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Ruferidian
FRAMMENTI DI RICORDI
Serie di racconti concatenati tra loro, dalla
biografia del protagonista della storia, che altro non vuole essere
se non la vita immaginaria del lettore stesso della storia;
dall’erotismo più puro e semplice a quello più spinto.
L’insieme di questi racconti semindipendenti
dal resto è stato estratto dal contesto del Libro: “Un fine
settimana incredibile!” di Ruferidian.
Frammenti dell’infanzia.
Naturalmente eri troppo piccolo per conservare
frammenti precisi, ma qualche brandello di ricordo lo rammenti lo
stesso. Ad esempio ricordi le sue membra rosa-bianchicce, non
dissimili dai tentacoli disarticolati di un polipetto, quando si
aggrappavano al collo di un adulto per farsi consolare e coccolare.
Un vero e proprio mostriciattolo. Ricordi chiaramente che ti stava
sempre fra i piedi, dovunque stavi tu c’era lei. Insopportabile.
Poi, con il tempo, avete finito per diventare inseparabili. Lei era
la timidina, reticente, fifona e paurosa, sempre il piccolo-brutto
essere scimmiottante dalla lacrimuccia facile, che, però, ti
guardava sempre con pura venerazione adorante negli occhi; mentre tu
eri lo spericolato, talvolta incosciente, che prendeva tutte le
decisioni e lei finiva col cedere tutte le volte.
In particolare, rammenti con precisione un
singolo episodio. Eravate ancora molto piccoli: c’era una camerata,
forse era quella dell’asilo, e si doveva dormire perché
semplicemente era giunta l’ora del pisolino quotidiano del
pomeriggio. Da che ricordi, non hai mai sopportato di dover fare per
forza il sonnellino pomeridiano. Lo stanzone rimaneva in penombra, e
tu non eri il solo a non avere sonno, questo lo ricordi bene, ma si
doveva restare in silenzio comunque, altrimenti sarebbe entrata una
maestra ad esigere che nessuno si muovesse e che tutti se ne
stessero sdraiati e silenziosi. Qualcuno strisciava sotto i letti,
in cerca di mistero e di avventura, ricordi vagamente di averlo
fatto spesso, e questo veniva concesso purché non si disturbasse gli
altri. Ma non quella volta. Il lettino della Cocca era vicino al
tuo, a quei tempi tutti i nomignoli erano già stati affibbiati da un
pezzo, ma, come sempre malgrado la testa le ciondolasse dal sonno,
se non dormivi tu si rifiutava di farlo anche lei. Rammenti che
allora non capivi, allora non sapevi, ancora non potevi comprendere,
però qualcosa di innato già c’era, evidentemente, perché ricordi che
volevi giocare al dottore. E lei alla lunga si è sempre dimostrata
succube di ogni tua decisione.
Se ne restava coricata a pancia sotto, con la
guancia sul cuscino e un dito in bocca, immobile, probabilmente con
gli occhi chiusi. Sicuramente si trovava sul bilico del dormiveglia,
a un solo passo dall’addormentarsi. Le avevi calato i calzoncini del
pigiamino e le mutandine fino a poche dita più in giù del sederino.
Rammenti il riflesso bianchiccio della tenera curva dei suoi glutei
nella fitta penombra. Ricordi di aver pensato: e adesso? Da lì in
poi eri stato costretto ad improvvisare. Avevi raccolto una
scarpetta e avevi cominciato a pasticciarle sulla pelle, come per
stendere il cemento con una cazzuola; e ciaf! Le avevi assestato una
piccola scarpettata sulle chiappettine e lei si era messa a
piangere.
(2)
Ti sopraggiunge un altro ricordo.
Non c’era assolutamente nulla di insolito nel
ritrovarvi reciprocamente nudi. L’immagine di voi due che
sguazzavate nell’acqua sulla riva di una spiaggia, senza alcun
costumino addosso, ti veleggia nella mente e, d’altronde, avete poi
continuato a starnazzare nella stessa vasca da bagno sin quasi
all’età di sei anni. Era estate, in campagna, dai nonni. Rammenti il
caldo, il verde, il frinire degli insetti, il senso di libertà che
ti vibrava nelle vene. La nonna chiamava ad alta voce il vostro nome
e vi stava cercando, ma voi eravate intenti a giocare agli agenti
segreti in fuga, o a qualcosa del genere, e vi eravate nascosti
dietro al fienile. Il cane abbaiava e tirava la catena, i polli
razzolavano in mezzo al rusco. Rammenti benissimo anche questo.
Con un braccio la trattenevi all’indietro, per
nasconderla, per proteggerla, intanto con le dita scostavi alcuni
viticci rampicanti dell’uva selvatica dall’angolo della parete per
sbirciare la situazione. La nonna si dirigeva decisa verso il retro
della casa, seguendo i latrati eccitati del cane da caccia legato
all’albero, che, però, non puntava affatto su di voi. Bene. Avevi
lasciato ricadere il grosso viticcio rampicante che sostenevi con la
mano libera, eri arretrato di un passo e ti eri girato per fissarla
negli occhi, per decidere la prossima mossa e quindi
comunicargliela. Avevi compreso immediatamente, dalla sua
espressione contrita, che c’era qualche dettaglio fuori posto. Ti
viene in mente che già da allora, Sabrina, non diceva mai nulla, se
prima non le si rivolgeva almeno una parola di incoraggiamento.
Ricordi ancora di aver sorriso al suo sguardo mortificato.
“Cosa c’è?”.
“Ho la pipì.”.
Aveva risposto con un fumo di voce.
