sorta di spiazzo naturale che richiedeva ben poca manutenzione, invece, per quel che riguardava il quattro e il cinque provvedevate al rapido ripristino nello scorrere di ogni singola e calda estate. Però il più segretissimo rimaneva tuttora il campo sei.

Da un pezzo avevi già finito di mangiare e Sabrina sarebbe arrivata a momenti. Nugoli di rondini volteggiavano nel cielo azzurrissimo, il sole risplendeva come per incanto sulla cima dei numerosi frutteti in fiore, la campagna figurava chiazzata di campi pettinati dolcemente. Razzolando insieme ai polli, nel rusco che si ammucchiava dietro il fienile, alla ricerca dei vari tipi di tesori che talvolta vi è capitato di rinvenire, hai recuperato una scassata e vecchia macchinetta fotografica. Te la sei infilata in tasca. Hai aguzzato le orecchie: qualcosa ha destato la tua attenzione. Il rumore delle ruote di una macchina che sopraggiungeva scarrozzando lungo lo stradone che conduceva costeggiando il canaletto fangoso. Ti sei avviato innanzi a casa.

I nonni abitavano nell’edificio principale che svettava al centro della massiccia costruzione in pietra nuda, una seconda abitazione diroccata si ergeva dallo stesso lato dell’imponente albero che guardava sul fienile, magazzini e garage si protendevano verso lo stradone che laggiù in fondo si diramava a gomito per affiancare il canaletto. La più eccellente delle cuginette stava smontando dal sedile dell’auto, quando, finalmente, hai messo piede nel cortile che si estendeva di fronte alla porta di casa. La Zia Nilla teneva d’occhio un paio di piccolini, che giocavano rincorrendo la palla nel prato, e se ne restava piegata sul finestrino aperto per scambiare alcune chiacchiere con i suoi genitori. Saluti e convenevoli. Quasi subito dopo, Grazia, si raddrizza e la macchina riparte poi in retromarcia. Una miriade di raccomandazioni.

Incroci gli occhi della tua cuginetta e un raggio di luce le brilla sul viso, non avevi mai notato prima il modo in cui i capelli le si arricciolavano sulle spalle. In silenzio e senza parlare, le mostri le cinque dita della mano sinistra e il pollice della destra. Annuisce e ti rivolge un sorriso di tutta comprensione. Il senso del messaggio era stato inequivocabile; ci ritroviamo all’entrata del campo sei. Si gira e scatta di corsa in direzione dei garage. La osservi per un istante: uno scoiattolino in gonna e camicetta, in fuga che correva. Ti volti e ti precipiti dalla parte opposta. Ignorando i latrati eccitati del cane da caccia legato all’albero, raggiri il lato diroccato della costruzione di campagna dei nonni. Ti sei acquattato al riparo del pozzo nell’angolo, hai atteso che Sabrina ti raggiungesse.

“Di qua non c’è nessuno e di là?”.

“No.”.

“Devo farti vedere una cosa che ho trovato, vieni.”.

Hai forzato appena la porta fatiscente che permetteva di entrare dal retro dell’edificio in rovina e cadente, in fretta vi siete intrufolati al suo interno. Fiaschi e damigiane, sedie rotte e cianfrusaglie di tutti i generi si pigiavano sopra e sotto a mobili pericolanti. Ragnatele preistoriche e polvere di secoli appestavano dappertutto, di tutto si presentava cosparso sul pavimento e non un solo centimetro quadrato risultava sgombro. Come sempre, la Cocca ti si stringe al braccio. Hai richiuso la porta sgangherata per quanto possibile. Aiutandola ad avanzare, per puro istinto ti sei fatto largo tra cocci e bottiglie, infine sei riuscito a trascinare entrambi ai piedi dello scalone di legno rinsecchito e screpolato. Evitando gli scalini rotti e marci, e senza reggervi alla ringhiera traballante, vi siete portati al piano superiore. Sapevate che, probabilmente, quello scalone marcescente non avrebbe retto al peso di un adulto e perciò il vostro nascondiglio si dimostrava il migliore custodito; sapevate anche che il posto era quello maggiormente proibito, ma, proprio a causa di questo, si rivelava pure il luogo più adatto per un campo segreto. Neppure il più audace dei cuginetti più grandi e coraggiosi vi si sarebbe spinto nemmeno se invitato.

Il piano superiore era spoglio, le pareti apparivano scalcinate e, gli scuretti scardinati si richiudevano in malo modo o mancavano totalmente, i pavimenti di parecchie stanze si ripiegavano nel mezzo come una grossa pozzanghera asciutta. La prima volta che vi ci siete addentrati, in cerca di avventure che non vi hanno mai tradito, la zona si è svelata sicura e perfetta. Lasciava il privilegio di sbirciare ovunque, attraverso le finestre disastrate, e forniva la minaccia del fascino misterioso di un rifugio di prim’ordine. Stagliata contro la parete come una farfalla su uno spillo, c’era una figuretta terrorizzata che si muoveva mano nella mano con la tua. Strisciando di piatto lungo il muro scrostato e malridotto, avete raggiunto l’ultima camera. L’unica a possedere il pavimento diritto e dall’aspetto palesemente solido e robusto.

Lo scheletro della rete di un lettino arrugginito pareva abbandonato in un angolo, assi scheggiate e fantasmi di stracci sembravano gettate in un altro, due sedie logore e malandate si scorgevano fra voi e la finestra, una cassetta ribaltata per la lunga faceva da tavolino. Decisamente, quella stanza si manifestava il campo più accogliente e funzionale. Ti sei avvicinato alla finestra e lei ti ha seguito spontaneamente. Ti sei premurato di controllare all’esterno e poi hai estratto dalla tasca la macchinetta fotografica per mostrargliela. Le hai raccontato come e dove l’avevi trovata: è rimasta con la bocca spalancata per tutto il tempo, gli occhi fissi sulla scatoletta scassata che tenevi in mano, quasi che le avessi mostrato un gioiello di valore inestimabile.

“Ti va di giocare alla Fotomodella?”.

Il volto le si illumina immediatamente, lo sguardo le si è colmato di scintillante meraviglia.

“Sì!”.

Per sicurezza e con somma cautela, ti sei affacciato nuovamente ai battenti della finestra. Uno scuretto ricordava il disegno di una storica colonna abbattuta, e piegava all’indentro precariamente, il secondo non era in condizioni molto migliori. Per meglio consentire al chiarore di quell’assolato pomeriggio di penetrare più facilmente nella camera, hai scostato ulteriormente il meno peggio di quegli scuretti cigolanti. Ti sei poi diretto al mucchio di vecchie assi affastellate alla rinfusa nell’angolo in fondo della stanza, hai pescato dal mezzo una sportina che butti sulla rete del letto dimenticato alle tue spalle. La Cugina per eccellenza ne estrae una coperta che distende con cura sul letto. Frattanto, ti chini sulle ginocchia e sposti di lato diverse assi, smuovi e rimuovi dal pavimento alcuni mattoni, metti da parte il giornaletto pornografico e raccogli da sotto il voluminoso catalogo di acquisti di abbigliamento per corrispondenza. Ti rialzi e vai a sederti accanto a Sabrina sulla rete del letto ricoperto e rifatto.

Per un po’ avete sfogliato e commentato le pagine del catalogo. Clic, Clic, Clic, Clic, Clic; per un bel po’ siete sprofondati nei recessi del vostro gioco. Lei in piedi, seduta, inginocchiata o sdraiata che cambiava posa incessantemente, e tu che le volteggiavi intorno per immortalarla nella fantasia, inquadrandola da tutte le angolazioni possibili, finché la moda dell’estate non è giunta al termine: vi siete ritrovati nella luce della finestra, seduti sulle sedie instabili e fruste, con il catalogo aperto sul tavolino all’indice della biancheria intima.

“Mi piacerebbe fare queste”.

“Mmh”.

“Lo so che non si può, ci vorrebbe uno dei cosi della Nella”.

“Ce l’ho!”.

“Che cosa?”.

“Sì, insomma, il reggipetto, ce l’ho indosso.”.

“Davvero, veramente?”.

“Sì.”.

“Allora le facciamo.”.

Solo adesso sembra accorgersi e si imporpora sulle guance.

“Vuoi scherzare, mica ti vergognerai?”.

Le hai rivolto un sorriso incoraggiante, e tanto bastava per farle accantonare qualsiasi dubbio.

“No.”.

Solleva il mento e comincia a sbottonarsi il più in alto della fila dei bottoncini sul davanti della camicetta. Poi si slaccia i polsini delle maniche e qualcosa sul di dietro della gonna. Si rialza dalla sedia, e senza farle toccare il polveroso pavimento, si sfila la gonna prima da un piede e poi dall’altro. Indecisa, sceglie di andarla a ripiegare sulla coperta distesa sulla rete del letto. La segui e ti ci siedi sopra, con la scatoletta rotta tra le dita, mentre un groppo ti si stringe nello stomaco. Innocentemente passionale, raddrizza la schiena, finisce di sbottonare la camicetta ed esitante se la toglie. Le innumerevoli corse, e le folli arrampicate della vostra fanciullezza, le hanno forgiato l’aspetto del corpo: la struttura ossea allungata e delicata, la muscolatura solida e levigata. Il cuore ti fa un balzo improvviso che lo porta dalle parti del pomo d’Adamo.

Si era tolta i vestiti del giorno di scuola: ora, davanti a te, indossava soltanto un piccolo reggiseno bianco e gli slip. Avevi l’impressione di non avere mai visto niente di così chiaramente delineato: le spalle rosate dal sole con qualche efelide dorata sulle braccia e sul petto, la curva rosa-arancio del seno sotto la bretellina, i capelli lunghi che le scendevano sulle spalle, come una macchia arricciolata di luce illuminata da dietro, la curva aggraziata delle sue ciglia quando batté gli occhi... Cercasti di non rimanere a bocca aperta come uno sciocco quando passasti lo sguardo sulla curva del suo fianco e sulla coscia piena, sulle caviglie sottili con ancora i calzini bianchi... Si scosta un ciuffo spiraleggiante dalla fronte, spensieratamente, meccanicamente, mette la camicetta sul fagottino della gonna e ti sorride. Un brivido sfrigolante ti si diffonde dagli intestini fin nella corteccia cerebrale.

Riprendere il gioco non è stato facile, però nulla al mondo avrebbe potuto impedirti di saltellarle attorno come il cavalluccio della giostra di un carillon. Clic, Clic, Clic, Clic, Clic; sei rimasto affascinato dal riquadro di schiena formato dal cinturino del suo reggiseno e dalle bretelline, dalla forma arrotondata delle sue scapole all’interno di quello spazio di pelle rosa-arancio, dal serpentello della spina dorsale che si srotolava giù per la sua vita snella; sei rimasto spiazzato dalla cintura di quelle mutandine ridotte che le cingevano il bacino, dalla stoffa candida che le avvolgeva i suoi glutei minuti, dalla linea longiforme delle gambe, dalla curva armoniosa dei polpacci; sei rimasto sconvolto dall’estensione lunga delle cosce, dal triangolo bianco degli slip osservati da vicino, dagli elastici affondati morbosamente nell’inguine, dall’ombreggiatura evidente all’altezza del suo pube; sei rimasto stravolto dall’ombelico incantevole e dal suo ventre liscio, teso ed elastico, dal modo seducente con il quale le sue tettine appena accennate riempivano le coppettine del reggiseno, e dal modo in cui la punta rigida dei suoi capezzoli premeva con forza contro il tessuto che veniva tirato all’insù, mentre si tratteneva i capelli sulla cima della testa con le mani: il pene doleva tremendamente, le palle minacciavano di scoppiare, eppure avresti voluto spingerti oltre dannatamente e furiosamente, quando avete esaurito le immagini da simulare del catalogo. Ti fissava con gli occhi ricolmi di affettuosa benevolenza, con lo sguardo traboccante di ingenua speranza.

Ormai sapevi bene di potere esercitare un tale ascendente su di lei da renderla disponibile a tutto. Un semplice sorriso, una piccola rassicurazione verbale o poco più, e saresti riuscito in qualunque intento, indubbiamente, ma, ormai sapevi anche con certezza quanto fosse fiduciosa e completamente dipendente da qualsiasi tua decisione e (ciononostante) non volevi abusare della sua fiducia incrollabile. Forse, è chiaro che non volevi assolutamente rischiare di incrinare il formidabile rapporto che vi stava legando come una cosa sola sin dall’infanzia. Una manciata di secondi era trascorsa. Ti osservava in silenzio, tentennante e con amore, si stringeva nelle spalle, si mordicchiava il labbro inferiore della bocca, si capisce che qualcosa le rodeva sulla punta della lingua.

Ma non si sarebbe pronunciata se non stimolata.

“Dimmi.”.

“No, insomma, pensavo solamente che, se vuoi, possiamo...”.

Il lamento rumoroso di una macchina scarrozzante che avanza sullo stradone che accompagna il canaletto fin dietro casa vi salta alle orecchie e la interrompe.

“Chi è che arriva?”.

“Credo che sono la mia mamma e il mio papà, che mi sono venuta a portar via”.

Vi fissate negli occhi per un attimo. Recuperi al volo il catalogo dalla cassetta-tavolino, intanto che lei si riveste frettolosamente, rimetti tutto nel nascondiglio e lo riassesti alla buona, ficcate coperta e macchinetta nella sportina e la getti nel mucchio, la prendi per mano e tornate dabbasso con una frustrante cantilena che ti ronza nella mente come un disco rotto. La prossima volta, la prossima volta, la prossima volta, la prossima volta, la prossima volta. Stavate crescendo e vi stavate smaliziando.

 

(2)

 

Non c’era affatto nulla di strano nel vostro comportamento eccessivamente intimo. Basti pensare che sin da sempre, la Cocca, nutriva la paura di ciò che non si vede e da quando avevano iniziato a spegnere le luci e vi avevano confinati ognuno nel proprio lettino, nella stessa camera della Zietta, avevi dovuto stringerle la mano nel buio per rassicurarla, sinché non si addormentava, e lo avevi fatto regolarmente e con piacere fin quasi alla pubertà. Quindi, il vostro morboso bisogno di uno stretto contatto fisico veniva scambiato per innocuo amore fraterno.

Era un sabato sera. La Zia stava trafficando al secchiaio e qualcun altro se ne restava stravaccato sul grosso divano dalla parte opposta. La comoda poltrona nell’angolo vicino alla porta che dava accesso in cucina, invece, figurava spesso come il ritaglio di spazio di un nido tutto per voi. Il tavolo al centro della stanza risultava un po’ troppo ingombrante, per ottenere una visione ottimale, ma andava bene lo stesso. Alla televisione trasmettevano un film di paura che ci tenevi a vedere e, naturalmente, se lo volevi vedere tu, lo voleva vedere anche lei.

Un gomito rimaneva poggiato sul bracciolo destro della poltrona e con la palma della mano ti sostenevi la testa pesantemente, mentre le gambe rimanevano gettate in direzione della porta a cavallo del secondo bracciolo. Sabrina, presentandosi nel suo migliore pigiamino rosa, seduta e raggomitolata nella protezione del tuo grembo, si stringeva al mento le ginocchia con le braccia. Si faceva piccola-piccola contro di te, abitualmente, quando solo qualcosa la turbava appena, e si faceva ancor più piccina sul tuo petto quando l’audio del televisore diventava inquietante o spaventoso. Rammenti il gesto di come, subito e per istinto, si chiudeva gli occhi per nascondersi la faccia nelle mani di continuo. Sostanzialmente, non deve avere visto nemmeno un quinto del film, peraltro neanche tanto pauroso, pubblicità compresa; nel frattempo, e in apparenza con fare distratto, non lesinavi di carezzare la seta arricciolata dei suoi capelli castani-biondi con le dita libere della mano sinistra. Ora della fine della serata ti si era annidata talmente addosso da farti dolere le costole, però, almeno da che ricordi con chiarezza, la stretta vicinanza del suo corpicino allungato non è mai stata una vera scocciatura da sopportare. Inoltre, già sin dalla tarda fanciullezza, l’esile corporatura della sua morbida figuretta dimostrava tenere sembianze che meritavano di essere sfiorate in tutti i modi possibili.

Infine quella sera era trascorsa.

“Forza, adesso in bagno e poi di fila a letto!”.

Tre lettini occupavano la camerata della Nella. In origine si manifestava la stanza delle sorelle, ma, al momento, il lettino della Zietta veniva adoperato dal cirolo di un cuginetto che sonnecchiava profondamente, gli altri due erano ormai di diritto il tuo e quello della Cugina per eccellenza. Una lunga testata a cassettoni collegava i lettini e comodini applicati li distanziavano. Il cuginetto dormiva della grossa, restando accovacciato nel giaciglio più in fondo, immobile e girato verso il muro, tu e Sabrina vi eravate coricati da meno di un minuto: tu nel tuo posto di mezzo e lei nel suo accanto alla porta. Avevi come percepito il peso di uno sguardo mortificato che ti cercava, ti sei voltato sul cuscino per guardarla. Infatti, una sagoma infagottata nelle coperte ti fissava ammutolita e tesa, aveva gli occhi cupi e spaventati, sembrava uno scoiattolo terrorizzato nella forte penombra della camera da letto.

“Cosa c’è?”.

Le hai chiesto in un bisbiglio, e con tono dimesso ti ha risposto in un’altra domanda.

“Mi dai la mano?”.

Lo immaginavi. Hai incrociato le sue dita a metà strada fra i vostri letti. Un bagliore fioco filtrava dalla porta lasciata in spiffero apposta, un esiguo riquadro di stelle scintillava dalle tendine tirate della sola finestra, il respiro pesante del cirolo acciambellato nel letto della Nella si manteneva lento e regolare, il tocco della presa della tua cuginetta si rilassava progressivamente, intanto pensieri impuri tornavano a galleggiare nella mente e ti tenevano ardente compagnia. Una calda mezz’oretta era passata. Il film dimenticato. La sua piccola mano delicata ancora cinta nella tua.

Leggero frusciare di lenzuola. Ti si sono drizzate le antenne immediatamente. Sospetti ciò che poteva significare e in un istante frammenti di impressioni riprendono ad affiorare in superficie, ti senti riportare indietro. Risale e riaffiora a galla il ricordo di come si masturbava spesso, e in qualsiasi occasione, con l’innocenza dell’infanzia, ogni qualvolta gliene venisse voglia; in nessun modo potrai dimenticare il succo di quell’episodio lontanissimo in cui avevi cercato di chiederle spiegazioni: non ti scorderai di come si trastullava con indifferenza, innocentemente, per il solo fatto che le dava piacere, e senza prestare la minima malizia al fatto che tu ti trovavi lì con lei nel letto. Trattieni il respiro. Un brivido ti si diparte dalla spina dorsale, come nevischio disciolto lungo la vetrata di una finestra. Le sue dita si sono contratte piano nelle tue e qualcosa raddoppia le sue dimensioni già non indifferenti.

Frusciare lieve e costante. Intrufoli una mano nelle mutande. Silenzio. Il pene ritto e dolorante. Una nuova contrazione di quelle dita vellutate ti raggiunge. Ricambi debolmente. Rumore di una testa che ruota sul cuscino. Volgi lo sguardo alla tua destra. Gli occhi le rilucevano nella semioscurità della stanza. Silenzio. Qualcosa fa una capriola nella pancia, qualcos’altro ti si avvita nelle budella. Una sinfonia leggerissima di seta di lenzuola fruscianti prende vita in un concerto melodioso dal suo letto. Ti osserva esitante. Contrazioni delle dita. Brancicando nel buio più assoluto, incominci a muovere la mano istintivamente. Occhi che luccicano nella penombra irrequieta e densa. Il coro rumoreggiante della vostra musica che sussurra tutt’intorno, aumenta e si espande, cresce e si innalza, infittisce e si eleva di un ottava frenetica.

L’aria crepita di energia erotica, che ti avvolge e circonda, che ti spinge e possiede, ti senti accendere i nervi come lampade al neon. Sacri misteri vaginali impazzano nel cervello come Demoni furibondi, quasi non senti il contatto della mano che scivola come mercurio sull’asta possessa, frattanto correnti dell’ignoto fluttuano nel sangue in riflessi adombrati, un desiderio anelante ti pompa adrenalina direttamente nelle vene, una ciclopica sensazione di strozzo ti coglie nel cuore e rapida si diffonde nelle viscere, un’emozione totalizzante ti paralizza braccia e gambe; percepisci a malapena la sua dolce manina sudaticcia irrigidirsi in spasmi silenziosi nella tua, una smania trascinante ti offusca la ragione e la coscienza, uno tsunami di ormoni incontrollabili ti si scatena nella bocca del profondo dell’inconscio e del ventre, l’anima si riversa nelle palle e si incanala nell’Io dell’esistenza e la vedi e la senti schizzare e scoppiare nel fuoco d’artificio del big bang dell’universo e della Galassia. Rimani annichilito, svuotato, disteso supino sul letto per diversi minuti. La sua mano scivolosa e caldissima sempre cinta nella tua di nuovo lievemente.

Lasciando la porta spalancata per la Cocca, affinché la luce della camera precedente inondasse sul suo letto, sei ritornato in bagno. Che strano! Una schiumina, bianca e pannosa, baluginava appena sulla punta della testa del tuo pisello non completamente raggrinzito. Sapevi che prima o poi sarebbe successo, e qualche vano tentativo lo avevi perfino già compiuto, ovviamente, però, vista e considerata l’enormità della faccenda, avresti giurato di aver zampillato molta più roba. Quella stessa notte hai avuto la tua prima polluzione notturna.

 

(3)

 

Ne avete costruiti moltissimi, di rifugi, nel corso del tempo; il campo-base rimane nel fienile, mentre il due e successivi sorgono all’esterno, dove la legna viene accatastata durante le stagioni della potatura, i campi tre e quattro sono raggiungibili dai sentieri del canneto, il cinque invece no, il sei è quello che si trova al piano di sopra dell’edificio diroccato che si erge a lato della casa di campagna dei nonni. Numerosi altri sono nati e caduti negli anni. In aggiunta, l’immaginazione e la fantasia non vi è mai mancata; e nel tempo la sua fantasia si è sviluppata non meno della tua.

Un altro tedioso giorno di scuola se ne era andato. Sabrina aveva già mangiato in precedenza e tu stavi finendo. La Zia trafficava ai fornelli e la Cugina per eccellenza ti sedeva di fronte. Intorno, qualche cuginetto si presentava intento a seguire chiassosi cartoni animati alla televisione. Dall’altra parte del tavolo, alcuni adulti se ne restavano persi nelle loro chiacchiere sul divano. Sollevi l’attenzione dal piatto, per prendere il bicchiere. La ritrovi come a guardarti con gli occhioni di un micio adorante che osserva il suo padroncino con amore incondizionato e venerante. Accenna un sorriso beato, e subito distoglie lo sguardo. Sorridendole di rimando, accantoni gli avanzi degli ultimi bocconi. Il tramestio di pentole e padelle, che si indaffarava alle tue spalle senza tregua, si interrompe e la voce della Nilla ti precede di un soffio.

“Hai mangiato abbastanza?”.

“Sì.”.

“Vuoi qualcosa ancora?”.

“No, sono a posto.”.

Spingi indietro la sedia e ti alzi, e via alle sue solite raccomandazioni. Circospetti, così vi avvicinate alla soglia della cucina e incroci il brillio degli occhi della Cocca con curiosità. Ti guardava con un timido sorriso fregiato sulle labbra, si capiva che macinava qualcosa sotto la pelle.

“Cosa ti va di fare?”.

Un po’ la scorgi imporporare sulle guance. Indecisa e tentennante, abbassa il mento e poi ti mostra quattro dita della mano destra. Annuisci e le sorridi, un istante e scattate fuori dalla porta come gatti scoiattolanti. Oltrepassate l’androne principale, che va collegando le stanze del pianterreno, e come la fucilata di uno sparo siete all’aperto. Il campo quattro l’obiettivo da conquistare. Non ricordi di esserti mai diretto con lei in nessun posto se non di corsa, e l’abitudine a tentar di evitare che si facesse male si era fatta qualcosa di consueto, nello scorrere della vostra fanciullezza, perciò le hai cercato la mano per guidarla e sorreggerla. Gli occhi stracolmi di sogni e speranza: una leggiadra farfalla che ti volava al fianco. Schizzate come schegge al di là della cuccia del cane da caccia, che abbaiava e tirava la catena, costeggiando il cumolo di rami che si affastellava disordinatamente.

“Buono, Ciack!”.

Raggiungete in un attimo l’entrata dei sentieri zigzaganti del canneto invadente che soffocava tutta la sponda al di qua dell’albero centrale. Ovviamente, quella si dichiarava per voi una zona vietata, perlomeno se non in presenza della Zietta, ma, insieme, eravate già più che curiosi e avventurosi, ingegnosi e fantasiosi, estremamente operosi, laboriosi, intuitivi, inventivi, alquanto di più che reciprocamente curiosi e spontanei, oltremodo coraggiosi, inarrestabili, e nulla al mondo avrebbe potuto frustrare l’istinto formidabile che ormai vi accomunava strettamente. Imboccate il tortuoso percorso che andava addentrandosi nel fitto del canneto labirintico. Mantenendovi a debita distanza dal sentiero che si apriva a ventaglio sullo specchio oleoso del macero in disuso, procedete a zigzag fra le mura parallele delle canne che svettavano altissime. Superati parecchi incroci criptici, svoltate sulle tracce nascoste che conducevano nel primo spazio spianato sotto il cielo. Infine siete sbucati nel campo quattro, uno degli spiazzi più introvabili.

I caldi raggi del sole piovevano quasi perpendicolari nello spiazzo ovale, un alito di brezza increspava appena il tetto delle canne, la volta del pomeriggio risplendeva di un meraviglioso celeste nontiscordardimé, piccolissime macchioline nere di rondini si stagliavano contro i batuffoli bianchi delle nuvole, il gracidio delle rane figurava come un richiamo costante, lo spirito benigno della campagna frusciava sul crine dei campi e sulle chiome addobbate dei frutteti. Percorri a passo di marcia il perimetro delle mura di cinta del canneto, per ostacolare la natura che, anno dopo anno, tentava invano di riappropriarsi del terreno circostante. Sabrina, la tua cuginetta, ti aspettava immobile al centro di quello spazio erboso.

“E allora, che cosa avevi in mente?”.

“Mmh”.

“Coraggio.”.

“Ecco, io, pensavo...”.

Silenzio. Si fissava i piedi, esitante e reticente, si crogiolava nell’incertezza. Porpora sulle guance. Forse, è chiaro che aveva una sorta di segreto da confessare. Un guaio di scuola? Un brutto sogno che riteneva stupido? O cosa?

“Lo sai che puoi dirmi tutto.”.

Le allunghi un sorriso incoraggiante, e con noncuranza ci aggiungi un’alzata di spalle.

“No, niente... pensavo solo che, sì, insomma...”.

Si avvicina ulteriormente, si sfila la maglietta dalla testa, si scrolla ciuffi spiraleggianti dagli occhi. Capelli arricciolati nella luce del vento. Lo stomaco ti si chiude immediatamente. Si direbbe indugiare prima di riprendere, ferma e diritta in gonna e reggipetto, puoi distinguere anche meglio il rossore sulle sue guance e sul suo collo. La postura irrigidita, la voce un sussurro, il respiro leggero, la maglietta penzolante sul fianco.

“Pensavo che possiamo... guardarci...”.

Si avvicina ancora; avresti potuto abbracciarla, se le tue braccia non si fossero rifiutate di muoversi. Ti passa la punta della mano fresca sulla guancia rovente. Il calore del suo viso si avvicina ancora; ti sei accorto che ti diceva qualcosa.

“Come?”.

Chiedi, e subito ti penti d’aver parlato troppo forte. Per un momento raddrizza la testa e tende le orecchie sensibili, si paralizza e pare in procinto di spezzarsi come una statuetta di cristallo fragilissimo, e solamente poi sembra rilassarsi un poco. Adesso, il respiro della Cocca riusciva davvero impercettibile.

“Dicevo... che se ti togli la maglia, ecco, insomma, anche io mi posso togliere qualche cosa d’altro”.

Recuperi l’uso delle braccia e ti sbarazzi della maglietta in un lampo.

“Adesso tocca a me”.

Bisbigliava in un filo di voce, frattanto che si piega sulle ginocchia per distendere la sua maglietta sull’erba. Eri sicuro che si volesse levare di dosso le scarpe, o magari la gonna quando la vedi rialzarsi, ma si porta le mani dietro la schiena e (con un gesto che, per la sua stranezza e la sua femminilità ti fece rimanere senza fiato) si sbottona il reggiseno, che cadde a terra in mezzo a voi. Non riesci affatto a evitar di guardare in basso, e noti che Sabrina aveva gli occhi chiusi o socchiusi e che batteva le lunghe ciglia frangiate. I suoi seni erano morbidi e di un rosa-arancio piuttosto omogeneo, le areole non s’erano ancora indurite. Con un braccio, la Cugina per eccellenza si copre i piccoli seni rotondi, come per un pudore improvviso, e solleva il viso e la testa verso di te. Con un giramento di testa, comprendi che intendeva baciarti, e che tu avresti dovuto restituire il bacio, ma che avevi la bocca e le labbra asciutte come pezzi di legna secca. Sabrina accosta le labbra alle tue, tira indietro la testa e ti guarda con aria interrogativa, poi ti bacia di nuovo. Senti le sue labbra umide, senti il profumo del suo respiro sulla lingua, percepisci l’intensità e l’affanno, quasi come se i ricordi fossero tuttora in fase di sviluppo.

Il calore sorto tra voi, l’abbraccio e il bacio che pareva continuare per sempre, l’eccitazione provata nelle viscere, l’irrigidimento contro gli slip e la cerniera dei jeans, l’enormità dell’eccitazione che Sabrina ti restituiva con piccoli movimenti dei fianchi e delle cosce: tutto questo apparteneva a un universo assai diverso da quello delle fantasie e dei peccati solitari di cui spesso, ormai e senza scampo, di frequente ti macchiavi nella penombra della camera da letto. Era un’esperienza completamente diversa da ogni altra, e lo avevi compreso con una parte della coscienza, mentre ogni tuo pensiero era sommerso dalle nuove sensazioni che ti giungevano e mentre, dopo avere interrotto per un istante il bacio (molto poco romanticamente) per riprendere fiato, e avere di nuovo accostato le labbra alle sue, Sabrina ti appoggiava la mano sul petto e ti accarezzava e tu le passavi le dita sulla perfetta curva della schiena e delle reni, sulle piccole scapole arrotondate. Vi inginocchiaste sul cuscino dell’erba verdissima, senza perdere il contatto. Quando il bacio s’interruppe per un secondo, riesci persino a ricordare che la tua cuginetta ansimava piano, e ti meravigliasti della bellezza della curva con cui la guancia le si univa al collo e al mento. Ricordi la pressione del suo corpo contro la pelle e capisci che non c’era mai stato nulla, in tutta la tua vita precedente, a prepararti per un’emozione come quella, tanto intensa da darti il capogiro. Poi ricordi il solletico dei suoi capelli spiraleggianti sulle labbra, li spingesti delicatamente di lato e apristi gli occhi.

“Aspetta...”.

Rimani ammaliato nell’osservarla. I capelli scompigliati, gli occhi speranzosi, il sorriso sognante, il musetto da scoiattolo, l’ovetto del mento, l’essenza vulnerabile del suo aspetto, e le puntine rosee dei suoi capezzoli. Le porgi le mani, quindi, afferrandola per le piccole mani carezzevoli l’aiuti a tirarsi su. Raccogli magliette e reggipetto da terra, ti dirigi nel punto più distante dallo sbocco di quel sentierino nascosto che vi ha dato adito allo spiazzo ovale. Scosti una bracciata di canne dalla parete della muraglia altissima che vi circondava frusciando e le fai cenno di raggiungerti e passare.

“Vieni!”.

L’aiuti a transitare dall’altra parte e le dici di aspettare ancora. Ti sposti di un metro circa, per non lasciare segni del passaggio di nessuno, ti crei un minimo varco e ci passi attraverso. Vi ritrovate sulle tracce di un percorso poco battuto, che si affianca per tutta l’estensione del campo quattro. Aprendole la strada, per facilitarle il cammino, vi addentrate nel vivo del folto del canneto. Siete poi arrivati. Le orme vaghe del percorso a malapena abbozzato continuano, per concludersi in seguito in un vicolo cieco e tronco, però, voi sapete con precisione dopo quanti svincoli cercare il determinato segnale che sarebbe spiccato anonimo per chicchessia. Infatti, ancora pochi passi e, sulla destra, semi ricoperto dalla fitta vegetazione, intravvedete un masso largo e piatto. Un grande sasso muschioso, assolutamente identico a ciascuno di quelli che rimangono disseminati dappertutto lungo le sponde del macero. Vi fermate e voltate sulla sinistra. Le divarichi un nuovo passaggio e la fai saltellare oltre. Ti mantiene dischiuso il grosso fascio di canne e la imiti con un facile balzello. Penetrate in uno spazio circolare, di non vaste dimensioni (un pozzo luminoso che, aprendosi in verticale come un paletto conficcato nel cuore del canneto, utilizzate di tanto in tanto per coricarvi e scambiarvi storie e segreti sotto il cielo); il campo cinque, il più introvabile dei tre. Depositi al suolo gli indumenti. Ti porti davanti a lei e le sfiori le spalle e le braccia.

“Vuoi che andiamo avanti?”.

“Ecco, sì.”.

Ti allontani un poco e ti cavi le scarpe, e lei fa lo stesso. Ti sfili i jeans e lei si toglie la gonna. Ti levi calzini e mutande e con la coda dell’occhio la vedi fare altrettanto. Ti siedi e ti accucci sullo strato erboso, soffice e cedevole al tatto delle dita, ritirandoti, sprofondando, nell’osservarla radunare e ripiegare con cura tutti i vostri vestiti. Resti impietrito, smarrito e più che mai confuso sul bilico dell’orlo fra passato e presente. Le hai visto bene le tettine nude, rammenti, e erano piccole e tonde con una puntina rosa, e alla base del ventre, rammenti, aveva quel mucchietto di peli castani-biondi, una cosa che non avevi mai visto bene così da vicino, e poi ti ha voltato la schiena e hai visto il suo culo, rammenti, le più splendide e dolci e paffute e arancio-rosa chiappe che avessi mai osservato, con quelle incantevoli fossette proprio in cima, e in mezzo quella deliziosa fessura ombreggiata che... Un brivido freddo come ferro ghiacciato ti scuote fin nel profondo, e un altro giro di vite ti si strizza nelle budella.

L’hai vista crogiolarsi nell’indecisione per brevi momenti, l’hai vista persistere nell’insicurezza ancora, nell’immediato dopo ha contraccambiato il tuo sorriso con entusiasmo e in fretta e con slancio è venuta a sdraiarsi al tuo fianco. Le passi la palma di una mano sulla pelle vellutata del corpo allungato e morbido, ti intrattieni a massaggiarle la sottile peluria sulla montagnetta del ventre, con le labbra le baci le labbra del volto. Ipereccitata, altamente emozionale, nel pieno del fuoco della passione, la senti ricambiare con istintivo trasporto e delicatezza innata. Senti il tocco urticante connaturato nelle sue dita scivolare e strusciarti addosso dolcemente. Ricordi tuttora la carezza del monticello arricciolato di venere. Senti ancora il tocco della mano stretta sul tuo membro. Il movimento deciso del polso all’altezza delle gambe. Il contatto umido delle sue sporgenze intime sotto i polpastrelli. Capriole nella pancia. Affondi la lingua nella sua tenera bocca dischiusa, e la senti irrigidirsi e sciogliersi in spasmi irregolari e silenziosi, qualcosa di colloso ti riscalda le dita della mano che accarezza: un formicolio si impadronisce di te, paralizzandoti braccia, gambe e cervello. In abbondanza le hai schizzato e zampillato tra le dita della mano che stringe.

Era già molto di più di una semplice alleata; era un’accolita preziosissima, un’adepta da proteggere, una proselita da motivare, una discepola da condurre, una devota fida e leale, una seguace fiduciosa e disponibile, e con il tempo sarebbe diventata una complice perfetta. Vi siete ripuliti le mani sull’erba e siete rimasti un pezzo distesi al sole per smaltire i residui dell’imbarazzo transitorio che era sopraggiunto inaspettatamente. Da allora, non ci sono più stati veri limiti e lei si è rivelata in tutto il suo splendore. Accogliente e spensierata, sorprendente e fantasiosa, innocentemente spudorata, ingenuamente trasognata, piacevolmente svagata e morbosamente interessata e interessante. La compagna idilliaca con cui affrontare le necessità insite nei disagi della preadolescenza.

 

Frammenti della preadolescenza.

 

Ormai, il vostro legame andava molto al di là del comune senso del pudore.

 

Era un bel giorno di fine primavera e le scuole avevano chiuso i battenti per le consuete vacanze estive.

La spiaggia si presentava gremita di gente, il mare figurava placido e tranquillo; il cielo era velato da uno strato di nuvole sottile e vaporoso, destinato a dissolversi sotto il caldo del pomeriggio. La pelle del corpo della Cocca risaltava sempre più rosata nel riverbero della luce del sole, i suoi capelli si schiarivano nel riflesso della salsedine: ora, più che alla leggera sfumatura di un castano chiarissimo, la chioma spiraleggiante della sua testa arricciolata si avvicinava alquanto alla tinta di un biondo neanche particolarmente scuro. La sua figuretta in costume da bagno era... era armoniosa e piacevole.

Sabrina, la tua cuginetta, si dimostrava davvero incantevole. Riusciva così palesemente adorabile che, talvolta, non potevi evitare di risultarne perfino un tantino geloso. Che assurdità! Forse, è chiaro che non aveva occhi se non per te. Quella stessa mattina, ad esempio, un paio di ragazzini più grandi di voi di qualche anno, che da giorni facevano di tutto pur di attirare l’attenzione dall’ombrellone accanto al vostro, avevano raccolto il coraggio per avvicinarsi e regalarle un braccialetto di perline colorate. Lei aveva ringraziato e rivolto loro un sorriso gentile, ma non aveva nemmeno lontanamente mostrato la gioia di quando più tardi le avevi dato una semplice conchiglia, rosea-perlacea e luccicante, che avevi trovato sul bagnasciuga. Peraltro, tu stesso iniziavi a sviluppare un certo interesse a riguardo della Zia e della Zietta.

Sabrina, la Cugina per eccellenza, ti cingeva e stringeva il polso sinistro con una mano e il fianco destro con l’altra. Non ha mai imparato a nuotare e, anche se con il tempo ha perlopiù superato la paura dell’acqua, da allora, da quella volta in riva al macero, conserva e mantiene tuttora una certa diffidenza nei confronti dell’acqua appena un po’ troppo alta e fonda; perciò, seppure bastasse la tua vicinanza, e magari il contatto di una mano, per renderla capace di oltrepassare qualunque paura o difficoltà, la cintola della vita rimaneva il limite massimo per l’equilibrio della sua fragile tranquillità. Il materassino gonfiabile ondeggiava pigramente sotto il peso dei gomiti, mentre, lasciandovi trasportare dal lento moto ondulatorio del riflusso della marea, vi ci appoggiavate sopra e di traverso. Alle spalle l’orizzonte e di fronte la spiaggia.

Disteso a pancia in giù sulla sabbia della riva si scorgeva il corpicino flessuoso della Nella, in piedi sulla battigia si vedevano le curve serpeggianti della Nilla che teneva d’occhio diversi nanerottoli che giocavano laddove la spuma delle onde si infrangeva con calma sulla zona scura del confine limitrofo del bagnasciuga. Faticavi a distogliere lo sguardo dalla prima alla seconda. Graziella, indossava un tanga talmente ridotto che per un niente lo si sarebbe potuto definire fuorilegge e distrarre l’attenzione dalla linea, morbida ed elegante, delle sue natiche veniva difficile. Grazia, invece, portava un costumino per forza di cose appariscente e si tratteneva le mani sul bacino: distaccare gli occhi dal décolleté delle sue bocce rigonfie, che tendevano allo stremo le cuciture della parte superiore del due pezzi che vestiva, era quasi impossibile. Restavi a tal punto preso e smarrito, in contemplazione e diviso, tra queste e numerose altre bellezze profuse sulla spiaggia, che non ti sei neppure accorto di quando, Sabrina, si è puntellata e piegata sulle gambe per mollarti il fianco e sprofondare.

Qualcosa di insistente ti sfiora il davanti del costume da bagno. Ti raddrizzi sulle gambe e ti paralizzi immediatamente. Dita esitanti si fanno largo sulla base del ventre e ti accarezzano il membro divenuto febbricitante. Ti giri all’improvviso per guardarla e chiederle cosa, però, il sorriso che apparve sul suo volto era come un sole che incendia le nuvole, e avresti voluto tagliarti e mangiarti la lingua. Qualunque forma di protesta si è dissipata all’istante. Una mano calda nell’acqua fredda ti si chiude sull’asta, brividi congelanti si dipartono dall’inguine e si diffondono lungo tutta la spina dorsale.

Intrecci le dita della mano libera con quelle della sua mano sinistra, le dita della sua destra rafforzano la presa e cominciano a menare sotto il pelo dell’acqua. Volgi intorno lo sguardo. Da un lato e ad alcuni metri di distanza, diversi giovani urlavano e si lanciavano un grande e grosso pallone sgargiante. Dall’altro, persone di ogni fatta passavano o si intrattenevano nei dintorni divertiti e sguazzando. Sulla riva della spiaggia, ciroli e nanerottoli gridavano e giocavano, molto chiassosamente, entro il raggio d’azione degli occhi vigili delle molteplici versioni di mammine seminude in modo accattivante e parecchio seducente. Dietro, beh, dietro non aveva nessuna importanza. Ti adagi di petto sul materassino facendoti cullare e condurre. Tac-tac, Tac-tac, Tac-tac, Tac-tac, Tac-tac; il movimento del polso, la stretta delle dita, lo scivolo della palma, il calore della mano, il gelo dell’acqua sul filetto e sul glande: ti sei irrigidito e, ignorato e in silenzio, abbondantemente e senza ritegno, hai schizzato nei flutti di quel mare sconfinato e verde-azzurro.

 

(2)

 

Già durante il pranzo le nuvole iniziavano a stringere il loro cerchio scivolando nel cielo, di tanto in tanto nascondevano il sole sfiorandolo svelte e gettavano lunghe ombre che risaltavano sulla spiaggia e rendevano scure le onde. Sabrina, ormai come d’abitudine stava aiutando a sparecchiare e tu non lesinavi di cooperare. Dopo alcune giornate intense di mare le spirali arricciolate dei suoi capelli sfumavano in una calda tinta assai simile al biondo di un campo di grano maturo per il raccolto; frattanto la pelle della sua delicata carnagione aveva assunto il colorito di un acceso arancio-rosa e qualche piccola efelide adesso bruna le spiccava ancor più scura sull’incarnato di velluto delle braccia e del petto. Hai messo nel lavello l’ultimo bicchiere e subito ti è venuta incontro sorridendo e porgendo le mani in avanti, con una beata espressione sognante fregiata sul viso gentile e cordiale, quando, mentre avanzi nella sua direzione, d’un tratto cogli un brillio fugace di curiosità istoriata nel suo sguardo eloquente e speranzoso: non è mai la prima a parlare, aspetta sempre che le si rivolga prima la parola e lo sai benissimo. Dunque, le hai afferrato e stretto le dita delle mani che protende verso di te.

“Ti va di fare un giro?”.

“Sì.”.

I lineamenti le si sono illuminati in un ampio sorriso, riconosci la gratitudine e qualcos’altro che le si agita nella testolina.

“Non allontanatevi troppo che tra un po’ vien giù il finimondo!”.

“Non c’è problema, se viene a piovere ci rifugiamo al bar.”.

Naturalmente, più di così non avreste potuto allontanarvi dalla zona del bar del villaggio. Mano nella mano, in costume da bagno e maglietta, camminavate scalzi sulla riva della spiaggia. Un bizzarro gruppo di scogli che si ergeva laggiù in fondo, dove qualcuno solitamente tendeva a radunarsi per i tuffi, faceva da tappa simbolica di andata e ritorno. La schiuma delle onde imperversava e si accaniva ai vostri piedi, il paesaggio della sabbia vorticante appariva deserto. Da una parte si scorgeva il mare che minacciava forte burrasca, dall’altra spaziava la spiaggia solitaria e circostante. Le nuvole strinsero le fila e velarono il cielo; la temperatura si abbassò di colpo e l’orizzonte si fece più scuro. Avete accelerato il passo di buon grado.

Il soffitto cupo di quel giorno si mostrava sempre più buio e ribolliva come acciaio fuso. A livello del suolo soffiava solo una lieve brezza, ma forti venti si stavano agitando in alto: le nubi da temporale, nere e imponenti, venivano sospinte implacabili contro la riva. Cavalloni ululanti rotolavano contro di voi, come condotti in battaglia da spettri volanti, come con furia spronati dai quattro cavalieri dell’apocalisse, nuvoloni densi di fumo oscuravano dappertutto. Piccoli mulinelli increspavano la superficie della sabbia, i lampi impazzavano ora lungo i ventri delle nubi. La ferita del cielo si aprì, e una pioggia fredda cominciò a battere sulle vostre teste. Di corsa avete coperto la distanza che vi mancava dalla fine della battigia.

Goccioloni d’acqua pulita vi inzuppavano maglietta e capelli, mentre risalivate il sentiero della duna degli scogli che delineavano il limite estremo del bagnasciuga. Discendete gli scalini intagliati che si addentrano nel profondo della scogliera, per trovar riparo sotto la volta scavata nell’antro roccioso. Dabbasso le onde si infrangevano sulla scalinata che sboccava direttamente nei flutti del mare, lacrime di pioggia si raccoglievano nel rivoletto liquido che serpeggiava al centro degli scalini. Vi siete fermati e seduti appena all’asciutto, e la Cocca tremava vistosamente.

“Via le magliette sennò ci prendiamo un malanno.”.

L’hai cinta per le spalle, e poi te la sei stretta addosso per riscaldarla.

“Va meglio?”.

“Sì.”.

L’aria non era affatto gelida.

“Perché comunque sei voluta venire qui?”.

Solleva il visetto adorabile e ti fissa negli occhi.

“Ecco, io, vorrei...”.

Senti la sua mano, più leggera delle ali di una farfalla, ravviare all’indietro i tuoi capelli bagnati per scoprire la pelle dietro l’orecchio, posarvi le labbra per continuare sussurrando in un batuffolo di voce.

“Ecco, insomma, mi piacerebbe, mi fai vedere che schizza?”.

Arretra piano con la testa e ti osserva. Le budella ti si avvitano immediatamente, le terminazioni nervose sembrano andare in corto circuito e scoppiettare. Le labbra dischiuse, una strisciolina di denti bianchissimi. Deglutisci faticosamente.

“OK”.

Si alza e si siede pochi gradini più in basso. La luce che ti giunge dalla schiena si dipinge con candore sul suo viso. Ti accarezza le gambe con la punta dei polpastrelli, delicatamente, dolcemente, con le dita della destra ti allarga l’elastico del costume e con la mano sinistra te lo prende fuori. Il musetto da scoiattolo si arriccia all’insù e la bocca si apre lievemente, enfatizzando a dismisura l’aria di stupore eterno che l’avvolge e circonda. La tensione risultava quasi tangibile e ti bruciava sulla pelle come acido, in una lenta tortura agonizzante. C’è stato uno scambio di mani; con la sinistra ti abbassa il costume da bagno, meccanicamente, morbosamente, con quella destra incomincia a muoversi in modo esitante sull’asta: una palma si chiude sui genitali, la seconda scivola come ortica sul membro eretto rabbiosamente. Le sue tenere labbra a meno di dieci centimetri dal glande tumido, il calore del suo respiro sulla pellicina sensibile del filetto. Allunghi le radici nodose delle dita per sfilarle una tettina polposa da una coppettina del reggipetto del costume che indossa. Senza nessun freno inibitore... con una mano ti masturbava febbrilmente, quasi dolorosamente, con quell’altra si trastullava... si trastullava fra le gambe. La sua tettina pongosa nella mano, il semino di un capezzolo turgido conficcato nella palma. Lo stomaco era rimasto al punto di partenza, ma l’adrenalina era in circolo, la sentivi pungere nelle vene. Si mordicchia il labbro inferiore, socchiude la bocca, un gemito improvviso le sfugge sommesso dalla gola, una gocciolina di saliva le luccica sul velo delle labbra, sbatte le lunghe ciglia una-due-tre volte in rapida successione e la senti e la vedi disfarsi in silenzio in spasmi incontrollabili. Lasci sfrenare le contrazioni del ventre e il primo filamento pannoso le schizza sull’arco delle sopracciglia, sul diritto del nasino grazioso, sulla porpora di una guancia paffutina e minuta; ti resta a malapena il tempo di cogliere l’espressione esterrefatta del suo faccino benevolo e meravigliato; il secondo fiotto vitale la imbratta nell’arricciolamento dei capelli spiraleggianti, mentre lei scatta all’indietro: d’istinto la trattieni con forza dal polso per impedirle di cadere giù dalle scale mentre il resto della linfa si spreca nel vuoto. Vi siete ripuliti nell’acqua salmastra e avete rimandato il momento di tornare al bungalow del villaggio, sin quando non ha smesso di piovere.

 

(3)

 

Dapprincipio e fin da allora, sin da piccola-piccola, Sabrina, ha mostrato di rivelarsi solo tendenzialmente timidina e assai poco eloquente a parole (mentre tu, invece, non hai mancato una sola occasione per dimostrarti straordinariamente comprensivo e protettivo nei suoi confronti); particolarmente eloquente non lo è mai diventata comunque, ma, dal piccolo mostriciattolo poco loquace dell’infanzia, che rispondeva quasi esclusivamente per monosillabi, nel corso della fanciullezza qualche passettino in avanti lo ha poi fatto. I capelli, di un biondo grano caldo e luminoso, si arricciolavano in spirali molleggianti che le rimbalzavano sulle spalle, e la tinta dell’abbronzatura della sua pelle arrossata dai primi giorni di sole aveva assunto l’accesa sfumatura di un rosa-dorato intenso, verso la fine della vostra spensierata vacanza di primavera. In ogni modo, già da un po’ non si rendeva necessario parlare per comprendervi alla perfezione.

Era tardo pomeriggio, anzi, era quasi sera. Con le ciabatte in una mano e le dita intrecciate saldamente, scansando di tanto in tanto i molteplici viandanti che venivano controcorrente, passeggiavate sull’orlo dell’acqua lungo la battigia. L’odore di salsedine impregnato nell’aria frizzante, il tramonto roseo e oro, la palla infuocata del giorno che fluttuava pigramente sul riverbero rosso rubino della linea tremolante dell’orizzonte. Sabrina, la più adorabile delle cugine, si dipingeva come un incanto per l’anima nell’avanzare al tuo fianco come una farfalla leggiadra e pacifica. Solamente talvolta la spuma delle onde si spingeva in avanti a sufficienza per inzupparvi i piedi, il brusio della gente che blaterava sul bagnasciuga riecheggiava nel padiglione delle orecchie in un tenue borbottio continuo e costante. Avete superato il bar del villaggio che si intravvede appena oltre la spiaggia.

Il sole aveva toccato l’orizzonte e cominciava a fondersi col mare. Il cielo si colorò d’arancione, poi di rosso sangue. Il sole cala ancora, illuminando con tutti i suoi fuochi il mare verde-azzurro in un quadro indimenticabile: il cielo è interamente rosso scuro, il sole in parte affondato nel mare proietta delle grandi lingue gialle, sia verso il cielo e le poche nubi che ci sono, sia verso il mare; le onde quando salgono sono azzurre in fondo, poi verdi e la cresta rossa, rosa o gialla a seconda del colore del raggio che la tocca. Il soffio di una brezza leggerissima che spira sull’acqua vi carezza il viso e la pelle, scompigliando all’indietro i capelli. Il suono prolungato simile a un fischio, del gruppo di uccelli dalle grandi ali bianche bordate di nero lassù in lontananza, veleggia a voi come un canto stridulo nell’aria fresca. Riprendete il cammino e l’incedere del flusso di persone va diradandosi man mano che vi apprestate al termine della spiaggia.

Raggiungete vi addentrate nel parcheggio che si innalza dopo la sabbia della battigia. I piccoli cespugli alle vostre spalle frusciavano nel vento. Ti girasti a guardare le spirali di sabbia che volteggiavano in aria, lungo il pendio fra la spiaggia e il parcheggio, come pallidi spettri fuggiti da un cimitero nell’ora del tramonto. Da est, il muro della notte stava abbattendosi sul mondo e l’aria si era fatta pungente. Vi siete inoltrati nel boschetto che si estende al di là del parcheggio. Il boschetto era formato da un centinaio di alberi e i rami erano così intrecciati fra loro da consentire alla luce del crepuscolo di penetrare solo con sottili fili cremisi e scarlatti, come se il tessuto del cielo avesse iniziato a sfilacciarsi nei boschi. Siete rimasti soli a calpestare il sentiero del passato.

L’accompagnamento flautato e melodico di un’orchestra lontanissima pareva muoversi tra di voi. Ad ascoltare bene, però, non sembrava l’eco di un flauto a condurre; somigliava più a un vento altalenante che soffiasse in diversi strumenti a fiato, alcuni più grandi e altri più piccoli, traendone suoni vaghi che si fondevano in un tessuto musicale a un tempo strano e malinconico, triste e nostalgico. Era la ninna nanna del pensiero del mare tra gli alberi, era il bisbiglio della brezza salmastra tra le fronde abbracciate dei rami, era il saluto del coro dei flutti che sussurrava lievemente attraverso le onde frangiate del sottobosco. Siete sbucati dal boschetto e avete continuato sullo strato di pietre multicolori, diretti verso le panchine sulla cima di un’altura solitaria, come trasportati alla deriva da una corrente dolce e cantilenante.

Scende la sera e non c’è nessuno. Vi lasciate andare e cadere sulla panchina più isolata. Farfalle nello stomaco. La senti sospirare e quando te la stringi forte contro, scende la notte. Un sole immenso, di un rosso cupo, incendia l’orizzonte dalla parte del mare. Mille vampate di un enorme fuoco artificiale lottano le une contro le altre per essere più intense, più rosse nei rossi, più gialle nei gialli, più variopinte nelle parti dove i colori si confondono. Si vede chiaramente, a diversi chilometri di distanza, l’estuario di un fiume maestoso che precipita, scintillante di scaglie rosa argentate, nel mare. T’invade una pace di una dolcezza poco comune, e con la pace la sensazione che puoi avere fiducia assoluta in te stesso. La notte cade improvvisa appena il sole è scomparso nel mare mandando le ultime scintille, viola questa volta, del suo fuoco abnorme e innaturale.

Giri la testa per guardarla. La nitidezza del cielo, che si stellava come un albero nella più solenne delle feste, rischiarava quanto basta. Ti stava fissando con lo sguardo straboccante di affetto venerante; ti avvicini con la bocca alla sua, e ti ritrai fievolmente. Il contatto con le sue labbra era come un’iniezione di una qualche droga chimica ad altissimo potere d’assuefazione dritta nel tuo sistema nervoso. Ne desiderasti subito ancora. I suoi brillanti occhi speranzosi ardono a questi approcci e la sua bocca profumata si apre per la voglia di farsi baciare. Le lingue si scontrarono e i baci si incendiarono, facendosi sempre più arditi: quando vi staccaste il respiro era diventato affannoso. Un bisogno anelante ti coglie nel profondo, una scarica adrenalinica ti si rimescola nelle vene, la punta di una manina delicatissima ti si posa sul davanti del costume da bagno.

“No.”.

“Mmh”.

“Oggi voglio farti venire io.”.

La sua bocca meravigliosa è ornata di denti splendenti e bellissimi. Ha un modo di pronunciare certe parole, di mostrare un pezzetto della sua lingua rosa nella bocca semiaperta, che renderebbe libidinosi i santi più santi che ha fornito la religione cattolica. Ti osserva con un brillio istoriato negli occhi, che la racconta lunga: il comportamento sempre remissivo e sottomesso, lo sguardo venerabile fissato a fiamma viva sul tuo volto, l’espressione tanto familiare (indissolubile), tanto benevola e meravigliata, così stupefatta. Infine la Cocca rispose con una voce dimessa e soffocata, per nulla insicura ed esitante, che trasformò la tua colonna vertebrale in un bastoncino di ghiaccio.

“Va bene”.

Le fai scivolare i polpastrelli di una mano sull’elastica solidità delle gambe, e la cingi per la vita longiforme con l’altra. Le iridi si allargano, le pupille si stringono, socchiude le palpebre e un gemito (strozzato e gorgogliante) le scappa dalla gola contratta. Le insinui le dita della mano nel pezzo di sotto del suo costume, le accarezzi la peluria fine della sua montagnetta di venere, torni a reclamare la sua bocca umida e morbida, e con la leggerezza di un’ombra, percepisci il tocco vellutato delle sue dita urticanti che ti guida la mano più in basso. Spontaneamente schiude le cosce lunghe e snelle, ti guida le dita in lenti circoletti sul beccuccio della fessura, senti le sue piccole creste sporgenti (tenere e collose) scivolare sotto i polpastrelli, frattanto imperterrite le vostre lingue guizzano dalla tua bocca alla sua, armoniosamente, ritmicamente, la zona bassa del ventre incomincia ad assecondare il movimento dei tuoi cerchietti con oscillazioni minime, meccanicamente, silenziosamente, la senti irrigidirsi e scaricarsi in spasmi morbosi, discontinui e sbrodolanti, appiccicosi nelle tue mani.

Era stata una vacanza indimenticabile, del tutto priva dei fantasmi dei tabù degli anni precedenti.

 

(4)

 

Era un caldo giorno di mezza estate. Tutti sembravano voler approfittare del lungo week-end per estendere il più possibile il periodo delle vacanze. La maggior parte di tutti aveva recuperato camper e roulotte e si era messa in strada per la via della collina, per poi radunarsi sulla piazzola di quella zona libera di campeggio. Inseparabili, avventurosi, inarrestabili, operosi, laboriosi, immensamente fantasiosi, e in particolar modo intuitivi, inventivi e fantasiosi lo siete sempre stati (quando eravate insieme), ma vedere gli adulti all’opera vi aveva lasciato alquanto sbalorditi.

Siete giunti nella piazzola quasi deserta sul finire del pomeriggio di un venerdì. Gli adulti si sono riuniti davanti al muso di un veicolo e con le braccia incrociate si sono guardati attorno. Da una parte c’era il bosco, e dall’altra c’era il chiosco e il parcheggio, da un lato si trovava l’argine che saliva verso la stradina che aveva acconsentito alla ripida discesa, dall’altro diversi sentieri conducevano al tortuoso fiumicello che scorrendo serpeggiava più in basso. Alcuni alberelli crescevano sparsi qua e là. Come per un tacito accordo, qualcosa era scattato e tutti si erano messi in movimento.

I veicoli si sono disposti a semicerchio. Si sarebbe detto che ognuno conoscesse alla perfezione la propria parte del compito. Gli uomini si sono occupati di montare e predisporre, le donne di viveri e vettovaglie. Il resto non lo ricordi bene, il resto rimane solo un’accozzaglia di immagini disordinate nella tua testa. Rammenti dita che indicavano, rammenti risa e schiamazzi, rammenti voci che organizzavano tra urla e grida di protesta, rammenti scherzose imprecazioni nell’aria, rammenti mani che srotolavano, rammenti cavi e tiranti che si tendevano, mentre tu e Sabrina restavate pressoché impalati e ammutoliti, palesemente sbigottiti, con ancora i vostri picchetti in mano; tavolacci improvvisati sorgevano al centro della baraonda, verande venivano unite a formare una specie di portico che percorreva per intero la mezza luna del semicerchio di camper e roulotte, tende e tendaggi s’innalzavano ai margini del bosco, una graticola veniva trasportata sul rialzo di terra dell’argine, e in quattro e quattr’otto una buona fetta d’angolo del verde della piazzola era stata invasa e fortificata. Stavate ancora armeggiando con le cinghie della sacca della vostra Canadese a tre posti, quando qualcuno è arrivato in soccorso per aiutarvi ad erigerla.

L’ultimo riparo in tela era stato montato, e la graticola (accesa e pronta da un pezzo) aveva iniziato a cucinare. La sua pelle abbronzata riluceva di una meravigliosa sfumatura rosa-oro nella luce della sera imminente. I capelli le erano cresciuti non meno di mezzo centimetro e a ogni spostamento l’arricciolamento spiraleggiante le rimbalzava in testa come molle. Bottiglie venivano stappate una dietro l’altra, assaggi di tutto circolavano nella moltitudine, una macchinetta del caffè lavorava in quantità industriale. Vi siete indaffarati nell’apparecchiare.

Tutti si sono intrattenuti in baracca per ore a mangiare e far festa nei pressi delle tavolate improvvisate nel centro. Sabrina, si prodigava e divertiva nella mischia come tutti. La sua presenza, in calzoncini e maglietta, che andava e tornava con la teglia carica dalla graticola, risplendeva e brillava fulgida come una flebile fiammella nell’oscurità. Il suo adorabile sorriso si presentava come un medicamento benefico per gli occhi arrossati, l’eco di una sua sporadica risata risuonava come un balsamo rasserenante nelle orecchie stanche e stordite, e noncurante di richieste insistenti o velate battute, era sempre da te che dapprima passava al suo ritorno dalla graticola. Quindi, si è fatto buio e un po’ troppo tardi per il fracasso.

Altre persone si erano accampate nei dintorni del semicerchio; alcune delle quali si sono poi aggregate a voi nel festino della confusione. Nel ricordo di quanto si dimostrasse maldestra nella fanciullezza, nel passarti accanto con il vassoio del giro della staffa fra le mani, la Cugina per eccellenza, ti guarda e ti sorride, inciampa e cade in avanti. Sei balzato immediatamente. Bicchierini e contenuti sono andati perduti, irrimediabilmente e senza nessuna possibilità di recupero, però, l’hai abbrancata al volo prima che le sue ginocchia toccassero il suolo. Così si è conclusa la giornata: più che a sparecchiare, avete aiutato a riassettare alla meglio e poco a poco tutti si sono ritirati. Altri parenti sarebbero sopraggiunti l’indomani.

Sabrina è rientrata in una delle roulotte per mettersi il pigiama. Intanto, hai approfittato della tenda sgombra per cambiarti a tua volta. L’indomani sarebbe sopraggiunto pure il nanerottolo del cuginetto più grande, ma per quella prima notte l’intimità della tenda sarebbe rimasta tutta vostra. I ciroli s’intrattenevano a dormire con i genitori che si affrettavano a raggiungerli. Saluti e buonanotte. Vi siete infilati nei sacchi a pelo. L’aria notturna si faceva frescolina, il buio non era assoluto e pesto. La statuetta di un coniglietto fosforescente (ormai amico e compagno fisso delle notti di Sabrina) luccicava da un angolino della tenda, nel frattempo, un bicchiere e una bottiglia d’acqua prestavano paziente attesa del loro turno di gloria nell’altro. Bisbigliando e sussurrando in un soffio di voce appena, avete chiacchierato fin nelle ore piccole, in pratica come sempre.

Già da parecchio, si udiva con chiarezza il lieve russare di qualcuno (dal di fuori del triangolo di stoffa cerata dell’ingresso) che si beava tranquillamente, sonoramente, profondamente. Infine il clima ovattato di tensione della tenda si fece insostenibile.

“Dormi?”.

Sbuffi fievolmente. Se davvero fosse stata addormentata, quelle note arcane (leggere e sottili) non sarebbero state affatto sufficienti per svegliarla. Ruota la testa nella tua direzione. Il suo sguardo riusciva a brillare anche nel buio della penombra.

“No.”.

“Io vado in bagno, vieni anche tu?”.

“Sì.”.

Hai dischiuso piano la cerniera lampo dell’entrata della tenda e ne sei fuoriuscito prendendola per mano. All’esterno, il buio della notte appariva ancor più luminoso che dentro. In alto l’astro della notte baluginava nella sua piena interezza, nel cielo innumerevoli scintille di stelle ammiccavano tenendole fitta compagnia, lo sciabordio del torrentuoso fiumicello che si srotolava laggiù soffocava qualunque rumore del sottobosco. Il gabbiotto del gabinetto biologico restava situato nel punto più imboscato, i tendaggi della pergola della doccia di fortuna spiccavano lì vicino. Hai accennato con il mento al sito del gabinetto.

“Hai bisogno del bagno?”.

“No.”.

“Nemmeno io.”.

Le hai mollato la mano, ti sei apprestato ai margini del sottobosco, hai estratto la pistola e l’hai scaricata sulle radici di un alberello. Te lo sei sgrullato per benino, hai rimesso l’arma nella fondina e poi ti sei girato per fare ritorno da lei. La sua figuretta in pantaloncini del pigiama era incantevole. Le gambe lunghe e snelle, le braccia intrecciate dietro la schiena, le spalle abbassate e strette, la nuca e le scapole appoggiate al paletto portante della struttura di sostegno della doccia; ti osservava in silenzio, mordicchiandosi il labbro inferiore della bocca con aria meditabonda. Riconosci quella posa interrogativa. Ci speravi.

“Cosa?”.

“Mmh”.

“Dimmi.”.

“Ecco, insomma, dici che dormono tutti?”.

“Credo di sì.”.

Ti si accosta e ti sfiora le labbra con il velo di un bacio: brividi come splendidi rampicanti in fiore ti serpeggiano su e giù per la spina dorsale.

“Vieni.”.

La riprendi per mano e la guidi all’interno, delicatamente, dolcemente, gentilmente, e vi richiudete nel buio stemperato e morboso della tenda. Ti volti e veloce come un crotalo le premi le labbra sulla bocca. Fu come un processo metallurgico nel nucleo profondo della passione, in corso da tempo e finalmente pronto a forgiare qualcosa di nuovo. Fu quel bacio lungo e ininterrotto a ultimare la nuova creazione, ardente e affilata, e a gettarla con un gran sibilo nell’acqua fredda che la rese dura e definitiva. Irriducibile, indissolubile, indistruttibile. Fu facile e spontaneo, senza divisioni, senza confusione né obiezioni, soltanto la meravigliosa creatura della tua cuginetta e te, mentre la roccia liquefatta inondava il tuo stomaco e sigillava il vostro patto; il vostro legame si è trasformato per sempre, unito in eterno nella pura consistenza di un diamante grezzo, fuso nei ricordi del tempo di quei magici momenti indimenticabili. Non potevi ignorare il tempo, i secondi che scorrevano come in un conto alla rovescia. Persino nel cuore dell’incendio ti sentivi trasportare in lontananza, trascinare negli albori dell’inconscio, sprofondare nei recessi dei sogni, risucchiare lungo i vividi corridoi dei ricordi e del pensiero. Via dal calore e dai sentimenti.

L’universo mondo si è congelato nel giro di un istante arroventato. Le emozioni in tumulto, l’incendio fuori controllo, le fantasie al galoppo, e poi le budella si sono raggelate di colpo. Ti insinua la lingua fra le labbra, la spinge e la rigira nella tua bocca. Lo stomaco si è svuotato di sasso. Lentamente, con una riluttanza palpabile, che scaldò il vuoto freddo al centro del tuo ventre bloccato, le braccia di Sabrina si districarono dalle tue e scivolarono via. Le mani s’intrufolano, le dita accarezzano, spirali arricciolate solleticano sul viso. Percepisci la pelle avvampare e scottare sotto il tocco dei polpastrelli, e un dubbio volatile affiora nella mente e svanisce nel nulla. Non sente il fuoco che arde tra i vostri corpi? Lo avverti soltanto tu? Possibile? È come un sole piatto, intrappolato tra voi, schiacciato come un fiore tra le pagine di un diario intimo e segreto, che ne brucia la carta. Quando le palme di Sabrina ti percorrevano il petto e la pancia, sentivi come una vampata di calore, una fiammata che correva sulla superficie del passato e consumava tutto ciò che le si parava di fronte. Era come se in un attimo il potere urticante insito nel tatto delle sue mani avesse scovato la capacità di annullare tutto quanto: ogni bacio diventava il primo bacio, ogni carezza diventava la prima carezza, ogni esperienza si evolveva e maturava in qualcosa di nuovo e travolgente. Quando tu la toccavi era diverso, molto diverso, ma di certo non meno esaltante e stupefacente. Perciò, mentre le sfioravi le cosce e l’addome, sentivi dentro qualcosa di più profondo (lento e ribollente) del fuoco indomabile, più simile a una colata di lava nelle viscere. Troppo profonda per surriscaldare la punta dei polpastrelli, ma inesorabile nel suo procedere divorante (e nello scuotere le fondamenta del mondo e del cosmo). Qualcosa di unico e devastante, qualcosa di sconvolgente. Con la mano destra le palpeggi una tettina, con le dita della sinistra ti cinge l’asta del pene. La colonna di fuoco che segnava la tomba dell’ossessione di entrambi si direbbe ingigantire e dissiparsi. Vi siete ritrovati nel buio della tenda, inginocchiati sui sacchi a pelo, silenziosamente, vi fissate negli occhi per qualche secondo.

Avete reagito istintivamente, quasi, come se foste una cosa sola. Di getto ti corichi sulla schiena, di scatto ti cali pantaloncini e mutande, e lei fa lo stesso. Allunghi una mano sulla sua montagnetta pelosa per trastullarla, allunga una mano sul tuo membro eretto per menarlo; con le dita dell’altra agguanti il bicchiere e lo mantieni a disposizione, con le dita dell’altra ti dirige il trastullamento della mano verso la fessura della vulva. Fuoco e fiamme esplosero di nuovo. Volgi la testa per studiarla e scrutarla, la riscopri a inquadrarti intensamente, ciecamente, affettuosamente. La curva della sua guancia risplende di una luce fosforescente, il riflesso della statuetta del suo coniglietto che luccica oltre la sua testa la soffonde di un barlume piacevole; il corpo della Cocca pareva un’immensa, distesa di calore che divampava a fianco della tua. Su-Giù, Su-Giù, Su-Giù; Cerchietto, Cerchietto, Cerchietto. Mani, palme, movimenti; dita, polpastrelli, carezze. I muscoli s’irrigidiscono all’improvviso, un’epica battaglia s’ingaggia e prorompe dal tuo essere, l’omerica odissea si protrae fino al culmine; introduci la cima del glande nella bocca del bicchiere, un visco colloso va diffondendosi sotto il contatto delle dita, si spande sulle creste sporgenti delle piccole labbra, il suo bacino si sfrena in contrazioni silenziose, mentre la tua linfa fiottante si addensa sul fondo del bicchiere. Restaste lì, immobili e taciturni per svariati minuti, nella nuvola calda dei vostri respiri affannosi. Poi, avete fatto ritorno all’esterno e vi siete ripuliti senza scordar di risciacquare il bicchiere.

 

(5)

 

Non è una stupida e nemmeno una maliziosa, tutto ciò che fa lo fa spontaneamente, tiene sempre un sorriso da parte (per chiunque) ed è sempre disposta ad aiutare se possibile, senza mai chiedere nulla in cambio, senza mai né volerlo, né pretenderlo né tanto meno accettarlo facilmente; ed è sempre stato questo suo modo di essere, a cavallo tra il disincantato e lo smarrito, a renderla così adorabile, a renderla così del tutto unica e speciale. Rammenti come fosse apparsa sempre goffa e fifona, nell’evolversi del lungo cammino nel lento percorso dell’età della vostra fanciullezza, ma ne era uscita benissimo: solamente ancora appena un po’ maldestra e timorosa di tanto in tanto.

Ti viene nostalgia delle escursioni in collina, delle passeggiate nei boschi, dei tuffi nel fiumicello gorgogliante, dei prati verdeggianti dove avevi giocato, ragazzino, all’ombra delle possenti alture vicinissime, che facevano sembrare antiche, stanche e scialbe le cime delle montagne in distanza. Nel ricordo che ora si svolgeva come un origami incredibilmente elaborato, vedevi le scoscese pareti dei monti ricoperte di file interminabili di giganteschi abeti rossi, concorrenti naturali degli abeti di Brewer (la più bella di tutte le conifere), di cipressi, di abeti bianchi profumati come mandarini con i quali poteva rivaleggiare in aroma soltanto l’impennacchiato cedro da incenso, di sanguinelle prive di odore ma con foglie di incredibile lucentezza, di aceri grandifoglie, di altri aceri penduli, di file ordinate di imponenti querce verde scuro; e anche nella fioca luce del ricordo quella vista ti toglieva il fiato.

Qualcuno giocava a scacchi, qualcun altro s’indaffarava nei dintorni delle tavolate improvvisate nel centro del semicerchio dell’accampamento, la graticola cucinava praticamente per dodici ore al giorno, alcune delle donne andavano a passeggio coi ciroli nel bosco, invece, alcuni degli uomini sceglievano di andare a pesca di frodo nel torrente sciabordante. Tu e Sabrina siete scesi al fiumicello. La giornata si presentava calda e serena, il cielo figurava celestino e l’acqua trasparente, cristallina, limpida e pulita, freddissima.

La Cugina per eccellenza è davvero adorabile, incantevole: il fisico asciutto, la figuretta allungata, la muscolatura tonica, solida e levigata. L’acconciatura sulla testa in spirali rimbalzine, l’abbronzatura della pelle rosa-oro, il suo due pezzi abbagliante, il corpicino longiforme, dalle forme lunghe e snelle. Da sinistra, il fiumicello giungeva in piscinette digradanti, a destra, l’acqua continuava gorgogliando in bruschi cambi di direzione su un vasto letto perlopiù in secca e, completamente, totalmente, cosparso di grossi sassi arrotondati. Sul piano della campagna, la Cocca, ormai si muoveva come uno scoiattolo, ma su quel fondale sassoso... sei dovuto intervenire più di una volta per impedirle di schiantarsi a terra rovinosamente.

Lo sciabordare dell’acqua (gelida e serpeggiante) risultava tale da sovrastare, quasi, il forte chiasso dei numerosi bagnanti che si affollavano dappertutto. Un grande masso, largo e piatto, si affacciava sull’ultima piscinetta e in molti lì si raccoglievano per fare i tuffi: generazioni di turisti dovevano averne scavato il fondo, nonché eretto e rinsaldato (anno dopo anno) la piccola diga che la cintava, perché quella si mostrava la sola parte dello scorrere abbastanza alta da consentire di buttarsi in relativa sicurezza. Per il resto, raramente la corrente del torrente superava l’altezza del ginocchio; altrove, enormi pietroni sorgevano dai flutti come iceberg, e pescioloni guizzanti venivano a beccheggiare con troppa confidenza intorno ai vostri piedi. Sapevi che era irrazionale attribuire sentimenti e impressioni umane a un paesaggio, eppure non riuscivi a toglierti di dosso la sensazione che quelle montagne incombenti stessero osservando il vostro passaggio e volessero inghiottirvi e immortalarvi nell’eternità.

Avete oltrepassato l’ennesima svolta a gomito e vi siete lasciati alle spalle tutta la gente e la confusione. La fai sedere sullo scoglio smussato di un isolotto, che spuntava dal centro dei mulinelli vorticanti del torrente, e ti sei accomodato al suo fianco. Da dietro, il fiumicello veniva allegramente, davanti, l’acqua scorreva impetuosamente via. Il gorgoglio dell’acqua risuonava rumoroso e frastornante, ciò non di meno distensivo e rilassante, l’eco di strilla lontanissime riecheggiavano fiocamente e debolmente. Ti sei avvicinato per parlarle.

“Aspettami qui, che faccio pipì e poi torno subito.”.

“No.”.

Forse, è chiaro che eri diventato il centro di tutto: non più solo il globo di un pianetino con il suo satellite orbitante, ma la stella più luminosa della sua scintillante Galassia, uno sconfinato sistema solare ricolmo di corpi celesti, un cosmo intero di astri rilucenti e sfavillanti, una meteora di fiamme in caduta libera nel mezzo della Via Lattea per lei rappresentante, il perno centrale del tuo universo mondo personale.

“Stai tranquilla”.

Il suo viso a un palmo dal tuo naso. Ti fissava con occhi amorevoli.

“Mmh”.

Si stringe nelle spalle.

“Cosa?”.

Lo sguardo deferente nei tuoi confronti, l’espressione assorta e riflessiva, gli occhioni marroni e speranzosi, la testolina traboccante di sogni. Le sue labbra si muovono.

“Ecco, volevo, insomma, mi fai vedere che lo fai?”.

Inizia con tono dimesso e soggiogato, finisce in un bisbiglio risoluto e diretto. Ti rivolge un sorriso rasserenante, abbassa il mento e le guance si imporporano, dolcemente, generosamente, infine riesci a inquadrare, a capire e comprendere la situazione.

“Andiamo.”.

Ti rialzi e la prendi per mano. Vi spingete oltre la prossima svolta del torrente e vi sedete come prima su uno dei molteplici isolotti disseminati fra i flutti. In vista non c’è nessuno. Il rombo del fiumicello la sola voce. I piedi a mollo nell’acqua gelata, un braccio contro il braccio di Sabrina. Estrai il pene ancora barzotto, semi ammosciato, lo scappelli e lo punti nell’acqua dei flutti. Ti devi concentrare per poter farlo zampillare.

Intrufola la manina sinistra nella mutandina del costume da bagno che porta. Il tuo membro si erige all’istante, e uno spruzzo dorato schizza all’insù improvvisamente. Non sei stato capace di terminare di far la pipì. Non subito perlomeno. Con la delicatezza di un’ombra, allunga le dita della destra e te lo prende in mano. Con ambedue le palme delle mani, ti appoggi all’indietro sulla pietra e la lasci giocare morbosamente, meccanicamente. Il faccino stupito e meravigliato, la punta della lingua stretta tra i denti, la masturbazione in corso; il rischio di venire scoperti, l’energia della giovinezza, l’entusiasmo della preadolescenza. Non c’è voluto parecchio. Inarca la schiena, socchiude le palpebre, contrae i muscoli della pancia, si irrigidisce sul ventre e scatta con il bacino: si sconquassa in spasmi silenti, le dita che giocavano si adeguano al suo ritmo irregolare, un furore Divino ti si rigira nello stomaco e nel cervello, mentre scarichi fiotti di linfa vitale direttamente nel flusso dell’acqua gorgheggiante.

Inevitabilmente, un po’ del tuo carattere si stava mescolando al suo e un po’ del suo al tuo.

 

(6)

 

L’autoerotismo femminile, l’atto di procurarsi piacere da sole, la componente principale della pratica masturbatoria del “ditalino”, la scoperta del piacere attraverso l’uso delle dita... Era da un po’ che ci stavi pensando. Sabrina, è diventata la Cugina per eccellenza, perché fra tutti i cuginetti e le cuginette, insieme a te, lei era decisamente la più grande.

Intorno alle tavolate improvvisate sul centro dell’accampamento, un paio di ciroli pasticciavano ciascuno sul proprio album da disegno, qualche nanerottolo tentava invano di lanciarsi un frisbee, che si direbbe recalcitrante, che non voleva saperne affatto di collaborare, alcuni zii giocavano a carte, distrattamente, e tu rimanevi impegnato a compilare il cruciverba di una rivista, mantenendo il resto della situazione sotto controllo con la coda dell’occhio. Diverse zie si affaccendavano dentro e fuori da camper e roulotte, la Zia Nilla rigovernava la graticola, intanto, la Zietta era scesa giù al torrente per prendere la tintarella. Sabrina, sempre cordiale e laboriosa, stava passando a ritirare i bicchierini dei caffè per andare a gettarli nel pattume.

“Sabbi, mi porti da bere?”.

“Sì.”.

Qualcuno aveva chiesto appena che era di già scattata via di corsa. È tornata dopo pochissimo con un bicchiere in mano e tra le braccia tre bottiglie: acqua, Cola, aranciata.

“Grazie!”.

I capelli, biondi come una distesa di grano esposta al sole, le si avvolgevano in riccioli spiraleggianti che restavano raccolti parzialmente, precariamente sulla testa. Indossava il pezzo superiore del costume da bagno, calzoncini sgambati e sandali di gomma. Incantevole, semplicissima. Il visetto che sembrava rincorrere un sogno con la fantasia, il disegno arcuato delle lunghe ciglia castane-bionde, le narici dagli orli delicati, il sorriso squisitamente adorabile, gentile e cordiale, rasserenante e benevolo, l’incarnato rosa-oro del suo aspetto meraviglioso, l’espressione gaia, ingannevolmente ingenua. Libera, franca, piacevolissima, spensierata, adorante, venerante, vulnerabile, sottomessa, un po’ sconclusionata, giuliva e disincantata.

Incrociate gli occhi per un attimo. Nello sguardo luminoso, sentimenti che guizzano come pesciolini ammaestrati: gioia, entusiasmo, amore, curiosità, passione. Con il capo accenni al fitto del bosco, e lampeggiando un barlume d’intesa passa dall’uno all’altra. Annuisce immediatamente. Abbandoni rivista e cruciverba. Ti raggiunge a metà strada e la prendi per le mani. Nulla di strano, eravate inseparabili ormai da troppo tempo per suscitare il pur benché minimo scalpore. La cosa veniva data talmente per scontato che nessuno ci faceva più nemmeno caso. Era un dato di fatto! Dove andava uno andava l’altra, quel che faceva il primo faceva la seconda, ciò che tu volevi solitamente, naturalmente, ovviamente lo voleva anche lei.

“Cosa fate voi oggi?”.

Ti volti per guardarla, e non c’è dubbio sul suo volto; qualunque tua decisione a lei sarebbe stata bene.

“Facciamo una passeggiata.”.

Scuote con enfasi la testa, per assecondare le tue parole, per dimostrare che ha capito benissimo, qualunque fosse il punto in questione.

“D’accordo, ma non allontanatevi dal sentiero.”.

Ti sorride e ti rivolge un’occhiata pienamente comprensiva.

“Va bene.”.

Camminavate. Il bosco incombeva sempre più ai vostri fianchi. Nel folto collinare, la stradina polverosa assumeva una fioca lucentezza grigiastra che la rendeva simile a un letto di cenere, come se il cocchio di Dio avesse corso fra gli alberi e le sue ruote ardenti di fuoco divino avessero impresso una scia di combustione totale in quelle ombre verdeggianti. Sulle vostre teste, rami sporgenti e intrecciati davano origine al baldacchino rigoglioso di una galleria di riflessi baluginanti. Aspettava. Taceva.

“Sai, pensavo...”.

I ruoli si scambiano di posto, la gola s’ingroppa di sasso, la mente si svuota di colpo. Ora, toccava a te indugiare, adesso, si presentava il tuo turno di crogiolare nel rogo dell’esitazione e dell’incertezza. Come continuare? Dove andare a parare? Come arrivare al dunque?

“Sì, beh, a che cos’è che pensavi?”.

“Niente, mi chiedevo solo se puoi... se ti va...”.

Allontani lo sguardo dal suo viso e scalci un sassolino. Ti ferma e ti si para davanti. L’aria interrogativa e meditabonda, il piglio deciso e sospettoso. Sentisti la sua coscienza sorgere tra i tuoi pensieri, una presenza che ti sfiorava con la morbidezza di una piuma, in cerca di ciò che immaginava le nascondessi. Cerchi di guardare altrove, ma lei ti stringe forte il mento con le dita delle mani, gli occhi non possono sfuggire ai suoi. Nel tempo le cose sono cambiate piuttosto radicalmente, però, ti ricordi di quella volta nello spiazzo a ventaglio sulla sponda del macero, rammenti di quanto si era dimostrata vergognosa al tuo suggerimento, spontaneo e tutto sommato privo di malizia.

“Dimmelo.”.

“Mi spieghi come farti piacere... me lo puoi insegnare?”.

L’espressione innocente, la voce un bisbiglio.

“OK”.

Lasciate il margine del sentiero nella posizione meglio accessibile nei dintorni del denso del bosco. La camminata si districa per diversi minuti, nel frusciare del verde del sottobosco. La vegetazione si spandeva nella memoria del labi­rinto sconfinato di un’estate di alberi secolari, macchie di luccicante cielo azzurro cominciavano ad apparire sopra di voi, e la luce che filtrava dal tetto di foglie lassù cam­biò, da un tono oliva scuro a un giada sprizzante di vita. Sollevaste la testa e notaste tra gli alberi un chiarore, una chiazza di luce gialla, anziché verdognola. S’intravvedevano i raggi scintillanti del sole che imperlava e gocciolava tra le fronde. Acceleraste il passo, in silenzio nell’ultimo tratto. Avete raggiunto i confini della chiazza di luce e, oltrepassate le ultime felci, siete entrati nel luogo più grazioso che avete mai visto.

Era una radura, piccola, minuscola, perfettamente circolare, piena di fiori di campo viola, gialli e bianchi. Lamponi, more, mirtilli, fragoline di bosco, ribes, uva spina, rovi e altri cespugli sparsi tutt’attorno. I colori splendenti delle farfalle, il verde iridescente delle ali di un coleottero, l’arancione e il nero del carapace di una coccinella, la complessità variopinta delle montagne soprastanti, il richiamo del fiumicello torrentuoso, che scroscia e sciaborda, come un faro sonoro che indica la strada del ritorno, il sole e le nuvole in alto che soffondevano di luce morbida il candore della natura circostante. Avanzate lentamente, a bocca aperta, sin nel mezzo dell’enigma solare di questa visione di meraviglia, tra l’erba soffice e i fiori che dondolavano, sfiorati dal­l’aria calda e dorata; sembrava che la luce amasse Sabrina, visibilmente, vistosamente, perché su di lei aveva un riflesso del tutto particolare: le accarezzava il corpo dolcemente, accentuava con amore la sfumatura rosa-oro della pelle, aggiungeva lucentezza ai capelli biondi-castani e le risplendeva negli occhi. Soltanto nell’istante successivo ricordasti ciò che la bellezza di quel posto aveva momentaneamente offuscato.

“Qui è perfetto.”.

Ruota la testa da una parte e dall’altra, tendendo la conchiglia delle orecchie per accertarsene.

“Sì.”.

Ti lasci cadere con le gambe incrociate sulla trapunta fiorita, floreale del prato. La tua cuginetta, la Cugina per eccellenza, si sbottona subito la cintola dei calzoncini. Si abbassa la lampo e se li cala fino alle ginocchia. Segue in fretta la mutandina del suo costume da bagno; cogli a malapena lo sfavillio di una peluria arricciolata, e ti si corica di fronte. Il suo corpicino così profferto sembra una languida, ardente distesa di passione. Deglutisci. Flette le gambe, lievemente, morbosamente, schiude le cosce e divarica le ginocchia. Calzoncini e mutandine appallottolati in un groviglio all’altezza delle caviglie e dei polpacci. La sua tenera fessura del sesso già brillante, le sue creste intime della vulva già intrise di colla. Quindi, le hai posato una mano sul pube.

“E adesso...”.

Ti spinge la mano sulla vetta del monticello di venere.

“Ecco, beh, sì, insomma, muovi in tondo le dita”.

Cerchietto-Cerchietto-Cerchietto.

“Più piano”.

Cerchietto. Cerchietto. Cerchietto.

“Un po’ più forte”.

Cerchietto, Cerchietto, Cerchietto.

“Così.”.

Metabolizzi come si stropicciasse, si trastullasse, delicatamente, meccanicamente, le puntine dei capezzoli attraverso il tessuto sintetico del reggipetto del costume.

“Adesso, sempre in tondo, sposta un po’ più in giù le dita sul cicciolino”.

La palma della mano sulla base della montagnetta, i polpastrelli delle tre falangi centrali sul beccuccio del clitoride. La peluria castana-bionda del pube, fine e soffice, il clitoride tumido, scivoloso e cedevole al tocco del tatto.

“Sì, ecco, lo senti che si bagna di più di prima?”.

“Sì.”.

Le palpebre socchiuse, un pezzetto di lingua stretto fra i denti, l’effetto delizioso della porpora sulle guance.

“Gira in tondo un po’ con le dita anche però sulle lingue”.

Le piccole labbra sporgenti, attaccaticce e viscose, assai prossime allo sbrodolamento.

“Passa così di più il dito lungo nel taglio”.

Rabbrividisce.

“Sì, insomma, dimmi, voglio dire, hai le unghie lunghe?”.

“No, me le mangio.”.

“Allora, no, vediamo, metti la punta di un dito dentro”.

“Non ti farò male?”.

“No, se fai piano, ecco, io lo faccio”.

Le spingi all’interno la punta del medio debolmente, fisicamente, gentilmente.

“Ah”.

Immobilizzi la mano nello spazio del millesimo di un momento.

“Ti ho fatto male?”.

“No, continua, così che ci sei, ma fai piano”.

La giuntura della prima falange è passata e di più non osi spingere. Arretri un poco.

“Mmh”.

“Sicura...”.

“Non fermarti”.

Stretta, umida, avvolgente, bagnatissima, collosa, bollente, e poi sempre più sbrodolante. La tua palma che massaggia, polpastrelli che accarezzano, il tuo dito medio in parte che sprofonda. Notasti prestissimo che, quando la giuntura della nocca scivolava dentro e fuori dalla resistenza nella sua vagina, il suo bacino reagiva positivamente, prontamente, puntualmente, automaticamente, intensamente, ritmicamente e regolarmente, ripetutamente, spontaneamente e sensibilmente, straordinariamente, progressivamente, distintamente e voluttuosamente e febbrilmente. Un gemito sommesso le scappa dalla bocca semiaperta e, innanzi e sotto di te, la vedi e la senti sconquassarsi in modo silenzioso e prudente, cauto e contenuto per quanto possibile. Non hai smesso di lisciarle la peluria rorida, rugiadosa, fresca e tiepida al contempo, untuosa dopo l’orgasmo. Ti sollevasti e sfiorasti le sopracciglia istoriate di Sabrina, ora distese e rilassate, la curva aggraziata delle sue tempie e delle guance, le labbra con un bacio.