“Beh, falla, ma fai piano sennò ci scopre.”.
Avevi sbirciato una seconda volta, ti eri
scostato ulteriormente dall’angolo del fienile, e poi avevi ripreso.
“Ssst, ce l’ho anch’io!”.
Ti eri abbassato i pantaloncini e ti eri
impegnato a innaffiare il muro. Lei ti aveva guardato con interesse
e stupore.
“Cosa c’è, non l’hai mai fatto?”.
Le avevi chiesto mentre finivi di spruzzare
tutt’intorno e sulle radici della vite selvatica. Con un dito ti
aveva indicato il pistolino e aveva scosso la testa, avevi subito
riconosciuto la confusione sul suo viso. Perciò ti era sorto il
dubbio talmente spontaneo che, in effetti, prima di allora, non ti
era nemmeno venuta l’idea di porti il problema in nessun momento.
“E tu come fai?”.
“Così.”.
Si era sollevata la gonnellina nuova, aveva
abbassato le mutandine, si era accosciata e aveva fatto la pipì.
Rammenti di averla osservata con meraviglia: era stato strano,
curioso, affascinante, e repellente allo stesso tempo. Non ricordi
per niente il resto della giornata, ma quella era stata una cosa
insolita, era stata un’esperienza particolare che ti era rimasta
impressa.
(3)
Un sorriso ti sale sulle labbra.
Solo molti anni più avanti avevi scoperto che
la masturbazione femminile è un fenomeno che può facilmente iniziare
già dalla tarda infanzia. Prima, il perché lei venisse ammonita così
spesso dalla sua mamma, e quasi contemporaneamente consolata da
qualcun altro, era rimasto un mistero del tutto irrisolto. Rammenti
che, Sabrina, tendeva a cercare nuovamente e ripetutamente la
stimolazione manuale fin da piccolissima, persino dopo essere stata
rimproverata con imbarazzo da un adulto, e lo faceva senza pudore,
con la curiosità innocente tipica degli infanti e nei più disparati
e diversi momenti sparsi nell’arco della giornata. Ti resta un
vividissimo ricordo di quella volta che le avevi chiesto
spiegazioni.
Avevate da poco finito di fare il bagno e vi
avevano appena infilati nel lettone della camera sopra la cucina.
Dabbasso giungeva l’eco ovattato delle voci degli zii che
discutevano e giocavano a carte. Ormai eravate dei bimbi grandi, e
tutte le luci avrebbero dovuto rimanere spente, ma era non so che
ricorrenza e vi trovavate al primo piano della casa di campagna dei
nonni e la Cocca aveva ancora paura del buio; pertanto l’abat-jour
sul cassettone rimaneva accesa e la camera veniva rischiarata
fiocamente, apparendo rassicurante in un’ombra non particolarmente
densa. Era sera inoltrata e fuori dalle finestre si intravvedeva
luccicare le stelle. Sapevi che la tua cuginetta si stava
strofinando con le dita sugli slip, lo sapevi perché sentivi le
lenzuola frusciare e la scorgevi muoversi lievemente nell’altra metà
del letto. Ti eri girato di lato e ti eri sollevato su un gomito.
“Perché ti hanno sgridato prima?”.
Aveva voltato la testa per guardarti, però, non
aveva smesso affatto di toccarsi.
“Non lo so.”.
Avevi abbassato lo sguardo e valutato come le
coperte si muovevano all’altezza del suo inguine.
“Ma ti fa male?”.
Non aveva capito e non aveva risposto. Avevi
intuito immediatamente la sua confusione dal suo prolungato silenzio
e dal fatto che si era fermata, se non altro temporaneamente,
qualunque cosa stesse facendo là sotto. Avevi sfilato il secondo
braccio dalle lenzuola e con un dito le avevi indicato la zona del
basso ventre, per aiutarla a riflettere.
“Lì, dove ti tocchi sempre!”.
“No.”.
Aveva subito ripreso a massaggiarsi e
trastullarsi laggiù in basso.
“Allora perché lo fai?”.
“Mi piace.”.
Ti eri sdraiato sulla schiena e ti eri
cipollato il pistolino per qualche minuto.
“Io non sento niente.”.
Aveva scrollato le spalle, aveva sbadigliato e
aveva chiuso gli occhi. Frattanto, pensieroso e con indifferenza,
avevi insistito a cipollare parecchio con le mani. Da che ricordi,
all’incirca da quel giorno in poi, i suoi genitori avevano
cominciato a instillarle nella mente i soliti tabù degli adulti.
Questo si deve e non si deve fare, questo è lecito e quello è
illecito. Da quel giorno in poi avete iniziato a crescere veramente,
da quel giorno in poi avete davvero cominciato il lungo cammino nel
lento percorso dell’età della fanciullezza.
Frammenti della fanciullezza.
Non era granché migliorata nella prima
fanciullezza. Appariva come lo stesso piccolo-brutto essere
scimmiottante dalla lacrimuccia facile di sempre, che quasi
meccanicamente sembrava farsi male in continuazione; era il solito
mostriciattolo poco loquace dell’infanzia che puntualmente scoppiava
in singhiozzi, però, era il tuo mostriciattolo, non faceva mai la
spia, e quindi guai a chi la prendeva in giro. Tuttalpiù, non
proprio tutte le volte, quando si faceva male, si precipitava di
corsa tra le braccia di un adulto per farsi coccolare e consolare,
ma, per quanto si potesse insistere, non diceva mai nulla di nulla.