“Com’è andata?”.

“Ecco, beh, sì, bello, ma, e tu invece?”.

Pochi colpetti di mano e le sei venuto fra le dita; tutto era avvenuto con la stessa tipica innocenza di un tempo. Da quel giorno i vostri giochi, da curiosi e morbosi, si sono elevati al parossismo più sfrenato, si sono evoluti alla ricerca di un piacere più spinto.

 

(7)

 

Era un giorno dell’inizio di un autunno che si protraeva lungo il corso del periodo di un’estate spettacolare. L’anno scolastico aveva già aperto i battenti a classi di flotte di studenti, ma uno o due giorni in più o in meno di frequenza non avrebbe fatto grande differenza. Nello svolgersi del calendario di tutti gli anni del passato, non si mancava mai di trascorrere almeno qualche giornata di festa in montagna.

Sabrina, indossava una maglia leggera, una minigonna non particolarmente corta, calzettini e scarpe da ginnastica. Come tu stesso, del resto, naturalmente, se non per la gonna. I suoi capelli si sono schiariti nella luce del sole dell’estate, e presto la sua pelle ha riacquistato una delicata sfumatura rosa-arancio. Veramente adorabile, incantevole! Un po’ d’incoraggiamento, un sorriso, un suggerimento, generalmente, era tutto ciò che bastava per convincerla; un intuito formidabile vi accomuna e vi lega da tempi immemorabili, l’inventiva e la fantasia non vi è mai mancata, e la tua parola è sempre stata legge per lei, anche quando questa voleva solo suonare come un suggerimento.

Non ricordi granché della rimanenza del posto di residenza, però, nel cortile davanti alla porta, rammenti benissimo, c’era stato un tempo un grande abete piangente, venti o venticinque metri, forse addirittura trenta, che curvava verso terra rami drappeggiati in eleganti scialli di merletto verde scuro. D’estate, il fulgido fogliame era come una vetrina per la luce del sole, un po’ come i cuscinetti di velluto di una gioielleria che esaltano lo splendore delle gemme; i rami erano spesso adorni di immateriali ma splendenti catenelle, grani di rosari, collane scintillanti, lucenti diademi ingioiellati composti di sola lucentezza. In inverno, la neve rivestiva l’abete piangente seguendone la forma particolare; se la giornata era bella, l’albero sembrava un officiante natalizio... ma se il tempo era grigio si trasformava in una prefica cimiteriale, incarnazione del dolore e della tristezza.

Il lucido pomeriggio si trascinava velocemente. L’abete indossava uno dei suoi abiti luttuosi. Qualcuno preparava il fuoco della griglia per cucinare la carne ai ferri. Frattanto tu e Sabrina, insieme ad alcuni ciroli (tra i cuginetti più indipendenti e grandicelli) e ad altri nanerottoli ancora, in aggiunta a qualche altro rantolo del luogo, avete optato per giocare a nascondino: nell’uso classico del regolamento. La base del tronco dell’abete fungeva da tana. La conta si era svolta e qualcuno stava contando ad alta voce: con la testa fra le braccia e le braccia incrociate contro la corteccia dell’albero. Tutti si sono dispersi rapidamente.

Hai preso Sabrina per una mano e a tutta birra te la sei portata via. Una via di mezzo tra una farfalla e uno scoiattolino libero e spensierato; in volo, in corsa libera, in fuga al tuo fianco. Le spirali rimbalzanti sulla sua testa, una risatina rasserenante che va disperdendosi e svanendo nell’aria. Avete svoltato l’angolo di un edificio, e vi siete diretti verso il bosco. Senti la stretta della sua mano farsi più solida nella tua, la senti rallentare e restare indietro. Ti fermi e ti giri per osservarla da vicino, per capirla meglio, per scrutarla negli occhi, per carpirne fino in fondo i segreti dell’anima. La sera stava calando; guardava con diffidenza le ombre che andavano infittendosi nel sottobosco. Le hai sorriso per farle coraggio, hai accennato in direzione degli alberi.

“Vieni”.

Immediatamente, ha compreso che qualcosa bolliva in pentola. La curiosità codificata nei vostri geni più profondi, l’istinto radicato nel cuore dell’alba di un tempo lontano, il legame quasi medianico che vi univa. Annuisce e s’illumina, si eccita di nuovo entusiasmo e subito ti segue spontaneamente, meccanicamente, ciecamente. A velocità stellare vi siete spinti e siete penetrati nel bosco. Vi siete addentrati per una dozzina di passi: sprazzi di cielo né bigio né limpido, nubi sfilacciate fra le chiome degli alberi, un pennacchio di fumo dalla zona delle griglie, la penombra densa del sottobosco, felci e grovigli selvatici sparsi dappertutto. Vi siete acquattati in una macchia fitta di cespugli.

“Tu fai la guardia.”.

Avevi bisbigliato e la tua cuginetta, la Cugina per eccellenza, aveva annuito in risposta. Con la testa in un cespuglio e le palme a diretto contatto del suolo umido; ambedue inginocchiati a gattoni per terra. Ti sei spostato dietro di lei. La sagoma allungata in avanti della sua figuretta carponi... è davvero irresistibile. La linea aggraziata del suo corpo è provocante, le sue curve sono dolci, le sue fattezze sono morbide, le sue forme sono esaltanti e pienamente, essenzialmente, fisicamente paragonabili al tratto del disegno meraviglioso di un architetto Divino. La silhouette del suo fondoschiena oltremodo invitante, la tenera curva delle sue minute rotondità esposte all’insù, evidentemente, morbosamente, palesemente... e il chiarore di un triangolo di mutande tra le gambe. Le sollevi la minigonna sin sulla vita, le abbassi le mutandine fin nella piega delle ginocchia.

Un brivido mordace ti attanaglia nella bocca dello stomaco. La schiena inarcata all’ingiù, voluttuosamente, le mezze sfere piccole e paffutelle del suo culetto, l’ombra del buchetto posteriore al centro delle natiche, e la tumescenza della fessura, il clitoride rigonfio, le piccole labbra crestate e sporgenti: il bolide della tua libido si scatena, estrai l’arma e la impugni come la clava di Polifemo. Accarezzi e massaggi specialmente le zone erogene esterne della sua vulva, incominci a lisciare l’asta rigida della tua mazza, schiudi e cipolli con le sue grandi labbra, delicatamente, ti intrattieni a premere quel punto sotto il clitoride che le fa scattare il bacino tutte le volte che lo sfiori appena, dolcemente, entri a penetrare l’apertura della vagina con l’indice, gentilmente, intrufoli dentro entrambe le giunture delle nocche, cautamente, gradualmente, senza smettere di muovere il pollice sul clitoride, il “bottone” più erogeno del suo corpo. Il groviglio inestricabile nello stomaco si torce, intensamente, intanto che percorri avanti e indietro, con la mano il tuo sesso, con il dito il suo sesso, regolarmente, ritmicamente, ondate su ondate di scosse le scuotono la spina dorsale, abbondantemente, silenziosamente, mentre schizzi di linfa il verde muschioso del sottobosco. Quella volta, rammenti con chiarezza, hai buttato fuori una scarica di megavolt da non dimenticare facilmente.

 

(8)

 

Il cielo era straordinariamente limpido e pulito, il sole si mostrava abbacinante e le nuvole si presentavano scarse e di panna, l’aria di montagna rasentava il fresco frizzantino di un’estate da poco trascorsa, il sentiero che conduceva (in lunghi e lenti tornanti) si innalzava pigramente davanti a voi come un gigante da un sonno profondo. Cinque ore di cammino distanziano il rifugio dal punto di partenza. Nel tuo zaino, panini e bottiglie di plastica, nel suo zainetto, coperta e salviette per il picnic: il resto dell’occorrente lo portavano gli adulti sulle spalle. Giovani, energici, inseparabili, irrequieti, avete lasciato gli altri e siete andati avanti sin dall’inizio. Almeno tre quarti di strada è stata macinata sotto i piedi, sicuramente, e se non altro un’oretta abbondante di vantaggio si suppone di aver guadagnato rispetto a chi state precedendo.

“Sei stanca?”.

“Sì, no, beh, insomma, ecco, è solo che debbo fare la pipì”.

Sabrina, il visetto adorante, lo scoiattolo insito nel musetto, gli occhioni veneranti, l’espressione sognante, le narici dal disegno delicato, la bocca semiaperta, una punta di lingua fra le labbra, i capelli raccolti alla meglio sulla testa, le spirali arricciolate in ciuffi biondi-castani che le discendono con amore sulla conchiglia delle orecchie piccoline e sensibili, che le fregiano e le orlano, che le danno maggior risalto ai lineamenti cordiali e gentili; la tua cuginetta, porta una maglia a maniche lunghe, leggera, la solita minigonna non troppo ridotta, calzettini bianchi e scarpe da tennis. Adorabile, incantevole, irresistibile. I suoi discorsi sono sempre stati un po’ sconclusionati, e sebbene dal canto dell’iniziale timidezza progressi sostanziali non li abbia davvero compiuti, seppure particolarmente eloquente non lo sia mai diventata, ciononostante, le sue parole (audaci e decise nei momenti più disparati) si sono sempre concretizzate nel modo giusto al momento giusto.

“Mi fai vedere?”.

La fissi negli occhi, per capirla nell’anima. Aggrotta la fronte lievemente, arcua le sopracciglia appena, il nero delle pupille si ritira, il marrone delle iridi si dilata, in fretta batte le ciglia un paio di volte e cade dalle nuvole. L’istantanea della sua mano nella tua palma, la stringi e le cerchi anche le dita dell’altra mano. Si mordicchia il labbro inferiore, scorgi il potere ipnotico del flusso in movimento del suo pensiero ingarbugliato che si slegava, una breccia di capire le si fa largo nella mente e la raggiunge, ti rivolge uno sguardo di tutta comprensione, una luce istoriata le risplende sul viso, e le sue guance quasi non s’imporporano nemmeno. Lo smarrimento si è disperso in un attimo. Poi sorrise, e fu un sorriso di un calore avvolgente. Disincantata, spassionata, appassionata. Vi siete già capiti, qualunque fosse il punto della situazione.

“OK, va bene”.

Conducendola nel folto del sottobosco, la cingi dal fianco per impedirle di inciampare nelle radici del terreno in forte pendenza. Fiumi di sudore grondavano a causa della camminata spedita, sostenuta, che vi ha trasportato fino a lì senza sosta. Vi addentrate nel verde autunnale, facendole largo tra felci, liane e rami bassi, sin quando nulla più traspare del sentiero tortuoso, ozioso da cui siete venuti.

“Qui può andare...”.

“Sì.”.

Si leva lo zainetto e, posandolo alla base del tronco di un albero, ne segui l’esempio. La luce del sole filtrava come cristalli d’ambra fra le fronde, che, nell’attesa del pieno ambrato dell’autunno, a malapena ingiallivano sulle prime di una stagione incombente. Si allontana da te, cautamente, mettendo una certa distanza tra di voi. I suoi occhi marroni erano spalancati, speranzosi, sognanti, e il bianco delle cornee era adesso dello stesso giallo dorato della sua pelle. La strana lucentezza riflessa dalla vegetazione le colorava anche l’arricciolamento dei capelli e la maglia, tanto da farla sembrare un idolo d’oro, l’immagine di una dea del di sotto del bosco, indorata e immensamente bella, con occhi di un magico, luccicante quarzo morione. Sabrina, la Cugina per eccellenza, ti osserva e si solleva la minigonna fin sopra la cintola della vita. Tira di lato il bianco-dorato della biancheria intima, ruota la cintura delle mutandine, incastra gli elastici in una piega dell’inguine. La tua gola come un’antica pergamena, come sabbia egiziana, secca, prosciugata. Schiude le gambe, appoggia la nuca e le scapole alla corteccia di un albero, si divarica le grandi labbra della vulva e sporge innanzi il beccuccio del clitoride. Un brivido uncinante si rincorre lungo la schiena, qualcosa di dentellato si contorce nello stomaco, un’erezione disintegrante ti ottenebra il cervello: non c’è spazio per nient’altro. Vedi un fiotto dorato che si distacca dalla punta del pistillo dei petali della sua vagina, distintamente, lo vedi inarcarsi in un arcobaleno di scintille dorate, incessantemente, lo vedi allungarsi nelle stille brillanti di una pioggerella dorata, ininterrottamente, lo vedi precipitare e schizzare in uno spruzzo di goccioline dorate, intensamente, vedi il rivoletto d’oro liquido scorrere sopra e sotto a foglie e rametti; in seguito il flusso dorato rallenta e riprende più di una volta, per poi interrompersi definitivamente, morbosamente. Una mano ti scivola sulla patta e il resto si confonde nel nulla.

Passando dalla fiamma della lucidità alle tenebre dell’incoscienza, ondeggiando fra le due come una falena, ti sentivi sempre più debole, sempre più perso, inesorabilmente, avevi le idee sempre più confuse, avevi sempre più caldo. Ti ritrovasti con una mano a terra, piegato sulle ginocchia, quasi seduto sui talloni, Sabrina in piedi davanti, fradicio di sudore. Avevi i capelli incollati alla testa, gli occhi che ti bruciavano per i rivoli salati che ti colavano dalla fronte e dalle tempie. Gocce di sudore ti cadevano dalle sopracciglia, dal naso, dalle orecchie, dalla mandibola e dal mento. Sembrava che avessi fatto il bagno vestito. Fossi stato sdraiato su una spiaggia della Florida, non avresti sentito lo stesso calore, perché questo veniva soltanto da te; avevi dentro una fornace, avevi un sole ardente imprigionato nella tua gabbia toracica. Quando riprendesti coscienza, eri ancora caldo, scottante, ma tremavi anche in modo incontrollabile, sentivi caldo e freddo allo stesso tempo. Il sudore era quasi al punto di ebollizione quando sgorgava, ma sembrava che a contatto della pelle si raggelasse all’istante. Perlomeno, questa è la sensazione del succo, del prima e del dopo, se non altro, questa è l’impressione di base di quel ricordo.

Ti sei rialzato, Sabrina a pochi centimetri di distanza. Premette le morbide labbra sulle tue, e ti schiuse la sua bocca, e tu ricambiasti il bacio con ardore. Una nuova sensazione mai provata prima: le vostre lingue si cercavano e si fondevano al punto che non distinguevi più la sua dalla tua. Infilasti le mani nei suoi magnifici capelli (di un meraviglioso biondo grano cosparso di chiarissime zone d’ombra castane, il tutto soffuso di una luce magica d’oro riflesso, e disfacendo alcune spirali della sua precaria acconciatura), te li lasciasti sciogliere fra le dita. Se la luce solare si fosse potuta trasformare in filamenti freschi e serici, e l’avessi toccata, avresti provato la stessa sensazione. Le toccasti il volto, e la grana della sua pelle ti dette un nuovo brivido. Facesti scivolare le mani in giù, lungo il collo, tenendola per le spalle mentre i vostri baci si facevano più profondi, e infine le posasti sul seno appena accennato sotto la maglia.

Dal momento in cui si era avvicinata per darti il primo bacio non aveva smesso di tremare. Sentivi che non erano tremori di aspettativa erotica, ma segni di incertezza, di imbarazzo, di timidezza e di timore di essere respinta: di uno stato d’animo forse irrazionale e tuttavia non dissimile da quello in cui ti trovavi tu stesso. Ora, bruscamente, rammenti, un brivido più intenso la scosse. Si allontana un poco da te, esitante, reticente, e ti apre la patta; pantaloni e mutande scendono alle ginocchia. Ti avvinci a lei, dolcemente, gentilmente, con l’erezione intrappolata tra di voi. La tumidezza del suo sesso che strofina sui genitali, il soffice della peluria che struscia sul filetto, la tua mano che le palpa il petto. Vi baciaste e accarezzaste con un ardore che cresceva sempre più, ma con la determinazione di assaporare a fondo ogni fase di quegli istanti. Si accomoda il membro nell’incavo delle cosce, rammenti, la sporgenza delle piccole labbra che scivolano sull’asta. Rammenti le sue ciglia sulle tue labbra, le dita che frugavano dappertutto.

Anche nella penombra cristallizzata dell’ambra, in quel bosco di fronde giallo-verde, lei continuava a restare la figlia prediletta dal sole e adesso ogni raggio di quello splendore di seconda mano sembrava puntato su di lei. Il bagliore solare faceva risplendere la sua pelle e accentuava squisitamente i piani e le curve, le convessità e le concavità del suo corpo impeccabile. Le mani esploravano, le palme sfioravano, le dita toccavano, i polpastrelli urticavano. Eros in una piega fluida di oro e carne: la curva levigata della schiena, la sfera dorata delle natiche minute, sode e paffutelle, perfettamente delineate dal tocco del tatto, una spolverata come di ambra che aderiva alla seducente muscolatura di una coscia; il pelo pubico leggermente rorido, rugiadoso, arricciolato e solleticante, che si muoveva piano sul pube; la concavità del ventre, chiaramente percettibile al di sotto dell’elastica minigonna tirata all’insù, che si spostava con grazia sull’addome, che poi tornava a sporgere nella piccola pongosità delle tettine; e (oh, sì) la turgidezza dei suoi capezzoli che premevano, che spingevano contro il tessuto del reggipetto e della maglia. Una luce dorata, di cristalli d’ambra lucente, come di platino risplendeva sulla stoffa delle strette, eleganti e lisce spalle, seguiva la linea delicata della gola e lambiva gli orli e le pieghe fragili di un orecchio simile a conchiglia.

Sabrina ti si avviluppava addosso come un’entità celeste, come un’indorata divinità scesa da una grande altezza, come la musa dell’amore in carne e ossa, con pura e lenta delicatezza, e si abbandonò completamente nelle tue braccia. L’amasti con le mani, con le labbra, con la lingua, e non pensasti neanche di penetrarla veramente, perché la cosa era già perfetta così. Pareva proprio che il vostro sesto senso comune vi consentisse di sapere in anticipo che cosa desiderava l’uno dall’altra, che cosa sarebbe piaciuto reciprocamente. La solidità delle morbide cosce chiuse intorno al pene, la tumescenza del clitoride che sbrodolava, la fessura che lisciava, l’abbraccio delle tenere creste esterne, la carezza della peluria, l’ortica delle dita, la morbidezza della bocca, il profumo dell’alito sul collo, i semini delle mammelline che pungevano. Il momento iniziale dell’accostamento fu della solita e irrilevante meccanicità, ma quando vi uniste nell’estasi del bacio del corpo l’esperienza smise di essere usuale, banale, si innalzò dalla meccanicità al misticismo, e voi diventaste non semplici giovani-cugini-amanti ma un solo organismo che istintivamente e irriflessivamente cercava di raggiungere un’indefinita, misteriosa, ma disperatamente desiderata apoteosi della carne e dello spirito insieme. Le sue “risposte” sembravano medianiche al pari delle tue. Mentre era stretta a te, rammenti, non fece mai un movimento sgraziato, non mormorò mai una parola sbagliata, rammenti, in nessun modo disturbò il ritmo piacevolmente intenso e stranamente complesso della vostra passione, ma rispose a ogni flessione e controflessione, a ogni spinta e controspinta, a ogni pausa da brivido, a ogni fremito e a ogni tocco, rammenti, finché raggiungeste e poi addirittura superaste una perfetta armonia. Il mondo si allontanava. Eravate uno; eravate tutti; eravate i soli.

In quel sublime e quasi sacro stato, l’eiaculazione sembrava quasi un affronto: non la naturale conclusione del vostro quasi simbiotico accoppiamento, ma una rozza intrusione della volgare biologia. Ma era inevitabile. In effetti, non era soltanto inevitabile, ma anche molto prossima. Eri nell’incavo delle sue cosce da quattro o cinque minuti, quando sentisti l’eruzione crescere dentro di te, furiosamente, rabbiosamente, e capisti con un po’ d’imbarazzo che era incontenibile. Cominciasti a ritrarti per non sporcarla, ma lei ti avvinse ancora di più, cingendoti con le braccia e le gambe snelle, il suo sesso che aderiva caldamente al tuo; si irrigidì e si contorse, a lungo, in silenzio, arcuò il corpo contro di te, un epicendio di sensazioni, e fu scossa da un secondo orgasmo, schiacciandoti il petto contro il torace, fu colta da tremori, e d’improvviso ti lasciasti andare, e lunghi, fluidi filamenti di linfa si liberarono da te dipanandosi lungo le sue cosce.

Vi occorse un po’ di tempo per riacquistare il senso del mondo attorno a voi e ancor di più per separarvi. Rammenti un bagno di sudore, il fiatone e la stanchezza, rammenti i vestiti appiccicati alla pelle, l’affanno e il respiro pesante della Cocca, la tua cuginetta, la tenerezza, rammenti la linfa che cola sull’interno delle gambe. Infine, però, vi distaccaste e ripuliste con le salviette saponate che teneva nello zainetto; ormai, stavate in silenzio perché, adesso, tutto ciò che doveva essere detto era stato detto senza bisogno di dover ricorrere alle parole. Anche se eravate rimasti avvinti lì nel sottobosco per non più di cinque o dieci minuti, sembrava che fossero passate delle ore, pressappoco, sembrava che fosse passato un giorno intero. Vi siete ripresi per mano e nonostante tutto, stanchi, sudati, esausti, avete raggiunto per primi il rifugio sperduto in quella limpida giornata d’autunno.

 

(9)

 

Un carosello di immagini ti passa davanti agli occhi della mente.

La gita al lago, la carne allo spiedo, i giochi e le corse sull’orlo dell’acqua. Sabrina, sparuti gomitoli di nuvola che ruzzolavano sul mare del cielo riflesso nello specchio dell’acqua del lago, le voci degli uccelli che cantavano. Sabrina, intrecci di fronde, la vita del sottobosco, multispecie di insetti, rovi e cespugli, flotte di uccellini, l’acqua freddissima a ridosso delle nodose radici degli alberi. Sabrina... La giornata era chiara e luminosa, il cielo una cupola azzurra, completamente sgombra, a parte qualche piccola nuvola dai contorni sfilacciati.

Ricordi benissimo l’incisione sull’albero. Sopra di voi, il sole era alto nel cielo, una sfera rovente che bruciava succinta tra spiragli di rami ancora carichi. Ricordi la lama del temperino mentre affonda la punta nella corteccia di un grosso tronco appartato; la forma del cuore sembrava un po’ troppo esplicita, inoltre il disegno di un cerchio simboleggiava meglio il “per sempre”: all’interno due chiare C, Cocca e Cucco, i vostri nomignoli. L’aria che veniva dall’acqua portava con sé l’odore frizzante del giallo dell’ambra che incombeva sui primi autunnali della montagna; il sole del pomeriggio scintillava sulla superficie del lago come su metallo. Ricordi lo scoiattolare di Sabrina, e il cielo del più puro azzurro che avessi mai visto. Foglie verdi, foglie gialle. Ragazzino, ragazzina, ragazzini, insieme, entusiasti, felici. Sabrina, la tua cuginetta, raggiante e gioiosa, come una farfalla che passa in rassegna un campo di fiori in un caldo pomeriggio estivo.

Il giorno scivola velocemente e ti ricordi dei lunghi giri in barca. Ricordi un po’ delle numerose volte che siete rimasti lì a guardare la scia che s’allungava verso la terraferma. Il sole ormai stava calando e faceva un nastro di riflesso nell’acqua e la scia lo rimescolava in tanti pezzettini d’oro. Quando era più piccola, le dicevi che era oro davvero e che certe volte salivano dal fondo le sirene a prenderselo. Forse, è chiaro che usavano quei pezzetti rotti dal sole del tramonto per abbellire i loro castelli sotto lo specchio del lago. Sabrina, la tua cuginetta, non distaccava mai gli occhioni da quella striscia di pezzettini dorati sull’acqua, stava sempre attentissima nella speranza di veder affiorare l’ombra di una sirena e per un altro paio d’anni non ha avuto dubbi che non fosse vero, perché glielo avevi raccontato tu stesso. Ti senti scivolare via come un sospiro.

Un giro di ruota ancora, e come specchietti che riflettono frammenti di vetro colorato, il caleidoscopio dei ricordi si rimette a fuoco. La baraonda in festa, le alte lingue di fiamma del falò, che scottavano sulla pelle, le lucciole che punteggiavano nel buio. Sabrina, sempre cordiale, incantevole. L’intuito formidabile che vi legava come una cosa sola, l’istinto e la fantasia, il vostro legame permanente e indissolubile. Sabrina, benevola e disponibile, come assogettata al tuo volere, quasi asservita di propria iniziativa, deferente e sottomessa, idolatrante e vulnerabile; ha sempre preso per legge ogni tua singola parola, ma da quel giorno in riva al macero si è come soggiogata a te spontaneamente, fisicamente, con amore e devozione assoluta e cieca (in tal misura da rasentare talvolta il fanatismo): Sabrina, la tua luna orbitante, la tua Galassia personale, l’universo mondo del perno del cosmo della tua creazione. Sabrina, la Cocca, la tua cuginetta. Disincantata, che vede le cose come sono; spassionata, che dice il vero, sincera; appassionata, che esprime grande passione, che segue ogni cosa con interesse ed entusiasmo. Talora smarrita e confusa... sempre affettuosa e amorevole. Riesci perfino a cogliere nell’aria lo scorcio del bisbiglio di una sua risata musicale, rasserenante. Adorabile! Grandi e piccoli si agitano ai margini della luce del fuoco, l’aria è calda e immobile, la notte si direbbe ammantata negli schiamazzi delle risa e nella serenità di una paziente attesa.

All’improvviso qualcosa sbuca dall’oscurità e ti si stringe al braccio.

“Ah, chi cosa...”.

Sobbalzi e scatti di lato.

“Scusa”.

La voce di Sabrina, spuntata dall’oscurità, ti fece vergognare. Era dimessa, quasi timida, ma non la avevi sentita né vista avvicinarsi, perciò ti aveva spaventato.

“Ma no, e dai, ero soltanto io che ero sovrappensiero.”.

“Mmh”.

Le sollevi l’ovetto del mento, delicatamente, gentilmente, le sorridi e lei remissiva ricambia debolmente, dolcemente, generosamente, voluttuosamente. Era il brillio del fuoco del falò che le danzava negli occhi? Ti avvicini per sussurrarle nella conchiglia sensibile di un orecchio.

“Ti va di provare una cosa?”.

“Sì.”.

“Non vuoi neanche sapere prima di che si tratta?”.

“No, voglio dire, cioè di sì, ma, insomma, ecco, in effetti, beh, è solo che mi fido”.

“Vieni.”.

La cingi dal fianco per condurla, per aiutarla, per guidarla nel buio del sottobosco. Inosservato, svincoli nell’oscurità notturna e te la porti via. Le fai largo tra felci e cespugli, raggirando rovi e pozzanghere stagnanti, e vi ritrovate nei pressi del tronco dell’albero dell’incisione del pomeriggio. Un luogo appartato quanto basta, piuttosto distante dal resto, isolato a sufficienza dal caos.

“Sai, ho visto un film...”.

“Mmh”.

“No, non è quello, è più una cosa con la lingua”.

Ti si stringe addosso ulteriormente, un soffio di voce sul lobo di un orecchio.

“Capisco, e guarda che non mi sono preoccupata per niente”.

“Allora lo facciamo?”.

Frattanto stracci sottili di nuvole passavano sullo spicchio di luna, che argentava i loro orli merlettati, filigranando il cielo notturno.

“OK, dove mi metto?”.

Un sassone semicoperto di muschio si ergeva dal suolo come la gobba di un gigante pietrificato.

“Mettiti lì.”.

Si alza la minigonna, si scosta da parte le mutandine, si distende sulla schiena e ti aspetta. Anche al buio, in quel bosco oscuro, lei continuava a essere la figlia del sole (la luce della luna non essendo altro che un riflesso della luce solare) e adesso ogni raggio del suo bagliore argentato pareva di nuovo puntato su di lei. Lo sfavillio lunare faceva luccicare la sua pelle ed esaltava sensualmente le forme e le curve, la lunghezza e la snellezza del suo fisico longiforme, di una bellezza a dir poco commovente. Eros in una linea morbida di nero e argento: le fattezze armoniose dei polpacci, la curva madreperlacea delle ginocchia, la piega solida delle gambe levigate, perfettamente stagliate nell’oscurità, una pellicola come di ghiaccio che istoriava sulla come non mai così tanto seducente muscolatura delle cosce piene, sode ed elastiche; il pelo pubico lievemente arricciolato e lucente, sfiorato da un barbaglio d’argento; la concavità del ventre, curvato dal tocco perlaceo della luna nella levigata sacca d’ombra degli indumenti, che poi tornava a sporgere nello splendore opalino prima di raggiungere l’oscurità sotto il piccolo seno; e il suo seno, rivolto all’insù morbosamente, vistosamente a forma di un cuore minuto, l’erezione turgida dei capezzoli che spiccavano (per metà argentei e metà neri) attraverso lo spessore aderente del reggipetto e della maglia. Una luce lattea, di neve candida, di oro al bianco splendeva e sembrava provenire dall’interno del tessuto, si spandeva sulla stoffa piena di grazia delle lisce e strette spalle, risaliva il collo fragile e delicato, raggiungeva quelle orecchie di conchiglia e poi si disperdeva nella confusione spiraleggiante dell’intrico dei suoi capelli.

Sabrina, la Cugina per eccellenza, si manteneva scostata la biancheria intima, con la bocca semiaperta e le palpebre socchiuse. Compulsivo, trepidante, ti chini su di lei e ti pieghi sulle ginocchia, le dischiudi le gambe e ti spingi nel tenero sodo delle sue cosce. Un afrore penetrante, acre ma per nulla di nulla sgradevole, ti solletica le narici tuttora impercettibilmente. Sabrina si raddrizza sui gomiti e ti fissa dall’alto, rammenti, intanto punti di domanda senza nessun significato ti si affollano nel cervello. Dapprima sondi la tumidezza della fessura con la punta della lingua. La consistenza era quella dell’impasto di una pagnotta di pane giunta allo stadio ultimo della lievitazione. Piacevole. Titilli le creste delle sue piccole labbra, rammenti, che risultano molli come la polpa delle lingue mature del frutto di un caco giapponese. Un fremito le percorre il corpo e un sospiro spossante le fuoriesce dalla gola, rammenti, quindi ritorna a coricarsi abbandonandosi a te totalmente. Azzardi una slinguata sulla protuberanza del clitoride, che si presenta tumescente, rigonfio, colloso, cedevole, attaccaticcio come zucchero sciolto. La senti irrigidirsi e contrarsi in risposta, rammenti, e procrastinare oltre non serve. Affondi la lingua nelle delicate sporgenze delle sue labbra. La fragranza del nettare ti colma immediatamente i sensi. Rigiri la lingua dentro di lei, le cosce ti si stringono intorno alla testa, le budella ti si annodano nello stomaco. Il sapore era caldo e liquido, il gusto non era dolce ma salato, però, rammenti, la sua viscosità sulle labbra, la tua eccitazione era tale da farlo diventare come ambrosia al tuo cospetto. Non avevi mai creduto che un simile profumo potesse esistere. Se lo avessi immaginato, ne saresti andato in cerca da tempo.

Ritiri la testa, succhi il medio per insalivarlo ben bene, introduci pian piano l’interezza del tuo dito nell’ardore della sua vulva. Incominci a bellicare dappertutto e ti soffermi specialmente sul clitoride, allungando in avanti le dita della mano libera per stuzzicarle, leggermente, meccanicamente, per stropicciarle un pochino la puntina di un capezzolo. Infili la punta della lingua sotto il beccuccio del clitoride e risucchi la puntolina del pistillo fra le labbra. Le sue ginocchia si chiudono di scatto, le sue mani ti scivolano sui capelli, un gemito sommesso, gorgogliante e strozzato, si leva da lei con indecisione e trasporto.

“Mmh”.

“Cosa?”.

“No, fallo ancora... Sì, non smettere”.

Un orgasmo cosmico le squassò i muscoli a ondate continue, facendola sussultare come una marionetta. Qualcosa fiottò in bocca e il cicciolino ti sfuggì dalle labbra per un attimo, ma lo recuperasti in un batter di ciglia e continuasti a succhiare. La sua figuretta si sconquassò a lungo, in modo silente, cauto e silenzioso, per quanto possibile contenuto e misurato, e, madido dei suoi umori, non avresti saputo distinguere l’inizio dalla fine dei successivi orgasmi, se più di uno o due ce n’erano stati. Istintivamente, voracemente, non mollasti più la presa sinché il suo corpicino ora scombussolato non tornò immobile, affannosamente, faticosamente, squisitamente, nuovamente tranquillo e rilassato.

“È andata meglio, penso, ti è piaciuto?”.

“Sì, direi proprio di sì, ma, però, lo voglio fare anch’io”.

A malapena il calore delle labbra e in quantità ti sei sfogato per la maggior parte nella sua bocca.

 

(10)

 

Sin dall’alba del mattino, si presentiva una giornata bigia e una pioggerella uggiosa cadeva di tanto in tanto. Era inverno, era un giorno di carnevale, era un tardo pomeriggio del compleanno del rantolo di un cuginetto. In molti della Famiglia si erano già riuniti nella casa di città del festeggiato. Il pomeriggio trascorreva rapidamente e la sera calava ancor più in fretta. Le luci del paesello si fusero tutte assieme mentre la strada si tuffava nel buio. Non era proprio come viaggiare nell’oscurità della notte e non solo perché si era appena sui primi del crepuscolo. Il buio sembrava più fitto di quello notturno, e in qualche modo più vicino: era come venire congelati lentamente nel ghiaccio nero, pensasti. Quando raggiungeste la sommità di un dosso, fu come se il buio (dietro di voi) si chiudesse contemporaneamente da tutte le parti, persino sull’orizzonte. Non impiegò molto a diventare davvero buio, le nuvole iniziarono a ritornare, trascinandosi da ovest. Riuscisti solo a cogliere barlumi di esse attraverso l’ombra della fitta vegetazione, che affiancava sul ciglio della strada, ma potesti immaginare come avrebbero incalzato il tramonto. Eravate passati da casa di qualcuno per prendere Sabrina e vi apprestavate a raggiungere il resto dei parenti.

Sabrina, gentile e disponibile con tutti, gentilissima e disponibilissima nei tuoi confronti. Sabrina, una contraddizione in termini: ingenua nei più disparati momenti, tuttavia assai più sveglia di quanto non sembri... disincantata e smarrita allo stesso tempo; a volte maldestra inevitabilmente, eppure leggiadra nella rimanenza delle circostanze; fifona e paurosa per le cose più assurde, ciononostante coraggiosa, audace e valente nelle occasioni giuste; risoluta quando occorre, ugualmente timorosa di tanto in tanto, sconclusionata per la maggior parte del sempre e comunque. Sabrina, la tua cuginetta, cordiale, gentile, tenera e delicata, sempre straordinaria e vulnerabile. Conserva sempre l’accenno di un sorriso fregiato sulle labbra, per chiunque, indipendentemente dalla situazione. Peraltro, siete praticamente cresciuti insieme e tra di voi si estende un legame che rende spesso superflue le parole, che talvolta le rende assolutamente inutili; uno sguardo, un cenno, un sorriso, di solito è tutto ciò che occorre per comprendervi al volo: la sua fiducia incrollabile nasce dal fatto che sei sempre stato pronto ad aiutarla, in qualsiasi momento e in qualsiasi occasione. Sabrina, la Cocca, la tua cuginetta.

Un minuto e via. Siete arrivati a destinazione e siete ripartiti quasi immediatamente per la pizzeria. La Nilla stava riprendendo la Nella, a causa del suo costume da coccinella, un po’ troppo sensuale e succinto, un po’ troppo aderente e provocante, un po’ troppo ridotto al minimo indispensabile per potersi catalogare come costume di carnevale. La maglia rossa a pallini bianchi, gli short rossi a pallini neri, un paio di stivaletti con la zeppa, il cerchietto con le antenne sulla testa, lo zainetto nero e floscio sulla schiena. Una processione di marmocchi strillanti e di nuovo in macchina.

Fuori, dalla periferia alla tangenziale, gli edifici della città sembravano dipinti di nero, come se fossero in stile Tudor. Lo spettacolo di tutte quelle strade deserte bagnate dalla luce dei lampioni ti diede l’impressione di annaspare in un’altra dimensione. Durante il giorno strati di nuvole grigio acciaio avevano viaggiato nel cielo, e ora sostavano sopra di voi. Luna e stelle erano invisibili oltre quella barriera. La trappola che si estendeva nel cemento era un ammasso d’ombre: colonne e lastre di oscurità; tetti di nerezza; tende di tenebra appese ad aste di buio su pertugi d’inchiostro; strati su strati di nero in tutte le sue sfumature: ebano, carbone, prugna, fuliggine, nerofumo, nero anilina, blu notte, lacca, carbone, corvino, antracite; porte e finestre scure in pareti ancora più scure. Ti aggrappi alla concretezza fisica di Sabrina seduta al tuo fianco, ti volgi per guardarla nella debole luce del cruscotto. Non scrutava affatto al di là del finestrino, ti stava fissando. Dal nastro che le cingeva la corona dei capelli, fino in mezzo alla fronte, pendevano tre fili di pietre d’ogni colore. Un gioco, una fantasia, che quando si muoveva lasciava intravvedere il tatuaggio azzurro caldo sulla sua fronte. Sorridi di rimando al suo sguardo sognante.

A meno di qualche chilometro, un lampo squarciò l’oscurità sfregiando per un attimo la pelle della notte. Istintivamente, la vedi e la senti irrigidirsi rimpicciolendo contro lo schienale del sedile. Il tuono rombò lungo la linea del lontano orizzonte come se il cielo, abbassandosi, avesse cozzato contro la cima del tetto del mondo. Echi dell’urto rimbombarono rumorosamente nelle nuvole, e come un angelo ribelle scacciato dal paradiso, un altro dardo lucente crepitò sopra di voi, esitò sui gradini celesti, diminuendo d’intensità mentre scendeva attraverso i cieli, subito svanendo nell’oscurità sottostante. Tap-tap-tap. Il vento spazzava i finestrini ininterrottamente, e adesso la pioggia tamburellava sul tettuccio dell’auto. Di nuovo il lampo balenò lontano, al margine del mondo. Sopra di voi, i tuoni, come enormi macchine belliche, rombavano sul campo di battaglia. Abbandonasti la tua mano nelle sue, che diventarono una morsa.

Forse, è chiaro che era nervosa come uno scoiattolo impaurito. Un lampo lontano balenò al di là del finestrino. Un tuono rombò dal limite dell’orizzonte buio. Il cielo sarebbe tornato chiaro e azzurro, e le ceneri del temporale avrebbero fornito fertile nutrimento a erbe folte e verdi come non mai, e l’aria sarebbe stata ripulita dal crepitare di tutto quel rimescolio. Lo sapevi bene tu, lo sapeva anche lei. E allora?

“Che cosa c’è che non va in te?”.

Domandasti in un bisbiglio, il cuore che di colpo si metteva a correre come se la punta di una frusta elettrica ti avesse colpito azionando il motore della tensione.

“Mmh”.

Fu interrotta da un lampo violento e rabbioso. Proprio al di sopra del vostro abitacolo un bianco sfavillio incrinò la volta nera del cielo, come una crepa zigzagante su un vaso di porcellana. L’esplosione del tuono fu così forte che fece vibrare il vetro dei finestrini. Già un altro tuono esplodeva, e sentisti le tue ossa sbattere l’una contro l’altra a dispetto degli strati di carne che le separavano, come il paio di dadi prediletti dal giocatore nella prigione ovattata di un caldo sacchetto di feltro. Chiuse gli occhi e strinse ulteriormente le tue dita nelle sue. Stavi per insistere, ripetendo ancora la domanda se necessario, quando l’automobile si affrettò ad accostare al marciapiede.

“Su, su, dai-dai, forza, tutti dentro!”.

Una grande insegna lampeggiante, coloratissima, si stagliava ammiccando sull’ingresso della pizzeria. Alcuni goccioloni tagliavano l’aria davanti alla tua faccia, altri ti colpivano con l’impatto di sassolini lanciati senza violenza, altri ancora si abbattevano sulle macchine con un percettibile plop-plop-plop. Vi siete raggruppati all’asciutto, sotto la sicurezza del tendone parasole provvidenzialmente abbassato, mentre gli accompagnatori cercavano parcheggio. Ogni goccia di pioggia si illuminava di mille colori, come se avesse fatto parte di un arcobaleno che si era frantumato in mille pezzi con il calare della sera. Ogni pozzanghera scintillava con i frammenti dell’arcobaleno dell’insegna. L’effetto era disorientante, ma preparava il visitatore a ciò che avrebbe trovato all’interno della pizzeria: i camerieri e le cameriere erano vestiti da clown, fantasmi, pirati, astronauti, streghe, zingari e vampiri e un trio vestito con costumi da orso si muoveva di tavolo in tavolo cantando e divertendo i bambini. I posti erano stati prenotati in precedenza e con largo anticipo. Pertanto, avete preso posto e proseguito senza indugio. Con la coda rossa di quel ricordo a pallini, rincorri la linea flessuosa della Zietta-coccinella che si allontanava da tavola per andare al bagno.

Sabrina si girò all’improvviso, e gelò all’istante, sorpresa che le vostre facce fossero così vicine l’un all’altra. Tu stesso eri rimasto confuso dalla sua vicinanza. Il calore scivolava via da lei ad onde, carezzandoti il volto. Potevi quasi percepire la morbidezza della sua pelle... Sbatté le ciglia, il suo battito cardiaco balbettò, e le sue labbra si socchiusero. Si distingueva appena qualcosa, qualcosa di vago nel fondo limpido dei suoi occhi di quarzo, qualcosa che voleva istoriare e dipingere dal centro innocente della sua anima. Una luce di passione, forse, come gocce di oro fuso in un forno ardente, come segreti a malapena celati nel profondo, come pensieri (remoti e disordinati) che brillavano come insetti pietrificati nell’ambra. Distogliete lo sguardo contemporaneamente. Tu lo hai fatto per non destare l’attenzione di nessuno, rammenti, ma lei? Intercetti l’occhiata di rimprovero di Grazia all’indirizzo di Graziella, la sensuale coccinella a pallini bianchi e neri, che, camminando a testa alta, attirava una certa dose di sguardi lascivi su di sé, nel tornarsene a sedere compiaciuta e indifferente. Il viaggio di ritorno non è stato poi molto diverso dall’andata.

Via i costumi e poi vi siete radunati nella camera del festeggiato di casa. Nella stanza, un bastoncino d’incenso bruciava, le candele erano state accese e le luci spente, per creare la giusta atmosfera. Ormai da tempo, venivate designati automaticamente a comandanti in capo, spontaneamente e da tutti, per il solo e semplice fatto che eravate i cugini più grandi. Quindi, tu e Sabrina vi siete accovacciati in un angolo e tutti gli altri si sono disposti con le gambe incrociate da voi in tondo, a ventaglio più o meno. La pioggia rigava le finestre e picchiettava sulle persiane in parte srotolate. C’erano candele accese sui comodini. E un paio anche sul cassettone. Le fiammelle tremolanti proiettavano ombre ballerine sulle pareti e sul soffitto. Le storie che circolavano non si sarebbero dette neppure mediocri, d’altronde, Sabrina non pareva convenirne e lo dimostrava largamente aggrappandosi al tuo braccio con la forza tentacolare di un mostro marino. Hai come la sensazione di sentirla tremare affettuosamente, fisicamente, teneramente, tuttora contro di te. Capitolando: sai che non lo fa apposta, è semplicemente il suo naturale modo di essere, ed è proprio questa sua spontaneità che la rende speciale. Ti volti per osservarla.

La pura, ingenua innocenza della sua espressione ti diede il desiderio di afferrarla e portarla via da quell’oscura camera da letto dove la fragranza dell’incenso cominciava a divenire insopportabile. La tua mente si era concentrata sulla vostra fuga, e quando riportasti l’interesse su di lei, sulla presenza della tua cuginetta, la sua immagine ondeggiava e i suoi contorni divennero incerti; quasi eterei, quasi impalpabili. Poi tornarono netti e ripresero solidità. Ancora quello sguardo... quello sguardo incognito e trasognato. Stavi respirando più velocemente, il fuoco che ti attanagliava su e giù lungo la gabbia toracica e la gola. E se Sabrina ti avesse immaginato stringere il suo corpo delicato tra le tue braccia? Spingendola stretta verso il tuo petto e per poi prenderle il mento tra le mani? Scostando le spirali arricciolate di quei capelli biondi-castani dal suo viso lievemente imporporato? Tracciando il velo della forma delle sue labbra piene con il tuo dito? Abbassando il tuo volto vicino al suo, dove avresti potuto sentire il profumo del suo respiro sulla tua bocca? Muovendoti ancora più vicino... Reagisce e sbatte la curva aggraziata delle lunghe ciglia. Si mordicchia le labbra e chinando il capo sposta altrove gli occhioni venerabili.