Regolarmente, toccava poi a te tentar di dare qualche spiegazione
generale: lei si limitava a piangere e singhiozzare, senza
confermare né smentire mai la tua versione dei fatti, mentre cercavi
di raccontare l’accaduto o ci andavi girando comunque il più vicino
possibile. E questo la rendeva un alleato preziosissimo!
Un alleato da proteggere, un devoto dalla
fiducia incrollabile, un fido e leale che al massimo con un minimo
di resistenza finiva per rendersi disponibile a tutto. Era
l’accolito che ti seguiva ciecamente, era l’adepto da incoraggiare e
guidare, il discepolo irriducibile e vulnerabile, il fedele adorante
e venerante, il proselito dal visetto rosa-bianchiccio, era il
seguace che pendeva dalle tue labbra a qualunque costo.
I semi del cosiddetto “normale senso del
pudore” cominciavano ad attecchire nella mente di entrambi e tutti
gli insegnamenti, le costrizioni, le proibizioni poste
irragionevolmente dagli adulti non facevano che stimolare ed
accrescere la tua spiccata curiosità. Cosa c’era mai da nascondere
di tanto misterioso là sotto? Dovevi scoprirlo.
La lunga, lunghissima, noiosa, noiosissima
mattinata scolastica era finalmente terminata. Il pigro pulmino
della scuola vi aveva riaccompagnato lentamente a casa dai nonni,
come ogni giorno. Grazia, la Zia, la Nilla, aveva preparato da
mangiare per ciascun dei presenti ed eravate in procinto di ultimare
il pasto. Fuori dalle finestre la luce del sole risplendeva di un
anomalo incanto, il garrito
stridulo delle rondini riempiva l’aria di una primavera ricca di
promesse. Non aspettavate altro che il via libera per alzarsi da
tavola e correre a giocare. Soltanto in seguito, dopo parecchie
ciance inutili, nonché di raccomandazioni frustranti, il benestare
era arrivato ed eravate scappati all’aperto come scoiattoli.
Il pomeriggio era verdissimo, le piante erano
in fiore, un refolo profumatissimo dipingeva la rimanenza del resto
del paesaggio della campagna. Tutto il mondo si estendeva e snudava
ai vostri piedi, come l’impugnatura ingioiellata di un’arma
fantastica che nulla rendeva impossibile, e avevate scelto di
giocare a nascondino. Ovvero, tu avevi proposto qualche alternativa
e lei aveva risposto quasi a monosillabi. La necessità aguzza
l’ingegno, diceva spesso Graziella, la Zietta, la Nella; infatti,
ormai, da tempo possedevate alcune varianti personali delle regole
di questo gioco: siccome di fatto vi ritrovavate solitamente in due,
gli altri cuginetti risultavano ancora troppo piccoli per
partecipare attivamente e normalmente quelli più grandicelli
mancavano comunque, esisteva perciò più di un modo per dar sostanza
al regolamento e per stanare chi doveva nascondersi.
I cambiamenti si verificavano soprattutto in
fase di cattura e si dimostravano assai marginali, perlopiù si
trattava di un miscuglio con diversi giochi. Il primo, il più
classico, che consisteva nell’individuare il nascondiglio
dell’avversario e raggiungere la base per dichiararne la posizione,
restava sempre valido. Il secondo, il più rapido, consisteva
nell’individuare l’avversario in movimento e dichiararlo visto e
beccato sul posto. Nel terzo, nel più divertente, non appena
individuato il nascondiglio, si ingaggiava una corsa-inseguimento
folle verso la base. Per vincere, per chi faceva la conta bisognava
almeno toccare l’avversario e dichiararlo tanato e beccato, invece,
necessariamente, per chi si nascondeva bisognava raggiungere la base
senza farsi beccare per poter dichiarare il tana libera. Lo spazio a
disposizione della vostra fertile fantasia sembrava sconfinato.
Generalmente, lei preferiva rintanarsi come un topolino in un
angoletto, con la testa fra le ginocchia, mentre tu la cercavi con
calma. Al contrario, in larga misura, tu preferivi la terza variante
e al tuo turno d’imboscarsi optavi per l’inseguimento e la corsa
folle. La seconda possibilità si applicava raramente e trovava
utilizzo poco meno che in presenza della Zietta, quando decideva di
tenervi compagnia e tentava di conquistarsi la casa-base di
soppiatto. Ma non c’era quella volta. Eravate soli per quanto
possibile.
Sabrina, la Cocca, riusciva lenta e goffa nei
movimenti e beccarla o raggirarla veniva facile, però, di tanto in
tanto, la lasciavi fuggire o ti facevi sorprendere lo stesso per non
togliere entusiasmo alla giornata e per farla contenta. Qualcuno
teneva d’occhio un paio di piccolissimi che scorrazzavano
allegramente nel cortile di fronte alla porta di casa e che, al pari
del cane da caccia incatenato al grosso albero che s’innalzava tra
l’abitazione e il macero, esplodevano in schiamazzi eccitati tutte
le volte che solamente vi intravvedevano sfrecciare e rincorrere. Ti
eri nascosto oculatamente in fondo al fienile. Una catasta di
ballini di paglia ti si ergeva innanzi come un muro. La sentivi
muoversi con cautela e circospezione. Quando si fosse affacciata per
sbirciare oltre la parete di paglia, le saresti sfuggito di sotto il
naso in un attimo. Si stava avvicinando. Eri prontissimo. Aveva a
malapena infilato la testa che eri già scattato dalla parte opposta.