Per la notte erano state prese misure estreme. I più ciroli avrebbero dormito nelle camere degli ospiti, insieme ai genitori, i rantoli (troppo grandi per definirsi ciroli, troppo piccoli per definirsi nanerottoli) si sarebbero affollati nella stanza del cuginetto di città, tu e Sabrina, invece, con la compagnia di altri due fra i più grandicelli dei nanerottoli, avreste pernottato nella sala. In pigiama e infine a letto. Dunque, nel letto del divano a due piazze: Sabrina alla tua sinistra, tu nel mezzo, il nanerottolo del cuginetto più grande alla tua destra; e più in là, sdraiato per la lunga sul divanetto, ecco il secondo nanerottolo. Sul tavolino accanto alla Cocca un’applique da salotto spandeva intorno un chiarore tenue, ombreggiando fiocamente l’immancabile bicchiere con la sua bottiglia d’acqua, mentre la statuetta del suo coniglietto fosforescente luccicava nella penombra. La pioggia imperlava il davanzale della finestra poco distante, una gragnuola di tamburelli accompagnava il sottofondo del vento, che soffiava e spirava, inquietando e risuonando debolmente sui vetri. Le dita della tua mano sinistra racchiuse nella presa salda della sua mano destra. Non per ultimo ti ritrovi avvolto nel bozzolo di una nebbiolina aleggiante e dopo parecchio la sonnolenza sopraggiunge.

Leggerissimo frusciare di lenzuola. Immagini di frammenti di trascorsi si susseguono vorticosamente nel fantastico dell’incoscienza. Lei che si masturbava con innocenza nell’altra metà del letto, tu che ti trastullavi con febbrile entusiasmo per assecondare la melodia di un certo coro sinfonico e rumoreggiante. Fresco sulla pelle. Una carezza, un brivido. La curiosità spontanea di un’esplorazione reciproca fra le canne sulle sponde del macero, e poi gli stralci dell’enormità dell’istinto ipereccitante del primo vero tentativo di fornicazione fissato profondamente nel vivo del cuore del canneto sotto il cielo. Il suo tocco sui testicoli e lo smanettamento dell’asta. Lo stomaco invia segnali di agonia al cranio. Follia, meccanicità, morbosità, speranza, turbolenza. Il calore di una palla di fuoco ti riscalda la cappella del glande. Il richiamo echeggiò come un colpo di fucile sparato da vicino. Un peso dolce sulla pancia, fiamme divoranti all’altezza dell’inguine. Come che cosa? La prospettiva del presagio di una possibilità sale a galla, fluttuando come la panna nel latte, come l’olio nell’acqua, come bolle di gas fumigante dal catrame ribollente. Ardore liquido. La visione onirica di un desiderio struggente ti ghiaccia il sangue. Brividi mordaci, solletico. Trasecoli e lentamente risali in superficie dal limbo dell’incoscienza. Un suono, un gorgoglio, un risucchio, si impone e rimbomba come un gong nelle orecchie, si percuote e ti raggiunge nel cervello, un po’ troppo evidente per dare adito a dubbi. Socchiudi le palpebre per sbirciare con la coda dell’occhio.

Ombre nere come le tasche del Diavolo. Il cuginetto alla tua destra ti volta le spalle, quello più in là sta russando sommessamente, ancora più in là la pioggia battente continua a tamburellare sui vetri della finestra. L’aria della stanza diventò pesante, plumbea. Sabrina, la Cugina per eccellenza, se ne resta scomodamente piegata su di te gorgogliandoti piano sul grembo. Le lenzuola scostate di lato, lo scorcio di una massa di capelli scarruffati, la sua testa che altalena, il fuoco che scivola sulla tua erezione monolitica: la cosa ti raggelò, come se migliaia di aghi di ghiaccio si stessero formando nel tuo sangue conficcandosi nelle pareti delle arterie e delle vene; stringi i denti così forte che avresti potuto polverizzare il granito. Devi compiere uno sforzo considerevole per trattenerti, però, malgrado la voglia di toccarla, di accarezzarle le spirali dei capelli solleticanti, interromperla o rischiare di svegliare chicchessia era esattamente l’ultima delle cose che volevi. Trattenesti il fiato finché il battito del sangue nella gola quasi ti costrinse a tossire. La tua forza di volontà giaceva a brandelli, ti sentivi obnubilare la mente, distruggere la coscienza, ottundere i pensieri, smussare e distogliere dalla comprensione di motivazioni che vanno annebbiandosi affondo dopo affondo, vacillare il senso della ragione, togliere la lucidità di pensiero, perdere la punta dell’affilatura della lama dell’autocontrollo. L’irrigidimento, la leggerezza, la pesantezza, la tensione, come un pallone aerostatico che si gonfia, come un missile che si appresta all’obiettivo, come uno shuttle che si avvicina al momento critico del decollo. Quando passasti nella fase del preorgasmo, una sensazione di velocità inimmaginabile assale i tuoi sensi. Voli attraverso l’oscurità stellare, e l’universo mondo si dispiega davanti a te, come un milione di gemme sparpagliate in un mare infinito d’oscurità vellutata. Il tuo corpo fisico si scuote appena, si avvolge come nell’alone dell’abituale silenzio, prudentemente, e tu capisci che questo non è altro che il bozzolo creato (dall’intimità del legame che vi unisce) per proteggervi automaticamente, oculatamente, dal rischio di farsi scoprire accidentalmente, dal gelo infinito della monotonia della vita di tutti i giorni, dalle restrizioni, dalla mancanza d’aria insita nella preadolescenza e nel quadro di questo paesaggio astrale. Non puoi contenere oltre, ti arrendi e lasci sfrenare gli intestini e le budella. Hai sfogato la maggior parte della tua linfa fra le sue labbra.

Ti ripulisce per bene con qualcosa di umido e fresco, forse un fazzolettino saponato, forse un tovagliolino di carta bagnata, forse il foglio di uno scottex intinto nell’acqua. Fingi di dormire per non metterla a disagio. Ti ricopre con cura, la senti sputare nel bicchiere e si alza dal divano-letto. Azzardi una sbirciatina di sottecchi. La vedi dirigersi in cucina per risciacquare il bicchiere e la bocca. Quando fosse ritornata, ti saresti stiracchiato un pochino, casualmente, innocentemente, mostrandole poi la tua voglia di sfiorarla gentilmente per compiacerla. Chiudi gli occhi. Sabrina, s’infila come una piuma nel bianco delle lenzuola e il nanerottolo alla tua destra si rigira e sbadiglia. Porca vacca! Non ora, non adesso, dormi cazzo. Aspetti, immobile, nel centro silenzioso del bozzolo di quel giaciglio... e senza volerlo il sonno ti riprende e porta via.

 

(11)

 

Sogni, inquietudine. Qualcosa da fare, una ragione per aspettare. Buio. Che cosa? Buio, ancora sogni. Dove? Quando? Buio. Sabrina. Sogni. Sabrina, qualcosa da fare. Il barlume di un ricordo, forse di un sogno. Ardore. Buio, desiderio, inquietudine. Buio. Sabrina, il motivo lampante, Sabrina, la ragione di tutto. Ti rigiri nel letto e socchiudi un filino le palpebre. Scampoli improvvisi come strappi di realtà. Il carnevale, il compleanno, il viaggio in macchina, la pizzeria, la casa di città, il pernottamento nella sala. Il cuginetto alla tua destra sembra risprofondato nel suo viaggio onirico, si è raggomitolato su se stesso e ti gira la schiena, respirando rumorosamente, mentre quello più in là continua a ronfare in modo sommesso. La notte si stava togliendo il mantello dalle spalle, la prima pallida luce grigiastra dell’alba si scorgeva a malapena indistinta oltre i tetti del cemento che si estende a profusione in distanza.

Le foglie stormivano come le gonne rigide e nere delle streghe. Il vento spirava giù dal cielo della città placcato di nuvole, spingendo fra gli alberi le tenebre di febbraio, facendo dolcemente oscillare i vetri della finestra sfuggente, gemendo, mormorando, picchiettando, sospirando, pregno dell’odore della pioggia battente. Esso raccolse i rumori rintoccanti nella confusione del vicino parco pubblico, li lacerò come se fossero frammenti di un fragile tessuto e li gettò come fili strappati attraverso la tendina che offuscava e velava lo spiraglio del finestrino aperto sulla breccia del tuo dormiveglia.

Richiudi gli occhi. A dispetto della voce incessante della pioggia e del vento, puoi ancora udire il suono (come un’eco prolungato e struggente) del gorgogliare debole di Sabrina che va diffondendosi dalla culla di vimini del profondo dell’inconscio. Un brontolio e un risucchio. Qualcosa di liquido. Un rumore che scivola. Qualcosa che ribolle, accompagnato da un crepitare di lenzuola, come da un lieve frusciare cartaceo, come la fiamma che ti arde nel cosmo dell’inguine. Quanto più tentavi di allontanarti dalla sensazione di quel suono, tanto più potevi udirlo e sentirlo con chiarezza.

Riapri e richiudi gli occhi pesantemente. Un gorgheggio liquido, un risucchio scivoloso, un calore ribollente. Uno scricchiolio di stoffe leggerissime che frusciano. Fuoco che divampa dabbasso. Ti sentivi leggermente stordito. Girasti lentamente gli occhi della mente verso l’ombra della culla del tuo inconscio, in cerca all’interno del tuo io più profondo, e ti sforzasti di spingere i tuoi pensieri in un’altra direzione. Qualcosa di orribile, di orrificante. Qualcosa di terrificante. Qualcosa di sconvolgente, qualcosa che ti avesse aiutato a rinsavire dai fumi dell’incoscienza. Insomma, qualcosa di spaventoso. Luna piena. Nebbia e luna piena. E un cimitero. Alla luce della luna il cimitero ha una certa bellezza spettrale. Vi è un’aura di triste serenità che circonda le tombe cadenti che, con il passare del tempo, si sgretolano in polvere e scompaiono portando con sé i segreti ricordi di un altro secolo. La nebbia si disperde, le tombe si scoprono. Corpi seducenti si levano da bare foderate di petali di rosa. Non ci siamo! Voci eccitanti di un coro melodioso, movimenti accattivanti di una moltitudine di membra voluttuose. No. Sicuramente era la tua immaginazione. Non avresti potuto udire gli echi invitanti (di quei richiami orgiastici) al di sopra del tambureggiare dell’acqua che batte. Chiudi come il rubinetto del flusso della tua fantasia. Per un momento il sonno parve riempirsi di un silenzio assolutamente perfetto, sepolcrale. Eri in collera con i risvolti di quell’immaginazione sensuale, della tua immaginazione smodata, ed eri in collera con te stesso per esserti lasciato condurre in quella fantasia a luci rosse. Sapevi comunque che si trattava di un sogno. Doveva per forza trattarsi di un sogno. Desideravi svegliarti (svegliarti e risalire e fare qualcosa), ma per fare che cosa? Sabrina. Sabrina che dormiva, forse... forse che si fosse addormentata? Risali e rinsavisci bruscamente e spalanchi gli occhi.

Ti sentivi fiacco come il cielo invernale, grigio scuro e cupo, plumbeo al di fuori della finestra, e più inconsistente delle barbe irsute che penzolavano dai volti sinistri di guerrieri e mostri, che un occhio fantasioso poteva scorgere nelle nubi temporalesche. Il vento della notte spalmava le goccioline della pioggia sui vetri, il tenue lucore dell’alba imminente traspariva appena laggiù in lontananza. I due nanerottoli stanno dormendo sonoramente e sai che il resto della massa del grosso dei cuginetti è stato dislocato un po’ dappertutto al piano superiore. Ti rivolti quanto più silenziosamente possibile nel mezzo del giaciglio del divano-letto. Il coniglietto fosforescente di Sabrina continuava a luccicare nella penombra del salotto vasto e spazioso, l’applique sul tavolino continuava a soffondere tutt’intorno il suo chiarore fioco. Ti accomodi sul fianco sinistro.

Sabrina si direbbe dormire profondamente. Anche se i suoi capelli non sembravano più biondi-castani ma castani-corvini nella semioscurità della notte, lei era sempre una ragazzina d’oro, la figlia prediletta del sole, così come ti era apparsa quando l’avevi stretta nel bacio del corpo per la prima volta nei primi d’autunno di quell’assolato giorno in montagna. Appariva ancor più bella nel sonno: la massa dei capelli (scarruffati e contorti) disegnava una grande ombra scura contro il cuscino candido. Le ombre rubavano il colore dalla sua pelle, malgrado ciò la fronte liscia come il velo della panna sul latte conserva tuttora il caldo ricordo del tatuaggio azzurro della festa della sera precedente. Ti intrattenesti a osservarla per un poco. Il faccino spensierato, innocente e vulnerabile, indifeso nell’angelico riposo che va accentuando squisitamente il suo musetto da scoiattolo. Le labbra lievemente dischiuse, il respiro lento e regolare, la curva del collo armonioso. La delicata struttura delle sue ossa, il sottile rivestimento della sua scolorita pelle, come seta distesa sul vetro, incredibilmente soffice e facile da distruggere. Eri davvero certo che stesse dormendo? Tra il tuo corpo e il suo sentivi ronzare ora il calore di una quantità di elettricità, una tensione impalpabile che andava raccogliendosi. Il suo corpicino... allungato e supino sotto le lenzuola, come ghiaccio ardente rivestito di seta, spaventosamente friabile; delicato... fragile e delicato. Un pensiero peccaminoso ti sconvolse. Accarezzarla sarebbe stato come accarezzare una bolla di sapone senza farla scoppiare. Cerchi di squadrarla nella prospettiva di una nuova angolatura: Sabrina, la quintessenza dell’innocenza e della passione. Come che fosse, non è affatto la stupidina che generalmente sembra al primo impatto; non è una cima, ma non è né persa né svampita, perlomeno non lo è fino in fondo, di sicuro non lo è completamente.

Ti accosti alla sua figuretta distesa, rilassata nell’Eden del sonno. Il calore sembrava addolcire il profumo che la circonda, rigenerando appieno l’accumulo delle tue riserve. Le budella s’infiammarono di voglia, il fuoco ancora fresco e intenso perché l’avevi desiderata troppo a lungo e per troppo tempo. Allunghi una mano nervosamente, le dita rigide come bastoncini di legnetti secchi, cercando di ignorare le farfalline nello stomaco, mentre il respiro si faceva sempre più trafelato. Il sedere più stretto della mano di un politico chiusa su una mazzetta di banconote, il curaro e l’adrenalina in circolo nel sangue in pari misura. Paventavi il disastro di una sola mossa falsa, protendendo le grinfie al di sopra del suo addome, stando bene attento a non sfiorarla accidentalmente, e avevi come l’impressione di muoverti nella fanghiglia, intanto una vocina magniloquente si faceva spazio nelle tue cervella. E se si fosse svegliata? Il cuore esulcerato nel petto, la trepidazione crescente nelle viscere, il sentore della bile nella gola, il peso dello sforzo, i muscoli del braccio destro dolorante. Una porta si apre e si richiude al piano di sopra. Serpenti di ghiaccio che si srotolano nello stomaco. Nulla di più e nulla di meno.

Un brivido divorante ti cementa nel nano del giro di un attimo. Fu come versare colla in un ingranaggio ben funzionante. Immobile. Bloccato. Impietrito sul posto. Dieci, venti, trenta secondi... e poi un minuto pieno. Frattanto, una tempesta di neve ti soffiò nel perno dell’anima. Le stelle del tuo personale universo mondo diventarono nere e ti ritrovasti imperlato da piume di cristalli di sudore congelato. Lo sciacquone dello scarico del gabinetto. La porta che si riapre e chiude di nuovo. Dieci, venti, trenta secondi... e via un altro minuto intero. Non si era mossa.

Il respiro della tua cuginetta sempre lento e regolare. La tua mano sospesa su di lei, il lenzuolo che si appesantiva sull’avambraccio, i muscoli doloranti della spalla. Sul primo piatto della bilancia la voglia incontenibile, sul secondo il coraggio vacillante. Dire che ti sentivi esagitato sarebbe stato solamente un eufemismo. Non sei costretto a farlo; la voce della coscienza conteneva una sfumatura di cortese disprezzo, come se ti avesse rivelato la cosa più ovvia del mondo. Di tanto in tanto le tue dita si piegavano come se stessero premendo a vuoto i comandi di un cannoncino. Vederle ti avrebbe innervosito, fisicamente, notevolmente, se non fossi già stato teso quasi al punto di scattare come la molla sovraccarica di un antico orologio. Ti trovavi in una impasse, di fronte a un problema inestricabile, alle prese con un’impresa perniciosa. Indeciso e tentennante, confuso. Infine l’audacia di un istinto soverchiante viene in tuo soccorso.

Azzardi ulteriormente e pieghi la prima falange del mignolo per sfiorarle il ventre del pigiama con la punta del polpastrello. Non si è spostata di un palmo, non ha contratto nemmeno un muscolo, ne desumi che stava ancora dormendo. Una gloria effimera per il tuo orgoglio ferito e febbricitante. Quindi la toccasti anche con l’anulare e con il medio. Nessuna reazione. In seguito e con gentilezza, le appoggi la pianta della palma sul fregio degli addominali. Musica di tamburelli sui vetri. Come un pioniere impenitente, oculatamente, voracemente, introduci i rametti rinsecchiti delle dita nel cotone della sua maglia del pigiama. Mentre ti godevi la consistenza morbida e calda della sua pelle, le curve eleganti del suo piccolo seno, il movimento meccanico del torace, la scoperta di angoli aggraziati esattamente nei punti in cui gli angoli erano desiderabili, la saldezza dei muscoli, i movimenti fluidi di ossa e muscoli, avresti potuto essere un cieco che usava le mani per descrivere la propria visione interiore della bellezza ideale. Il respiro si fece boccheggiante. Le spingesti un dito nell’incavo delle cosce, lo facesti scorrere su e giù nel taglio della vulva, incurvasti il dito ad artiglio e sentisti la cucitura del pigiama entrarle nel sesso, teneramente, morbosamente, insieme con l’unghia del indice e con la stoffa delle sue mutandine. Ha cominciato a gocciolarti addosso un’oscurità spessa e pesante. Ti sei sentito serrare la gola. Dunque, una pulsione paranoide si elevò al vertice del parossismo e ti esplose nella testa. La stavi toccando intimamente, spezzato in più parti, segmentato. Un bisogno tangibile ti si torse dentro, l’autocontrollo sul filo del rasoio, la mente ridotta a brandelli nel vento, la tua ragione sgangherata fuoriuscita dai cardini del tutto. I nervi a fior di pelle, il cervello in poltiglia. Ti sentivi adesso saturo di aspettativa in ogni pollice quadro del tuo essere: esasperato, esasperante, ipereccitato e bramoso.

Manovrando, manipolando costantemente, delicatamente, le infili le dita nella cintura del pigiama e gliele insinui sotto l’elastico della mutandina che veste per la notte. La notte che schiariva nel grigiore dell’alba, la mano che accarezzava nel soffice della sua peluria. Sospira. Dormiva. Non lo avrebbe mai fatto altrimenti. Fai diversi circoletti sulla tumescenza del clitoride e, per riflesso, forse, le sue gambe si divaricano di un altro pelo. Un fremito che si diffuse in ogni fremito del suo corpo ti assalì di colpo, quando premesti quel puntolino speciale che rimane seminascosto dalla punta del pistillo del suo prepuzio clitorideo. Con il medio percorri il solco fra le sue piccole labbra attaccaticce, collose, sporgenti. Una luce stroboscopica ti guida come all’ancoraggio di un porto tranquillo nella burrasca della tormenta. Affondi il polpastrello nell’ingresso bagnatissimo della sua vagina, e quando oltrepassasti con la nocca quella resistenza cedevole nell’imboccatura della sua fessura, il suo bacino reagì immediatamente, accentuando la tua penetrazione. La scarica del lampo di un flash ti obnubila in parte la memoria, ma riesci a ricordare vividamente il brivido che era corso attraverso lei come una corrente elettrica quando sprofondasti nel suo corpo entrambe le giunture delle nocche. Un bozzolo di silenzio vi avvolse e v’innalzaste nella stratosfera che stava albeggiando, i suoi fianchi dondolavano in un ritmo altalenante, e con piccole oscillazioni rotatorie della palma la trascinasti e cullasti nell’estasi di un orgasmo sonnambulo. Quando siete scesi di lassù, ti sei riscoperto un po’ ansante. Incantato, come perso e smarrito, l’hai contemplata con adorazione. Un angioletto! Hai ritirato la mano e ti sei messo il dito in bocca, per assaporare l’ambrosia del suo piacere. Sabrina, la Cocca, la Cugina per eccellenza, dolce e preziosa.

Aprì gli occhi e ti sorrise.

 

(12)

 

Sabrina. Ripercorri e ripensi. Rammenti e quasi ti sembra di rivedere come fosse sempre stata goffa e fifona (fin dai primi della vostra fanciullezza), ma, sotto la tua protezione, se incoraggiata e guidata con il massimo dell’entusiasmo, era sempre pronta a farsi trascinare e coinvolgere in tutto, senza riserve e senza obiezioni; il cucciolo di un angioletto-mostriciattolo adorante e venerante. Ragionando: in ogni tuo gesto si nasconde sempre un atto di gentilezza nei suoi confronti, e con il tempo da questi comportamenti premurosi si è sviluppata la sua fiducia incrollabile. Peraltro, assai da prima delle prime esperienze concrete della pubertà, avete compreso le necessità della cautela, istintivamente, del silenzio e della segretezza, perfettamente, prudentemente, quindi solo negli ultimi tempi i vostri giochi si sono evoluti in audaci e rischiosi, eccitanti e pericolosi, però, l’autoconservazione, la familiarità di compierli in modo silente, quanto più cautamente e silenziosamente possibile, è perdurata a lungo e negli anni, consentendo così di superare indenni il divario del tempo. Quando è successo che vi siete scambiati di ruolo? Cerchi di ricordarlo e non ci riesci. No. Parlare di personalità invertite non sarebbe corretto. Piuttosto, sarebbe stato meglio dire che, pian piano, il carattere, il comportamento, il temperamento, l’identità più profonda di ambedue, l’essenza del vostro essere, ha fatto sì da farvi fondere in un’unica entità. Il caso, il destino, l’innata complicità, la stretta vicinanza, ogni cosa insomma, ha contribuito e favorito a rendere inevitabile la metamorfosi. Con medianica sintonia, in simbiotica armonia, come parte essenziale di te stesso.

Il grosso dei cuginetti era rincasato nel grigio cenere del pomeriggio, altri avevano lasciato la casa di città durante il piombo del dopo cena, altri ancora se n’erano andati nel corso piovoso della serata. Folclore. Ormai da secoli era tradizione, per te e la tua cuginetta, condividere insieme i periodi delle vacanze, dapprima con i genitori dell’uno e poi con quelli dell’altra. Perciò, tu e la Cocca, al più tardi sareste rientrati nella solita routine con la sua mamma e il suo papà.

Fuori, la pioggia piange le sue lacrime sui vetri delle finestre di tutta la città. Dentro, la sala è stata rigovernata e stirata a lucido. Di sopra, il rantolo del cuginetto di casa (causa del raduno per il festeggiamento del suo compleanno) probabilmente sta sonnecchiando, un paio di ciroli d’avanzo gli tengono sonnolenta compagnia. Di sotto, gli adulti rimangono intenti, assorti e sprofondati nel chiasso del televisore: chi seduto in poltrona, chi accomodato nel divanetto, chi spaparanzato sul divano-letto riassemblato e richiuso e rifatto. I dettagli del suddetto dipinto a grandi pennellate si accumulano. I vetri rigati dalla pioggia di fronte, lo schienale rigido del divanetto alle spalle, il puzzle incompleto sul pavimento, l’applique da salotto sul tavolino nell’angolo che permette appena di scrutare nella luce bassa che filtra tra il divanetto e la finestra. Entrambi accucciati per terra. Tu con le ginocchia accostate e strette al petto, lei con le gambe incrociate lì vicino. La scatola del puzzle davanti ai piedi, Sabrina alla tua destra, il coperchio della scatola contro il muro.

Sin da quando avete intrecciato gli occhi nel debole chiarore albeggiante di quella giornata pallida (più o meno confusa e piovosa), presentivi nell’aria la forte sensazione del crepitio di una ricca promessa di nuova vita e di nuove possibilità, e sentivi la tensione crescere furiosamente, morbosamente, quantunque non si fosse presentata affatto l’occasione giusta per schiudere e sfiatare correttamente la valvola di sfogo intrinseca con i disagi della preadolescenza. Raccogli un pezzetto da un mucchio e lo incastri nel tutto. Il potere medianico del suo sguardo magnetico e meditabondo, ti indusse a voltar la testa nella sua direzione per fissarla; l’aria interrogativa, il piglio riflessivo, le sopracciglia arcuate, il labbro inferiore trattenuto tra i denti, le tracce vaghe del tatuaggio del compleanno-carnevale del giorno precedente sulla fronte aggrottata. Fece una faccia strana, sicuramente ripensando agli exploit della notte da poco trascorsa, quando vi siete sorpresi a vicenda nel bozzolo del sonno e dell’incoscienza.

Strana e bellissima. Squisitamente bellissima. O piuttosto solo squisita. Lo sarebbe stata, visibilmente, notevolmente, se fossi stato davvero capace di distinguerla. Apprezzarla dietro il divanetto, distinguerla con chiarezza nella fioca penombra delle luci abbassate. Non stava migliorando. Erano passati giorni e mesi, giorni e mesi di astinenza, giorni e mesi sperduto nella vuota landa del quotidiano, ma non eri più vicino alla libertà rispetto al momento in cui avevi catturato l’odore del suo sesso. Ogni eco dissolto. Se prima il volume del televisore era parso alto e rumoroso, ora il silenzio nella sala pareva diventato assoluto. Un lago di silenzio. Su di voi sembrava essersi acceso un riflettore mentale. Sareste potuti essere anche soli in un cerchio di luce su un enorme palcoscenico.

Porpora sulle guance. Quando decifrò l’espressione sul tuo viso, il sangue tornò a inondarle le guance, e diede alla sua pelle il colore più delizioso che avessi mai visto nei fumi di un ricordo. Il profumo era come una nebbia impenetrabile tra i tuoi pensieri. Li articolavi a malapena. Erano furiosi, incontrollabili, incoerenti e sconclusionati. Paradosso. Tenti di farti strada scavando, annaspando nel fondo limpido delle sue pupille, per capirla, per comprenderla; spingesti la coscienza nell’io più profondo dei suoi occhi, per dar senso al suo spirito arzigogolato, stratificato, tuttora difficile da cogliere. Una scintilla di luce le si generò dal centro innocente dell’animo e le divampò nel morione delle iridi: ne presagisti immediatamente il significato.

La bocca si dischiuse lievemente, una punta di lingua fa capolino tra i denti, le sopracciglia si distesero, la fronte si rilassò, le lunghe ciglia sbatterono più volte. Subito riconoscesti i segni precursori di una tempesta struggente. Il disegno delle spalle si solleva, il refolo del respiro si accorcia, il battito di farfalla del suo torace si rompe. Poi ti sorrise e con fluida eleganza si protende verso di te, facendo strage nei tuoi processi mentali. La folata del suo respiro accarezzò il tuo viso, dolcissima e profumata. La magia della sua bocca sfiorò la tua. La sentisti aprirsi come un fiore e poi penetrare in te in un intrecciarsi di calore e di lingua, il movimento della luce del sole sulle labbra. Luce umida e tenera e morbida sulle labbra. La magia nasceva da lei, ma non soltanto. Non avresti saputo spiegarlo, ma ne eri certo. Sabrina, nelle tue mani, era una sfera ardente: tu, il sale della terra, lei, il sole della vita; non c’è combustione senza sostanza. Parafrasando: una perla di saggezza nell’enfasi del caos. Il calore aumentava sempre più e la vostra magia si allargava fino ad avvolgervi. Provasti un attimo di terrore, ma lo ricacciasti indietro. Strisciare e scricchiolare di una sedia sulla ceramica del pavimento. La Cugina per eccellenza si bloccò di sasso e tese le orecchie, desti una rapida controllata oltre lo schienale del divanetto. Nulla di insolito nelle ombre.

Ti aggiusti e riaccucci al suolo. Sposti la scatola del puzzle, allunghi in avanti le gambe e la prendi tra le braccia. La si sarebbe detta alquanto esitante, indecisa e tentennante, timorosa e diffidente; come persa e smarrita in un frangente pericoloso. Ma reagisti, anche se non all’istante, scagliando contro qualsiasi paura il fuoco della magia: una lama di fuoco vibrante e seghettata, che bruciò la pelle scagliosa del dubbio nonostante la sua ovvia sensatezza e lo scagliò di lato, come una marionetta di cartapesta schiacciata. Le scosti un ciuffo spiraleggiante dal volto, delicatamente, le sorridi incoraggiante, dolcemente, le carezzi il velo della bocca con un dito e si scioglie. Sabrina, una fonte di passione inesauribile. Di nuovo ti ritiri nel tuo universo mondo. Le stelle creavano maestosità, turbinando contro l’universo scuro, una vista meravigliosa. Però, quando guardavi le stelle in quel prezioso cielo, era come se ci fosse un ostacolo tra i ricettori degli occhi e la loro bellezza. L’ostacolo era un viso, un semplice-squisito volto umano, che non riuscivi a togliere dalla tua mente. Il flebile ricordo della calda fragranza di una ragazzina cinta nel tenero fumo di un abbraccio. Ti resta solamente uno scorcio risibile di quel bacio di lingua guizzante. Ma rammenti benissimo il brivido elettrico che era sgorgato dalle viscere quando la sua lingua ti aveva leccato le labbra. Immaginasti di essere a letto con la tua cuginetta e nessun altro, per possederla liberamente, voluttuosamente, e improvvisamente non fu impossibile per te immaginarti in quella situazione. Il tocco urticante di una manina di luce ti si appoggia sul cavallo felpato della tuta da ginnastica.

Fioccare di neve sull’anima dell’inguine. Ti senti uncinare nel ventre, gelare lo stomaco, ghiacciare le budella, azzannare e spezzare e frantumare i pindoli di ghiaccio nella pancia, sbriciolare gli intestini, inacidirsi e mancare il fiato nei polmoni. Ti sfila l’erezione del monolito dalle mutande, dalla cintura elastica dei pantaloni di felpa. Non puoi opporti, non ne hai la forza. Ti si abbandona addosso come una bambola di pezza, l’ardore di un’implosione di fuoco liquido ti esplose dabbasso, e, dolorosamente, penosamente, una lama zigrinata ti si conficca lentamente nell’addome. Ti serrava le viscere una sensazione di una tale potenza primitiva da trascendere il puro istinto. Ti sembrava di essere una cavia in un esperimento di laboratorio, con fili elettrici ficcati nel cervello, mentre gli scienziati ti mandavano impulsi di corrente direttamente nei vivi tessuti cerebrali che controllavano il riflesso della paura e generavano allucinazioni paranoiche. Non avevi mai provato niente di simile a questo, sapevi di trovarti sull’orlo sottile del panico, e lottavi per mantenere il controllo di te stesso. Eppure, anche dopo che avete superato il tratto di vegetazione carbonizzata e non si sentiva più l’odore di bruciato, continuasti ad avere nella mente l’immagine di una grande valle di notte, in fiamme da un’estremità all’altra, tra vortici di fuoco rosso-arancione-bianco che turbinavano come tornadi consumando tutto ciò che si trovava tra i bastioni di quelle aride catene montuose. Una gelida, viscida sensazione ti attraversò, e vedesti immagini stroboscopiche di tombe e cadaveri putrefatti e scheletri ghignanti, rapide sequenze da incubo come se spezzoni di un film venissero proiettati su uno schermo dietro ai tuoi occhi. Fermo là, nei bagni pubblici vividamente illuminati, estremamente a disagio nel lezzo di muffa e urina e speranza putrefatta, ti sentisti come in attesa nell’anticamera dell’Inferno del tuo inconscio. E poi l’incubo peggiore: uno degli zii che allungava il collo al di sopra del bordo dello schienale del divanetto per scorgere cosa stava succedendo lì dietro. Ma, stranamente, la reazione che ne ricavasti fu tutto l’opposto della ragionevolezza e della prudenza; rischio sommato a fifa, moltiplicato per tensione e pericolo, uguale ipereccitamento all’infinito. Magia fiammeggiante, poesia in movimento dabbasso.

Il fantasma del bianco delle mutandine si intravvedeva dall’apertura spalancata della sua minigonna. Le gambe incrociate, le ginocchia allargate, le cosce divaricate, le caviglie intrecciate. Allunghi una mano fra le sue gambe. Cerchi di infiltrare le dita al di sotto dell’elastico della sgambatura di una coscia, ma la cosa si rivela più difficoltosa di quanto non sembri. Pertanto, ti devi accontentare di dirigere in circolo i polpastrelli sulla stoffa della mutandina. La testa che va su e giù, che va su e giù, il fuoco che scivola, che scivola, le dita che circolano, che si muovono meccanicamente, il centro della sua bocca, caldissima, un vortice bollente e ribollente... la tua gola secca, arsa... il perno centrale dell’esistenza e del cosmo, della Galassia, le comete che cadono, che cadono, la Via Lattea che si condensa, che si condensa, le stelle che si raggruppano nel manto lucente di una supernova abbagliante. Vi ritirate nel vostro bozzolo. L’obnubilazione del passato-presente, come l’ardore della fiamma di un fuoco altalenante, e il desiderio parossistico dei momenti più intensi, più violenti, il terrore dell’anatema dei suoi genitori, della minaccia di scomunica degli adulti, del rifiuto e della conseguenza di rabbia da parte del resto dei parenti. Il suo bacino si contorce in spasmi silenti e non puoi resistere. Hai sfogato una quantità di linfa nella sua bocca.

“Sabbi, fammi un favore, per cortesia...”.

Merda! Si rialza e ti fissa con le guance rigonfie. Un bicchiere, qualcosa... qualunque cosa. Non ci avete pensato, cazzo, avreste dovuto pensarci. La vedi deglutire.

“Sì”.

Visto in retrospettiva, il trascorrere di festa di quel sabato e domenica (per emozioni, per qualità e varietà) si è dimostrato paragonabile all’intera durata del protrarsi di una vacanza ricca e piacevole.

 

Frammenti dell’adolescenza.

 

Nell’adolescenza, è fiorita in un angelo soffuso di passione.

 

Nella pubertà, avete scoperto che il cane da caccia non era così terribile come sembrava, e, con la valida giustificazione di portarlo almeno a passeggio (per fargli sgranchire di tanto in tanto le zampe), lo avete spesso sfruttato come scusa per addentrarvi in campagna. La campagna si presenta splendente nel suo abito primaverile, l’aria è pregna dell’aroma dolcissimo del caprifoglio e del tiglio in fiore. Il cielo azzurro è venato solo da qualche nuvoletta bianca, il sole risulta caldo al punto giusto e c’è una brezza piacevole ad accarezzarvi le gambe. Ciack, tira e strattona in avanti il guinzaglio, Sabrina, un angelo di scoiattolo in cappello di paglia e minigonna, con lo zainetto in spalla, trotterella al tuo fianco come un impeccabile cagnolino da riporto. Nello zainetto della tua cuginetta, una coperta da stendere e tutto l’occorrente per la merenda. La sua palma si direbbe una concentrazione di calore, lievemente umida al centro: puoi sentir pulsare il suo sangue come una farfalla imprigionata nella tua mano. Meditando, avanzate silenziosi come un sospiro di vento sull’erba. Ti ha fatto promettere di non tentare domande in merito alla vostra destinazione, e non riesci a pescare nient’altro di convenzionale da dire.

“Allora, pensi di venire promossa?”.

“Mmh”.

Si interrompe per raccogliere le idee. Era quasi periodo di vacanze estive e, chissà, probabilmente quel pomeriggio qualcosa di succulento ci sarebbe scappato. Solleva un pelo il mento e deliberatamente ti sbircia di sotto in su. E tu vedi il brillio profondo dei suoi occhi sotto la tesa del cappello. E il tocco del sole spalmava come un velo di luce sulle sue labbra. Strizza appena le palpebre... dischiude e richiude le labbra. Impossibile non far nascere sospetti.

“E tu invece?”.

Soggiunge con uno sbuffo di voce. L’accenno di un sorriso fregiato agli angoli della bocca, un soffio di sarcasmo istoriato nel quarzo morione degli occhi. Abbozzi un sorrisetto, e con nonchalance ci aggiungi un’alzata di spalle. Poco ma sicuro, rimuginava da giorni un suo folle progetto. Te la immagini tuttora scodinzolante, soddisfatta, procedere con solerzia un passettino alla volta; non riuscivi a liberarti dal sospetto strisciante che ti tormentava. Né tu né lei pronunciate più una sola parola a riguardo, mentre il tepore della tarda primavera vi riscalda come una benefica trapunta in sboccio.

Avete costeggiato il canale per un paio di chilometri, poi avete tagliato per un sentiero in terra battuta che si inoltra tra i campi di erba medica. Vi siete lasciati alle spalle abitazioni e giardini, ma le fragranze trasportate sul dorso del carezzevole venticello che spira sul verde del paesaggio non sono affatto meno intense. Ciack, non smette di strattonare il guinzaglio a più non posso, cercando di rincorrere tutto ciò che si muove, Sabrina, giuliva si gode il misterioso segreto della sua promessa e ti segue da vicino. Scavalcate più di un fosso per abbreviare la distanza, infine sbucate nel retro del cortile di un casolare abbandonato. Il mondo della natura, sempre mormorante, si espande ovunque e sterminati frutteti vi circondano. La facciata posteriore dell’edificio perlopiù rimane ombreggiata da una rigogliosa edera rampicante, che si espone alla luce filtrata dagli alberi. Tra gli alberi, le cicale intonano la loro canzone ronzante. La brezza accompagna e fruscia fra le fronde, il cinguettio di innumerevoli uccellini si eleva nell’aria e dona in poesia il proprio contributo al coro del canto sonnacchioso e rilassante. In fretta raggirate quelle mura prive di qualsivoglia tipo di infisso.

Il pozzo è asciutto e le finestre sono come inquietanti orbite vuote, però, in passato, avete già largamente esplorato il luogo e tutti i suoi dintorni. Quindi, non c’è assolutamente bisogno di avere nessuna paura o timore. Sabrina ti si stringe al braccio comunque, per sicurezza, non si sa mai. Lontano nel tempo: parte dell’aia è stata cintata da uno steccato grigio e logoro, il fienile si scorge di lato della costruzione e quel che sembra la stalla delle pecore si erge di fronte. Uno stradone sterrato affianca lo steccato e conduce fin sulla soglia fantasma dell’antico pastore che vi abitava. Vi apprestate all’ingresso principale. Sul groviglio erboso che spunta nei pressi della soglia i cocci di vetro di una bottiglia risplendono e scintillano come diamanti su un fondo di velluto in una vetrina, gemme parecchio più abbaglianti dei gioiellini che si possono rimirare in un negozio di bigiotteria. Entrate.

L’interno è spoglio e polveroso, la temperatura è fresca e molto piacevole. Ti volgi a fissarla, per ottenere ulteriori informazioni. Sorridendo, con il mento e con lo sguardo, accenna alla zona di sopra. Legate il cane da caccia alla balaustra (assai più solida di quanto non sembri) del vecchio scalone che porta al piano superiore. Ti togli dalla schiena lo zaino e ne cavi fuori una ciotola e diverse bottiglie d’acqua. Dovete riempire la ciotola perlomeno tre volte prima che Ciack si ritenga a posto. Colmate ancora la ciotola, ti rimetti il tuo zaino in spalla, salutate il cagnolone con un buffetto e vi avviate su per le ombre dello scalone di quell’antica residenza. Ciack, si accuccia e si apposta subito ai piedi dei gradini con il testone fra le zampe. Un allarme perfetto! Se solo qualcuno si fosse azzardato ad affacciarsi nella stanza, i suoi latrati vi avrebbero avvertiti immediatamente. L’immagine di un santino appiccicata al pilastro in cima alle scale, pareti scalcinate su pavimenti di pietra, e chili e chili di polvere, è la sola roba che si può trovare lì sopra. Sabrina ti guida nell’ultima camera.

“Adesso me lo dici?”.

Le sue guance si imporporano dolcemente. Si leva di dosso lo zainetto e sfila da una tasca un mazzo di carte nuovo di zecca, ancora avvolto nel suo cellophane.

“Insomma, beh, pensavo che ci possiamo riprendere la rivincita a Cava in Camicia, ti ricordi?”.

 

(2)

 

Riprendere e rifinire una vecchia serie di regole è stata una cosa da niente. Frattanto, Sabrina, distende con cura la coperta sul centro del polveroso pavimento di quel casolare abbandonato. Lassù, la camera si manifesta arieggiata e piuttosto luminosa, quattro finestre si aprono su un paio delle quattro pareti scalcinate che vi ospitano nel momento più sonnolento del pomeriggio. Fuori dalle finestre, l’azzurro del cielo e i colori della campagna si mescolano tra loro come su una tavolozza di acquerelli. Un venticello leggerissimo trasporta con sé la fragranza della tarda primavera... Gli infissi non ci sono. Dabbasso, vigile e sull’attenti, il vostro cane da caccia manteneva la guardia ai piedi delle scale. La casa abbandonata del fantasma di un pastore, isolata e sperduta nel mezzo del nulla, il luogo ideale dove rifarsi liberamente una bella rivincita a Cava in Camicia.

Posate zaino e zainetto in un angolo della coperta. La tua cuginetta recupera una clessidra dal suo zainetto, te la mostra, e poi la adagia accanto al mazzo di carte da briscola. Vi inginocchiate sulla coperta l’un l’altra di fronte. Spontaneamente si toglie il cappello di paglia, si allunga e lo poggia sopra la chiusura dello zainetto. Molto bene! Pensavi di dovertelo conquistare. Prendi e svolgi il mazzo dal sigillo del cellophane e, per puro spirito cavalleresco, nonché per ricambiare l’onestà del suo gesto, lo rimescoli e le fai scoprire la prima carta.

Asso; sei: vince. Raccoglie le carte, le rivolta e le mette di sotto. Ti lasci cadere seduto all’indietro, ti levi le scarpe senza neppure cercar di slacciarle. Le sposti a portata di mano, vicino a zaino e zainetto e cappello, ti riaggiusti sulla coperta con le gambe incrociate e riprendete il gioco. Aveva vinto il primo giro, e, pertanto, di nuovo spettava a lei cominciare.

Cinque, due; cavallo, cavallo: vinci.

Raccogli le carte, le rigiri e sistemi in fondo al mazzetto. Si siede di lato, con garbo si scioglie i laccioli delle scarpe a tennis, se le sfila e si protende in avanti per sistemarle al fianco delle tue. Il tuo cuore ne paga il balzello. Si riaccomoda seduta, sempre con le gambe ripiegate di lato, e un triangoletto di virginee mutandine irraggia fiamme di luce tra le sue cosce. Un flash che ti ferisce il cuore e la vista. E tuttavia distogliere gli occhi non è facile. Riportate l’attenzione sui mazzetti e continuate a giocare. Avevi vinto il secondo giro, quindi, ti toccava la prossima mossa.

Cinque, due; quattro, quattro: vince.

Quasi ti strappi di dosso le calze e le appallottoli dentro le scarpe. A lei la mossa successiva.

Re, tre; fante, cinque, fante: vinci.

Come il guizzo di un serpente che attacca, agguanti le carte dal centro preciso della coperta e le metti al suo posto. Fin da piccolissima, Sabrina, è sempre stata alquanto goffa, e un po’ impacciata nei movimenti, ma è poi cambiata parecchio durante lo sviluppo. Deposita le sue carte sulla coperta. Si sostiene sulle palme e ruota sul bacino. Le ginocchia si articolano con eleganza, le gambe si raddrizzano non poco armoniosamente. Si china innanzi a sé e si leva i calzini. Con grazia ritira le gambe e si rizza diritta. Gli intestini si annodano strettamente. Ripiega i suoi calzini in un quadretto di cotone cubico e si spinge verso di te per metterli in una scarpa. Con una mano si sorregge sulla coperta, con l’altra si estende nel tuo spazio per infilarli nell’imboccatura della scarpa più vicina. L’occhio ti cade nella scollatura a V della sua maglia. Cogli a malapena le piccole rotondità delle sue tettine, riesci a scorgere solamente un effimero brandello del décolleté rigonfio del reggipetto che le contiene. Il cuore in defibrillazione. Si rialza a sedere, abbassi lo sguardo in una rapida panoramica. Il collo del piede lungo e arrotondato, la grazia della gamba piegata, il busto diritto, la mano che si puntella, il triangolino bianchissimo (che ammicca e che spicca assai più in evidenza di prima). Prende il suo mazzetto e si accomoda meglio. A te la mossa.