Eri uscito dal varco libero, ti eri lanciato subito in direzione del
portone che permetteva la fuga all’esterno. Un tramestio impacciato
dietro alle spalle. Ti stava inseguendo. Pochi balzi all’uscita del
fienile. Un tonfo pesante. Ti eri bloccato di colpo, ti eri girato
di scatto. Lei era distesa per terra, era caduta, eri tornato
indietro per assisterla e soccorrerla. Si era fatta male e stava
piangendo. I suoi pianti non si esprimevano in grida e sciocchezze,
ma in scoppi di lacrime e singhiozzi, presto seguite da una rincorsa
precipitosa nelle braccia di un adulto, se ce n’erano a portata di
vista. L’avevi fatta rialzare, l’avevi fatta sedere, intanto lacrime
luccicanti le inondavano le guance minute e paffutine. Singhiozzava
penosamente.
“Dove ti sei fatto male?”.
Aveva indicato le ginocchia, ti eri chinato per
controllare. Uno degli onnipresenti cerotti si era staccato
leggermente e una gocciolina di sangue fuoriusciva da una vecchia
crosticina. Non si era fatta niente, era l’occasione giusta. L’avevi
fatta stendere sul ballino di paglia, le avevi detto di rimanere
ferma, le avevi tastato le gambettine, le avevi sfilato i
sandaletti.
“Prova a stringere le dita”.
Bene. Le avevi massaggiato i polpaccini, le
avevi risalito le coscettine, le avevi sollevato la gonnellina, le
avevi abbassato le mutandine.
“Adesso prova ad aprire le gambe”.
Avevi guardato intensamente, avevi osservato
con attenzione, ma lì non c’era nulla, nulla di nulla; solo una
fessurina rosa con due crestine sporgenti nel mezzo.
“Non c’è niente di rotto!”.
Avevi diagnosticato, avevi riattaccato il
cerotto, l’avevi aiutata a rivestirsi. Non c’era alcun bisogno di
dirle di non dire niente, perché non lo avrebbe fatto in nessun
caso. Le avevi preso la mano e vi eravate riavviati davanti casa,
dove poi aveva finito di singhiozzare tra le braccia della Zia.
(2)
La primavera aveva ceduto il passo all’estate e
il primo anno scolastico era trascorso. Entrambi vestivate
pantaloncini di cotone, magliettine a maniche corte e sandaletti di
gomma, perché non accadeva affatto di rado che uno qualsiasi di voi
due si rinvenisse, incidentalmente, con un piede intinto nel fango
del canaletto che eravate soliti trafficare dietro casa. Lei era
sempre il piccolo mostriciattolo dell’infanzia, però, la sua
figurina si stava allungando e la sua pelle, rosa-bianchiccia,
andava abbronzandosi giorno dopo giorno. Oltretutto i tempi
dell’infanzia erano passati da un pezzettino e non era più tanto
comune vedervi e ritrovarvi reciprocamente nudi.
Al centro s’innalzava l’albero del cane da
caccia, di qui si vedeva il fienile e di là il canaletto, da una
parte si trovava la casa dei nonni e dall’altra il macero in disuso.
Il cielo era azzurrissimo, le rane gracidavano forte, l’acqua era
tiepida e torpida, un leggero soffio di vento frusciava tra le cime
delle canne appena ondeggianti che si ergevano altissime sulle
sponde del macero immobile. Un vecchio moscone semiaffondato vi
attendeva incagliato fra i sassi lungo la sua riva. Naturalmente,
quella risultava per voi una delle zone assolutamente proibite e il
divieto di andarci non mancava mai di farsi sentire nel corso delle
raccomandazioni quotidiane della Zia, ma, forse proprio per questo,
il luogo assumeva ai vostri occhi il fascino di una tappa quasi
obbligatoria. In definitiva, in sostanza, si trattava di una non
grande imbarcazione a remi, arenata nella sponda più inacessibile
del macero, inutilizzata da chissà quanti anni, abbandonata a
marcire con una delle sue estremità imprigionata nei massi che
circondavano l’ovale dell’invaso d’acqua che si presentava liscio
come una macchia d’olio densa e preoccupante. Praticamente, tutta
quanta la zona al di qua dell’albero centrale figurava chiaramente
da evitare; e pertanto si rendeva irresistibile.
Inoltre, insieme alla Zietta, durante i
pomeriggi dell’estate, avevate segretamente riscoperto le tracce di
un sentiero che si addentrava nel folto del canneto che invadeva la
sponda più vicina del macero. Il sentiero zigzagante si apriva in
uno spiazzo, lontano da sguardi indiscreti, dove spesso Graziella si
intratteneva per prendere la tintarella. Infatti, pur rimanendo
circondato su tre lati da canne fitte e grosse, il posto restava
soleggiato sin nel tardo pomeriggio. Di fronte, oltre il perimetro
piatto dell’acqua, si estendevano a perdita d’occhio i numerosi
frutteti della campagna.
Vi eravate inoltrati nel sentiero segreto.
Eravate in fretta sbucati nello spiazzo isolato. Avevate poi
raggiunto il moscone, che agonizzava nell’acqua untuosa, che nella
vostra smodata immaginazione si trasformava in un veliero imponente
sulla cresta di un oceano sconfinato. Intrepidi, incuranti,
facendovi largo a saltelli da un sasso all’altro, eravate saliti a
bordo di quel bastimento e ne avevate conquistato il possesso. Tu
facevi il capitano e lei faceva il marinaio semplice, le assi
oscillavano sotto di voi, e con la fantasia avevate affrontato una
tempesta spaventosa. La superficie oleosa dell’acqua scintillava nel
riverbero del sole, e galleggiando una verde fogliolina si stava
avvicinando, un’eccitante scialuppa ricolma di pirati si preparava
all’arrembaggio alla vista. Il marinaio si era sporto all’infuori
per fiocinare il nemico e lei era piombata in acqua.