Sei, sette, cavallo, re, re, fante, sei, fante, due; sette, asso; tre; cavallo, asso; tre; quattro, re, sei: vinci. Un bottino coi fiocchi!

Recuperi la vincita. Si solleva sulle ginocchia, e con un solo movimento fluido, si svincola dall’impegno della maglia. Una pioggia di spirali di seta biondo grano a galleggio nell’aria. Indossa un reggipetto bianco, piccolo, semplice, spettacolare come le tettine che contiene. Un sorriso di quarzo negli occhi. Rimette in ordine la maglia e la dispone come si deve di fianco a sé. Era aggraziata anche quando restava ferma. Ha alzato le mani con le palme all’infuori, in un gesto curioso come di ali di colomba, e si è ravviata i capelli all’indietro. Le budella legate in un nodo grosso, sempre più stretto. Si lascia ricadere sul sedere, fra le sue caviglie, e si deve reggere con le mani dietro la schiena per non capitombolare con la grazia di un angelo. Le ginocchia riunite, le caviglie allargate, uno spicchio brillante di mutandine come luna fulgida fra le gambe. Subito ritrova l’equilibrio, ritiri la mano che era accorsa in soccorso istintivamente.

“Tutto OK?”.

“Sì.”.

Rimettete mano alle carte. Il tuo mazzetto si direbbe abbastanza grosso, il suo è già sottilissimo. A te la mossa.

Tre; asso; cinque: vince.

Immediatamente, drizzi le spalle e ti togli la maglietta. L’hai trasferita nella tacita richiesta delle sue mani. La rigoverna, ti sbircia di sottecchi, ne liscia il risultato e lo accosta alla sua maglia con premura. A lei la mossa.

Sei, quattro, cinque, asso; due; sette, due; quattro, quattro: vinci. Un altro colpo niente male!

Un cliché forse affatto originale e ciononostante sempre sconvolgente. Si solleva in piedi. Innocentemente passionale, ti gira la schiena per mostrarti cosa sta facendo. Rannuvolando, fluttuando, una cascata di seriche spirali ricade e le si arricciola sulle scapole. Si slaccia il bottoncino in cima alla minigonna, si apre la cerniera, e se la cala piegandosi con essa. La sedimentazione del tempo sembra rallentare. Il miraggio lunare della biancheria intima, la curva più che invitante del fondoschiena, gli elastici sprofondati nell’inguine, la traccia di un’ombra sulla cunetta di venere, le gambe lunghe e levigate, le cosce solide e snelle, il tondo dei polpacci ben fatti. Il respiro in iperventilazione, il battito del cuore su di giri, la pressione che cresce nelle arterie, fiamme di fuoco nei polmoni, il flusso dell’adrenalina in circolo, il sangue che diluisce nelle vene, la tensione nelle membra, brividi nel midollo delle ossa, e qualcosa di gelato ti si addensa nella pancia. Distrattamente, morbosamente, si fa passare la minigonna sotto ai piedi e si rialza. Si volta trottolando, e torna a inginocchiarsi. Era squisita, più di quanto non avessi mai davvero avuto modo di quantificare prima, squisita e preziosa. Era come se si fosse tramutata nel dipinto angelico di se stessa. Riordina ben bene la minigonna sulla maglia e ti sorride. Un attimo di confusione, contraccambi, le rimaneva ormai un non nulla di carte. A te la mossa.

Sette, tre; cinque, due; asso; cavallo: vince. Accidenti!

Posi le carte e ti rizzi in piedi. Sbottoni la patta e abbassi la cerniera lampo dei jeans. Li cali e te li togli meccanicamente. Il cuore che scoppietta nel petto, l’erezione che pulsa nelle mutande. Allunga una mano e ti fissa. Aspetta. Le cedi i pantaloni, senza proferir parola, senza protestare minimamente, quasi come se fosse un’abitudine. Li scrolla e li riordina accuratamente sulla maglietta. Ti siedi a gambe incrociate e la ringrazi. Ricambia, un sorriso nella sua voce. La coda di un occhio puntata sul rigonfiamento immane delle tue mutande, la tua puntata sui minuti rigonfiamenti trattenuti stretti dal reggipetto sul suo torace. A lei la mossa.

Cinque, cavallo, sette, re, tre; tre; cinque, due; fante, cinque: vince. Cavoli, resisteva con le unghie e con i denti.

Ti rialzi. Infili i pollici nella cintura elastica delle mutande, ti chini in avanti e te le sfili. Ti raddrizzi. Lo sguardo di Sabrina fissato a fuoco sull’erezione monolitica, una palla di ghiaccio nello stomaco. Gli occhi iridescenti che raccoglievano la luce da tutte le direzioni, ciglia sottili come linee d’oro grezzo tracciate in punta di penna. Intrecciate gli occhi per un istante, tentasti un sorriso, e le guance le si tinsero ancora di sangue. Appariva spaesata, persa e smarrita, trasognata, eccitata, desiderosa, interessata e sincera. Come tu stesso del resto. Dato che ti sentivi le ginocchia molli, non tardasti a sederti nuovamente, mentre l’adrenalina defluiva dal tuo corpo come acqua da una tazza spaccata. Butti le mutande sui pantaloni ripiegati. A lei la mossa.

Asso; fante: vince.

Vi alzate. Tu completamente nudo, lei, invece, vestita soltanto della sua virginea biancheria. Ti porti nell’angolo più luminoso della camera, tra due dei quattro grandi riquadri delle finestre del tutto mancanti. La tua adorabile cuginetta recupera la clessidra e ti raggiunge. Rimani oziosamente immobile nella luce, i pugni serrati e le braccia distese sui fianchi. Posa la clessidra sul davanzale di una finestra e la rovescia, ti cammina attorno libera di studiare a piacimento. Ti si arresta davanti e si piega sulla punta dei piedi per osservare il tuo monolito da vicino. Le sue mani racchiuse saldamente sulle reni, il gonfiore dei piccoli tondelli che spingono con forza contro i bordi del suo reggipetto per uscire. Involontariamente, il turgore monolitico della tua erezione fa un sobbalzo di stizza. Il musetto da scoiattolo si arriccia e le labbra si schiudono appena, esaltando così l’aspetto di eterno stupore del suo viso. Scambio, baratto, permutazione. La palla di ghiaccio diventò pesante come il piombo. La clessidra si svuota e tornate sulla coperta. A lei la mossa.

Cavallo, sei, cinque, sette, cavallo, cavallo, sette, re, re, re, tre; fante, sei, fante: vince.

Vi rialzate e ritornate nel punto X, laddove non esistono le ombre. Ruoti la clessidra e ti rimetti a sua totale disposizione.

“Dimmi, cosa vuoi che faccia?”.

“Mmh”.

Si interruppe e riprese. Ti parlò fissandoti con uno sguardo celestiale e intenso, la sua voce era caldissima. Ti bloccò letteralmente il respiro.

“Sì, insomma, apri un po’ le gambe”.

Divarichi le gambe e stringi i pugni rigidamente sulla muscolatura laterale delle cosce. Ti si avvicina con la passione germogliante negli occhi. Il tuo monolito eretto, percorso da brividi e spasmi folli, proteso nella tensione del vento come un bastone magico, sembrava coperto di rune di colore rosso vivo, che pulsavano come carboni al calor bianco. Hai chiuso gli occhi. Delicatamente, garbatamente ti sfiora le spalle e le scapole, scivola giù per la tua spina dorsale con le dita di una mano, i suoi polpastrelli si direbbero urticare sulla pelle come la peggiore delle ortiche, intanto un enfisema polmonare tremendo si propaga nel tessuto affaticato di quegli organi spugnosi contenuti nella cassa toracica dolorosamente, spaventosamente. Insinua la manina nel solco dei tuoi glutei, con le dita ti cinge da sotto la borsa raggrinzita dello scroto. Nel petto, il cuore mancò diversi battiti, nello stomaco, la palla di piombo si surriscaldò improvvisamente. Con la seconda mano, ti accarezza sul petto e sul ventre, sul fianco e sul pube, e poi si chiude sull’asta. La minaccia di un’esplosione incontrollabile si agitava dentro di te come ghiaccio in un bicchiere. Inizia a muovere le mani morbide e vellutate, le sue palme sono umide e caldissime. Per un tempo interminabile rimanesti pietrificato come una stalagmite, fermo e pericoloso come un razzo puntato, tentando di non innescare il meccanismo del preorgasmo, cercando disperatamente di tenere a bada la marcia innestata dell’immaginazione, tremante di collera nei confronti della tua smodata fantasia, sentendo la tensione persino nei denti. E nel panico, per un terribile momento, avevi pensato che il fragile guscio della tua sanità mentale si sarebbe spaccato riversando il tuorlo della follia. Però, infine, la clessidra scandisce l’ultimo granello e fate ritorno sulla coperta, se non altro illesi fisicamente. Ora, grazie alle ripetute vincite, i vostri mazzetti si presentavano grossomodo di simile spessore, ma, ragionando, hai presupposto che il suo mazzetto si componesse perlopiù di paccottiglia. A lei la mossa.

Tre; due; cinque, due; sette, asso; fante: vinci.

Si drizza sulle ginocchia e ti volge la schiena, per farti vedere come funziona. Si porta le dita al gancetto del reggipetto e lo slaccia. Le cinghiette scattano sulla schiena come un elastico che si spezza. Le spalline si rilassano e una le scappa dalla spalla. Si rigira e se lo toglie. Quasi ti dimentichi di respirare, il cuore cessa di battere, il ghiaccio e il piombo perdono di significato, qualunque altra questione si sfuma e si oscura, come un riflesso abbagliato sullo sfondo dell’esposizione di una gioielleria. Le sue mammelline sono cresciute leggermente dall’ultima volta che le hai viste. Quando è stato? La pelle dei tondelli è rosa-arancio, visibilmente, il colorito delle areole è rosa-marroncino, vistosamente, una fascetta ancor più marroncina le avvolge i capezzoli, vividamente, mettendo in risalto quelle sue incantevoli puntine rosa sulla cima. Non avevi mai visto niente di più stupefacente! Con gentilezza non forzata ti porge le carte e il potere taumaturgico del suo sguardo ti richiama alla realtà. Si era seduta con le gambe incrociate e il reggipetto era già sulla sua maglia. Riprendi le carte, e gli occhi precipitano sull’ombreggiatura centrale delle virginee mutandine che veste. A te la mossa.

Tre; cinque, asso; cavallo: vince.

Raggiungete in un baleno l’angolo luminoso della camera. Una finestra di fronte, una finestra di dietro. Luce dappertutto. Aspetti, esposto come un trofeo di caccia. Sabrina, mise in moto lo scorrere dei granelli della clessidra e si avvicinò. Ti girò intorno, lentamente, sentisti carezzare sulla forma tesa delle chiappe. Ti si ferma davanti ed entra nel tuo spazio vitale. Resti rigido, penosamente, sono le regole. Non devi reagire. Si appoggia con la fronte alla tua, le labbra a pochi centimetri di distanza. Il blocco di piombo surriscaldato, che avevi ritrovato nel basso ventre, si liquefece e gocciolò nelle palle fumigando. Una manina delicata come polvere ti percorre il petto, due dita urticanti e corrosive come acido ti stuzzicano un capezzolo, cinque polpastrelli irritanti come vetriolo si fanno strada sull’addome e sulla pancia, sul pube e nell’inguine, per poi chiudersi sotto ai genitali. Con tutta la tua immaginazione, potevi non soltanto sentire il tuo cuore che martellava, ma anche vederlo, mentre saltava come un coniglio in preda al panico dentro la gabbia del tuo petto. Un’emozione ingestibile si scatenò nel profondo, ti sentisti ottundere il cervello, e il ricordo del passato-presente si fece fuligginoso. Una fitta oscurità eruppe dentro di te come nero petrolio che sgorga da un pozzo. Fosti vittima di spaesamento, prima che l’oscurità si disintrecciasse. Il tempo della clessidra era giunto al termine, spaesato ti ritrovasti febbricitante, come su un piedistallo con la tua cuginetta stretta addosso. Le scosti una ciocca di capelli dal viso, era accaldata non meno di te. Stringendola per un gomito, affettuosamente, l’hai poi aiutata a tornare sulla coperta. A lei la mossa.

Fante, asso; cavallo: vinci.

Furiosamente ti imponi di restare a braccia conserte, immobile, per resistere alla fortissima tentazione di allungare le mani. Non si può, non adesso, non ancora. Come uno scoiattolo-farfalla si rialza. Si china nella tua direzione per abbassarsi le mutandine. I suoi tondelli penzolano verso il basso come palloncini ricolmi d’acqua, i mirini puntano in giù come siluri di profondità. Si sfila le mutandine di sotto i piedi e si raddrizza.

Una folata di brezza tiepida entrò da una finestra, errò per la camera, incrociò la figuretta di Sabrina e fuoriuscì dal riquadro vuoto che avevi alle spalle. Il suo profumo ti colpì come una palla di cannone, come un ariete. Ti rimane tuttora un frammento vivissimo di quell’istante. Ti sentivi come un vampiro, e lei aveva il sangue più dolce che avessi mai odorato nel corso dei secoli. Avresti rastrellato il pianeta intero, per l’afrore del suo sesso. D’un tratto avvertisti vivamente la sua fragranza. Non somigliava a nient’altro: non ai fiori, né agli agrumi, né al muschio. Non c’era fragranza al mondo capace di reggere il confronto. Dilatasti le narici, rabbiosamente, inspirando a pieni polmoni; e il profumo del suo sesso sbocciò in una nuvola irresistibile e ti circondò. Ti stringesti nelle braccia, disorientato, respirando a fondo per goderti il più possibile quel profumo meraviglioso.

La Cugina per eccellenza ritorna sulle ginocchia, ponendo le sue virginee mutandine sul reggipetto. Gli occhi cadono dalla visione miracolosa delle tettine al Sancta Sanctorum dell’amore. Una V di peluria si prolungava dalla montagnola di venere. I peli castani-biondi, arricciolati, fini, morbidi come la pelliccia di una gattina. Paralizzato, continuasti a contemplare il panorama di quel ricettacolo della passione finché non si sedette sui talloni. A te la mossa.

Tre; sei, quattro, cinque, re, sette, sei, cavallo, sei, cavallo, quattro, sette, cinque, re, asso; re: vinci.

Vi spostate nel vivo della luce, e facesti ripartire il conto alla rovescia dei granelli della clessidra. Le ruotasti attorno come una girandola. Le sue chiappettine sono sempre state così... così rassodate e rotonde?

Serri i denti e ti afferri per i gomiti, violentemente, per contenerti, per non indurre in tentazione. Guardare e non toccare, questa è la regola. Almeno per adesso, che crudeltà! Non puoi che sentirti intimorito da tanta bellezza. Dopo tutti quegli anni, restavi ancora sorpreso dal fisico allungato e snello di Sabrina, dalla delicatezza eterea della sua struttura ossea, perché quando pensavi a lei la vedevi solida, tonica, levigata, insieme a te indomabile, inarrestabile, e perciò veniva spesso spontaneo scordarsi delle sue ingenue vulnerabilità e di quelle fragilità innocue che, d’altronde, come una presenza impalpabile la accompagnano dovunque. Le efelidi della fanciullezza (le piccole macchie della pelle che le costellavano il petto e le braccia qua e là) sono sparite con l’avvicinarsi dell’adolescenza, lasciandole in regalo un incarnato impeccabile; la sua figuretta, semplice seta su vetro. Ma la tua cuginetta, la Cugina per eccellenza, era di una bellezza ancora più notevole, riluceva di una bellezza eterea: sui quattordici anni, con due luminosi occhi marroni, lineamenti delicati e gentili (incorniciati dai capelli di un biondo grano spiraleggiante), una pelle perfetta come il velo membranoso interno di un guscio d’uovo. Ti appariva come l’incarnazione dell’innocenza, del bene, della purezza... Un angelo precipitato nella fogna dell’esistenza. La vista di lei, immobilizzata e silenziosa, come legata e imbavagliata nello squallore di quell’antica camera da letto, diede nuova potenza alla tua collera e ti fece rinsavire.

Il tempo balbetta e singhiozza, si sgretola e sembra rallentare ulteriormente. Sabrina stava nel bagliore bianco-dorato della luce del sole, in piedi nell’angolo maggiormente trafficato della camera. Tu le stavi accanto, come un fiocco di polvere fluttuante, aggrappato a lei con lo sguardo. La luce aveva un’affinità speciale con lei: scivolava in correnti scintillanti tra i suoi capelli arricciolati, accentuava il pleocroismo nel colore dei suoi occhi come i faretti nella vetrina di un gioielliere accrescono la bellezza dei cristalli del morione sul velluto, e dava alla sua pelle una luminosità quasi mistica. Guardandola, riusciva difficile credere che quella luce tutt’intorno non fosse perfino dentro di lei, e che nella sua vita fossi entrato tu come il buio pesto, colmandola totalmente come la notte colma il mondo dopo l’ultimo sprazzo di tramonto. Un angelo dalla pelle rosa-arancio!

Il granellare della clessidra giunge agli sgoccioli. La prendesti per mano e la guidasti sulla coperta. Accavallò le gambe di lato, un ciuffo castano-biondo di pelo triangolare le barbagliò all’altezza dell’attaccatura delle cosce. A te la mossa.

Due; re, tre; sette, due; fante, sei: vinci.

Come un automa meccanico, stordito la segui ciecamente nella luce del sole che inonda dalle finestre nell’angolo. Lievemente intontito, vagamente imbambolato, osservi attonito la sua camminata fluida, spontanea, molto elegante. Si ferma e ti fissa in attesa di una richiesta. Non ci sono più limiti, da qui in poi tutto è concesso. Tutto tranne venire, che resta un privilegio riservato al vincitore.

“Tirati su i capelli.”.

Ora che potrebbe anche cristallizzarsi, il procedere del tempo acquista vigore e velocità e schizza via. Sabrina, figurava soffusa caldamente di una nuova bellezza celestiale. Il cuore pompa adrenalina allo stato puro e il sangue si trasforma in acqua, il piombo allo stato gassoso nelle palle si condensa e vuole schizzare come un geyser dell’Islanda. Il miracolo dei suoi tondelli levita con le braccia che si alzano, la loro è la stessa consistenza del pongo che ben ricordi. Rammenti benissimo la plasticità del suo corpo, la gommapiuma soffice e spugnosa delle minute mezze sfere del suo sederino. Scuoti la testa, mentre il potere del Vampiro ti scorreva sulle braccia come un’onda gelida, senza che nemmeno tentassi di sfidare l’odore del suo sesso: traboccava e basta. Trattenersi era praticamente impossibile. Ogni singolo granello del vostro segnatempo, però, è già sceso rumorosamente dabbasso. Ti riprende per mano e ti riporta sulla coperta. Il suo mazzetto si stava assottigliando inesorabilmente. A te la mossa.

Quattro, fante, quattro, tre; tre; cinque, asso; due; cavallo: termina le carte e vinci definitivamente.

Raduni le carte e posi il mazzo da parte. L’aiuti a rialzarsi e non c’è delusione sul suo volto. Mano nella mano, arrancate fino alla coppia dei due riquadri vuoti delle finestre, che, come bocche spalancate, assonnate e stanche, sbadigliano nella luce dell’angolo più importante di quella camera polverosa e spoglia e squallida. E adesso? Ora sai che al massimo con un minimo di resistenza, tuttalpiù con solo un po’ di insistenza, potevi e puoi tuttora farle fare qualsiasi cosa. Abbassa il mento, mordicchiandosi il labbro inferiore della bocca, e un velo di sangue le tinge le guance. Gli occhi le si accendono di entusiasmo e un groppo ti si stringe in gola.

“Piegati all’ingiù.”.

La cosa si direbbe andare a genio (sia a te sia a lei), lo si capisce perché ti dà retta immediatamente.

“Così?”.

Pensieri pericolosi ti passano nella mente.

Ti sentivi annebbiato e confuso.

Per non lasciar adito a dubbi, soggiungi subito in modo affermativo.

“Sì.”.

Con calma apparente, circumnavighi la sagoma di Sabrina, per assaporare la sua mirabile figuretta da tutte le angolazioni.

Non c’è bisogno di farsi fretta, ti ripeti nella testa, hai vinto il primo round, hai a disposizione tutto il tempo che ti serve.

Il culetto sparato all’insù, le braccia e le gambe diritte, la schiena inclinata a quarantacinque gradi, una massa arricciolata di capelli in caduta, il netto profilo dei tondelli e le mani sul collo del piede. Respiravi affannosamente.

Il globo magico del fondoschiena, il buchetto roseo.

La cunetta polposa, gustosa, intrisa di colla.

Il taglio luccicante e sbrodolante.

La fessura semidischiusa e sporgente, come il bocciolo di un fiore delicato.

La tumidezza delle grandi labbra roride.

Le piccole labbra rugiadose, esterne e crestate, come il colpo di frusta delle ali di un angelo.

La tumescenza del pistillo del clitoride untuoso e lustro.

Il profumo caldo e penetrante, delizioso. Inebriante!

E una spruzzata di pelo le si divulgava dal picco di venere.

Scrolli la testa e con la mano sinistra ti aggrappi al monolito. Con la mano destra, accarezzi la gommapiuma dei suoi glutei sferici e plastici e soffici. Le fai scivolare le dita nel solco delle natiche, prosegui in quello della vulva, continui e le spandi il visco sulla peluria. Sovraccarico incominci a smanettare con la mano sinistra, appunti il pollice sull’apertura d’amore bagnatissima, diluviante, arretrando fai perno sul pollice, ruoti con la mano destra e sprofondi. Un attimo di resistenza, e poi la falange del pollice penetra nel tenero della sua vulva come un grissino nella ricotta. Avevi bruciato tutta l’adrenalina. La riserva del tuo corpo era finita. La maratona si apprestava al traguardo e, senti il ritmo del cuore accelerare oltre misura, dannatamente, il sangue si inspessisce nelle vene come melassa, incontrollabilmente, i muscoli si contraggono e il piombo che ribolle nelle palle... Il dito si muove, la mano si muove, ritmicamente, voluttuosamente, il bacino le si scrolla in spasmi silenti, silenziosi, mentre scarichi la linfa ribollente nella polvere (che giace sulla pietra nuda del pavimento).

Di seguito, attendi che il suo corpicino si rilassi.

“Penitenza!”.

Esclami soddisfatto quando si raddrizza.

“Uno a Zero, non dovevi venire.”.

“Mmh”.

Si raccapezza e ti risponde in un fumo di voce, ti senti avvolgere come una carezza.

“Beh, fa niente, è lo stesso”.

Andate alla coperta e vi indaffarate sul tuo zaino e sul suo zainetto, per cavarne fuori qualche confezione di salviette saponate. Vi ripulite, rinfrescando pure i mattoni del pavimento dalla linfa, ficcate le salviette adoperate in una busta di plastica e spingete busta e confezioni di nuovo negli zaini. Prima di ritornare alla casa dei nonni, vi sareste attardati lungo la strada per gettare la busta in un bidone del pattume. Portando con te una confezione di salviette, ti allontanasti in un’altra stanza per orinare contro il muro. Poi, ruminando e riflettendo sull’accaduto, te lo sgrulli a dovere... e rientri dalla Cocca (la tua benevola cuginetta). Ormai da un bel pezzo, i panni della complice perfetta le calzavano a pennello.

 

(3)

 

Quantunque persistesse qualcosa d’irraggiungibile nel profondo della sua anima, qualcosa che di tanto in tanto ti faceva quasi impazzire, letteralmente, spuntando come a galla nel corso dei suoi pensieri sconclusionati, a malapena trasparendo dal flusso dei suoi ragionamenti macchinosi, per un attimo assai troppo breve per riuscire a scorgerne il senso, se il barlume di un senso c’era davvero, le porte blindate del forziere dei vostri misteri più intimi sono schiuse e traboccano ormai quanto uno spiraglio nel sigillo del leggendario vaso di Pandora. Ogni cosa in bella mostra alla luce del sole. Il formidabile legame che da sempre vi unisce, quel legame che si è andato consolidando tra di voi nel corso della fanciullezza, a questo punto vi permetteva di riconoscere (interpretare e leggere con disinvoltezza) la maggior parte di quelle sfumature insite nel volto e nell’espressione, il calore e il colore delle molteplici immagini che, come dipinte, sembravano raccontare tutta la storia che tentava invano di nascondersi sotto la superficie di un gesto, di uno sguardo, come un contatto reciproco, come una dote medianica vietata e proibita, come il mito di una leggenda velata alla vista e alla percezione di tutti gli altri. Ogni segreto sulla punta delle labbra.

Quattro finestre prive di infissi si spalancano sul pomeriggio della campagna sonnacchiosa e sonnolenta, che indugiava sugli sgoccioli di una stagione primaverile calda e splendente. L’aria viva del mondo esterno sventolava a sprazzi dalle finestre portando con sé gli intensi profumi del verde nel pieno del suo rigoglio. L’azzurro del cielo lassù, l’aroma dei fiori nell’aria, il richiamo costante della natura, il candore di qualche nuvoletta sparsa; molto piacevole, anzi, una vera favola! La camera del piano di sopra di un casolare abbandonato nel nulla, vi accoglie nelle veci di un rifugio sicuro. Le pareti sono spoglie e scalcinate, e, d’altro canto, sono proprio quelle spesse mura a ristorarvi nelle ore più calde della giornata. Non si possono affatto disprezzare. Una coperta si distende sulla polvere nel centro del pavimento, Ciack è di guardia dabbasso, Sabrina ti aspetta immobile sulla coperta.

Spostate la coperta nell’angolo maggiormente in luce della camera, tra i riquadri più vicini delle finestre, la stanza si dimostra tutto sommato l’ideale. Gli indumenti accuratamente impilati di lato, gli zaini e il cappello di paglia poco distante. Siete nudi, completamente, e avete appena cominciato a giocare a Cava in Camicia. Il fuoco della passione si è scatenato per ardere e bruciare e consumare entrambi, momentaneamente, ma le fiamme non hanno ancora intaccato il vivo del tronco di quella partita grandiosa e promettente. Il primo round dell’incontro si è concluso con la tua vittoria, il resto restava da scoprire. Ti accomodi sulla coperta con il mazzo di carte in mano, la tua cuginetta di fronte. Vi siete guardati negli occhi. Non c’è bisogno di illustrare le regole una seconda volta: poiché non sussiste un’importanza specifica per chi vince e chi perde, almeno non per le vostre regole, per ciò che riguarda l’inizio del prossimo round, optate per la scelta di giocarvela a Pari e Dispari. Hai perso e, perciò, rimescoli il mazzo e distribuisci le carte. A lei la mossa.

Sette, fante, quattro, sette, asso; re: vince.

Si alza e ti alzi.

Non devi muoverti, devi resistere a qualunque costo. Peraltro adesso è più facile. Adesso, dopo che il rogo dell’orgasmo ha dissipato il fitto denso della tensione.

Si volta e ruota la clessidra che attendeva sul davanzale della finestra alla tua destra.

Sabrina, adorabile, paragonabile all’aspetto di un angelo incantevole.

I granelli scorrono via, si direbbe incapace di decidersi.

Passasti al setaccio i suoi lineamenti per capirla, per comprendere in anticipo le sue intenzioni. Che cosa aveva in mente? Cosa stava aspettando? Ma i suoi pensieri andavano e venivano, come foglie secche colpite dal vento.

Abbassi lo sguardo sul suo corpicino nudo e impeccabile. La cosa più simile a una dea greca che avessi mai visto, ti si presenta nella luce del sole.

La pelle vellutata come una pesca, perfino il colore rosa-arancio lo ricordava.

Dai tondelli miracolosi una puntina rosa scintillava, turgidissima.

Sulla zona bassa del ventre una pelliccia castana-bionda, arricciolata, rorida, rugiadosa, dolce come una gattina.

La tonda silhouette del fondoschiena risplendeva, come il riflesso dorato di un pomolo d’ottone oltremodo invitante.

Il mento e le spalle abbassate, chiaramente meditabonda, indecisa e intimorita, una cosa meravigliosa!

Si voltò per guardarti in faccia, inaspettatamente, amplificando il potere soprannaturale del cristallo dei suoi occhi di un marrone liquido e divino-magico.

Il battito del cuore si ferma, la circolazione del sangue rallenta: nel silenzio assoluto, il suo udito finissimo poteva percepire un lievissimo fruscio, probabilmente, come di colonie di pesciolini d’argento che vanno facendosi strada in uno sconfinato mare di carta. Più di un sistema vascolare secco e prosciugato, arso, inaridito all’improvviso. Il moto del vostro respiro riprese all’unisono.

Appariva abbastanza ansiosa, piuttosto desiderosa, eppur tentennante; e la fossetta fra le sue sopracciglia ne è la testimonianza.

Solleva una manina leggiadra come una farfalla, uno svolazzo che si innalza verso di te.

La pelle delle sue dita era bollente e caldissima, urticante come sempre, ma la traccia che lasciò sul tuo viso era fresca, un’ustione che non provocava dolore. Poi, sollevò le spalle e rose di sangue rosso intenso, come fiori cremisi, le sbocciarono caldamente sulle guance.

Il battito del tuo cuore contro il torace si fece udibile, il tuo respiro sembrò essersi incastrato in gola; una sonora pulsione in simbiosi con la sua. Sentivi gli occhi di Sabrina su di te, ma rifiutavi di incrociarli. Guardavi dritto, senza vedere nulla.

Le sue dita discendono, delicatissime.

La carica della gioventù, la frenesia dell’incoscienza, l’irrequietezza dell’adolescenza. Il tocco leggerissimo della sua manina animata e incandescente, ti si chiude come un forno a legna sui testicoli. Il pene assunse le dimensioni di un grosso pennarello, quando la sua palma umidiccia ci passò sopra scivolando.

Era come se ogni terminazione nervosa del tuo corpo sprizzasse elettricità (attingendo da nuove riserve, da fonti che non sapevi neppure di possedere). Il principio di un blocco di cemento ti si rafforza fin nelle membra. Lo ignorasti, chiudesti gli occhi e tornasti padrone di te stesso. Ti sembrava che tutt’intorno l’aria tremasse, scuotendoti a piccole ondate.

Infine, il granellio della clessidra smette di scendere e vi lasciate crollare sulla coperta. A lei la mossa.

Sei, asso; sei: vinci.

Ti rialzi e l’aiuti a rialzarsi.

Ruoti la clessidra e lo sgranellare di sabbia riprende.

La tua cuginetta immobile nella luce. Bellissima, preziosissima!

Ti accosti a lei, prendendo il suo viso tra le mani. Sorrise incoraggiante. La sfiorasti con delicatezza, premendole la punta delle dita sulle tempie, sulle guance, sul profilo del mento. Come fosse un oggetto fragilissimo.

Le premesti la bocca sulla bocca. Le sue labbra si modellarono sulle tue, meccanicamente: le tue labbra sulle sue, un pezzo di corteccia di legno rinsecchito contro la calda, tenera seta.

Fu questione di un attimo.

Rimase senza fiato.

Arretri con la testa, allontanandoti lievemente. Sembrasti esitare, ma non in maniera normale.

Non come un ragazzino che sta per baciare una giovane ragazza (incerto della reazione e della risposta di lei), non come un semplice-imberbe ragazzo che vuole prolungare quell’istante, il momento perfetto dell’attesa impaziente, che spesso è meglio del bacio stesso.

Esitavi per metterti alla prova, per sintonizzare le antenne della tua mente sui suoi pensieri; continuavi a rimandare, perché non eri certo di riuscire a trattenerti, per non correre rischi ed essere sicuro di saper contenere la libido dei tuoi desideri.

Poi posasti le tue labbra asciutte, ruvide e rigide sulle sue.

Ciò che non ti aspettavi fu la sua reazione.

Ti senti tuttora ribollire il sangue e scottare le labbra. Il suo respiro si trasformò in un affanno incontrollabile. Intrecciò le dita nei tuoi capelli, stringendoti a sé. Rammenti di aver dischiuso le labbra per aspirare il suo profumo inebriante.

Le tue mani furono tra i suoi capelli, le sue labbra si mossero morbide ma determinate sulle tue, prima di afferrare la situazione. Prima di capire cosa stesse succedendo, prima di considerare lo sbaglio. Non restava tempo per riflettere. Se avessi aspettato troppo, non saresti riuscito a ricordare perché fosse il caso di fermarsi. Già faticavi a respirare. Le tue dita affondavano nelle sue braccia, che ti stringevano a lei; la bocca era incollata alla sua e rispondeva a tutte le richieste inespresse che si sentiva rivolgere.

Cercasti un po’ di lucidità, un modo per pensare, velocemente, un modo per parlare.

Immaginasti di trasformarti in pietra insensibile. L’infinito gorgheggio del tempo parve vorticarti attorno. Con le mani, delicatamente ma senza che potesse opporsi, distaccasti il suo viso dal tuo. Aprì gli occhi e ti vide e ti guardò, diffidente, circospetta, guardinga.

“Mmh”.

“Mmh, direi che non basta.”.

Gli occhi le ardevano, un ciuffo spiraleggiante ricadeva sulla sua fronte aggrottata, si mordicchiava il labbro inferiore, le guance si erano imporporate di sangue, a causa dell’istintiva fiamma di passione che l’aveva travolta. Mantenere un briciolo di contegno fu molto difficile. Trattenere il suo viso a pochi centimetri dal tuo, mentre ti inchiodava con uno sguardo ipnotico, era difficilissimo. Proseguire... quasi impossibile.

“Penitenza”.

Cade come dalle nuvole, sbattendo le ciglia e rilassando la fronte. La morsa nello stomaco si allenta.

“Lo sai vero che fanno Due a Zero per me?”.

Aveva compreso. Si era ben parecchio più che lasciata andare alla tentazione, ed era finita in debito di un’altra penitenza. Penitenza da riscuotere con comodo, da quantificare a tua discrezione, da incassare a tuo libero piacimento.

Cercò di divincolarsi dalla presa. Non le permettesti di spostarsi di un solo millimetro.

Osservi l’eccitazione nei suoi occhi attenuarsi e ammorbidirsi poco a poco.

Poi, a sorpresa, sfoderò un sorriso genuino e scrollò le spalle.

“La clessidra...”.

Palesemente soddisfatta, disincantata, accennò alla finestra con lo sguardo. Il suo tono di voce era aggraziato e carezzevole.

Le accarezzi il viso e ti volgi per guardare la clessidra sul davanzale. Tutta la sabbia si era raccolta in un mucchietto compatto sul fondo.

Ti tese le mani con le palme all’insù, in un gesto di pace. Hai preso le sue palme sudate nelle tue, gentilmente, e vi siete accomodati sulla coperta. A te la mossa.

Tre; re, due; cinque, quattro: vince.

Vi alzate in piedi e ruotate la clessidra.

Ti si avvicina e ti getta le braccia al collo. Avverti immediatamente il profumo del suo respiro, più forte dell’erica durante la sua fioritura.

Benché rispettassi la necessità pressante di mantenere un certo distacco mentale, tra la fantasia che sfuggiva al galoppo e la realtà del momento, quando ti baciava tendevi a dimenticare particolari così insignificanti.

Posò di nuovo le labbra sulle tue, con delicatezza, e sciolse l’abbraccio per intrufolare le mani fra i vostri corpi.

Sentivi un battito martellante nelle orecchie. Ti spinse una mano sul cuore. Lo sentivi battere all’impazzata. Ma non era l’unico petto frenetico che martellava. Se n’era accorta anche lei? Sicuramente. Ascolta il tuo cuore, sta volando, avresti voluto sussurrare. Sbatteva le ali veloce come un colibrì, lo percepivi benissimo attraverso l’umido bollore della palma della sua mano.

Irrigidisti le labbra, serrando i denti e contraendo la mandibola e le guance, e cercasti di strattonare il più possibile le redini dell’autocontrollo, ma non potesti opporti e resistere. Le sue labbra aprirono con gentilezza le tue, morbosamente, rabbiosamente, sinché non sentisti il suo respiro caldo in bocca.

D’istinto, abbandoni le braccia a penzoloni lungo i fianchi e resti passivo. Recuperato un pizzico di controllo, riapri gli occhi senza provare a opporre resistenza... nella speranza di farcela, in attesa che smettesse di baciarti.

Funzionò. La tua rabbia sembrò svanire e dissolversi. Premette le labbra dolcemente sulle tue un’altra volta, due... tre. Continuasti a fingerti una statua, impassibile come la pietra, e rimanesti immobile.

Alla fine ti sfiorò il mento e si allontanò.

“Hai finito?”.

Domandi inespressivo.

“Sì”.

Sospira sognante. Sorride e chiude gli occhi, in apparenza spassionata e sincera.

Intanto, la parte superiore della clessidra si è svuotata di ciascun granello di sabbia. Vi riaccomodate con le carte in mano. A lei la mossa.

Re, quattro, asso; due; fante, fante: vinci.

Trito e ritrito.

I vostri volti a un niente di distanza.

Ancora una volta la sua espressione si tramutò e i suoi tratti si fecero dolci, caldi e disponibili. Anziché opporsi, avvicinò il viso al tuo, inclinandolo leggermente, e prendesti a sfiorarla lento con le labbra, dall’orecchio al mento, avanti e indietro. La sentivi tremare. Ma non era sufficiente. Non bastava per giustificare uno sbaglio, quel suo piccolo gesto spontaneo risultava del tutto insufficiente per dimostrare un qualsivoglia tipo di cedimento.

Avvicinasti di nuovo la sua bocca alla tua, cautamente, vividamente, sentivi che ti desiderava quanto tu desideravi lei. Con una mano le tenevi ancora il viso, con l’altro braccio le cingevi la vita per stringerla a te. Non fu facile raggiungere la tumidezza della sua vulva, ma ci provasti. E ci riuscisti.

Segretamente, giudiziosamente, con la punta delle dita, arrivasti sino a titillare voluttuoso con le creste sporgenti delle sue piccole labbra.

Si irrigidì e fece uno sforzo per resistere. Si contrasse e chiuse gli occhi.

Eppure, non riuscì a trattenersi dal reagire esattamente come la prima volta. Anziché restare tranquilla e immobile, si allacciò stretta alle tue spalle e si ritrovò avvinghiata al tuo petto. Con un gemito sommesso dischiuse le labbra.

Sapevi che mancavano circa tre secondi prima che i nervi cedessero e ti ritrovassi costretto ad allontanarla da te con destrezza, tentando forse inutilmente di convincerla con una perifrasi soddisfacente che per quel pomeriggio avevate messo già abbastanza a repentaglio la salute del vostro battito cardiaco. Per approfittare dei tuoi ultimi istanti la stringesti ancora più forte, adeguandoti alla sua posizione inarcata contro di te. Con la punta della lingua tracciasti il contorno del suo labbro inferiore, liscio e perfetto come fosse stato appena lucidato, e con un sapore...

Allontanasti il suo viso sciogliendoti dalla presa con estrema facilità. Si aggrappò con la forza di una piuma, e non incontrasti alcuna difficoltà, nessuna resistenza percettibile, nello slegare e slacciarti le sue braccia di dosso. Fece una risata breve e musicale, molto rasserenante. Il suo sguardo era acceso dallo stimolo del falò di quell’eccitazione travolgente, che non aveva ancora imparato a gestire così bene.

“Cosa?”.

“Eh, però, ma così non vale”.

“Tutto vale!”.

Ci pensò un attimo. Ti ritrovi a vagliare le emozioni che si snodano sul suo volto, come gli scritti in grossetto dei titoli di testo sulla prima pagina di un quotidiano. Meraviglia, sorpresa, dubbio, stupore, comprensione. E poi la voce le si è fatta più morbida della seta.

“Beh, sì, insomma, allora sono tre a zero...?”.

“No, dai che questa te la faccio fare franca.”.

Ti rivolge un sorriso luminoso come il sole, ti appariva adesso appassionata ed entusiasta.

La clessidra scandisce l’ultimo granello e prendete posto sulla coperta. A te la mossa.

Quattro, fante, sei, sette, sette, cavallo, sei, asso; cinque: vince.

Ma stavate giocando a Rimpiattino o a Cava in Camicia?

Di nuovo, cercasti di affrontare la situazione con distaccata passività. Quando avvicinò il volto al tuo con un gesto lento e indeciso, le tue membra si irrigidirono di rimando, irriflessivamente. Ti prese il viso tra le mani e pensasti che stesse per baciarti di nuovo.

Ti sbagliavi. O perlomeno non lo fece subito.

Ti fissò intensamente. Voleva renderti la pariglia, glielo si leggeva negli occhi. Si era ostinata di ottenere una tua reazione, e pertanto avrebbe tentato di farti cedere a tutti i costi, perché desiderava ardentemente di spezzare le difese del tuo precario autocontrollo.

Ruotò la clessidra di colpo e si girò di scatto per baciarti.

Il cuore inizia a scoppiettare, iperattivo.

Ti si avviluppa addosso in un baleno, e al tatto con la plasticità della sua pelle surriscaldata, con la pongosità dei suoi tondelli sul petto, con i semini delle sue puntine che pungolavano, il tuo corpo sembra diventare freddo e duro come il ghiaccio. Tremavi, ma non per colpa del ghiaccio.

Sentivi l’elettricità nelle vene raccogliersi, nuovamente, l’adrenalina già pronta a dilagare nel sangue, il panico preda della furia e della rabbia.

Ogni volta che ti toccava, anche nel modo più distratto, la reazione del tuo cuore era udibile; e, d’altronde, altrettanto si sarebbe potuto dire del rintocco dell’eco frettolosa della sua. Con una mano lisciò piano sul tuo collo. Il tuo cuore reagì accelerando, ma eri deciso a insistere.

Non smetteva di baciarti. Fu costretta a staccarsi solamente per riprendere fiato. Le sue labbra non abbandonarono la tua pelle e si spostarono sul collo. Al che dovesti ricorrere alla tua arma più segreta.

Richiudesti gli occhi. Gradualmente, la scacchiera si materializzò da una vaga foschia. I pezzi di ebano e avorio, dalla superficie levigata dall’uso, attendevano l’inizio della partita. Uno alla volta, svanirono il gelo del tuo corpo, il calore della sua pelle, la stretta delle braccia che ti cingevano, la tenerezza urticante delle mani che carezzavano, la morbida delicatezza delle sue labbra, la dolorosa frenesia del panico nel petto e l’ansia derivante dalla sua caldissima e nuda vicinanza. Rimase solo un’avvolgente oscurità, al centro della quale si apriva un cerchio di luce gialla sopra la scacchiera. Ma tergiversasti, respirando profondamente, rallentando ulteriormente i battiti cardiaci del tuo cuore. Finalmente tendesti in avanti una mano e avvertisti l’indifferente contatto di una pedina sui polpastrelli. Il pedone di re avanzò di due caselle. Il nero rispose. Il gioco ebbe inizio, dapprima con lentezza, poi più veloce, sempre più veloce, finché i pezzi volarono rapidi sulla scacchiera. Stallo. Un’altra partita, poi un’altra ancora, con lo stesso risultato. Poi, d’improvviso, calarono le tenebre.

In tutto non erano passate che un paio di doppie dozzine di secondi; però, quando ti sentisti pronto, riapristi gli occhi.

Le sue labbra sono tornate a muoversi lente sul tuo collo, ma il senso dell’urgenza è sparito.

Si arresta con la bocca e ti fissa negli occhi, chiaramente in cerca di risposte, e, la sua espressione mutevole, diviene curiosa e speranzosa. Irresistibile, dolcissima!

Comunque sia, non ti andava di dirle che eri a stomaco pieno... di farfalle.

“Puoi fare di meglio.”.

Sussurri tenebroso.

Apre la bocca per ribattere, e in un lampo l’espressione le si fa smarrita e vulnerabile. Le sorridi e le mostri la lingua.

Ti scruta torva, come un gattino arrabbiato che crede di essere una tigre.

Uno sguardo alla clessidra e, dopodiché, vi accoccolate sulla coperta. A lei la mossa.

Tre; cavallo, cinque, cavallo: vince.

Riprendete da dove avete interrotto.

Solleva il mento e strizza le palpebre.

Innanzi a tutto ti strinse le braccia attorno al collo.

Sospirò sonoramente, squisitamente, nel prenderti il mento con la mano sinistra per avvicinare il tuo viso al suo.

All’inizio pareva un bacio come gli altri: Sabrina si manifestava alquanto passionale mentre il vostro cuore perdeva il controllo come accadeva ogni volta. Poi qualcosa cambiò. Improvvisamente le sue labbra divennero molto più decise, la mano libera s’infilò tra i tuoi capelli e trattenne la tua testa ben salda contro la sua. E malgrado le tue mani ardessero dalla voglia di consumarsi sul suo corpo, e gli snodi delle articolazioni smaniassero di perdersi nell’arricciolamento spiraleggiante dei suoi capelli, e che tu fossi sul punto di oltrepassare il confine immaginario (della prudenza e dell’immobilità che le vostre stesse regole imponevano), per una volta non ti sentisti in procinto di cedere e spezzarti in due. Potevi sentire ugualmente l’ardore del suo corpo contro il tuo, con una piccola parte frammentaria e lontana della mente, frattanto che, senza demordere, lei persisteva nello stringersi impetuosa a te.

Interruppe il bacio e ti allontanò bruscamente, afferrandoti con risoluta dolcezza e decisione.

Si accorse del tuo battito zoppicante, e tornò a sorridere.

Sfoderi la tua migliore espressione da martire e chiudi gli occhi, mentre lei ritorna a cingerti con le labbra e con le braccia.

Le sue dita accarezzano lievi il profilo della tua schiena e capisci che si era accorta che non tutti i tuoi sensi erano ben svegli.

Restasti con gli occhi chiusi, ansiosamente immobile, faticosamente passivo, lasciandoti abbracciare con voluta ricercatezza.

Ti devi sforzare per non contraccambiare il suo bacio; le sue dita si muovevano su e giù lungo la tua schiena, quasi senza toccarla, e tracciavano disegni leggeri sulla pelle. Rabbrividisci dalle radici dei capelli alla punta dei piedi, nervosamente, e cerchi di non andare in iperventilazione.

Tentasti di pensarci su per un po’, provando a concentrarti mentre le sue labbra si muovevano piano lungo la tua guancia, giù per il collo, e di nuovo su. Lo fece tre volte, prima di doverti costringere a correre ai ripari. Gli occhi erano già chiusi.

Immagini la scacchiera su un tavolo di legno, in un cerchio di luce gialla. Respiri a fondo, trattenendo il fiato. Poi creasti i due giocatori. Il primo fece la mossa d’apertura; il secondo rispose, dando inizio a un rapido scambio di mosse. I due giocatori cambiavano strategie, adattando ogni volta i loro contrattacchi: Hanham invertito, Difesa a tre cavalli, Gambitto viennese. Tutti i passaggi più eclatanti di quelle partite memorizzate allo scopo.

Uno dopo l’altro, gli stimoli pressanti svanirono.

Quando l’ultima partita si concluse in parità, dissolvesti nel nulla la scacchiera.

La sua bocca non era più delicata; i suoi movimenti erano tormentati, disperati come mai prima di allora. Si era accorta della tua ritrovata padronanza?

Apri gli occhi mentre si distoglie da te.

L’eccitazione di quella personale vittoria era una strana sensazione che ti faceva sentire potente. Invincibile e coraggioso. Le tue mani non erano più insicure; slacciasti i bottoni delle giunture delle nocche e rilassasti gli artigli delle tue dita smaniose e grottesche. Con lo sguardo segui il profilo impeccabile del suo corpo nudo. Un corpo bellissimo... Qual era la parola giusta? La vocina magniloquente nella tua testa ti risponde. Insopportabile, ecco cos’era. Bellissimo e insopportabile. Non ti riusciva affatto di sopportare a cuor leggero tanta bellezza. Tuttavia, ti sorprendi per l’ennesima volta di riscoprirti molto più forte di quanto pensassi. Più forte di quanto avresti sospettato nel migliore dei casi.

La pallida ombra di un’espressione contrita e mortificata, triste e sconsolata, attraversa i confini di spazio aperto sul suo viso come una cometa. Se ne era accorta. Appariva avvilita e scoraggiata, corrucciata, piacevolmente imbronciata.

Non dici e non dice nulla.

La cascatella di sabbia nella clessidra sembrerebbe morta nel tempo, quindi, carambolando platealmente sulla coperta raccogliete le carte. A lei la mossa.

Tre; due; tre; cinque, cavallo, sei: vince.

Cavoli, il suo mazzetto è già grossissimo, al contrario, le tue carte si potrebbero contare sulle dita delle mani.

Fai per alzarti in piedi meccanico ma ti blocca con una mano.

“Che cosa?”.

“Aspetta”.

Si erge e raddrizza sulle ginocchia per abbrancare la clessidra.

Strizzò le palpebre, affilò lo sguardo e si riprese.

Di colpo si fece seria. Ti prese il mento tra le mani, lo tenne fermo e non riuscisti a distogliere gli occhi dal suo sguardo intenso.

Non avrebbe smesso di lottare tanto facilmente e lo sapevi. Sapeva essere così testarda quando si impuntava... E adesso quali intenzioni aveva?

Ti teneva ancora per il mento (le sue dita stringevano troppo forte, molto più del solito, più di quanto la credessi capace) e d’un tratto scorgesti nei suoi occhi il riflesso di ciò che stava per accadere. Ciò che era già accaduto. Ciò che bramava che accadesse.

Provasti a concentrarti per rilassare i tendini, i muscoli e le membra, ma era troppo tardi.

Le sue labbra premettero sulle tue e soffocarono qualsiasi tentativo di concentrazione. Ti baciò con rabbia, con impeto, in modo brusco, mentre con una mano ti teneva stretta la nuca, rendendo inutile ogni tuo pensiero logico. Cercasti di opporti con tutte le tue forze, ma quasi non ne ricavasti alcun sollievo. Le sue labbra erano calde e morbide e nonostante l’inflessibile rabbia di entrambi si adattarono subito alla forma delle tue, rigide e ruvide.

Si interrompe per spostare l’attenzione sull’incavo del tuo collo. A Sabrina brillarono gli occhi e, nell’accertarsi della sincronia frenetica dei battiti furiosi del vostro cuore con le palme delle mani, un sorriso le illuminò per un momento la faccia. Ne hai approfittato per ragionare nel giro di un istante.

“Non ce la farai.”.

Le sussurri all’orecchio.

“Beh... lo vedremo”.

Il morione liquido dei suoi occhi si accese di entusiasmo. All’improvviso senti lo stomaco ricolmo di schegge di ghiaccio acuminate.

Ti baciò di nuovo sul collo e sulle labbra, singolarmente, insistendo sin quando il tuo battito (il suo battito) non oltrepassò ogni limite e la sua pelle s’imporporò nella fragranza profumata del calore rabbioso del suo sangue.

Resti immobile sul posto, in guerra con te stesso. Volgi lo sguardo in direzione della clessidra, la cui sabbia continuava a cascare dall’alto allegramente, con gli occhi girati, il busto diritto e le ginocchia ben piantate dove stavano. Senza guardarti, fece un mezzo indeciso-passetto all’indietro, e poi un altro. Inclinò il viso per osservarti, dubbiosa, inarrestabile e indomabile.

Restituisci lo sguardo. Non avevi idea di che espressione avessi.

Hai chiuso gli occhi e richiamato la scacchiera.

La tua cuginetta si dondolò sulla coperta, come un cobra indiano al suono del flauto, poi si trascinò in avanti e coprì la distanza tra di voi con un singolo e fluido movimento. Riesci tuttora a visualizzarlo.

Rimani immobile (gli occhi chiusi, i pugni stretti ai tuoi fianchi) mentre con le mani cercava il tuo viso e le sue labbra trovavano le tue, con un’avidità che non era lontana dalla violenza.

Assaporasti la sua furia, tutta quanta la rabbia di cui poteva disporre, quando con la bocca si accorse della tua resistenza passiva. Una mano si avvicinò alla tua nuca, l’altra ti afferrò brusca la spalla, tentò di scuoterti e ti avvinghiò a sé. Poi proseguì sul tuo braccio destro, ti cercò il polso e lo sollevò a circondarsi le spalle. Lo lasciasti dov’era, il pugno ancora stretto, senza sapere dove ti avrebbe condotto il desiderio disperato di contenerti. Nel frattempo le sue labbra, di una morbidezza e di un calore straordinari, cercavano di scatenare la reazione delle tue.

Quando fu certa che non avresti lasciato cadere il braccio, ti liberò il polso e la sua mano si fece strada fino ai tuoi fianchi. La mano infuocata trovò appiglio nello strato di pelle all’altezza delle reni e ti costrinse ad avvicinarti per inarcare il corpo contro il tuo.

Le labbra si fermarono per un istante, ma sapevi che la fine era ancora lontana. Con la bocca seguì il contorno del tuo mento, poi esplorò il profilo del collo. Ti lasciò i capelli, in cerca dell’altro braccio, quello sinistro, che voleva stringersi al collo come il primo.

Poi ti ritrovasti le sue braccia intorno ai fianchi e le sue mani sulle chiappe, le tue labbra accanto alla conchiglia di un orecchio.

“Puoi fare meglio di così, sul serio, ci stai pensando troppo.”.

Il tempo perse significato.

Lasciati trasportare da ciò che senti, il bisbiglio mormorante di un fantasma nella testa, troppo scontato, troppo banale.

Ebbe un fremito quando con i denti le toccasti il lobo.

“Esatto, concediti di capire quel che vuoi in cambio.”.

Scosse la testa ritmicamente, finché con una mano non tornò a stringerti i capelli per tenersi ferma.

In quell’attimo preciso voleva farti male. Non un male profondo e duraturo, si capisce, ma solamente un dolore passeggero, fisico e fuggevole, giusto il minimo indispensabile per dar sfogo alla sua collera frustrata.

Ti sentisti scrollare la testa come da un colpo violento di frusta. Più o meno l’equivalente di un pizzicotto giunto a tradimento. Avevi le braccia sulle sue spalle, perciò, cercando di non badare al dolore pungente alla cute, impetuosamente te la sei tirata contro nell’atto di irrigidirti. Automaticamente, istintivamente, hai riaperto la bocca, per balbettare una qualche forma di protesta.

E la Cocca fraintese.

Scambiò il tutto per passione. Pensava che stessi reagendo.

Con un sospiro strozzato riavvicinò la bocca alla tua, le dita di una mano affondate nella pelle dei tuoi glutei.

Non c’era più nulla da fare. Tutte le partite di scacchi del mondo non sarebbero valse a distrarti.

La vampata di fiamme del suo respiro ti arse e bruciò in gola, facendo sbilanciare il tuo precario autocontrollo e rendendoti debole e malneabile come creta nelle sue mani urticanti, e in più con l’aggiunta della sua reazione appassionata e inaspettata, estasiata ed entusiasta, ti sconvolse totalmente, incondizionatamente. Se si fosse sentita soltanto trionfante, forse avresti resistito. Ma la spontaneità assoluta e indifesa della sua gioia improvvisa sbriciolò la tua determinazione... la mise fuori uso. Il cervello si scollegò dal corpo e ti ritrovasti a baciare Sabrina (la tua cuginetta). Contro ogni logica, le tue labbra si muovevano assieme alle sue in una maniera strana e incomprensibile, mai sperimentata prima (perché con Sabrina non dovevi stare attento, e di certo lei non doveva esserlo con te).

Privo di controllo, stringesti le dita tra i suoi capelli, stavolta per avvicinarla a te.

Era ovunque. Il sole abbagliante inondò di arancio-rosso i tuoi occhi ed era il colore giusto, con tutto quel caldo. Il caldo era ovunque. Non vedevi, non sentivi, non provavi nient’altro che non fosse Sabrina.

Nell’intimità di quel momento irripetibile, era come se foste veramente un’unica persona. Il suo dispiacere era sempre stato e sarebbe sempre stato anche il tuo ma, ora, la sua gioia era la tua.

Insolitamente, le labbra della tua cuginetta si fermarono prima delle tue. Apristi gli occhi e la trovasti che ti fissava meravigliata e festosa. Il classico punto interrogativo, che istoriava sul suo bel visetto da micio adorante (gli occhioni spalancati, l’espressione svagata, la bocca dischiusa, le sopracciglia arcuate all’insù con innocenza e curiosità), sembrava chiedere e farle sperare: allora sono Due a Uno?

“Beh, in effetti, diciamo pure che questa vale doppio... e facciamo che siamo Due a pari merito!”.

Il suo sorriso era accecante.

La clessidra si è esaurita da secoli e secoli. Ancora a lei la mossa.

Re, asso; due; sei, re: vince.

Adesso, le tue carte si contano sulle dita di una mano soltanto.

Deponete le carte, e vi drizzate sulle ginocchia.

Ti sfiora il viso e le spalle con amore, poi garbatamente discende coi polpastrelli sul busto e sul petto, sulle braccia e sul ventre. Ipereccitata, ti accarezza la punta dell’asta e si avvicina per baciarti.

Ti bacia nella maniera meno platonica possibile. Ormai che senso aveva contenersi più del necessario? A malincuore ti sforzi di corrispondere al bacio solamente con l’uso della bocca.

Ti baciò sulle labbra, ti baciò sensualmente, voluttuosamente, ti baciò nello strato più interno di passione del fuoco e dell’anima, entusiasta e famelica, con la lingua che misurava la profondità della tua bocca come uno scandaglio. Le sue mani erano sprofondate nei tuoi capelli.

Il suo corpo si spalmava contro il tuo, come la marmellata sul pane disteso a fette, il tuo membro si schiacciava sul pelo morbido della sua gattina.

Ti resta tuttora l’impressione di sentirla ricercare il contatto della carne, con piccoli e scattanti movimenti del bacino, rammenti di esserti spostato un po’ di lato per offrirle il fianco di una coscia. Hai a malapena incuneato il ginocchio tra le sue gambe semidischiuse.

Le sporgenze della vulva lisciavano e strofinavano sul lato della coscia, la crema del suo visco si allargava per tutta la lunghezza della tua muscolatura, e la colla del succo si spandeva sui pori della pelle come la pomata di un massaggio erotico.

Il suo torace rischiava di esplodere contro il tuo, mai ti eri trovato tanto a un passo dall’aneurisma.

Ansimò e gemette nella tua bocca, e il corpo le si scrollò in spasmi incontenibili. Il piacere del suo godimento ti attaccò e ti lasciò senza fiato, ti assalì con la forza di un colpo di maglio allo stomaco. Nella magia del ricordo, la stringi tra le braccia e la devi reggere per non lasciarla accasciare all’indietro, sostenendola di peso per tutto il tempo, quasi senza riuscire a respirare per lo sforzo di trattenerti.

L’hai allontanata da te, affettuosamente, per aiutarla a sollevarsi in piedi, solo quando ti è apparsa ben stabile sulle ginocchia. Le hai cercato le pupille degli occhi, nel riempirti d’aria fresca i polmoni.

“Sei venuta ancora”.

“Mmh”.

Abbassa il mento e lo sguardo, scava come per terra con la punta di un piede, e poi riprende farfugliando... farfugliando qualcosa di inintelligibile.

Le hai sorriso spontaneamente.

“E con questo fanno Tre a Due per me.”.

Vi siete ripuliti frettolosamente con le salviette saponate, avete risistemato le cose alla buona negli zaini e avete raccolto le carte. Sempre a lei la mossa.

Sette, quattro, fante, asso; quattro: vinci.

Finalmente! Era ora, seppur rimanesse purtroppo una vincita da poco.

Posi le poche carte in un angolo sgombro della coperta, esitando con la clessidra in mano.

Ti osservava con l’aria di nuovo interrogativa.

“Inginocchiati in là così.”.

Difficile cogliere il sussurro della voce di Sabrina, più delicato del tuo respiro.

Ti volta la schiena, appoggiandosi in avanti sulle palme e sui gomiti.

La bocca secca come se avessi mangiato sabbia, si impastò senza preavviso.

La Cugina per eccellenza, la complice perfetta, piega la testa (ponendo la fronte fra le mani), incurva la schiena e solleva il sedere.

La tua gola si riarse, il cuore rimbombava nelle orecchie.

La sua figuretta idilliaca, allungata e china in avanti, ti apparve prona e bocconi sulle ginocchia.

Il suono più forte nella camera era il tuo cuore delirante, che batteva al ritmo del fuoco di un rogo sconvolgente.

Fluttuando come seta nel soffio del vento, il biondo grano delle spirali arricciolate dei suoi capelli le ricade sul dorso delle mani, intorno alla testa e sulla coperta. Le spalle sono abbassate, le scapole spiccano in alto, le tettine sono libere e penzolanti, il ventre è teso e appena concavo, la schiena si flette in basso, il culetto si protende in su, le gambe sono piegate a novanta gradi, magnificamente, le ginocchia sono accostate, le caviglie sono divaricate, splendidamente, e la pianta dei piedi (esposta con chiarezza al giudizio della tua critica esaltante) è liscia e rosea quanto la superficie di un gelato alla frutta.

Ti sentivi svuotato, con ogni muscolo molle e sordo ai tuoi comandi: eri intossicato dalla sua presenza seducente.

Il sederino che avevi davanti riluceva. Le chiappettine... erano lucide e plastiche e sferiche. Nel mezzo del magico sodo rotondo, il buchetto era come il virginale bacio di un angelo. Di sotto, la spaccatura della fessura diluviava a dirotto fra i petali rosa delle piccole labbra e discendeva sino al pistillo tumescente del clitoride, che si manteneva in bilico sulla cima della sua montagnola di venere. Succosa, succosissima, succulenta. Più in giù, il gomitolo di una pelliccia zuppa di colla si dipanava sul pube castano-biondo, rorido e luccicante. E il profumo delizioso del suo sesso ti sopraffece.

Fuoco nelle vene. Traballasti, malfermo. Le gambe ti pizzicavano, punte da aghi immaginari, mentre il sangue scorreva con la velocità di un corridore pazzo. L’incendio si ritirò dalle palme delle tue mani e le lasciò felicemente reattive, di nuovo in grado di abusare della droga del suo corpo. Ma si concentrò nel tuo cuore che avvampava caldo come il sole e sibilava con la collera furiosa di una pentola a pressione.

E poi... quel corpo era tuo. Il corpo di Sabrina era come se fosse il tuo. Ormai ti stavi capacitando della possibilità di poterla manipolare e maneggiare, senza capricci né obiezioni. Ti piaceva il modo in cui i muscoli si muovevano sulle ossa, il piegarsi delle articolazioni e le contrazioni dei tendini. Conoscevi l’immagine di se stessa riflessa allo specchio fin nei dettagli più intimi. La delicata sfumatura della pelle rosa-arancio che si accendeva e valorizzava di un rosa-oro con l’abbronzatura, l’eterea delicatezza delle ossa del viso, i lineamenti gioiosi del viso, gentili e benevoli, cordiali e giulivi, gli zigomi alti, i capelli lunghi e setosi, che spesso si raccoglieva sulla testa, il pleocroismo del marrone dei suoi occhi... quella era lei.

Volevi la tua cuginetta. Non avresti permesso che ciò che era tuo sfuggisse da te.

Con la furia di un ciclone, ti monta dentro la rabbia in un attimo.

Allunghi le mani verso di lei per palpeggiarle la gommapiuma delle natiche minute e soffici. L’intaglio della vagina sbrodolava. Dunque, con la mano destra, sei sceso nel solco di mezzo, quindi ti sei insinuato nell’arte del taglio della sua carne sbrodolante e tumidissima. Con l’indice scavi fra i petali delle creste esterne. Con il polpastrello vai alla ricerca del pulsantino che rimane seminascosto dal cicciolo della vulva, per premerlo più volte. Il bacino le scatta di conseguenza. Affondi il dito come nella ricotta, dentro e fuori; dentro e fuori. Agevolmente, le nocche scivolano nella polpa viscosa del suo tunnel bagnatissimo, caldissimo. Accompagnando l’indice da tergo, di volta in volta, la punta del pollice penetra nello spacco delle grandi labbra, superficialmente, per poi infrangere tutta la spinta contro l’opposizione elastica dell’imene perdurante. Ecco qui l’origine del delirio di un istante.

La cornice dell’oblò della tua vista periferica si era sfocata. Rigido com’eri, raddrizzarti fu uno sforzo che ti tolse il fiato. Intorpidite, le ginocchia e le gambe protestarono scricchiolando pericolosamente.

Ti sei fatto spazio tra le sue caviglie, poggiando il glande sull’amore del suo sesso. La tumidezza della vulva, morbidissima, si ammacca teneramente. La tensione la attraversò come una vibrazione lungo un cavo elettrico. Si irrigidì ma non si mosse.

La vocina ai margini del subconscio ti gridava nella mente. ‘Prendimi! Prendimi!’ Prendila. Hai scosso il capo, eri pieno di dubbi, il tuo cuore batteva a singhiozzo, e non sapevi cos’avresti dato pur di dare ascolto a quelle parole.

Il velo di una situazione analoga ti cala sugli occhi. Quasi ti riesce di scorgere lo spettro della tua cuginetta coricata supina su un ballino di paglia. Quanti anni sono passati? Come ha fatto il mostriciattolo a sbocciare nell’angelo? Di certo non è stata la sola volta che ci siete andati così vicino.

Pigiasti la turgidezza della tua cappella sulla tumescenza del suo clitoride. Fu come premere col dito una spugnetta intrisa di sapone liquido. Su e giù, su e giù, su e giù. Aggiusti la traiettoria del tuo membro (del tuo missile) per percorrere ripetutamente la pista centrale del suo fondoschiena.

Grazie all’esito favorevole del round precedente, non erano i genitali in pericolo di orgasmo ma era il cuore a rischiare l’infarto. Che spettacolo! Infarto a quattordici anni, bella storia. Poteva succedere?

Il tempo parve sfumarsi, come la sequenza in dissolvenza di un film lanciato sullo schermo.

Nulla di fatto. La clessidra dimenticata da parte. A te la mossa.

Due; sette, asso; fante: vince.

Esulta e l’espressione le si fa meditabonda. Un pezzetto rosa di lingua le spunta fra le labbra.

Le lasci a disposizione il tempo che le serve per valutare e riflettere.

Dopo non molto, il dipinto evidente del nervosismo sul suo volto si fece tangibile. Avvampò, rossa di vergogna fino ai capelli.

“Che cosa devo fare?”.

“Spingiti un po’ indietro, così”.

Fermo restando con le gambe incrociate, ti puntelli sulle palme delle mani dietro la schiena. Il tuo membro si propose liberamente diritto, come la minaccia di un missile in fase di puntamento.

“È così che vuoi?”.

Tornò a fissarti in faccia, e sorrise con insensata timidezza. Con quell’espressione imbarazzata, sembrava un angelo dai capelli biondi-castani.

Annuisce, impercettibilmente, rovescia la clessidra e si avvicina.

E adesso ci guardiamo negli occhi? La sua espressione era di una dolcezza insostenibile: sembrava puramente innocente, quasi persa e dimessa, ciononostante falsamente ingenua, armoniosa e prodigiosa, di una bellezza tanto eloquente da farti anelare fortemente di toccarla con la stessa amorevole violenza di poco prima. Quel primo pensiero sarcastico ti rimase in gola.

Alzò la mano destra e la posò dolcemente sul tuo collo. Eri immobile, il suo tocco rovente agiva come un allarme naturale (un allarme che ti avvertiva di lasciarti prendere dal terrore) ma non riuscivi a sentire nemmeno un briciolo di paura. Dentro di te c’erano ben altre sensazioni...

Risalì il collo per accarezzarti una guancia. Fu come sentirti toccare al di là della superficie della pelle, direttamente sulle ossa del viso. In un formicolio elettrizzante, un brivido fra le tue ossa scese lungo la spina dorsale, e avvertisti un tremolio nello stomaco.

“Posso?”.

Aspetta, pensasti mentre il tremore maturava in calore, desiderio e voglia, per evolversi in seguito nel più furibondo degli annebbiamenti. Che cosa diavolo stava dicendo?

Le sue dita scendono sul petto, oziosamente, per giocherellare da un capezzolo all’altro.

Intontito e confuso, lì per lì dimenticasti che stava aspettando una risposta, mentre fissavi il morione scintillante dei suoi occhi.

Il sangue urticava nei vasi sanguigni; la tua bocca era come la Valle della Morte alle quattro di un pomeriggio di Giugno, la gola riarsa.

Scuotesti la testa avanti e indietro, meccanicamente, cercando di sgombrarla dai pensieri annebbiati. Lei restò in attesa, senza dare segni di impazienza. Ti ci volle qualche secondo ancora, prima di riuscire a parlare.

“Come?”.

Hai chiesto improvvisamente con il respiro mozzato.

Si chinò verso di te. I suoi occhi profondi quanto il nucleo della Terra bruciavano come lava e frantumarono tutti i tuoi tentativi di concentrazione.

Rise, e iniziò a farfugliare sussurrando: la voce di un arcangelo che ti accarezzava l’orecchio.

“Sì, beh, voglio dire, insomma, posso?”.

Per un istante ti sei dimenticato di respirare. Quando ti sei ripreso, hai scrollato la testa per fare ordine nel tuo annebbiamento. Aveva vinto la manche, no?

“È il tuo momento, puoi tutto quello che vuoi!”.

Beh, non proprio tutto. Però, considerando le spasmodiche performance già messi in cantiere, dubitavi che corresse il rischio di farsi sorprendere accidentalmente dalla libidine di un terzo orgasmo.

“OK”.

Si drizzò come un fuso.

Il cuore ti batteva all’impazzata, non sapevi cos’avresti dato per rallentarlo, conscio che il suo pulsare così potente nelle vene avrebbe creato qualche problema. Se ne era accorta? Di sicuro poteva udirlo martellare.

Rigida e seduta diritta, eccitatissima, lei ti osservò per un momento.

Il tuo stomaco ebbe un altro sobbalzo, tanto che fosti costretto a piegarti per respirare.

Con le dita della destra discese a lucidarti il missile, lentamente, distrattamente, pigramente, con la mano sinistra incominciò a masturbarsi tra le gambe.

La tua testa cominciava a girare, ti sentivi mancare l’ossigeno. Polmoni fuori uso. Il tempo stava accelerando, come se la Terra girasse più veloce. La gola scorticata, il fuoco torturatore nel sangue. Il tuo cuore cessò di battere. Il sangue rutilante implose nel torace e schizzò nelle membra, le fiamme urticanti nelle vene si diffusero altissime e pericolose.

Solamente il termine segnato dalla cascata dei granelli della clessidra ti ha salvato dalla penitenza. Di nuovo a lei la mossa.

Re, fante, tre; sette, quattro, fante: vince.

Giubila e si riavvicina.

Ti restano in mano due carte.

Le dita si sfiorano durante la corsa per la ribalta del segnatempo.

Il colorito delle sue guance è purpureo, il tocco delle sue dita è corrompente.

La furia e la rabbia ti rimontano nel sangue immediatamente.

Era come un calore feroce nelle viscere che non aveva niente a che fare con l’ardore del suo corpo, una tensione vibrante, come di acciaio rovente, che si ricaricava nel tuo petto, come se il vostro cuore fosse un meccanismo a orologeria con la molla tesa fino al punto di rottura.

Si piegò su di te per baciarti un capezzolo con la lingua.

Il tuo cuore (il vostro cuore) prese il volo battendo come le pale di un elicottero, scucchiaiando l’aria come un matto, quasi con la stessa vibrazione di una nota lunga; sembrava pronto a sbriciolare costole e cartilagini. L’incendio divampò al centro del petto, risucchiando l’adrenalina in fiamme dal resto del tuo corpo, prima di innescare il rogo definitivo. Per un attimo l’ansia, il panico, la collera riuscirono a tramortirti nell’anima, a sciogliere la presa ferrea dei tuoi sensi, a far breccia nel denso furore che ti annebbiava la ragione al vertice del più fitto livello cerebrale. La tua schiena s’inarcò come sollevata dal fuoco che ti trascinava afferrandoti al cuore. Non permettesti a nessun’altra parte del corpo di uscire dai ranghi, mentre cercavi disperatamente di rimettere in equilibrio il bilanciere allentato del tuo autocontrollo indebolito... instabile e vacillante.

La scacchiera non bastava. Occorreva ben altro. Ci voleva qualcosa di gran lunga assai più impegnativo.

Il bridge: l’ossessione degli zii. Si potevano sfruttare tutti quanti i loro insegnamenti. A parer loro, era un gioco più nobile degli scacchi, ma si faticava a trovare giocatori considerevoli al di fuori della famiglia. La partita ebbe inizio. Ogni giocatore era a conoscenza solo delle proprie tredici carte; ognuno aveva le proprie strategie e le proprie capacità intellettuali. Il gioco proseguì, tra atout, slam e astute finezze. Ricordi che persino trovasti divertimento, passando dalle convenzioni di Blackwood a quelle di Gerber e di Stayman, complicando la situazione con un dichiarante distratto e un equivoco nei segnali tra est e ovest. Quando la prima mano ebbe termine, ogni eccesso era placato. L’ansia e la collera erano svanite. Il panico era cessato. Tutto si era ridotto alla flebile distrazione del sottofondo melodico di un concerto di sensazioni.

Nella tua mente regnava un profondo silenzio. L’introspezione si fece più profonda.

Era il momento di riaprire gli occhi.

La pelle che urticava era sempre come un dolce-tormento, ma era ora tollerabile: adesso potevi godere del suo contatto urticante senza impazzire. Avevi scoperto una nuova arma segreta, di un conforto più che apprezzabile!

Il tempo si è evaporato, tutte le carezze si sono consumate. Hai impugnato le ultime carte del duello, e ti sei rimesso in posizione. A lei la mossa finale.

Re, asso; due; quattro: non hai più da rispondere e vince definitivamente.

Avete ignorato la clessidra, deliberatamente, rimanendo seduti in silenzio.

Ogni volta che la guardavi in faccia, quel faccino bello da non credere, il cuore, di nuovo presente, accelerava il suo trotto altrimenti tranquillo. Riconosci al volo l’espressione sul suo viso squisito e dolcissimo, come il musetto di uno scoiattolo.

Iniziò a mordicchiarsi il labbro, chiaro segno del fantasma di una qualche riflessione strana e bizzarra, audace e contorta.

Forse, è chiaro che stava rimuginando su qualcosa di folle.

“Cosa pensi?”.

“No, niente, pensavo solo... se puoi sdraiarti?”.

A capo chino, con il dito indice destro, in conclusione indicava il centro della coperta.

La sorpresa di quella richiesta mal formulata, ti gelò le membra e ti bloccò le giunture.

Sabrina, con grazia si è scostata in disparte per farti allungare le gambe.

Obbedisci, sdegnando le proteste delle tue articolazioni inchiodate e pesanti.

Fluttuando con la leggerezza di una piuma, ritornò al tuo fianco e ti salì a cavalcioni.

Impietrito sulla schiena, non ti saresti mosso neanche se ci avessi provato.

Si abbassò su di te, morbosamente, fermandosi con il visetto a due palmi dal tuo volto.

Tra i vostri corpi si sviluppava una temperatura altissima, una temperatura che si avvicinava a quella della faccia di Mercurio esposta al sole.

Il suo respiro ti scompigliò i capelli, strofinò il naso contro il tuo, e, toccandosi le une con le altre, le ciglia sprizzarono scintille. Al contatto della pelle, il suo cuore batteva a precipizio, mentre il tuo sfociava in un battito convulso.

Ti passò le dita sulla fronte. Con la mano sinistra si sosteneva sulla coperta accanto alla tua testa. Insinuò le dita tra la nuca e la coperta, si riempì il pugno di capelli, gemette e sospirò. L’elisir del suo respiro si esala da lei, e il falò fiammeggiante del rogo della perdizione divampa nuovamente: ti bacia con piccoli morsi sulle labbra, catturandoti la lingua con i denti, succhiando generosamente, la bocca incollata a quella di te.

Il vostro cuore fischiava con la furia dello sfogo di tromba di un treno a vapore. Non puoi evitarlo. Il mondo era ormai come un enorme meccanismo a orologeria con la chiave ritorta, le molle spezzate, le rotelle incastrate per la ruggine. Con le braccia le hai cinto i fianchi, stringendola, carezzandola, allungando le mani per massaggiarle il globo del culetto. Eravate le due metà di un intero.

Si raddrizzò sul tuo grembo, ergendosi su di te come la gamba centrale di una T capovolta. D’un tratto, fu come se nel sistema circolatorio delle tue vene fluisse refrigerante invece di sangue.

Hai dovuto a chiudere gli occhi in favore di una rapida giocatina a bridge.

Lasciasti vagare oziosamente i pensieri, sicuro che un po’ di meditazione ti avrebbe reso immune da tutto. Ma dopo soltanto pochi minuti rieccoti più ricettivo che mai, mentre l’ansia tornava a strisciarti nello stomaco contorcendolo nelle posizioni più scomode. Per adesso, però, la coperta sembrava perfino troppo morbida, troppo confortevole e fresca sotto la schiena. Hai scelto di dissolvere la sostanza di quegli astuti giocatori mentali, quando lo hai ritenuto opportuno; e ogni serena sensazione di pace se n’è andata con l’impegno della visione.

Sentivi il peso della tua cuginetta, sul grembo. Le sue manine sudate, caldissime, premevano sulle spalle, aggrappandosi saldamente, le dita contratte. Ansimava sommessamente, in tono strozzato. Ma era suo quel respiro affannoso? Le vostre inspirazioni si muovevano in sincrono, non riuscivi a distinguere le sue dalle tue, ma, riconoscesti il gorgoglio sensuale delle espirazioni di Sabrina. Percepisti anche il palpito d’ali del suo cuore. Sembrava irregolare.

Socchiudi gli occhi e vedi i suoi fissi sul tuo viso. Era assurdo quando ti guardava così. Come fossi il premio anziché il vincitore, sfacciatamente fortunato.

Senza smettere di accompagnare il movimento dondolante del suo bacino, distacchi una mano dalla gommapiuma dei suoi glutei. Con le dita le risali sul corpo per strizzarle le tettine. Prima una... e poi quell’altra.

Grandi e piccole labbra scivolavano, strusciavano, baciavano e lambivano sulla carena del tuo missile. La penetrazione non fu necessaria. Il succo del visco diluvia comunque abbondante sul pube e nell’inguine.

L’unione simbiotica che vi rendeva un tutt’uno (che da un tempo immemorabile vi spingeva alla conquista incessante di un piacere sempre più elevato) presto si ridusse al ritmo di una maratona febbrile e parossistica. Il battito nel petto come percussioni di tonfi sull’asfalto. Tutto questo e nient’altro. Sentivate soltanto la velocità, lo sforzo di muscoli, tendini e ossa che lavoravano in armonia, mentre vi lasciavate i chilometri alle spalle.

Sarebbe stato così facile cedere alla tentazione di lasciarvi spronare dalle lusinghe dell’apparente sicurezza della vostra piccola e lucida bolla privata. Ma l’istinto di troppi anni aveva forgiato le abitudini alla prudenza. Un bozzolo silenzioso vi avvolge, l’universo mondo vi circonda, e un big bang di supernove abbaglianti vi esplode nella testa, scatenandosi in reazioni nel suo corpo e nel tuo spirito.

Scivolando all’indietro, come la carezza affettuosa di un angelo, la Cocca si accasciò su di te.

Goffamente, l’hai accolta fra le braccia, posando la sua testa inerte contro la tua spalla. Le spostasti dalla fronte i capelli madidi di sudore.

“Tutto a posto?”.

“Mmh... Dammi solo un minuto per far rimettere in moto il cuore”.

Attendi.

“Come va il cuore?”.

“Non lo so, dimmelo tu”.

Sorridi.

“Sei stanca?”.

“Per niente”.

 

(4)

 

Fuori, le prime ore del miraggio pomeridiano della campagna (che indugia sul finire di una primavera splendente) si ammantano di un peculiare incanto, il caldo è sonnacchioso e sonnolento.

Dentro, la polvere del fantasma dello spettro di un passato-presente non lontano giace sul fresco delle scale e del pavimento, il clima è piacevolissimo.

Vi siete rivestiti con comodo, e siete scesi dabbasso per fare merenda. Poi, avete accompagnato Ciack al guinzaglio, nei dintorni del vecchio casolare abbandonato, per fargli espellere un po’ d’acqua. Avete radunato i ruschi della merenda nell’apposita busta di plastica, avete assicurato il vostro cagnolone da caccia alla balaustra delle scale, avete ficcato la busta in uno degli zaini e avete riempito la sua ciotola ancora una volta.

Ciack, si è subito riappostato di guardia nelle ombre dello scalone mentre voi, dopo averlo salutato e coccolato un pochino, siete in fretta risaliti di sopra.

Ripercorrendo uno spiccio resoconto mentale, avete approfittato della pausa-merenda per ritoccare ulteriormente il regolamento di quella singolare partita a Cava in Camicia.

Due round dell’incontro si sono conclusi. Uno lo hai vinto tu, uno lo ha vinto lei.

Quattro orgasmi sono stati consumati. Uno lo hai raggiunto tu, tre li ha raggiunti lei.

Cinque penitenze sono state assegnate. Tre a sfavore di Sabrina e due a tuo discapito.

Oltrepassate il pilastro in cima alle scale e vi dirigete nell’ultima camera.

Quattro finestre prive di qualsiasi infisso inondano di luce tutti gli anfratti più remoti di quell’ultima camera da letto, che vi offre un rifugio ideale al piano superiore di quell’antica e spoglia, polverosa e squallida, nonché isolata e sperduta residenza.

Una coperta è distesa nell’angolo maggiormente illuminato della camera, fra le due finestre più vicine.

Depositate zaino e zainetto accanto al cappello di paglia sulla coperta, vi sedete e vi giocate l’inizio del prossimo duello a Pari e Dispari.

Hai vinto. Raccoglie il mazzo di carte da briscola, rimescolandolo per bene, tutta concentrata, dopodiché lo divide in un paio di metà. A te la mossa.

Fante, asso; sei: vince.

Ti alzi. La tua cuginetta si mette a gattoni e si avvicina.

Sabrina (sempre armata di quel sorriso magnifico, capace di riempirti il cuore tanto da farlo scoppiare) si sedette sui talloni e sollevò il visetto con slancio, in cerca di supporto, inclinandosi un poco per guardarti in faccia.

La luce del sole del primo pomeriggio entrava a ondate dalle finestre. Il flusso vorticante e fiottante di energia la raggiunse, montando come una schiuma che rifletteva la luce bionda-castana della cornice di spirali che fregiava e disegnava cerchi simili a ghirlande dorate di Natale fra i suoi capelli. La geometria del suo bel musetto... era come quella di uno scoiattolo. Gli occhi splendenti come gioielli, la punta del naso volta all’insù, un pezzetto della lingua tra le labbra, il faccino squisito e in apparenza svagato e spensierato.

Un brivido si rincorse su e giù per la schiena, nel vederla così inginocchiata ai tuoi piedi.

Le hai sorriso, facendole cenno di proseguire con il mento.

Ti slaccia e ti toglie le scarpe da ginnastica. L’hai osservata indietreggiare sino al punto di partenza, e poi sei tornato a sederti. A lei la mossa.

Sei, asso; fante: vinci.

Si alza. Avanzi carponi e ti avvicini.

Ricordi chiaramente di aver pensato che la tua cuginetta era la cosa più bella che occhi umani avessero mai visto. Vista così da sotto, in piedi e diritta nella luce delle finestre, sembrava la dea del pomeriggio: il sole, che brillava come non mai, faceva scintillare la sua pelle rosa-arancio e accendeva i capelli arricciolati che le scendevano fino all’altezza delle scapole. Il suo volto possedeva una bellezza magica, gli occhi erano marroni nel viso dolcissimo. Impreparato e basito, vedendola, quasi sei caduto ai suoi piedi per adorarla.

Un Angelo con le ali spiegate avrebbe dato meno nell’occhio.

La corporatura che traspare dalla sua maglia sottile, semitrasparente nella forte lucentezza del sole, si direbbe impeccabile. Braccia e gambe sono allungate e longiformi. La minigonna che porta non è particolarmente ridotta, ma, dalla tua postura di prostrata venerazione, puoi scorgerle in mezzo alle cosce; e ciò che non si vede lo si può immaginare.

Ti sorride e dischiude le gambe lievemente.

Una visione di bianco assoluto ti azzera il cervello. Il triangolo bianco di un riflesso ti schizza nella testa. Ti sembra persino di intravvedere l’ombra della sua gattina, segretamente, celatamente, che si balocca con un gomitolo di pelo castano-biondo al di là del virgineo potere di tutto quel candore.

Intrecciasti lo sguardo con quello di Sabrina per un attimo.

Le hai sciolto i laccioli, le hai toto le scarpe da tennis. Metti le sue scarpe vicino alle tue, e fai ritorno al tuo posto. A te la mossa.

Sette, tre; quattro, cavallo, cavallo: vince.

Ti appoggi dietro la schiena, allungando le gambe verso di lei per farti sfilare le calze.

In un mulinello di vento, scrollò la testa in una nuvola biondo grano di capelli, accogliendoti i piedi sul grembo. Ti senti riportare indietro, ti senti viaggiare nella memoria.

Una farfalla che si dedicava a te come fossi un fiore, non avrebbe potuto essere più delicata.

Ti solleva l’orlo del fondo dei pantaloni con garbo, con gentilezza ti toglie le calze di dosso, riducendole in un quadretto cubico cortesemente, distrattamente, frattanto che (ammutolito) ti stai attardando e dimenticando di ritirare le gambe da lei. A lei la mossa.

Sei, due; sette, quattro: vinci.

Si sporge all’indietro e, abbassando le palpebre (sognante, disincantata), allunga le gambe verso di te per farsi sfilare i calzini.

Il battito del cuore comincia a palpitare e singhiozzare, mentre un’erezione missilistica prende forma nelle tue mutande.

Si è seduta di lato, puntellandosi sulle palme. Armoniosamente, vistosamente, gambe e ginocchia si sono articolate e ruotate (la tonica muscolatura delle cosce si è contratta), distendendosi, raddrizzandosi, piedi e polpacci si sono protesi con grazia ed eleganza.

La minigonna s’increspa e risale ampiamente, caldamente. Luccicando come ruscelli di argento fuso, i tendaggi del tessuto di quell’intimità stretta si sono aperti, mostrando una V di mutandina bianca piatta piatta, eccitante da morire. Era una mutandina bella tesa, candida, pulita. Era immacolata. Le aderiva al basso ventre con attillata delicatezza, a parte le pieghine che si formavano con i movimenti delle gambe che si protendevano... che si snodavano... finché non ti ritrovasti con le sue caviglie fra le mani, lasciandoti con il ricordo della Mutandina della Massima Meraviglia.

Scintillando come un gioiello liquido riaprì gli occhi.

Le sfili i calzini. Ritira le gambe e si aggiusta la minigonna. Hai tentato di imitare il suo operato con scarso successo, hai introdotto l’involto dei suoi calzini in una scarpa. A te la mossa.

Due; cinque, sette: vinci.

Ti sei drizzato sulle ginocchia mentre lei faceva altrettanto. Accennò a malapena a rialzarsi in piedi, fissandoti con uno sguardo interrogativo negli occhi.

“Resta, aspetta, così va bene.”.

Annuisce.

Alzò le braccia e le sollevasti la maglia, automaticamente, visibilmente, riscoprendo la semplicità del reggipetto bianco latte che vestiva, ammirandole di nuovo il décolleté spettacolare, confondendo il filo del discorso nel gonfiore delle sue tettine, smarrendoti nelle piccole rotondità degli esplosivi tondelli, nascondendole infine l’adorabile visetto con la stoffa di quell’indumento impalpabile e sottile. Abbagliato e perso, ti intrattenesti un altro momento in contemplazione del panorama che rifulge (abbacinante, accecante), prima di sfilarle la maglia dalla fontanella arricciolata della testa.

Agganci e trattieni la maglia con un pollice. Le fai scorrere la punta delle dita sulle spalle, scivoli lungo la strisciolina bianca delle spalline, percorri il bordo delle coppettine fino all’incontro sulla giuntura al centro del reggipetto, quindi accarezzandole il profilo rigonfio dei piccoli seni le posi una mano sul cuore.

Il battito del suo cuore, come un martello su un pezzo di stoffa.

Vi siete scambiati un sorriso con lo sguardo. Ripieghi la maglia in due, adagiandola nei pressi della clessidra. A te la mossa.

Tre; fante, cavallo, cinque: vinci.

Ti rialzi in piedi di scatto, porgendole le mani di istinto per aiutarla a tirarsi su dalla coperta.

Nervoso ti sei portato dietro di lei.

Le cinghiette bianche del suo reggipetto spiccavano sulla schiena rosa-arancio, incantevole, nuda, come una vergine al ballo della scuola.

Il serpentello della spina dorsale, rigido e diritto, strisciava al di sotto del gancetto di chiusura delle cinghiette in un modo molto seducente.

La coda del serpentello s’infila e sparisce nella cintura della minigonna.

Ti sei calato sulle ginocchia. Con un guizzo degli occhi, hai superato il risvolto inferiore della sua minigonna.