Sabrina non sapeva nuotare e tu ancora ci
riuscivi con molta fatica. Era riaffiorata per un istante a un metro
di distanza, ti eri buttato immediatamente con i sandalini e tutto
il resto. L’avevi abbrancata al volo e le avevi tirato la testa
fuori dal pelo dell’acqua. Avevi sentito i piedi sprofondare nei
sedimenti melmosi del fondo, e lei si agitava come un pesciolino
gettato sulla griglia, ma l’acqua non ti arrivava nemmeno al petto:
con un braccio l’avevi cinta dal torace, con un braccio l’avevi
trattenuta dal bacino, mentre con forza te la stringevi addosso per
inchiodarla.
“Stai tranquilla, ci sono io!”.
Si era immobilizzata gradualmente, si era
irrigidita poco a poco, singhiozzava, tremava, appariva terrorizzata
evidentemente e visibilmente.
“Tienimi.”.
Aveva risposto in uno sbuffo di voce. L’avevi
rassicurata ripetutamente e non ti eri scostato da lei nemmeno di un
centimetro, finché non si era rilassata contro di te fisicamente. Il
suo corpicino rimaneva schiacciato al tuo come una sottiletta alla
pellicola. La schiena aderente sul tuo petto, le sue chiappettine
spalmate sul tuo inguine. Qualcosa s’inturgidiva al contatto, si
rizzava nel solco del suo sederino, spingeva e si dibatteva
debolmente, senza scampo veniva intrappolato tra di voi. Erezioni
occasionali e spontanee, inaspettate e casuali, per quanto ne sai ne
hai sempre avute, perlomeno così sostengono i più grandi, però
questa la ricordi come la tua prima erezione intenzionale e
cosciente. Arretrando piano e con lentezza, l’avevi trascinata
all’asciutto e non avevi smesso di stringerla, sinché non aveva
smesso di piangere.
“Non possiamo tornare a casa così.”.
Avevi detto e riflettuto e lei confusa aveva
scosso la testa e si era rimessa a una tua decisione.
“Dobbiamo asciugare i vestiti.”.
Aveva annuito e ti eri spogliato per stendere
le cose sull’erba. Quando ti eri rialzato e girato, l’avevi
ritrovata in piedi e vestita, bagnata e grondante, ancor più
reticente ed esitante. Non si era mossa per nulla.
“Dai che ti ammali.”.
Le avevi dato una mano a svestirsi, avevi
raccolto tutti i sandaletti, eri andato a risciacquarli nell’acqua.
Al ritorno, ti eri fermato a contemplare la sua figurina, non molto
differente dalla tua, accucciata al suolo che distendeva con cura i
suoi vestitini vicino ai tuoi. Non si sarebbe detta particolarmente
piacevole, sembrava perfino lievemente rachitica, eppure si rivelava
interessante da osservarsi. Si era sollevata sulle gambettine e si
era voltata.
“Via anche quelle”.
Con un dito le avevi indicato le mutandine,
imporporandosi sulle guance aveva subito abbassato lo sguardo.
Decisamente, le sementi degli insegnamenti degli adulti cominciavano
a germogliare e l’innocenza dell’infanzia stava svanendo.
“Cosa c’è?”.
Si era stretta nelle spalle, continuava a
cercare per terra, e non aveva neppure accennato a rispondere.
“Ti fa vergogna?”.
“Un po’.”.
“Guarda che da vedere non c’è niente.”.
Ti eri sdraiato al sole con la banderuola al
vento, le avevi sorriso, avevi incrociato le braccia dietro alla
nuca con disinvoltezza.
“Fai come vuoi, ma non sederti che sennò le
sporchi.”.
Si era crogiolata nell’esitazione per alcuni
secondi, infine, la spontanea naturalezza dei bambini si era imposta
sui tabù seminati dai genitori, si era sfilata velocemente le
mutandine e si era sistemata al tuo fianco. Avete passato l’oretta
successiva a studiarvi a vicenda con la stessa curiosità innocente
di un tempo. Ovviamente, il trucchetto di asciugare i vestiti non
aveva ingannato nessuno e, avevi avuto il tuo bel daffare a spiegare
come foste scivolati nel canaletto, per di più per anni la tua
cuginetta non aveva voluto riavvicinarsi alla riva del macero se non
la tenevi per mano.
(3)
Era il fine estate o l’inverno successivo?
Eravate al mare oppure in montagna? Che foste tutti in vacanza? Non
lo ricordi, forse era solo la casa di qualcuno.
Il silenzio gravava pressoché assoluto. Sai che
nelle camere adiacenti dovevano trovarsi i vostri genitori, ma
nessun suono trapelava da alcuna direzione e la loro presenza si
rendeva impalpabile. Polvere di stelle traspariva dai grandi
riquadri delle finestre e un’unghia di luna spiccava nitida nel
cielo nero come la mezzanotte dell’inferno. Al di là del vetro delle
finestre, il paesaggio notturno si presentava soltanto in due
colori: il nero e l’argento della luce lunare. Le sagome degli
alberi non erano verdi: erano forme scure dalle mille ombre, con gli
aghi delle conifere e le foglie che sembravano frange vaghe in
controluce. La falce della notte risplendeva fulgida in un lucore
quasi spettrale, nulla si muoveva nella stanza.
Una porta figurava come dipinta al centro di
una parete. Un barlume dorato si infiltrava dallo stretto corridoio
che dava sulle altre stanze. Un alone rassicurante cadeva da uno
spiraglio sul vostro letto a castello; tu dormivi di sopra, lei
dormiva di sotto, almeno così avrebbe dovuto essere. Al contrario,
se non altro in teoria, il resto del mobilio inargentava in modo
macabro nel chiarore proveniente dall’esterno. Un rumore. Ti eri
immobilizzato, avevi smesso di respirare, avevi aguzzato le
orecchie. Silenzio. Solamente fantasmi nel buio. Non osavi muoverti.
Inquieto, aspettavi con lo stantuffamento del cuore che rombava e
pulsava a pieno regime nelle tempie. Un rumore ancora. Un po’ più
prolungato, assai più lieve. Questa volta, però, era risuonato
troppo chiaro per dare adito a sospetti. Ti eri rilassato
immediatamente.
Frusciare appena di lenzuola. Frattanto,
frammenti di impressioni andavano riesumandosi e contorcendosi nelle
profondità della mente. Ricordi che la tua cuginetta si masturbava
senza pudore, sin da piccolissima, prima, durante o dopo mangiato,
mentre giocava o quando si annoiava, da sola o in compagnia, in
pubblico o nel letto indifferentemente. In effetti, alla lunga, gli
ammonimenti costanti della sua mamma a qualcosa erano serviti,
perché era già da qualche tempo che non glielo vedevi più fare. Ma
sapevi che di nascosto lo faceva lo stesso. Leggerissimo frusciare
dal basso. Come voci udite in sogni travagliati, rammenti di quella
volta che le avevi chiesto spiegazioni. Avevi poi infilato le mani
tra le lenzuola e giusto per solidarietà avevi incominciato a
pistolare con il gingillo, aggiungendo un tocco sinfonico al coro
melodioso che rumoreggiava nella camera.
(4)
Non potevate avere più di otto o nove anni.
Probabilmente doveva essere il fine estate, o
magari l’inizio dell’autunno, perché faceva ancora piuttosto caldo
ed erano già cominciati i primi giorni di scuola. Stavate
gironzolando in esplorazione nel vasto piano di sopra della casa di
campagna dei nonni quando siete incappati in qualcosa di nuovo, di
interessante e molto promettente. La scala che conduceva in soffitta
era stata dimenticata a portata di mano.
La tua cuginetta, manteneva tuttora una certa
soggezione del buio e l’antro oscuro lassù in alto appariva come la
bocca di una caverna davvero minacciosa. Quatto quatto ti eri
arrampicato sino alla cima dello scalone di legno e, senza opporre
troppa resistenza, lei ti era venuta al seguito comunque. L’avevi
aiutata ad emergere dalla botola, avevi annaspato in cerca
dell’interruttore della luce. Una vera e propria camera del tesoro
incustodita vi si è presentata agli occhi e non avete lesinato a
curiosare dappertutto. Al di là di una quantità di scatoloni
polverosi, e al di sotto di un esiguo fagotto di stracci odorosi di
muffa, avevate rinvenuto un giornaletto pornografico. Con un solo
sguardo d’intesa eravate scivolati immediatamente in missione
pericolosa.
Ti eri nascosto la refurtiva nella maglietta.
Avevate disceso i pioli della scala come gatti. Ta-dan, ta-dan,
ta-dan. Silenziosamente avevate raggiunto il pianterreno, eravate
avanzati fino in vista della cucina, ti eri affacciato a cavallo del
mistero che conteneva ognuna delle soglie precedenti per
controllare, intanto con un braccio la trattenevi dietro di te per
proteggerla da qualsiasi evenienza. Avete poi raggiunto di corsa la
porta che dava all’esterno.
“Dove state correndo?”.
Non avete nemmeno rallentato per rispondere. Tu
eri davanti e lei ti seguiva dappresso, vi siete diretti subito al
vostro covo nel fienile.
Un pomeriggio in cui si sentiva particolarmente
in vena e disponibile, la Zietta, aveva insistito per aiutarvi a
costruire il vostro primo rifugio segreto. Quattro pareti di ballini
di paglia formavano le pareti di quella bassa roccaforte. L’ingresso
rimaneva orientato contro il muro interno del fienile, così da
rendere difficoltoso il passaggio per qualunque adulto ficcanaso.
Altri quattro ballini impilati davano origine al rozzo tavolo
centrale e gli ultimi due alle relative panche confinanti. Non c’era
né il tetto né le finestre, e non risultava neppure grandissimo, ma
nella vostra fantasia si trasformava in una fortezza inespugnabile.
L’impegno che avevate adoperato per realizzarlo, e la frequenza con
la quale vi ci recavate di continuo, era tale che la Zia aveva
presto deciso di confezionare diverse coperte su misura, da un paio
di vecchie lenzuola, per rivestire il tavolo e le panche, allo scopo
di non farvi graffiare le braccia e le gambe; in più, dopo averne
assicurato la solidità, tutti gli adulti ci avevano girato intorno
per anni per non rovinarlo e distruggerlo.
In giro non si vedeva l’ombra di alcun nemico.
Sgattaiolando come scoiattoli in fuga, vi eravate addentrati in
fretta nel fienile. Avete richiuso il massiccio portone e vi siete
infilati nello stretto corridoio, che solamente a dei bambini
avrebbe consentito di spicciarsi in fila indiana, e poi siete
sbucati al sicuro nel campo-base. Infine vi eravate appostati al
tavolo strategico. Lo ricordi benissimo.