Passasti lo sguardo sulle curve lunghe delle cosce, rimirando l’armoniosa fattezza dei suoi polpacci, precipitando sulla snellezza delle caviglie e risalendo il viaggio. Inspirando sonoramente, deglutendo e sospirando rumorosamente.

Hai stappato il bottoncino sulla cintura in alto che le cinge la vita, schiudendole la cerniera della minigonna senza fiato, per abbassargliela un po’ alla volta.

Le mutandine le fasciavano le chiappettine rassodate e rotonde, come se dipinte direttamente sulla pelle.

Innocentemente passionale, le introduci una mano nell’incavo tra le gambe, assestando e schiacciando il pollice nel solco del culetto, strofinando l’indice alla ricerca del taglio, pastrugnando attraverso il tessuto della biancheria intima; era già umida!

Le hai tolto la minigonna da sotto i piedi e ti sei rialzato. Come un fuoco artificiale, effervescente, dinamico, le hai girandolato intorno per sistemare il fagotto della tua ultima conquista sulla sua maglia. A te la mossa.

Re, sette, fante, due; re, quattro: vince.

Si raddrizza sulle ginocchia, senza remore ne imiti l’esempio.

Ti tolse la maglietta come e quasi esitando, per farne la confezione di un regalo premurosamente e con riguardo.

Un tocco freddo di ali di farfalla ti passa sul petto, le sue manine indugiano sul tuo cuore, e un cappio bollente ti si chiude sui capezzoli.

Ti sorrise apertamente, dolcemente.

Si accomoda ripone la tua maglietta sulla coperta, apprezzi e studi con viva curiosità quei tratti squisiti che la idealizzano. A lei la mossa.

Cinque, asso; re: vinci.

Ti avvicini. Abbracciandola, posandole un bacio sulle labbra, passandole le dita sull’arrotondamento delle scapole, cercando e forzando disperatamente, invano ti prodighi nel vano tentativo di scassinarle il gancetto del reggipetto. Ti deve aiutare per disinnescarne la chiusura.

La chiusura del suo reggipetto ha mollato e ceduto di schianto, però, non ti sei lasciato sfuggire di mano gli elastici scattanti del lembo delle cinghiette.

Il bianco delle coppettine in trazione sui suoi piccoli rigonfiamenti si è rilassato. Assecondando l’ormai naturale e cedevole arrendevolezza delle spalline, la tagliola è piombata per terra in uno svolazzo di stoffa.

Impossibile prepararsi a tanta bellezza!

Strabuzzasti gli occhi, sentendoti come se qualcuno ti avesse infilato il tubo di un aspirapolvere in gola e ti avesse succhiato via tutta l’aria dai polmoni.

I tondi delle areole sono rosa-marroncini e risaltano sul rosa-arancio delle sue mammelline, delicatamente, le puntine rosa dei capezzoli spiccano vividi e vistosi in specie grazie alla fascetta marroncina che li avvolge.

Riuscisti a riempirti i polmoni d’aria. Ma non potevi controllare il battito frenetico del cuore (del vostro cuore). Le tettine erano... erano... Stupefacenti!

Frastornato e sconvolto, ti sei chinato su di lei per baciarle il turgore di un capezzolo, palpandole, stropicciandole il pongo dei seni istintivamente, voluttuosamente, dando fuoco alle polveri della sua passione.

La sentisti sospirare, l’uccellino del suo cuore impazzito nella gabbia toracica, ti distaccasti dalla mistica fonte della giovinezza e la baciasti.

Dopo quello che è sembrato un tempo incalcolabile, inestricabile, forse minuti, forse ore, hai raccolto la trappola bianca del reggipetto dalla coperta, per farla nuovamente svolazzare sul resto degli indumenti. A te la mossa.

Cinque, tre; quattro, tre; due; sei, re: vince.

Si alza in piedi e ti rialzi, la tua cuginetta si accosta per un bacio fugace sulla bocca.

Le sue mani scesero sulla tua patta per sbottonarla, morbosamente, macchinosamente, e la lampo della cerniera viene riaperta. Una manina di farfalla penetrò nel varco, per sondare l’erezione del missile.

Si chinò sulle ginocchia meccanicamente, insieme ai jeans per levarteli. Ne fece un bel pacchettino ordinato e lo predispose sulla pila del resto.

Siete rimasti in mutande.

Nella fretta di riprendere il gioco ti sei seduto con le gambe incrociate bruscamente, un po’ con troppo entusiasmo. La coperta si è arricciata sotto di te, come un gorgo di colori, i mazzetti sono crollati come una valanga dalla cima di un monte e per un soffio le carte non si sono mischiate. Accidenti!

“Vuoi ricominciare?”.

“No.”.

Raduni le carte in due costruzioni distinte, piuttosto alla buona, e, separatamente, dai loro una rapida rimescolatina.

“Così è meglio lo stesso”.

Ti sorride con gli occhi, senza nessun dubbio in proposito.

“Lasciamo che a decidere sia il caso.”.

Le porgi il suo mazzetto. Aveva vinto l’ultima mano di carte, quindi, a lei spettava la mossa seguente.

Fante, cinque, tre; fante, sei, due; re, due; sette, asso; tre; quattro, cavallo, due; quattro, asso; fante: vince, vince davvero un’invidiabile gruzzoletto.

Ti sollevi dalla coperta per fissarla negli occhi. Come una malia che costringe all’immobilismo, all’impotenza più totale dell’immobilismo, rimanesti impietrito e stregato dal potere del suo sguardo taumaturgico.

Distolse lo sguardo (per non far trapelare i suoi pensieri), mordicchiandosi il labbro, tentando e trovando il coraggio di insinuarsi nella cintura delle tue mutande. Il buco del sedere si contrasse più o meno alle dimensioni della valvola di una camera d’aria sotto pressione.

Ti cala e ti toglie le mutande. Provasti una sensazione raggelante. Era come se qualcuno ti avesse aperto dentro il corpo un rubinetto di acqua calda, che ora stava traboccando da tutti i pori della pelle.

Il monolito del missile svetta e sobbalza, minaccioso, ipertrofico e già pronto al decollo. Sabrina (la Cocca) si allungava con la manina fatata per impugnarlo.

L’hai vista sgranare gli occhi. Come uno scoiattolo con una spruzzata di sangue sul pelo, il musetto di lei si avvicinava.

Con la punta della lingua ti sfiora il forellino sul glande, desiderosa, titubante, e subito avvampa per averlo fatto.

Un tuffo al cuore proruppe nel petto.

Le sfumature delle sue espressioni erano mutevoli e contrastanti (sempre un po’ sconclusionate), le guance bruciavano come se fosse stata appena schiaffeggiata, intanto, una fiumana di adrenalina allo stato puro se ne andava dilagando nel sangue e percepivi le gambe traballanti come assi di legno.

Ripose con cura le mutande sul pacchettino dei jeans. Innalza il mento e lo sguardo e ti sorride. A lei la mossa.

Quattro, asso; cinque: vinci.

Come uno scoiattolo-farfalla (aggraziato ed elegante), si solleva ritta nella brezza del verde del vento per spiccare in volo. Posasti le carte e rialzasti lo sguardo per adorarla.

L’immagine in controluce di un angelo. L’immobilismo ti avvinse di nuovo, fisicamente, tornando a gelare nelle membra e nelle ossa, agghiacciante, pietrificante, quando la raggiungesti. Sublime, terribile.

Ti sei accovacciato sulle ginocchia di fronte a lei. Come dalle vetrate panoramiche dell’ascensore più eccelso, lo stesso che conduce dalle grazie del paradiso alle pene dell’inferno, il miracolo dei tondelli della Cugina per eccellenza ti scorre davanti agli occhi in toni graduali di rosa e di arancio, di marroncino, poi di rosa-arancio ancora, fino al bianco virgineo delle mutandine.

L’ombra leggera del gomitolo di una pelliccia castana-bionda fece capolino nel mezzo delle sue mutandine. Con l’esultanza di un bambino impegnato in una caccia al tesoro, eccitatissimo, affondi il medio e l’indice delle mani nella cintura di quell’ultimo baluardo a difesa della vostra completa nudità. Le braccia come pezzi di piombo, le giunture delle dita come articolazioni inchiodate dalla ruggine.

La stoffa bianca di quella protezione discende, la montagnola si mostra, osservi venerante la gattina arricciolata che le si annida sul cuscinetto di Venere. Le cosce imprigionavano le cuciture all’altezza della sgambatura, la cintura si tendeva verso le ginocchia. Divaricò le gambe, inaspettatamente, letteralmente, e le mutandine scattarono e si liberarono.

La tumescenza della vulva si erige a un palmo dal tuo naso. L’afrore della sua vulva era guastato giusto dalla profumazione delle salviette saponate ma la fragranza restava meravigliosa, inebriante.

Iperstimolato, come un cane da caccia sulle tracce della selvaggina, furiosamente, hai dilatato le narici al massimo, per catturare la deliziosa fragranza del suo sesso. Eri attirato nella scia di quel sesso di giovane ragazza come un brandello di carta è costretto nella scia di un veicolo lanciato nella corsa.

Emanava un odore decisamente femminile. Pensieri senza ne capo ne coda, vanno affollandosi nella tua mente.

In senso lato, la sete del vampiro ti tormenta. Potresti averla se lo vuoi. Sarebbe stato così facile, se solo lo avessi voluto... avresti potuto benissimo... Morsi di ghiaccio nelle viscere. L’abbozzo di quel pensiero ti salvò comunque dall’immobilismo del gelo che stringeva e doleva cominciando dallo stomaco.

Le togli le mutandine. Le creste delle piccole labbra sporgenti scintillavano, come i petali capovolti di una calla al chiaro di luna. Il pistillo era rigonfio e le grandi labbra erano tumide.

Siete nudi. Appoggi la punta della lingua sulla sua tumidezza, risali con la lingua sulla consistenza del pane che lievita. Inarcò la schiena come un gatto, irriflessivamente, spontaneamente, oscillò sul bacino con sensuale voluttà. Le fai scivolare la punta della lingua sul prepuzio clitorideo e senti il suo clitoride indurirsi sotto il tocco della tua lingua.

Con malcelata impazienza hai gettato le virginee mutandine sul mucchio, ritirandoti dal suo talamo nuziale. A te la mossa.

Cavallo, sei, cinque, sei, cinque, sette, sei, quattro, tre; cavallo, tre; sette, quattro, asso; asso; cinque: allarga un sorriso genuino, illuminandosi come un albero addobbato a festa, nel vincere definitivamente un altro round.

Vi siete sollevati dalla coperta. Sabrina, ti passò di fianco e con le spalle si appoggiò nell’angolo più in luce della camera, come un tributo luminoso ad una mirabile dea pagana della bellezza. Avete ignorato la clessidra.

Ti sei avvicinato a lei. La tua bocca si chiuse su quei capezzoli rosei e marroncini, prendendo a succhiarli avidamente ma gentilmente. La mano terminò il percorso e giunse sul pube arricciolato e rorido, le sfiorò la tumescenza del clitoride, sbrodolante, diluviante, ma la tensione di Sabrina era tale che la fitta che partì da quel piccolo rugiadoso angoletto del suo corpo (del tuo corpo), ti esplose nel cervello con la rabbia del primo tuono di una violenta tempesta tropicale.

Con tutti i sensi in subbuglio, ti sei inginocchiato ai suoi piedi. A quel punto lei spalancò le gambe e tu incominciasti a leccare la fonte della sua umidità, a schiuderle le pieghe segrete della carne finché la lingua trovò la dolce protuberanza. Contemporaneamente, le narici ti furono invase da un profumo travolgente. Era dolce ma non floreale, una fragranza che ti fece ricordare i dolci, le torte e i biscotti che uscivano dal forno della casa dei nonni. Ti faceva pensare anche a qualcos’altro, qualcosa che si trovava ad anni luce di distanza dalla cucina di casa dei nonni, con i suoi scuretti scoloriti alle finestre e i quadretti incorniciati alle pareti: la sensazione dell’ambrosia del nettare di una giornata trascorsa in montagna.

Il suo sapore sulla pelle delle labbra. La stavi leccando, finalmente. Muovevi la lingua ritmicamente, insinuandola nello spacco roseo e succoso, senza affondarla all’interno (come la furia e la voglia ti avrebbero spinto a fare). Erano movimenti più lenti e più delicati, più istintivi che non sapienti. Veniva spontaneo approfittare del momento, traendo vantaggio dalla respirazione della tua cuginetta.

Ne percepivi le sensazioni, ti muovevi come se fossi tu ad essere leccato. Dialogavi con la sua anima. Stavi imparando qualcosa di nuovo, stavi imparando a dosare e percepire, a dare il massimo.

Trattenendoti la testa con le mani, le gambe le si facevano molli. Il dorso delle scapole le scendeva strisciando sulla calce del muro polveroso. Si abbassava regolarmente e, ad ogni passaggio della lingua, accostava sempre più la vagina alla tua bocca. La bloccasti quando ti era in pratica a cavalcioni delle labbra e trattenendola semi accovacciata sul viso ci spingesti dentro la lingua. Un sapore acre, di frutto acerbo ti conquistò la bocca (brusco e dolce-salato), ma non smettesti affatto di leccarla. Alternavi penetrazioni a leccatine al clitoride e la sentivi rispondere perfettamente alle tue sollecitazioni. Ti rendesti conto che non ne avrebbe avuto ancora per molto, e la facesti sdraiare di schiena sulla coperta.

Le divaricasti le gambe e riprendesti a leccarla. Pochi secondi dopo cominciò a contorcersi, silenziosamente, percorsa da fremiti sommessi e strozzati. Accelerasti i movimenti e cominciasti a mordicchiarle il clitoride, ormai grande come la falange di un mignolo.

Ben presto l’azione si fece più incisiva e il respiro di Sabrina diventò irregolare, affannoso. In tutto il corpo le evidenti contrazioni presagivano che di li a poco sarebbe esplosa.

Il tic-tac del suo bacino scattava con la puntualità di un cronometro. La simbiosi era assoluta. Riuscivate a capirvi senza dire una sola parola e sembravi eseguire ordini ricevuti medianicamente, telepaticamente. I gesti dell’uno si fondevano ai desideri dell’altra. Niente più era affidato al caso, entrambi stavate eseguendo alla perfezione quanto previsto dal copione ed eravate quasi alle battute finali.

Avresti accolto nella bocca l’esplosione della Cocca come una benedizione, come una liberazione. La stavi facendo godere, ne stavi bevendo l’anima succhiandogliela dalla vagina con le dita affondate nei piccoli seni per immobilizzarla.

Non ne poteva più. Che agonia! Nel frattempo una vocina magniloquente ti si agitava nelle cervella. Ti implorò di penetrarla, di possederla, ma la ignorasti e non permettesti a Sabrina di riprendere in mano il gioco e di sfogarsi. Era ormai in tuo possesso e la cosa ti piaceva.

Continuasti così fino all’esplosione. Aveva perso ogni controllo e (soggiogata e sottomessa) era del tutto in balia del tuo volere. Bloccata in quella posizione non poteva di certo sottrarsi alla lingua che continuava a tormentarle il clitoride, e ad ogni passaggio, si contorceva spasmodicamente emettendo sottilissimi, eloquentissimi gemiti gorgoglianti.

Non smettesti di leccarla neanche quando, facendo forza su una gamba, la girasti mettendola in ginocchio; continuasti a farlo come fosse una cagnolina in calore e tu una bestia eccitata che ne fiuta l’odore.

La posizione però non era giusta. Esercitando una lieve pressione con le mani sulla schiena le facesti poggiare i seni sulla colorazione della coperta, invitandola, costringendola a inarcare il corpo per offrirsi a una più facile penetrazione della lingua.

Continuasti a leccarla in quella posizione e quando allungò la mano per aprire le labbra della vagina capisti che era giunto il momento di succhiare con foga il pistillo del clitoride. Il gorgoglio di un gemito appassionato ma silente, le sfuggì dagli abissi del profondo della gola e il corpo della tua cuginetta si sciolse come cera in spasmi sussultori (irregolari e silenziosi).

“Come va, Cocca?”.

“Sto bene”.

“Guarda un po’, ti sei graffiata la schiena.”.

“Molto?”.

“Macché!”.

“E si vede il sangue?”.

“Giusto il colore del rosa, appena-appena”.

“Mmh”.

“Vuoi che ci fermiamo qui?”.

“No.”.

 

(5)

 

Sei eccitatissimo!

Il mondo intero è caduto sotto un piacevole incantesimo, una magia. Le ore pomeridiane di una primavera ricca e splendente, rilassante, sonnacchiosa e sonnolenta, che si attarda sugli sgoccioli delle vacanze estive del vostro quattordicesimo compleanno, scorrono e vi offrono luce e ristoro (dalle quattro finestre del vecchio casolare fantasma del pastore che vi ospita).

La giornata si allungava come caramello caldo, pigramente, oziosamente, il pomeriggio passava e trascorreva e la palla di fuoco del sole cominciava a discendere il dirupo della volta del cielo.

Il volo delle rondini di fuori, il passaggio di semplici nuvolette bianche in alto, il recinto dello steccato delle pecore in basso, il verde della campagna che fruscia e si distende in lontananza, i profumi fragranti di brezza dei frutteti in sboccio, il calore del canto d’amore delle cicale dall’esterno e il fresco polveroso, rassicurante nell’interno di una camera spoglia (abbandonata e sperduta nell’ambiente ideale per lo spettro del passato di un miraggio a fior di pelle). Ciack, il bravo e paziente cagnolone faceva la guardia al pianterreno.

Eri supereccitatissimo, di più, eri ipereccitatissimo.

Avete giust’appunto concluso l’ennesimo round di una partita singolare a Cava in Camicia. Il primo di quei grandiosi duelli lo hai vinto tu, i successivi dei tre finora affrontati li ha stravinti lei.

Le hai pulito i graffietti sulla schiena delicatamente, vi siete rinfrescati con un dispendio esagerato di salviette usa e getta. Avete sigillato le salviette nella busta di plastica gonfia e straboccante, avete rifilato il tutto negli zaini piuttosto in fretta.

Nudi come appena nati vi raggomitolate sui colori della coperta, per giocarvi l’inizio del quart’ultimo incontro a Pari e Dispari.

Hai vinto di nuovo. Raccoglie le carte del mazzo e torna a mescolarle, suddividendole in due mazzetti identici per dimensione e spessore.

A te la mossa.

Re, due; cinque, due; sette, re: vinci.

Automaticamente rovesci la clessidra.

La fai sdraiare sulla schiena, avvicinandoti per toccarla. Ti fissa con espressione rapita, un alone sensuale la circonda.

I battiti del cuore rintoccavano con la precisione di un orologio accelerato, iridi e pupille scintillavano e luccicavano nei suoi occhi, come un paio di spilloni che ti infilzavano l’anima.

Ti chini su di lei per baciarla. La fragranza dell’elisir del suo respiro ti investì come un vento desertico, la gola si infiammò, la bocca si riarse, la lingua si impastò nella sabbia, ondate di desiderio andarono moltiplicandosi nel tuo stomaco come increspature in uno stagno. Le hai impastato il pongo del piccolo seno come una ciambellina, con gentilezza, le hai cinto e stropicciato i semini rigidi dei capezzoli tra il medio e il pollice, e poi con la tenerezza dei polpastrelli sei sceso per accarezzarle il ventre teso e lievemente concavo; con la punta dell’indice circumnavighi l’orlo incantevole del suo ombelico, prosegui e spingi la mano sul gomitolo della cunetta. Sabrina (la Cugina per eccellenza) flette e divarica le ginocchia, per consentirti un facile accesso al solco del sesso.

Tutt’a un tratto era una giovane-ragazza di vetro ricolma di un liquido color rosso acceso, e quel liquido era furia di passione pura e incontaminata. Sistemandoti sul fianco, sobbollendo e ribollendo, ti sei steso accanto a lei.

Schiude la bocca in un sorriso adorabile, una punta rosa di lingua fa capolino fra le sue labbra. Scivolando la palma sulla pelliccia della gattina di venere (annidata sul suo cuscinetto morbido e peloso, arricciolato e castano-biondo), le frughi tra le lingue della vulva, intingendo la falange di un dito nel bocciolo di quella calla zuppa e delicata.

Ti abbassi su di lei per catturarle il serpentello della lingua, sostenendoti di peso su di un gomito, ritrai la mano dal mezzo dell’inguine di Sabrina, le risali il velluto elastico della pelle per palpeggiarle il caldo pongo di una tettina. Le hai lucidato il rosa-marroncino dell’areola, trastullando un po’ la puntina rosa e sporgente, più che turgidissima del capezzolo, sei tornato a intingere con il medio nel fiore del suo loto.

Distacchi la bocca dalla sua e la fissi negli occhi. Con il polpastrello del dito medio intriso di visco, le hai percorso le labbra. Per nulla a disagio, si forbisce i contorni delle labbra con la punta della lingua.

Le hai cercato il contatto della lingua con la falange del dito, soltanto per il piacere di fartela insalivare. Il serpentello guizzò all’esterno, attorcigliandosi in spire voluttuose alla preda designata (indicata e proposta), risucchiandoti il medio in bocca per leccarlo e gustarselo.

Poi, pasteggiando con i semini sui suoi tondelli, tornasti ad affondare il dito nel diluvio di colla tra le cosce della tua cuginetta. Non smettesti di baciarla con rabbia sul rosa delle puntine, frugandole dentro per tutto il tempo con accanimento, senza smettere di palpeggiarle il tondo del petto con l’altra mano.

Al termine vi siete ricomposti.

A te la mossa.

Asso; fante: vinci.

Rovesci la clessidra meccanicamente.

Saltelli sul sedere per avvicinarti un poco alla sua figuretta seduta a gambe incrociate, di fronte e non molto distante.

Il volto della Cocca fu illuminato da un sorriso magnifico, per un attimo, distolse lo sguardo, le guance si infiammarono, una fossetta fra le sopracciglia, il labbro tra i denti, potevi udirne il cuore martellare nei timpani.

Riuscivi quasi a leggerle nel pensiero. Era tutto lì in bella mostra, chiaramente dipinto in dolci-vivaci espressioni di pennello sul suo viso. E la cosa era reciproca. Non restava se non qualche adito recondito ancora inviolato dall’immaginazione, che peraltro di rado si discostava dal vero. Pensarci ti metteva addosso un senso di atterrita impotenza, come per un macigno posato sul petto. Tuttavia, interpretarne i segreti dell’animo veniva sempre più semplice.

Forzandola con dolcezza, gentilmente, le hai fatto scivolare un braccio dietro la schiena, poi le hai poggiato la punta delle dita della mano sinistra sulla guancia destra per costringerla a girarsi verso di te. Cominciasti a baciarla.

Puoi comprendere gran parte dei pensieri di Sabrina dalle reazioni del suo viso e del suo corpo.

Alcuni minuti dopo la tua cuginetta si sentì davvero sul punto di perdere i sensi, per metà in un sogno e per metà nel mondo reale, eccitata come non aveva mai saputo nemmeno immaginare, eccitata in un modo che rendeva giustizia a tutti i libri, i racconti e i film, che non aveva mai veramente capito prima di allora ma solo accettato per fede, come un non vedente accetterebbe per fede l’affermazione di un vedente sulla spettacolarità di un tramonto. Le scottavano le guance, si sentiva il seno caldo e in tensione sotto il tocco leggero e delicato delle tue mani, e le dispiacque di non avere le tette più grosse. Quel pensiero le infiammò le guance ancora di più. Il cuore le scappava via, ma era bello. Era tutto bello. Di più, oltre il confine e nel meraviglioso. Abbassò la mano, sentì com’era duro il tuo membro missilistico. Era come toccare un sasso, solo che la pietra non avrebbe palpitato sotto la sua mano a tempo con il suo cuore.

Con le labbra non hai mai smesso di baciarle le labbra, con la sinistra sei sceso a tastarle il gonfiore del petto, e, quando la sua manina fatata si è spinta al punto di carezzarti il monolito di sasso, le hai tolto la mano destra dalla polpa dei lombi per trastullarle con le dita nella collosità dell’apertura vaginale. Lasciasti che lei indugiasse per non troppo, dolcemente, morbosamente, quindi le prendesti la manina per baciargliela.

“Basta adesso”.

Mormorasti.

“Perché?”.

Sabrina ti guardava con candore, disincantata, smarrita, senza malizie.

“Perché la clessidra è vuota!”.

“E allora?”.

“Allora dobbiamo rallentare, credimi, sennò ti vengo nella mano... e mi tocca di dover pagare la penitenza.”.

Lei ti rivolse un’espressione così sinceramente sconcertata, che non potesti fare a meno di ridere.

Alla fine ti sei riallontanato.

A te la mossa.

Fante, fante, sette, sei, sei, due; quattro, asso; re: vinci.

Rovesci la clessidra istintivamente.

La fai coricare supina, di nuovo sul dorso della schiena. Ti guardò, sorrise, rilassò le membra sul tessuto della coperta, girò il visetto nella tua direzione, chiudendo le palpebre e gli occhioni.

Sembrava svenuta. Ma non era proprio così. Quando ti accovacciasti di fianco a lei per metterle una mano sul petto, sentisti il suo cuore sobbalzare come un coniglio con le zampe posteriori già nelle fauci della volpe. Nessuno poteva essere privo di sensi con una pulsazione robusta come quella.

Dopo qualche secondo cominciasti a esaminare il suo corpo. La pelle rosa-arancio, i seni, le gambe, le mani urticanti e piccole, i piedi. L’orecchio di conchiglia, la bocca fatta per baciare e essere baciata, vividi papaveri di sangue sulle guance, ossa fragili come ali d’uccello, il triangolo pubico rorido e cremoso, le membra allungate sulla coperta nell’abbandono totale della fiducia più assoluta.

Le passi un gomito sotto le ginocchia, per sollevarle le gambe. La cunetta della vulva spiccò immediatamente all’infuori, carnosa, appetitosa, giusto all’altezza della giuntura tra le cosce e le chiappe. La tua cuginetta se ne stava distesa a pancia in su, con la testa un po’ girata di lato, le braccia lungo i fianchi, le palme adagiate sulla coperta, le gambe unite e protese verso la polvere del soffitto della camera. Ti sei posizionato dietro al sederino.

Impugnasti il monolito. Il cuore tumultuava nel petto e avevi la bocca secca. Le facesti scorrere la pietra del glande nella spugna della spaccatura verticale, nell’intimità della sua vulva. La sporgenza delle piccole labbra era tenera e viscosa, caldissima e bollente. Lo spacco della carne si apriva ad abbracciarti la punta del glande, con l’ardire di una notevole... lubrica sensualità.

La Cugina per eccellenza strinse i pugni ma non schiuse neppure gli occhi. Dai, spingi... forza! Incalzava e non ti dava pace una vocina nella mente. Molto forte. Davvero forte. Ma la ragione e la coscienza erano più forti.

Spalmasti il duro del monolito sul cicciolo scivoloso, untuoso, soffice e cedevole del suo clitoride tumescente. La punta del tuo missile sprofondava leggermente nella carnosità del monticello sul pube arricciolato della Cocca.

Ti aggrappi alle sue ginocchia, indirizzi il glande nello spazio tra le cosce, stringendoti le sue gambe al petto, strofinando il filetto dell’erezione nella rugiadezza della pelliccia di Sabrina, incominci a pencolare nella parodia di un pistonamento (avanti e indietro nell’incavo del triangolo magico dell’attaccatura delle cosce). Le palle schioccavano sulla consistenza molle delle labbra del suo sesso. L’ardore del tuo membro pompava e procedeva, stantuffava nella guisa della cinta di quel fodero stretto, scivolando, strofinando, nell’umidità della peluria, attraverso la muscolatura tonica, seducente, solida e levigata delle cosce.

Il panico ti colpì non molto più tardi come un fulmine a ciel sereno: l’adrenalina stava montando rapidamente in furibonda pazzia, quando riprendesti il controllo e sollevasti lo sguardo. La clessidra si era perlopiù svuotata.

Ti sei fermato e ritirato da lei.

A te la mossa.

Tre; fante, sette, re: vinci.

Rovesci la clessidra irriflessivamente.

La fai sdraiare come in precedenza. Piegata a L, con la schiena in giù sulla coperta, le gambe verso l’alto della calce polverosa del soffitto.

Premendole sulla parte posteriore dei muscoli sodi delle cosce, tenti di spingerle le gambe al petto. Si è subito afferrata da dietro alle ginocchia, tirandosi le ginocchia contro i tondi del seno, rilassando le gambe. Le mani si chiusero, i polpacci ricaddero, le cosce si divaricarono, le chiappettine si sollevarono, il fiore si aprì e sbocciò, impollinando l’aria della fragranza profumata dell’ambrosia del suo nettare.

Dilati le narici a più non posso. Il sangue scorreva nel circuito delle vene come vetro filato, la sete del vampiro dilagava nel cervello, il cuore fuori controllo. Adesso, prendila! Strillò la vocina nella testa e il furore ti invase nuovamente, distendendosi sui tuoi pensieri come un sipario rosso. Il naso pestato per l’ennesima volta si era anteposto a qualsiasi altro pensiero, come un sipario rosso vibrante di dolore... di furia e di rabbia incontenibile.

Estrai dal pugno di una mano un dito a cavatappi. Piantandole il medio nel ventre, frugando, sei arretrato, sei penetrato, ruotando la mano una-due-tre volte, prima di toglierle il sigillo dal corpo. Risucchiasti il dito in bocca, per saggiarne il succo del piacere.

Il profumo ricordava il suo sapore: un sapore odoroso dei momenti più felici (liberi e spensierati, eccitanti), maggiormente entusiastici nei postumi del ricordo dei frammenti del passato.

Appoggi i pollici sulle ali rosa delle labbra per allargargliele. Il pistillo si scappuccia, l’imboccatura si dilata, il segreto del vivo del rossore della sua passione più profonda si svela ai tuoi occhi.

In un subbuglio di sensazioni, le pettini il gomitolo con la lingua, scendi a leccarle la consistenza delle grandi labbra (pane che lievita), titillando con la sporgenza delle labbra più esterne e più piccole, inebriandoti del suo afrore, per poi conficcarle la lingua nelle profondità collose della vagina. Il gusto acerbo del suo sesso (dal sapore un po’ brusco e vagamente dolce-salato) ti esplose dentro le cervella, soffocando ogni resistenza, annientando tutte le difese, spezzando e distruggendo quelle precarie barricate erette dalla coscienza.

Compisti il gesto di vogare coi pollici. Come un pesciolino eccitato, la tumescenza del cicciolo salta all’insù. Le hai acchiappato il bottone del clitoride, fra il labbro superiore e il centro della lingua; sondando, esplorando, frullandole dentro con la punta della lingua alla ricerca frenetica dell’altro bottoncino. Succhiando e sbavandole fra le gambe senza tregua, come una bestia-rabbica scatenata nel bollore.

Un tempo ignoto era trascorso.

Tutta la sabbia della clessidra si è depositata sul fondo.

A te la mossa.

Asso; tre; cinque, cavallo, cavallo: vince.

Rovescia la clessidra spontaneamente.

Come un uccellino con uno spruzzo di sangue sulle piume, bellissima, dolcissima, abbassa il capo per razzolare e cercare per terra.

“A che cos’è che pensi?”.

“Mmh”.

Le sfiori il mento per sollevarglielo.

Il terrore ti si strinse intorno al collo come un cappio di seta. Le hai sorriso per farle coraggio, come facevi di solito, e lei ti ha contraccambiato, ma, il suo sguardo liquido, ti sembrava di essere stato fissato con uno spillo al bersaglio di una gara di tiro con l’arco.

Riprende e risponde con un sussurro tenue come il respiro.

“Sì, insomma, mettiti liggiù sulla schiena”.

Ti sei disteso sul variopinto della coperta. Come un coriandolo di carta velina, ti scivolò sopra voltata di spalle.

Ancorandosi alle tue ginocchia, chinandosi un po’ in avanti, si aggiusta meglio sul monolito del grembo, assestandosi su di te con naturalezza ed eleganza.

Una visione che ti riempì lo stomaco di cubetti di ghiaccio. La magia sferica del globo delle sue chiappettine così rassodate... così lucide... così rosa-arancio... ti spremette diverse pinte di rosso dall’organo impazzito nella gabbia toracica. La sfera del sederino era solcata nel mezzo, squisitamente, vistosamente, e, schiacciandosi sul tuo addome, la cima del missile sbucava paonazza dal centro della plasticità dei suoi glutei.

Oscillando col bacino, ripetutamente, ritmicamente, dondolandosi sulla rigida lunghezza dell’asta, Sabrina incominciò a muoversi. La schiena diritta, le spalle insaccate, la vulva arroventata, il clitoride e le labbra che intridevano, che inzuppavano, il paonazzo del sasso... che spuntava con discrezione dal ricco piatto nella gommapiuma del plastico sofficissimo del suo fondoschiena.

I secondi trascorsero, ciascuno simile a una pallina di piombo. Percepivi ondate di gelo correre lungo la spina dorsale, mentre venivi sopraffatto da preoccupanti rigurgiti di panico.

La tua cuginetta ti si distese sulle gambe, aggrappandosi saldamente, accentuando ed esaltando ulteriormente il contatto della carne, serrando e trattenendoti i piedi con le mani. I gomiti sulla coperta, i seni piccoli premuti sulle ginocchia, le piante lisce dei suoi piedi all’altezza dei tuoi fianchi. Il panorama delle sue intimità nascoste non è mai stato tanto osceno. Il buchetto roseo palpitava piacevolmente al ritmo delle pressioni del tuo pollice che massaggiava, la crema del fuoco sbrodolava sul duro del membro furibondo. Hai dovuto fare un atto di meditazione intensa, per resistere sino all’ultimo momento.

In ultimo vi siete slacciati.

A lei la mossa.

Asso; tre; cinque, quattro, quattro: vinci.

Ribalti la clessidra febbrilmente.

Ti sentivi ancora troppo scosso per intraprendere qualsivoglia genere di rischio.

Cercasti i polsi di Sabrina e glieli imprigionasti in una morsa.

Dovevi tentare disperatamente di recuperare una seppure misera porzione dell’autocontrollo scomparso e perduto. Per di più, restarsene lì a fissarla negli occhi per tutto il tempo non sarebbe stato leale né corretto.

La baciasti profondamente, famelico, insaziabile, con la lingua che le scandagliò la bocca. Inoltre, nella confusione di membra, rammenti di averle mollato i polsi. Le tue mani erano dappertutto su di lei. Fu un lungo bacio con le lingue che si cercavano ansiosamente, s’incrociavano, si toccavano, si sfregavano, letteralmente lottavano tra loro.

Quando vi siete staccati, il cuore non aveva rallentato il battito, però, se non altro, l’epicendio dei sensi si era un po’ placato.

A te la mossa.

Due; quattro, sei: vinci.

Ribalti la clessidra furiosamente.

La fai stendere su un fianco e ti porti dietro di lei.

Ti sei addossato al suo corpo. Un braccio rattrappito tra di voi, una mano chiusa sulla spalla di Sabrina, l’altra mano libera di pastrugnarle le tettine. Il suo culetto schiacciava nell’inguine, il solco del sederino ti calzava sull’asta, lo spazio fra le cosce accoglieva e cingeva la sassosa cappella nella cremosità dell’incavo magico. Incominciasti a tentennare di reni.

La Cugina per eccellenza si spinse all’indietro per accrescere la stimolazione del clitoride, scivolasti sul picco del gomitolo di venere con le dita per guidarla, per condurre entrambi nell’estasi di un godimento silente, contenuto e misurato per quanto possibile. Rammenti le dolci carezze delle sue piccole lingue (esterne e crestate), rammenti la lascivia tenerezza dei baci del cicciolo del pistillo protuberante e tumescente. Terribile!

Avevi guadagnato un po’ di terreno sull’innesco del preorgasmo, ma se ti fossi deconcentrato, distratto anche solo per un istante, lo scocco di quell’apice di libido senza ritorno, ti sarebbe piombato addosso come un cane su un coniglio.

Continuasti a non dire niente e tentasti di restare impassibile, ma nella tua testa si stavano accendendo un mucchio di lucine rosse, mentre in tutto il sistema nervoso ti si andava propagando un sinistro formicolio. Il vostro cuore prendeva velocità come un treno che esce dalla stazione e si tuffa in aperta campagna. Ora il tuo avambraccio era totalmente flesso, le vene gonfie di sangue, i muscoli in rilievo come pani appena lievitati, frattanto che le premevi sull’addome con la mano; ora le dita si allungavano per scavare nella sua fessura. Continuavi a lanciare occhiatine furtive alla clessidra e ti piaceva sempre meno quello che vedevi. I granelli di sabbia sembravano cadere da molto in alto e come al rallentatore.

Pian piano e con lentezza, sublime, esasperante, il flusso della sabbia del tempo si esaurisce in ogni caso e comunque.

Faticosamente, fisicamente incolumi (chi gemendo e chi sospirando), struggiti vi siete separati e ricomposti.

A te la mossa.

Sette, sei, cinque, cavallo, cavallo, asso; tre; tre; re, due; cinque, cavallo: vinci.

Ribalti la clessidra rabbiosamente.

Le rimaneva una sola carta. Quando ti sei accostato a lei per sfiorarla, stremato, sovraccarico, questo tira e molla dannato ti stava uccidendo.

La spingesti sulla coperta, distendendola sulla schiena. Uno scoiattolo indifeso, una farfalla nuda, un essere angelico a tua completa disposizione. Bellissimo... insopportabile!

Hai sorriso per mostrarle che eri inoffensivo, mentre il cuore pompava dentro il petto come un piccolo motore feroce. Montasti sul suo corpicino allungato, impeccabile. Sabrina (la tua stupefacente cuginetta) supina, abbandonata lunga e diritta sotto di te. Le braccia irrigidite, le mani puntellate sulla coperta, gli occhi dell’uno negli occhi dell’altra, la schiena a malapena ingobbita, le ginocchia a cingerle le ginocchia.

Ti chinasti a baciarla sulle labbra. Ancora una volta, ricambiò e ti baciò nel modo meno platonico possibile. Il missile del membro scavò a fondo, trapanò e trivellò nella polpa della carne, penetrando in profondità nella pace dei sensi, sprofondandole nel magico del triangolo delle gambe (fra il sodo delle cosce e il morbido della fessura). Con le mani le tenevi la testolina, con i gomiti le sfioravi le spalle. Il tuo petto sul suo petto, il tuo ventre in simbiosi con il suo, il pube le strusciava e vezzeggiava sulla gattina del monticello. Con il velluto di una manina ti carezzava la schiena, con l’ortica dei polpastrelli della seconda assecondava l’andirivieni costante dei tuoi glutei. Fantastico, meraviglioso... addirittura eccessivo!

Infatti successe qualcosa. Qualcosa di troppo. Qualcosa di brutto. Serrasti la trappola dei denti di scatto. Avevi l’impressione che la leva del perno della lussuria del corpo ti avesse scardinato, quasi, disarticolato la mandibola dell’anima del Vampiro. Dolorosamente, il panico ti risalì dai lati del mento come folgori d’acciaio per incontrarsi sotto la volta del cranio in una spaventosa deflagrazione.

Dalla zona antistante il casolare si propagò un intervallo di quiete (disturbata solo da uno sbuffo di brezza che mosse brevemente la chioma dei frutteti addobbati a festa, come una mano che ravvia capelli spettinati) e il silenzio sopraggiunse e vi avvolse, circondandovi in un mutuo bozzolo protettivo. Sopra di voi, la palla del sole cedette il campo all’osseo disco della luna che scivolando dietro una nuvola ne tinse i bordi d’argento. Adesso il cielo era tempestato di astri, l’universo mondo si dispiegava, ma non avresti saputo riconoscere nemmeno una delle costellazioni che si formavano.

Il silenzio si protrasse, distendendosi in ciò che sembrava l’eterna combustione del rogo del falò di una passione incontenibile, inesauribile. Probabilmente anche Sabrina era assai prossima al frutto dell’orgasmo.

Ti sei distolto da lei con uno sforzo fisico evidente.

“Aspetta”.

Per fortuna non avevi la voce malferma.

Hai raggiunto il varco della porta della camera e lì ti sei fermato. Le mani strette sugli spettri scalcinati degli stipiti assenti, la testa china sul petto, gli occhi chiusi, i pensieri altrove e confusi. Udisti un suono lieve, uno sbatacchiare di piedi scalzi sullo strato di polvere del pavimento, un bisbigliare di passi concitati alle spalle, come una bandiera increspata dal vento.

“Va tutto bene?”.

Infine, non senza difficoltà, sei riuscito a contenerti, ti sei ripreso e vi siete riaccomodati sulla coperta per giocarvi le ultime carte di quella partitona.

A te la mossa.

Cinque, cavallo, due: non ha più da rispondere, e perciò vinci definitivamente.

Ignori la clessidra con deliberata indifferenza.

Vi siete alzati nella viva luce del riflettore delle finestre.

Ti sentivi attore e spettatore dello stesso film. Agendo e vedendoti all’azione per il tramite dei suoi occhi, cominciasti a muoverti macchinosamente, finalmente, liberamente, regolarmente, come se lo stessi facendo tenendoti l’erezione tra le mani.

Spaziando sul ritratto del suo viso con lo sguardo, scrutandola negli specchi dell’anima, le hai scorto negli abissi innocenti del limpido delle pupille per vagliarne lo spirito complicato. Era sufficiente. Ne avevi avuto già la prova, avevi trovato subito la conferma che cercavi. Aveva goduto nella tua bocca mentre la leccavi e ora era lei a sentirsi in debito con te.

Si chinò sul monolito missilistico, mettendosi in ginocchio. Esitando, arrischiando una morbida leccata di panna sulle palle rigonfie, sostituì le tue mani con le sue. Quasi impazzivi all’idea che sul serio lo avrebbe fatto, presto avrebbe preso la tua cappella nella sua giovanissima bocca.

Nell’incertezza sul da farsi, ti bellica il glande e ti rosicchia il filetto, delicatamente, penosamente, oculatamente, platealmente, scendendo con le labbra sull’asta di ferro, per esprimersi nell’istintiva suzione ai testicoli. Iniziò a suggerli uno per volta, tutti e due non ci stavano nella sua giovane-piccola-morbida bocca.

Con le manine s’indaffarava sulla tua pulsante rigidità. Le sue labbra perduravano attaccate a ventosa sullo scroto, tettando, poppando, gli occhioni erano puntati verso l’alto, speranzosi, sognanti, spalancati in direzione dei tuoi.

Una scarica di fuoco ti fece vibrare la spina dorsale e diffuse spasmi acuti fino alle braccia e alle gambe. Durò un attimo. Il calore t’invase e percepisti il fremito silenzioso, familiare che ti mutava in qualcos’altro.

Cercasti di rallentare i movimenti delle sue mani, tentasti di controllare il mostro assetato di rosso, ma non riuscisti a contenere il potere intrinseco del tuo cervello. Nel momento in cui aprì la bocca, sollevandola, tenerissima, ci affondasti il sasso del ferro trattenendola per la testa.

Lo scudo fuoriuscì da te in una bolla di energia pura, un fungo atomico di acciaio liquido. Pulsava come una creatura vivente: lo potevi sentire alla perfezione, dalla sommità fino ai bordi silenti della prudenza mostruosa che vi avvolgeva.

Esplodesti mentre eri al massimo della penetrazione consentita e permessa dalla gola. La sentivi affaticarsi nel tentativo, impossibile, d’ingoiare tutta quanta la linfa che fuoriusciva a getti copiosi. Si ritrasse per non soffocare, e nel farlo, una parte della linfa fuoriuscita dalla bocca le colò sul piccolo seno.

Alcuni filamenti del bianco traslucido la raggiunsero nello spiraleggiamento biondo-castano dei capelli, altri le si sfogarono sul viso. Rimase immobile, esterrefatta. Un’aria sbalordita istoriava, impiastricciava, fregiando sul faccino meravigliato della tua Cocca.

“Scusami”.

Sbattendo le ciglia e cadendo dalle nuvole, ingenuamente, distintamente, rilassa la fronte, rimette a fuoco lo sguardo, ti fissa negli occhi e ti sorride. Appassionata, spudorata, con le dita si spalma la linfa sul petto, e sul finire con un pezzetto della sua lingua rosa scucchiaia uno di quegli ultimi filamenti (bianchicci e semitrasparenti) che si prolungava pendendo dall’ex punta pietrosa del tuo membro in rapido rammollimento.

Vi siete ripuliti, vi siete rinfrescati (utilizzando una vagonata di salviette saponate), dunque vi siete rivestiti. Avete riorganizzato l’ambaradan nel tuo zaino e nel suo zainetto, siete scesi dabbasso da Ciack, lo avete slegato dalla balaustra delle scale, e, gettando la busta dei ruschi nel primo bidone del pattume sulla via del rientro di peltro delle propaggini dei ricordi, avete fatto ritorno nella casa di campagna dei nonni.