I finestroni permettevano a malapena alla
giornata di entrare. Nella fioca luminosità del fienile, avete
studiato tutte le immagini incluse nel giornaletto con un misto di
fascino e repulsione. Scossi e pervasi al contempo da evidente
attrattiva e disgusto, le avete perciò analizzate pagina per pagina
una seconda volta. Naturalmente, credevate di sapere ogni cosa
sull’argomento, però, ritrovarvi innanzi ai fatti compiuti vi aveva
alquanto disorientato. Persi e confusi avete quindi cominciato a
fare ipotesi e congetture.
“Dici che si fa sul serio?”.
“No.”.
“Dici che fanno finta?”.
“Mmh”.
“Come nei film dell’orrore?”.
“Sì.”.
Ti eri soffermato per riflettere. Già da
allora, tra di voi, poche semplici parole erano indice di un
discorso assai ben più ampio: vi eravate compresi perfettamente.
“Fa un po’ schifo, ma penso che si fa proprio
veramente.”.
“Perché dici?”.
“A volte, di notte, sento dei rumori strani”.
“Anche io!”.
“Dalla camera della mamma?”.
“Sì.”.
“Lo sapevo.”.
Avevi spostato l’attenzione sulla sua figurina,
allungata e morbida, che se ne restava ingobbita accanto alla tua.
Era ancora un mostriciattolo, sempre goffo e lievemente impacciato
nei movimenti, però le sue forme si stavano riempiendo e le sue
curve si stavano addolcendo. Un momento era passato e trascorso; non
aveva risposto per niente, avevi intercettato il suo sguardo
confuso, e con slancio ti eri ripreso dalle tue nuove riflessioni.
“Vuoi che ci proviamo?”.
“Non so.”.
Come riusciva a non crepare dalla voglia di
tentare l’impossibile? L’avevi fissata incredulo e stupefatto,
mentre le indicavi il giornaletto con un dito.
“Non ti fa neanche un po’ curiosa?”.
“Sì, ma, e se non si deve?”.
Ti eri entusiasmato in un attimo.
“E chissenefrega!”.
Si era imporporata sul viso rapidamente, più
per la parolaccia che non per altro.
“E se non si può?”.
Ti eri scrollato nelle spalle, le avevi rivolto
un sorriso incoraggiante.
“Fa lo stesso.”.
Si era lasciata convincere con estrema
facilità, aveva annuito prontamente. Ti eri alzato in piedi, aveva
fatto altrettanto. Avevi tirato fuori il gingillo, aveva sollevato
la gonnellina che le facevano indossare ormai di consuetudine nei
giorni di scuola e si era tolta le mutandine.
“Dove?”.
“Mettiti lì.”.
Si era stesa sul ballino di paglia ricoperto.
Eri eccitatissimo: più per l’idea della grossa trasgressione
imminente che non per il gesto in sé. Aveva aperto le gambettine,
eri avanzato tra le sue ginocchietta. Con le mani si era schiusa le
tenere crestine rosa, avevi appuntato il tuo pistolino duro al
taglio della sua fessurina. Avevi spinto leggermente.
“No, e, mi fa male”.
Ti eri immobilizzato nello spazio di un
millisecondo. Appena la punta del tuo rigido gingillo era penetrata.
Ti guardava con gli occhi lucidi, con l’espressione contrita e
mortificata. Potevi intuire il suo stato d’animo come dal disegno di
un libro a fumetti. Sembrava dispiaciuta, pentita, addolorata,
afflitta, triste, come se fosse la causa di chissà quale disagio. Le
avevi sorriso in modo rassicurante, le avevi strizzato un occhio e
ti eri allontanato un poco.
“Non ti preoccupare, mi sa che sei soltanto
troppo piccola.”.
Eri vagamente consapevole che, da
quell’esperienza in riva al macero, un qualche ago della bilancia
aveva cambiato posizione dentro di lei. Adesso era da te che veniva
a chiedere consolazione nelle più svariate occasioni. Non si era
messa a piangere e non ti era affatto sfuggito. Avevi raccolto le
sue mutandine e gliele avevi porte senz’accennare a smettere di
sorridere.
“Forse quando vieni più grande ci possiamo
riprovare.”.
Ti aveva concesso un mezzo sorriso tirato, una
sola occhiata era stata sufficiente per confermare che non avrebbe
detto nulla a nessuno.
(5)
Con il tempo, avevate scoperto un’innata
passione per la costruzione di rifugi ingegnosi.
Il campo principale si era arricchito di una
tenda scorrevole all’entrata e di un vecchio mobiletto in un angolo
nel quale conservare i vostri preziosi. Durante la primavera
successiva, durante il periodo della potatura, contro il lato del
fienile che dava sulla cuccia del cane da caccia e sul suo albero,
si era accumulata una grande catasta di legna affastellata
disordinatamente. Sottraendo ramo dopo ramo, nel corso dell’estate,
a gattoni ci avevate scavato dentro una galleria che culminava in
una discreta camera al centro; a mo’ di igloo: il campo due, il più
complicato. Al di qua dell’albero, sino alla sponda del macero, si
estendeva un folto canneto e nelle sue viscere eravate riusciti a
tracciare una miriade di sentieri labirintici. Solo alcuni dei più
contorti conducevano a pochi spiazzi isolati. Quello del moscone in
riva al macero era uno di loro e, piegando e schiacciando
ripetutamente le alte canne sotto i piedi, un altro paio di interni
li avevate creati voi. Erano questi i campi tre, quattro e cinque; i
più introvabili, dove persino i meno piccoli dei cugini non osavano
spingersi. Il campo sei era poi addirittura il più segretissimo: e
lì custodivate le vostre cose più nascoste.