 

(6)

 

Vi si presentavano tre possibilità.

I tuoi genitori avrebbero passato le ferie d’estate al mare, quelli di Sabrina sarebbero andati in montagna, o forse il contrario... ma non importa. Potevate decidere se andare al mare, in montagna, oppure, ovvio, eventualmente la terza possibilità era di separarsi per seguire ognuno i rispettivi genitori.

Avete optato per la quarta soluzione.

Avete scelto di trascorrere il periodo della vacanza insieme, come sempre, in campagna, nella casa dei nonni.

Il cielo era di un azzurro soffocante con vari gruppi di nuvole che navigavano oziose nel bagnato rovente della volta oceanica. Alcune nuvole temperavano il caldo della giornata, e d’altronde sulla vasta distesa afosa della campagna spirava sì qualche soffio d’aria fresca, ma, verso l’una e mezza del pomeriggio, il sole opprimente vi avvolgeva come una sgargiante plastica gialla. In lontananza, il tetto della casa dei nonni scomparve tra le correnti termiche tremolanti come tende ondeggianti di perline di vetro.

A dispetto del torrido di quell’agosto arroventato, l’erba bisbigliava dolcemente intorno alle gambe. La luce filtrava dal verde del groviglio dei rami dei frutteti, creando un effetto stroboscopico. Al vostro passaggio, il disco spesso del sole riverberava sugli specchi d’acqua dei canaletti.

Ciack, il vostro fedele cagnolone da caccia scorrazzava libero nei dintorni e nei pressi (con le orecchie sbatacchianti nel vento), correva e saltellava entusiasta di qua e di là, annusando e indagando ovunque con l’interesse ossessivo di uno studioso, trattenendosi sempre e comunque a portata di vista. La tua cuginetta, cappello di paglia in testa, zainetto sulle spalle, ti trotterellava accanto allegramente. Che bel quadretto agreste!

Vi siete addentrati sempre più nella campagna rigogliosa e verdeggiante, circondati dal frinire delle cicale. Non avevate una meta precisa, tuttavia i piedi vi portavano in una certa direzione. Il sudore ti colava a rivoli sulla schiena; ti sei tolto la maglietta, restando a torso nudo. Avete seguito una pista tracciata soltanto da voi, raggiungendo così lo spiazzo in colto di un terreno su cui sorgeva un’altra casa in rovina. Probabilmente erano anni e anni e anni che non ci abitava nessuno. I muri erano diroccati e il tetto sembrava sul punto di crollare.

“Uf, che caldo!”.

Ti tergesti la fronte con il dorso di una mano. Dalla parte opposta della casa fatiscente c’era un pozzo e lei, nel vederlo, era corsa in quella direzione.

“Oh, sono così assetata”.

Si è piegata in avanti per guardarci dentro, ma, anche da fuori, era evidente che il pozzo non era più in uso. Anche tu sei corso verso il pozzo, ma non per guardarci dentro, bensì per scorgerle il gonfiore del piccolo seno dalla scollatura a V della maglia mentre si piegava in avanti. Hai posato le mani sull’orlo del pozzo e rammenti l’aria fresca e umida che saliva dal fondo buio ad accarezzarti il viso, senza riuscire a placare l’ardore febbrile che ti divorava. Ancora non riuscivi a comprendere, non sapevi da dove venisse quell’ondata di desiderio irresistibile, insopportabile.

Eravate nell’età in cui i nervi tesi dentro il corpo bruciano come una torcia tutto il giorno e anche quasi tutta la notte... quattordici-quindici anni. E la Cocca (la tua adorabile cuginetta) era troppo buona, troppo delicata, troppo preziosa. Sfilasti dal tuo zaino una bottiglia d’acqua.

“Tieni.”.

“Grazie”.

Le ciglia sono frangiate, bordate, orlate da un filo di trucco. Ti restituisce la bottiglia, intrecciate le dita delle mani, e vi scambiate silenziosi messaggi di dedizione. Il morione liquido degli occhi le si accese di entusiasmo. Eravate uniti da un legame formidabile, incomparabile.

“Andiamo?”.

La esortasti con lo sguardo, accennando ad allontanarsi dal pozzo.

“Sì.”.

“Ciack, vieni.”.

Banchi sparsi di nuvole di panna veleggiavano nel cielo. Quel giorno la campagna era un luogo pacifico e felice. Fazzoletti di margherite estive coloravano di macchie bianche e gialle, un po’ tutta quanta la distesa sconfinata del paesaggio spennellato di tempera. Avresti voluto sdraiarti sull’erba senza badare all’arsura per cercare di leggere le sagome delle nuvole. Erano troppo regolari, troppo lisce. Niente immagini, soltanto isolate flottiglie di galeoni di bambagia. Tutto sembrava brillare di luce propria. Tutto sembrava diffondersi di una luce candida. Ti concentrasti sulle nuvole inseguite dal sole, per distrarti da Sabrina. Il visetto un dipinto, gli occhioni uno specchio, i pensieri e lo spirito come la scrittura arzigogolata di un diario. Lasciandoti cullare da questi pensieri gradevoli e vagamente elegiaci, vi ritrovaste in piedi sulla cima di un argine.

Quattro argini delimitavano il rettangolo di un grande pioppeto. Un canaletto scintillante costeggiava due lati dell’esteso rettangolo. Sotto di voi, una casupola si ergeva al di qua del canaletto. Una casupola nera, di legno, priva di finestre, con la porta sbarrata da catenaccio e lucchetto: il suo scopo ignoto. Dei tubi fuoriescono dalla casupola e si tuffano nell’acqua.

“Perfetto.”.

Cercò la tua mano per imprigionarla fra le sue. Esitasti. Il cuore ti martellava nel petto, forte, ritmico, tam-tam, e non solo per l’ascesa ripida dell’argine. Eri pervaso da quella leggerezza esilarante, simile a una stretta allo stomaco, che si prova avvicinandosi all’estremità di un trampolino alto. L’hai afferrata saldamente, per aiutarla a discendere.

Una marea di rovi di more selvatiche cresceva dappertutto. Le alte felci erano penetrate nel giardino attorno alla casupola, si erano addensate ai piedi delle rugginose attrezzature agricole, perfino laddove avrebbe dovuto esserci il portico. Il lussureggiante principio di un neonato canneto si sviluppava protetto dai tubi, il prato pareva allagato di onde sottili, alte e verdi.

Legate Ciack alle tubazioni che si propendono sull’acqua dal retro della casupola, con diversi metri di corda per lasciargli ampio spazio di manovra. Subito dopo essersi abbeverato al canaletto, subito dopo la perlustrazione del dominio del territorio a sua disposizione, ne approfitta per stendersi all’ombra con il grosso testone tra le zampe. Circumnavigate i marosi del cortile della casupola per sistemarvi dalla parte opposta di quei tubi.

Timidezza, riservatezza. Quelle Fitte di timidezza paralizzante, che l’avevano caratterizzata, avanti nella fanciullezza, si stavano sfarinando sempre più in occasionali ritorni di semplice ingenua-riservatezza. Una sorta di calda, tremula pressione nell’aria già ti faceva presentire benissimo... presagire qualcosa di ciò che sarebbe potuto succedere tranquillamente.

Arrossisce sulle guance. Toglie la coperta dal suo zainetto e la srotola sui cavalloni marini dell’erba alta, al riparo delle tubazioni e della casupola. Osservandola, hai estratto una canna da pesca dallo zaino, ti sei levato le scarpe.

Sebbene non restassero che pochi effimeri passaggi tuttora inaccessibili del suo animo, pochi ma sufficienti lo stesso per farti ammattire, ciò che restava le si traduceva in parole sul ritratto del viso con facilità sempre maggiore. Un angelo, bellissimo, incantevole, insopportabile! Il potere di sfuggire, di rifuggire dalle banalità della vita di tutti i giorni: il mito del vostro potere, la leggenda di un legame quasi medianico. Una vocina ormai onnipresente (magniloquente e chiassosa) ti albergava con dimora fissa nei recessi della testa, parlandoti con gli argomenti dei suoi pensieri.

Ti guardò con un volto luminoso di candore e si spogliò. Si tolse il cappello di paglia, la maglia scollata, la pudica minigonna (non troppo corta), senza dimenticarsi delle scarpe da tennis sdrucite. Come impalata, immobile, se ne restò lì ferma nel giallo del suo bikini.

Sei rimasto impietrito, basito, privo di qualunque forza, pietrificato a fissarla. Nel frattempo il tuo pene indocile si rizzava nella consistenza di un manganello.

Puoi leggerle in faccia quel che pensa.

‘Mmh’, voleva dire qualcosa ma non sapeva cosa. Facesti una smorfia quando le membra protestarono e Sabrina notò il turgore nei boxer del tuo costume prima che ti voltassi. L’ho fatto io, pensò e si sorprese delle sensazioni che accompagnarono quella considerazione: piacere, meraviglia, divertimento, persino una punta di compiacimento.

Fece una risatina imbarazzata... adoravi quella risatina. Musicale, rasserenante, una melodia che apparteneva ad archi echeggianti di una cattedrale illuminata da candele, una vera benedizione.

Stringendo meccanicamente l’impugnatura della canna nella destra, ti girasti verso l’acqua del canaletto per svolgerla a dovere. Il desiderio dentro di te era così intenso che i brividi si irradiavano dall’inguine, dal ventre, dalla spina dorsale, affiorandoti nelle mani, e anche nelle gambe, che in certi momenti ti sembravano intorpidite dall’eccitazione.

Voglia... furia e rabbia... no, di più, molto di più.

L’acqua era lucida, brillante, oleosa, densa come catrame. La gramigna invadeva il canaletto in lungo e in largo, le ranocchie sollevavano al cielo i loro richiami gracidanti. L’aria era umida e calda, pesante e soffocante come al chiuso di una sauna.

A ridosso del canaletto avvertisti un insolito odore minerale, fortemente metallico ma stranamente piacevole. Erano i vapori di una malinconia lieve e passeggera, somigliava ai fumi di una fragranza nostalgica; il profumo dei ricordi, dei frammenti di ricordi di un passato tuttora presente.

Il pensiero pulsava soffice. Hai sprofondato il picchetto nella terra, hai prolungato i numerosi segmenti della canna da pesca, hai lanciato in acqua il galleggiante, senza preoccuparti di infilzare nessun tipo di esca all’amo, poi, assicurando la canna sul suo picchetto, girandolando ti sei rialzato.

La tua cuginetta se ne stava appoggiata con le spalle alle assi della casupola, sicuramente con i polsi intrecciati e stretti, con le mani incrociate dietro la schiena, posizione che assumeva quando rifletteva, quando voleva mostrarsi meditabonda. Aveva accavallato le gambe, si era agganciata il piede destro al polpaccio sinistro e ti aveva osservato con distaccata curiosità. Forse, è chiaro che rimuginava nel profondo innocente della sua anima. Le forme longiformi, le curve lunghe e snelle, gli occhioni grandi e liquidi, un pezzetto rosa della lingua fra le labbra, il colorito rosa-oro della pelle abbronzata... Meravigliosa!

Le hai sorriso per fornire sostegno e darle coraggio. Goccioline pesanti di lacrime le si accumularono sulle frange delle ciglia, limpide come cristallo nell’oscurità, le guance le si infiammarono in modo sensuale e seducente. Il membro duro come un macigno nei calzoncini da bagno, ti sei avvicinato a lei pressoché telepaticamente. Accantonò ogni dubbio, e reagì con slancio.

Lei ti pose le dita, dita sottili, calde, sulle labbra. Segnò il profilo della tua bocca. Perché piangeva?

Il tempo rallentò e girò su se stesso.

Sabrina ti mise le mani intorno al viso e ti attirò dolcemente a sé. Poi ti baciò, un bacio lungo e languido. Inizialmente rimanesti un po’ scioccato per la tenerezza delle labbra e il fuoco umido della lingua, quindi ti lasciasti andare.

Il mondo si oscurò, rabbuiandosi, e un sordo ruggito ti riempì la testa, simile al folle ringhiare di migliaia di bestie rabbiose.

‘Sì, bellissimo’, si compiacque lei, poi con l’atteggiamento serio di chi svolge un compito, le baciasti le guance umide e fresche in alto, vicino al naso, prima sotto l’occhio destro e poi sotto quello sinistro. I suoi baci erano delicati come un battere di ciglia. Sabrina non aveva mai provato niente di simile e all’improvviso ti passò le braccia intorno al collo e ti strinse con ardore, schiacciandoti la faccia contro una spalla e serrando gli occhi, che ancora non avevano smesso di luccicare di passione. L’abbracciasti e questa volta staccasti una mano dalla sua schiena per accarezzarle le spirali seriche dei capelli.

L’argine e le attrezzature semisepolte dalle felci, i rovi e le ondulazioni dell’erba pronta da tagliare, la casupola nera alle sue spalle, il pioppeto di la del canaletto alle tue spalle, e le tubazioni alla vostra sinistra, tutto giocava a vostro favore e vi avrebbe offerto una valida copertura da sguardi indiscreti. Ma soprattutto Ciack vi avrebbe segnalato la presenza di chiunque nel raggio di parecchio.

Ti prese la mano e il suo calore risalì per tutto il braccio. Si staccò da te e si scoprì una tettina. Chiudendo gli occhi, si portò la mano sul cuore. Il cuore le correva nel petto come un purosangue in dirittura d’arrivo.

Il respiro si fece affannoso. I muscoli delle gambe sembravano sul punto di cedere. Era come essere tirato giù a capofitto da un gigante, sentivi l’ira invaderti come il calore di un liquore molto forte.

Abbassasti gli occhi per guardarle i semi. Attonito, hai contemplato quel piccolo gonfiore che le spuntava dal reggiseno del bikini, trepidante, hai massaggiato quell’elastico gonfiore che sbucava dalla tua mano. Il paio di piccoli, stupefacenti, pongosi tondelli rigonfi che le traboccava dal giallo del petto ti sconvolse i sensi: da un giallo sempre più giallo-arancio, da un giallo sempre più intenso e pericoloso, dal giallo di un ossessione letteralmente sempre più morbosa. Strabuzzando lo sguardo, glieli rimirasti per qualche secondo, respirando a fondo, cercasti di calmare il cuore imbizzarrito che sgroppava.

Il velo di sudore che ti copriva il viso era gelato come ghiaccio fuso. Il randello che picchiava e scalpitava nei boxer del costume, si divincolava come una grande bestia ostile.

Riaprì gli occhi e ti sorrise. Sorridendo, bellissima, amorevole, disincantata scacciò le lacrime e ti spinse nell’erba di quella giornata infuocata.

La Cocca rotolò con grazia e ti schiacciò contro l’erba tiepida. Vi avvinghiaste e vi rotolaste nell’erba sin sulla coperta e tu sentivi addosso il corpo di Sabrina, e la scopristi più morbida e leggera di quanto ricordassi, e ti accorgesti del calore ribollente che si espandeva, e avesti una gran voglia di toccarla, e con la scusa di quella lotta le mettesti una mano sul pongo rosa-oro del seno scoperto per spingerla via. Eri più forte. Eri infinitamente più forte di lei. Potevi controllare bene le sue mosse ma era divertente fingere di subire e ti sei trovato steso di schiena sulla coperta, con lei a cavalcioni su di te che ti teneva giù la testa.

Il tuo cuore premeva contro il petto così potente da spezzare il ritmo dei polmoni e impedirti di respirare. Sabrina era bloccata, combattuta, prigioniera nell’abisso del baratro di se stessa, smarrita, sconclusionata, incapace di pensieri coerenti.

Con le mani le prendesti le gambe e risalisti fino alle cosce... quei grandi occhioni liquidi di lei minacciavano di riprendere a lacrimare e tu non avevi la minima intenzione di finirla lì, risalisti ancora sin quando dovesti giustificare quello che stavi facendo, allora passandole le mani sulla sfera di gommapiuma dei glutei, le conficcasti le dita nei fianchi per farle il solletico. Gridò e si ritrasse.

“Ridi!”.

Ti si accasciò di schianto con i pugni serrati sul petto.

“No, dai-basta, ti prego”.

Schegge ghiacciate ti inchiodarono. Non riuscivi a muoverti né a respirare. Poi il musetto di scoiattolo della tua cuginetta rientrò nel tuo campo visivo, dapprima confuso come la superficie lunare vista attraverso un telescopio non messo a fuoco.

Si rimise a posto ambedue le coppettine del bikini. Lentamente le sei scivolato sul plastico delle chiappettine, sfiorandola con le palme e con le dita, mantenendo il prurito delle mani pronto per un successivo attacco di solletico. E mentre questo succedeva sentisti salire una vampata irosa di calore dal ventre e immaginasti di essere rosso in viso e ti vergognasti per i segni di eccitazione evidente che proprio non potevi nasconderle.

Non disse più niente e tu ti sentisti autorizzato a tenere lì le mani, nonché a carezzarla per proseguire col tuo massaggio. La fronte aggrottata, le spalle abbassate, l’espressione svagata, le guance imporporatissime, voluttuose, la bocca semiaperta, una punta di lingua trattenuta tra i denti con delicatezza.

Il suo volto a un palmo di distanza. Le sue dita ti sfiorarono la pelle del viso. Pizzicava soltanto perché era lei a toccarti. Poi la vocina tornò all’opera. ‘Coraggio, questa è la volta buona!’

Istintivamente, con una mano le sei sceso sulla giuntura di una caviglia, le hai risalito tutto il corso della gamba, dal polpaccio all’interno del ginocchio, sul davanti e sull’interno della coscia, fino all’attaccatura della mutandina del bikini per sfiorarla, per minacciarla. E sentisti qualche cosa di caldo... e scendesti un attimo per risalire ancora, e la toccasti con più decisione per sentirla ancora più umida, e non capivi nulla di ciò che stava succedendo, frattanto un calore enorme aveva invaso ogni parte di te, e deglutivi e lei non diceva niente (teneva gli occhi semichiusi e non c’era più una sola ragione per stare lì a toccarla). E togliesti la mano minacciando di affondargliela nel fianco.

Persa, Sabrina assistette alle sfumature della succitata conversazione espressiva in silenzio. Ora, anche la vocina della mente taceva, ma eri certo che non si fosse affatto addormentata. La tua cuginetta neppure: la sua manina fatata disegnava intrecci casuali sulla tua guancia. Intrecci luminosi, ardenti, urticanti. Tentasti invano di sondarle nel vortice dell’anima stratificata. Goccioloni lacrimosi le solcavano il profilo delle guance dagli angoli degli occhi.

“Sorridi, o te lo faccio fare con la forza.”.

Sorrise.

“Spaccone”.

La sua voce era lieve come il respiro.

La fissasti negli occhi.

“A che cosa stavi pensando?”.

‘Mmh’, si mordicchia il labbro, arrossendo ancor di più se possibile, e poi rispose in un farfugliamento inintelligibile.

“Come... Cosa?”.

“Beh, sì, in effetti, dicevo... Pensavo a una cosa che vorrei provare”.

Le scosti dal viso una nuvola di capelli dorati dal sole. Di nuovo prese il tuo viso tra le mani.

Fai scorrere tra le dita l’oro dei capelli. Concludendo ti tolse il fiato.

Accarezzando l’infinita morbidezza dei suoi capelli arricciolati le hai risposto di sì, con un gesto affermativo del capo. Ti riempisti le mani con ogni parte del suo corpo; ti baciò appassionatamente, sinceramente, e con la leggerezza di una farfalla ti ruotò sul grembo.

Come un puledro impazzito il cuore sfuriava nel petto, infuriava nella prigione ovattata della vostra gabbia toracica. Spingendosi all’indietro, si chinò come una marionetta i cui fili fossero stati recisi, si allacciò a te con la stessa rapidità con cui due parti di una porcellana spaccata si saldano per opera di un supercollante. La sua testa all’altezza del tuo inguine, la tua testa fra le sue cosce.

Non puoi esimerti dal demone scarlatto dell’impressione di sentirla armeggiare con la cintura dei boxer. Una vitalità animale ti pervase, un furore da far scoppiare le arterie ti smosse dalle fondamenta dello spirito. La magnificenza del panorama visto così da sotto aveva del surreale.

Le hai carezzato il globo del sederino con entrambe le mani, le hai agganciato l’elastico della mutandina con le dita della mano sinistra, hai spostato sul lato sinistro del suo culetto la stoffa del pezzo inferiore dell’arancio-rosso del bikini per rivelarle il fiore del sesso. L’incarnato del suo fondoschiena si mostrò arancio-rosa, arancio-rosa, non rosa-arancio, e nemmeno rosa-oro... il seno del suo petto era rosa-oro... perché?

Come era successo chissà quanto tempo prima, la tua ira degenerò in una rabbia furibonda con la fulmineità di un’eruzione vulcanica. I muscoli delle mascelle si serrarono come sassi, tanto forte da farti dolere i denti.

La realtà cominciò a tremare e vacillare perché le tue mani erano scosse dal furore del rosso vivo di un Demone. La vista ti si annebbiò, come se stessi guardando il panorama circostante attraverso ondate di calore e dovesti sbattere le palpebre e strizzare gli occhi perché le parole sfuocate sulla pagina di pergamena di raso di quel ricordo dell’adolescenza tornassero a essere composte da lettere nitide.

Le ginocchia incastrate sotto alle ascelle, i polpacci ai lati della testa, i gomiti a cingerle le cosce, le mani posate sul tondo delle natiche. Hai vogato coi pollici per schiuderle il rossore della vulva, il bocciolo della carne, il fiore dell’intimità, la ricotta della Calla, la polpa del Loto, le grandi labbra della fessura, le sporgenze delle piccole labbra, le creste della spaccatura, i petali del pistillo, le lingue del clitoride, le ali rosa e rugiadose... la collosità del cicciolo, la viscosità del pesciolino, la cremosità della protuberanza, la succosità di quella falange, il falò del bottone, il rogo del beccuccio, le fiamme del frutto, il fuoco magico del pulsantino, l’incendio del tunnel, la guisa del fodero, la cinta dell’inguine, il ricettacolo dell’amore, il talamo della passione... il Sancta Sanctorum della sua verginità, l’imboccatura della vagina.

L’afrore della femminilità più privata della tua cuginetta ti riempì le narici. In senso metaforico, la brama di sangue del vampiro ti possiede. Avesti improvvisamente sete, una sete irresistibile, sentisti la gola riarsa come la pietra di un focolare.

Un colpo di maglio alla gola ti aveva lasciato la sensazione di avere un esofago fatto di vetro rotto. Il buco nero del fantastico ti travolse, la regione desolata dello spettro di terrore dell’immaginazione scoppiò e si elevò in fuoco e fiamme. Un dolore palpitante ti riscosse appena in tempo dal mondo della fantasia, e per un soffio non hai perduto le redini del controllo di te stesso.

Ti senti avvolgere con la lingua. Caldamente, la Cugina per eccellenza giunse al dunque di lavorarti la bestia del manganello, mettendosi a baciarti sulla turgidissima cappella del randello, iniziando a trastullarti i genitali con le mani, e, profondendosi con l’uso della bocca, incominciò a forbire la lunghezza del tuo monolito con le labbra. Ti sei sentito confondere in un bollore di gola e di lingua.

Solerte, le passi la lingua sull’oro grezzo della pelliccia, risucchi parte del morbido della cunetta in bocca, morbosamente, sposti le labbra della tua bocca per mordicchiarle sulla giuntura della coscia destra, risali con la lingua e le discendi con la punta sulla pista esterna delle piccole labbra per titillarle il glande del clitoride, senza mai stufarti di pastrugnare con le mani (con le dita e con i pollici), specie con la plasticità delle sue chiappettine... tanto rassodate e rotonde... tanto inaspettatamente arancio-rosa. La sua gattina era profumata, tenerissima, saporita e liscia come un frutto acerbo.

Lo shock di un epicendio sensoriale ti sconvolse nuovamente. Udisti la risata sguaiata di un ringhio folle, percepisti odore di legno e di acciaio, sentisti piume di schegge di ghiaccio che ti si conficcavano nella pianta dei piedi scalzi. Caracollasti verso il bianco rossore oltre la libido di quell’apertura liquida, disponibile. Distinguesti a malapena il peso della tua cuginetta sulla coscia. Barcollasti su per gli scalini celesti e fosti sul punto di cadere, ma una mano invisibile ti sorresse (una vocina pressante ti incitava), ti strinse il cervello, ti fece correre lungo i nervi spilli e fuoco. Scalzo, spoglio, insensibile al freddo, quasi completamente disarmato, ti dirigesti verso il bagliore mistico in attesa sullo spiazzo di fango coperto di neve ghiacciata dalla lussuria più cruda.

La furia cieca che ti eruppe nell’apice del vertice delle cervella era qualcosa di mai provato, di mai immaginato. Ben al di là di qualsiasi livello a cui fosse mai giunta la tua ira peggiore. Anzi, era qualcosa che non avresti mai potuto generare dentro di te per la stessa ragione per cui non si può fabbricare acido solforico in un bicchierino di carta: il contenitore verrebbe dissolto dalla sostanza che dovrebbe contenere. Un flusso lavico di rabbia ad alta pressione ti sgorgò dentro, così bollente che avresti voluto urlare, così incandescente che non avesti tempo di urlare. La coscienza fu cauterizzata via, lasciandoti in un luminoso buio senza sogni, dove non c’era più né rabbia né dolore (né panico né terrore).

Sbrogliare la matassa dell’intrico di quella situazione per raccogliere il filo del discorso in un gomitolo coerente divenne assai di più che complicato, la faccenda si fece difficile da dipanare. Ti parve di camminare per circa un’ora e mezza in mezzo alla massa degli alberi, scavalcando tronchi caduti e scendendo in qualche canale poco profondo, guadando ruscelli ed evitando i rovi, senza mai perdere di vista l’obiettivo, sempre prestando attenzione alle sue risposte. Tentacoli di nebbia scivolavano tra gli alberi come incorporei serpenti. La luce delle stelle che filtrava tra le foglie rendeva tutto vago. Le ombre coprivano il terreno, si arrampicavano sui tronchi, strisciavano sui rami e sparivano nell’etere. Destato dall’avvicinarsi dell’alba, il canto degli uccelli ti seguiva e ti precedeva, si allargava attorno a te in un melodioso benvenuto. Eccitandoti, ti venne da sorridere qualunque fosse la ragione, qualsivoglia fosse il grado di libidine del godimento che ti aveva portato lì. In che altro luogo avresti voluto trovarti? ‘In nessun altro luogo’ rispose la vocina a te stesso. Arrivare alla radura ti colse di sorpresa: tenendo sempre i sensi puntati su di lei per seguirla, non avevi fatto troppo caso a dove ti trovassi. Ma tutt’a un tratto eri arrivato in uno spazio aperto, sul fianco della vetta di un monticello incolto, ai piedi del quale, per miglia e miglia, si estendeva l’arricciolamento di una foresta sbrodolante di passione e di caos.

Il giorno e la notte si susseguivano senza sosta; una calda oscurità vi avvolse non appena il sole fu scomparso per l’ennesima volta dietro un orizzonte tracciato con la rigidità di una linea retta. L’infinito si stendeva ai vostri piedi, una città stellata priva del limite dei chilometri quadrati, una galassia di luci dopo il nero assoluto del cielo sopra la mareggiata del golfo di un oceano di piacere e di follia. Invece delle consuete geometrie di luci elettriche, la battaglia del regno delle stelle a mezzanotte splendeva di innumerevoli lanterne e fuochi all’aperto e di uno strano bagliore tenue, quasi una fosforescenza fungina, che emanava da un migliaio di sorgenti invisibili: la miriade di fuochi sembrava dispersa e caotica, una costellazione mescolata alla rinfusa, interrotta solo dalla curva rossastra del rogo della nebulosa profumata del sangue di tutte le nebulose. Immaginasti che così dovevano essere apparse le città in fiamme agli equipaggi intimoriti nel falò del corso dei secoli, durante il saccheggio e la guerra.

Il selciato della foresta adesso era diluviante, sdrucciolevole, e nel cielo le prime stelle luccicavano, simili a diamanti intrappolati nel velluto. Sovreccitati, struggiti vi siete irrigiditi ansiosamente, pericolosamente. E foste nel nulla. Il fungo silente si espande, un silenzio sepolcrale vi avvolge, l’universo mondo si spalanca, e un bozzolo protettivo vi circonda. La mutua, mostruosa, oculata prudenza proruppe da voi, si dilatò nello scudo di stella di una supernova accecante, mentre un pirotecnico big bang di galassie di fiori lucenti, implodeva e conflagrava in un diurama di costellazioni personali e splendenti. Soli nella trasparenza stellata della notte vi siete abbandonati nel dipinto di questo panorama stellare. Un fiotto di nettare ti schizzò nella bocca, e le hai vomitato ruscelli di linfa fra le labbra. Un solo sguardo era stato più che sufficiente per sapere che la cosa sarebbe rimasta tra di voi. Stazzonati, un po’ stropicciati, vi siete rinfrescati con chili di salviette. Poi vi metteste a guardare il cielo immenso, azzurrissimo, trapuntato di sporadiche nubi candide.

 

(7)

 

L’indomani si presentava come il giorno prima.

Sparsi nuvoloni candidi veleggiavano in alto. Lo scudo del cielo era una sconfinata volta azzurrissima, la campagna si rendeva il vostro porto sicuro nella tormenta dell’età. Garrendo, cinguettanti, le rondini facevano la spola tra il nido (dove le ombre tenevano silenzioso raduno), il verde e l’azzurro.

Ciack, saltellante, si passava in rassegna qualsiasi cosa in movimento da un fosso all’altro. Sabrina, la tua meravigliosa cuginetta, trotterellante, ovvero a passo di danza, libera e leggiadra come una farfalla, si muoveva a te vicino con la mano nella tua; sembrava rimuginare.

“Che cos’è che c’è?”.

“Beh, sì, no, niente, pensavo solamente... È soltanto che stavo pensando a Ciack”.

“A Ciack?”.

“Sì, insomma, ti ricordi di quella volta che ci siamo fatto coraggio per affrontarlo?”.

“Sì.”.

“Quanti anni dici che credi che possiamo avere avuto?”.

“Non so, undici o dodici, forse”.

Le sue guance si tinsero di sangue.

“Io mi sentivo una principessa sul castello, e tu eri il mio cavaliere con la spada bianca”.

“E Ciack era il drago?”.

“Beh, in effetti, i denti ce li aveva lunghi... e sembrava davvero spaventoso”.

“Già, però, quando ci siamo avvicinati con il bastone alzato, ha piegato subito la coda e la testa.”.

“Sì, poverino”.

Lo avete rassicurato immediatamente (a suo tempo). E più o meno da allora, e con non poco scontento di qualcuno, all’incirca, Ciack, è diventato il vostro cane da caccia, si è fatto il vostro cagnolone da guardia.

Tu e Sabrina esauriste gli argomenti di discussione, ma solo per il lasso di qualche minuto. Facevate scorrere apatici i vostri ricordi comuni, come foste davanti alla TV senza voglia di guardare niente di preciso. Ozioso, pigro, le trotterellasti al fianco ma non sprofondasti nel massiccio torpore della sonnolenza, grazie in specie al caldo afoso e torrido.

L’incandescenza pomeridiana risultava opprimente, bollente e soffocante. Il cielo era una volta luminosissima, immensa, e disorientanti pecorelle di fagotti di lana vi pascolavano bianchissime e sparse. Il sole era una palla infuocata di luce metallica, lo spettro cromatico dei suoi raggi ardenti di schegge di scintille fluttuanti nell’umidità dell’aria, inzuppava e bruciava su tutta la distesa della campagna. La maglia della tua cuginetta era appiccicata alle curve e controcurve del suo corpo di angelo, morbosamente, sensualmente, la seduzione di stoffa di quella sua magia mistica (aderente, molto provocante) le si spalmava sul corpicino da dea greca come l’immagine di un pensiero erotico. E questo ti richiama qualcosa alla memoria.

“Ho notato ieri che avevi le tette abbronzate”.

“Mmh”.

“Come mai?”.

“Cosa?”.

“Come fai ad avercele abbronzate?”.

La vedi raccapezzarsi prima di rispondere.

“Beh, quando non ci sei, a volte vado con la Nella a prendermi un po’ di tintarella al campo tre”.

La Nella, la Zietta, il campo tre, lo spiazzo che si apre a ventaglio tra le canne sulla sponda del macero. E questo dovrebbe spiegare tutto?

“E allora?”.

“Sì, insomma, lo sai com’è la Nella”.

“Cioè, dimmi, come sarebbe?”.

“Dice sempre che i segni sulla pelle sono antistetici”.

“E perciò prendete il sole integrale?”.

“Che cosa?”.

“Tutte nude?”.

“Nooo”.

“Ma allora come... perché le tette sono abbronzate?”.

“È che quando prendiamo la tintarella... sì, insomma, ci mettiamo senza il pezzo di sopra del reggipetto”.

“Però, giusto ieri, anche sul sedere mi sembravi scottata come quando ti capita di prendere i primi colpi di sole sulla pelle ancora chiara.”.

“Beh, in effetti... quando la Nella si gira di pancia, si tira gli elastici nel sedere, e allora me lo faccio anch’io! Deve essere successo l’altro giorno che tu non c’eri, e un po’ appena-appena ieri mentre ti aspettavo”.

Sonoro, sonnacchioso, il ronzio delle cicale riecheggia costante dappertutto, distensivo, piacevole. L’arsura dell’afa nell’aria, galleggia nella brezza liquida come lo scarico di una vasca da bagno. Vi siete fermati nel precario ristoro dell’ombra di un frutteto.

“Hai sete?”.

“Sì, moltissima”.

Hai estratto una bottiglia dallo zaino e vi siete dissetati dal suo collo di plastica.

“Ciack, qui.”.

Avete ripreso il cammino.

Un momento di introspezione e via. Il cuore le batteva forte e le tremavano le mani: o perlomeno tremolava la mano che serrava nella tua. Ti sforzasti di non cambiare passo, procedesti con la testa abbassata come una musulmana che va al mercato; ti sforzasti di non dar segno in alcun modo di essertene accorto. Altrimenti avrebbe potuto decidere di ritirare la mano.

Non volevi raggiungere quell’angolo della tua mente. Non lo potevi fissare, così come non avresti potuto afferrare una goccia di mercurio, e ti concentrasti di nuovo sul panorama circostante.

Il paesaggio della fantasia tremolava al ritmo febbrile della palma della sua mano. Paradossalmente, avevi anche le vertigini. Pareva che la macchia di colore del dipinto verdeggiante roteasse, ondeggiando come un aquilone spinto dalle correnti calde del cielo di quell’estate torrida e caldissima.

Ti sei sforzato di trattenere il filo dell’autocontrollo, scivoloso e tagliente. Da tempo immemore un legame formidabile vi unisce, un legame ormai incomparabile. Un legame fortissimo, un legame unico, un legame indistruttibile, indissolubile. Come il fuoco con le fiamme, come il pane col burro, come il grissino con la ricotta, come la passione con l’ardore. E allora perché ti sentivi come se qualcuno ti premesse un cubetto di ghiaccio sulla nuca?

Occorreva un pretesto. Ci voleva una scusa, una scusa semplice. Mentre trotterellavi al suo fianco, stringendo i denti per un centinaio di fitte separate che ti torturavano nel petto a ogni passo, ti sforzasti di ideare una qualche forma di strategia che potesse aiutarvi a sopravvivere per il resto del pomeriggio. Ma, come Alice, eravate passati attraverso lo specchio, nel regno della Regina di Cuori, e nessun piano, nessuna logica poteva funzionare nella terra del Cappellaio Matto e del Gatto del Cheshire, dove la ragione veniva irrisa e il caos considerato l’unica legge.

Difatti, dopo meno di un minuto, lo sguardo cominciò a vagare, via dal foglio dell’immaginazione, sempre più su, finché ti trovasti a fissare una finestra. Nessuna scena interessante c’era stavolta a distrarti, niente cime di alberi che oscillavano con grazia alla brezza, e neppure una chiazza di cielo. La notte al di là del vetro non aveva lineamenti.

Lo sfondo nero trasformava la lastra della finestra in uno specchio in cui vedevi il riflesso del fantasma di te stesso che spuntava dalla sommità della tavoletta da disegno. Non essendo un vero e proprio specchio, il riflesso era trasparente, spettrale, come se l’anima dello spirito della prima adolescenza, morta, fosse tornata a infestare l’ultimo luogo che aveva abitato sulla terra.

Questi pensieri ti turbarono e riportarono la tua attenzione sul foglio bianco di quella giornata immacolata e promettente, trasognata, sognante, sul velo candido di quella vergine sposa che avevi davanti.

Iniziò a fare caldo... e poi più caldo, e più caldo ancora. Il sudore impregnava le spirali bionde-castane dei suoi capelli arricciolati, e la maglia giallo chiaro se ne stava appiccicata al tessuto della sua pelle. Nel pomeriggio si alzarono folate di vento urticante, che ti soffiava sabbia in faccia. L’aria secca asciugava il sudore, incrostava i capelli, e le faceva sventolare la tesa del cappello di paglia, che sbatacchiava rigida come un foglio di cartone. Intanto, con l’altra mano si teneva schiacciato il cappello sulla testolina.

Dire che eri particolarmente supereccitatissimo sarebbe senz’altro corretto, ma non darebbe il quadro completo della situazione. Sarebbe come affermare che il pianeta Giove è più grande di una papera. Indubbiamente vero, ma un pochino limitativo.

Sceglieste una direzione, e proseguiste il cammino.

Vi siete lasciati alle spalle la casupola nera del giorno precedente. Avete percorso il dorso dell’argine fino in fondo, avete raggiunto la congiunzione a T con il secondo dei quattro argini che delimitano l’estensione del pioppeto al di là del canaletto, avete svoltato sulla destra. Alla vostra sinistra c’era un ampio canale, alla destra si scorgeva il canaletto scintillante che costeggiava un paio di lati del rettangolo degli alberi del vasto pioppeto.

Nulla di fronte e nulla di dietro. Quasi rimpiangesti di aver preso sulla destra. Se aveste svoltato sulla sinistra, avreste potuto scendere nel discreto conforto delle ombre dei campi. Dopo non molto, vi siete fermati per considerare le possibilità.

Due muretti di cemento si erigono di qua e di là dall’argine, ergendosi dall’erba della terra come le spalliere di un ponticello. Sotto di voi, sotto lo strato erboso del suolo, la costruzione di una piccola diga separava lo scorrere del canale dal ristagno del canaletto.

Ti appoggi di sedere al basso parapetto del muretto più vicino e ti sporgi in avanti, pericolosamente, per azzardare un’occhiatina sfuggevole nel baratro abissale... giù, giù... nella voragine senza fondo degli occhioni di Sabrina. Frattanto, Ciack ribattezzava il sostegno di sicurezza del muretto opposto.

“Non so te, ma per quel che mi riguarda c’è un po’ troppo caldo.”.

“Sì, è vero”.

Si toglie il cappello di paglia dalla testolina, si sfila lo zainetto dalle spalle lisce ed eleganti, si leva il giallo della maglia inzuppata di sudore, ingenuamente, innocentemente, ripiegandola come si deve nello zainetto, rimanendo con la pudica minigonna, seminuda nell’acceso arancio-giallo del pezzo superiore del bikini senza problemi. Senza nessuna remora, ne emulasti il comportamento.

Stavi rifilando la maglietta nel tuo zaino, quando Sabrina ti investì con il potere irresistibile del suo sguardo taumaturgico. A quel punto la tua cuginetta, che era intenta a esaminare il contenuto del suo zainetto, si voltò verso di te, che all’improvviso ti rendesti conto di avere una gran paura, paura di sprofondare nel panico, come un cagnolino che avesse scoperto che quello che pensava fosse un normale postino era in realtà un enorme alieno mangiatore di cani proveniente da uno di quei film per cui Jessica non aveva mai tempo.

Il tempo perse di significato. Poteva essere l’alba come il tramonto... non avevi riferimenti, smarrito nel nucleo della terra, sepolto nel cuore dei puri sentimenti della sua anima.

Ti devi concentrare per rallentare il ritmo della respirazione.

“Io dovrei cambiare l’acqua, e invece tu come sei messa?”.

Sul suo viso apparve un arcobaleno di emozioni. Moltissime erano riconoscibili: turbamento... tormento... ma alla fine si ricompose e la sua espressione si fece allegra, gaia, gioiosa, giuliva, spensierata, svagata, sorpresa, sconclusionata, nonché lievemente imbarazzata, tuttavia sempre divertita.

“Altrochè”.

Un dubbio volatile ti si conficca nel cervello, esplodendoti sulle labbra come un colpo di cannone.

“Cocca!”.

Ti sfuggì dalla bocca e il sorriso che aspettavi le si distese sul viso come il sole quando si libera dalle nuvole. I denti bianchi e lucidi risaltavano sul velluto rosa-oro della sua pelle abbronzata.

“Ma tu da dove la fai la pipì?”.

“Da lì”.

“Sì, certo, ma da dove?”.

“Dal cicciolino di sopra”.

“Ne sei sicura?”.

“Mmh... Beh, in effetti, non lo so, forse dall’apertura più grande, perché dici?”.

“Così per curiosità, dicevo solo tanto per sapere, ma tu non te lo sei mai chiesto?”.

“No, in effetti no... è una cosa che non mi sono mai chiesto”.

Le allungasti un sorriso incoraggiante. Avvampò di rosso nel mordicchiarsi il labbro; sollevò il mento e strizzò le palpebre (per studiare le sfumature espressive del tuo volto), rialzò le spalle e riprese.

“Però, lo scopriamo se lo vuoi”.

“Ti va?”.

“Sì.”.

“Allora vieni con me che andiamo in un altro posto.”.

“E perché?”.

“Dici sul serio?”.

Ti sei scrutato attorno. Be’, in effetti, eravate giusto nel pieno del pomeriggio, proprio nel bel mezzo dell’estate, e, sul fare della campagna, non si era vista nemmeno la presenza silenziosa di una sola anima viva. Inoltre, Ciack vi avrebbe avvisati dell’avvicinarsi di chicchessia, prima ancora che la fantomatica ombra di questi apparisse alla vista.

“Beh, sì, insomma... qui c’è una bella luce”.

“OK.”.

Indietreggi e impietrisci sul posto.

Con leggerezza di farfalla, si è calata la mutandina del bikini di sotto la minigonna, poi si è chinata per cavarsela di dosso, ha sospinto la mutandina nello zainetto, e dandoti la schiena si è girata. Quindi, appoggiandosi comodamente, si è piegata di petto sul cemento del parapetto, ha divaricato le gambe e si è tirata l’elastico della minigonna sulla schiena. Da infarto!

Ti sei appostato al suolo come un atleta sulla linea del traguardo, come nel buio per sbirciare di nascosto, come da una porta per spiare molto attentamente, come un corridore pronto a scattare al via. Nervoso, tesissimo.

Ti sei quasi accasciato sull’erba. La vetta di venere si mostra, una boscaglia di peli si scorge a malapena, allungandosi sullo stelo del gambo visibilmente, il fiore della felicità tenta di sbocciare, mentre la sfera morbida e fresca di gommapiuma del suo fondoschiena si scopre per te. Polvere di gioielli scintilla sulle piccole labbra sporgenti, le divampa sulla tenerezza della falange protuberante, gonfiandosi di sangue vistosamente, il clitoride e le creste esterne si infiammano. Incantevole, sublime! La sua fessura della vulva si sarebbe detta già umettata di desiderio.

Metaforicamente, hai strabuzzato all’infuori i ricettori visivi degli occhi. Letteralmente, il tuo bengala si dimenava e dibatteva, per uscire dalla cattività dei boxer del costume da bagno, pericoloso e minaccioso come un serpente a sonagli.

Fu come visionare l’effetto cinematografico di una pellicola riservatissima, inedita e fantastica. Dita delicate, dita sottili, audaci, si posarono sul vivo arancio-rosa delle chiappettine. Polpastrelli morbidi, polpastrelli teneri, leggeri, corrompenti, si abbassarono, si allungarono sul fiore della vulva. Mani vellutate, seducenti, congelanti, si allontanarono e contrassero. Il punto interrogativo del suo sesso (la cui forma ricorda vagamente il foro di una serratura) si schiuse a rivelare il segreto più intimo del rossore più profondo della femminilità maggiormente custodita della tua cuginetta.

Il vampiro dentro di te sobbalza, si svegliò di schianto, e la sete di rosso ti aggredisce in gola all’istante. Insopportabile, terribile!

Una passione delirante ti travolse, rabbiosamente, sfuriando come nel centro di controllo dell’abitacolo della mente. Puntini bianchi erano disseminati sul bordo del tuo campo visivo e sentivi il sangue ruggirti nelle orecchie.

Ecco cosa si prova quando si viene strangolati, pensasti mentre lo spirito del Vampiro lottava per