Di fatto figurava come un magnifico,
caldissimo, assolato pomeriggio estivo ed eravate bene intenzionati
a giocare a guardie e ladri, fra la relativa frescura promessa dai
sentieri tortuosi del canneto ombroso che invadeva l’intera sponda
più vicina del macero. Raggirando a debita distanza il raggio
d’azione delle mandibole del cane da caccia, legato all’albero
centrale dalla catena collegata al paletto che restava conficcato
profondamente nel terreno nei pressi della cuccia, di corsa avevate
raggiunto l’imboccatura del sentiero che zigzagando si addentrava
nel fitto del canneto. Ma l’ingresso del labirinto risultava
sbarrato.
Un coloratissimo telo da mare sembrava gettato
come un manto sulle spalle delle canne che segnavano l’entrata nel
labirinto, barricando così l’accesso di quell’arcata di stoffa
spugnosa e vivace, e ciò significava che la Nella rimaneva intenta a
prendere la tintarella al campo tre e che non voleva essere
disturbata per alcuna ragione. Graziella, la Zietta, era una giovane
ragazza, intraprendente e bellissima, apparentemente senza problemi
di nessun tipo, quando voi eravate solo dei bambinelli un tantino
insofferenti alle regole; la curiosità prima di tutto! Uno scambio
rapido di sguardi e vi eravate già capiti.
Siete scappati in direzione del campo-base per
recuperare dal mobiletto posto nell’angolo il binocolo, regalo di
compleanno dell’anno precedente, e vi siete subito affrettati oltre
la zona proibita. Una stretta stradina sterrata correva tra il
macero e il canaletto, però, sapevi che Sabrina, la tua cuginetta,
da quel giorno in riva al macero, aveva maturato una lieve fobia nei
confronti dell’acqua e avevi perciò rallentato per porgerle la mano.
L’aveva cinta immediatamente e con riconoscibile gratitudine
istoriata sul viso e negli occhi, vi eravate sospinti innanzi e vi
eravate sbrogliati all’interno dei numerosi frutteti della campagna.
Avanzi in silenzio come un pensiero che nasce,
mentre lei facile e contenta, lenta e un po’ goffa, cauta e
circospetta, fiduciosa e titubante, diffidente e sorprendente,
remissiva e sottomessa, ti segue ricalcando le tue stesse impronte
con suggestione quasi eccessiva. Dunque, siete risaliti lungo i
filari fino a portarvi dalla parte opposta del macero. L’avevi
aiutata ad issarsi sull’albero da frutto maggiormente frondoso, le
avevi passato il binocolo e ti eri arrampicato al suo fianco, avevi
allungato le dita per scostare le fronde e mettere entrambi in grado
di sbirciare. Ecco il moscone incagliato nell’acqua della riva, ecco
lo spiazzo isolato che si apre nelle canne come un ventaglio, ecco
la Zietta completamente esposta ai raggi ultravioletti dell’astro
dei cieli. Si presentava distesa sull’erba, supina, seminuda,
indossava soltanto il pezzo inferiore della biancheria.
Avevi puntato il binocolo e messo a fuoco la
vista. Avevi spostato lo sguardo sulla sua pelle color di rosa, per
cercarle le tettine. Che strano! Non comparivano affatto come quelle
rappresentate nel giornaletto. Il torace della Nella si mostrava
piatto e dei rigonfiamenti molli trasbordavano lateralmente, i suoi
ciccioli erano nerissimi e non si ergevano sul petto ma si trovavano
sulla cima delle piccole masse laterali. Avevi dato il binocolo a
Sabrina per curiosare, intanto, abitualmente, con un braccio la
trattenevi per la vita per impedirle di cadere giù dall’albero.
Aveva ritirato il binocolo e avevi lasciato
ricadere le fronde. Avevi sollevato la magliettina per guardarti il
busto e lei aveva fatto lo stesso. Avevi rialzato gli occhi per
studiarla. Sporgenti puntine rosa, appena accennate, facevano
capolino all’altezza del suo seno. Avevi proteso la palma di una
mano per tastarle e la tua cuginetta ti aveva imitato
spontaneamente. Che strana cosa: si sarebbero dette riempite di
qualcosa come il pongo, parevano dilatarsi in modo elastico al
tocco, frattanto i capezzoli di ambedue andavano irrigidendosi
vicendevolmente. Nel frattempo, qualcosa ancora s’inturgidiva in
mezzo alle gambe con impellente fastidio. L’innocenza dell’infanzia
era svanita da un pezzo e quella della fanciullezza stava svanendo
un po’ per volta.
(6)
Il giornaletto pornografico, ben custodito al
sicuro nel campo sei, stava diventando sempre più qualcosa di non
molto diverso dalla versione scandalosa di una Bibbia tutta
personale. Gli adulti o non sapevano o non volevano rispondere, e
certe domande esigevano delle vere risposte, quindi non vi restava
alternativa se non cercare e trovare da soli qualche soluzione.
Grazia, la Zia, figurava come una gran bella
donna, tollerante e responsabile, che si occupava di chiunque senza
sosta, quando eravate ancora dei piccoli bambini smoccolosi; e di
recente aveva preso l’abitudine di ritirarsi in bagno per lavarsi
presto, prima di mettere in tavola tutti quanti per la cena. A passo
spedito la Nilla si era recata fuori della cucina. Vi eravate
guardati negli occhi intensamente.
Il formidabile legame che fin da piccolissimi
vi univa in modo indissolubile risultava in voi già fortissimo e
ormai quasi vi consentiva di comunicare liberamente con il solo uso
dello sguardo. Avevi accennato in direzione della porta con
un’occhiata agli altri impercettibile. Aveva compreso al volo, aveva
annuito appena. Eri scattato e ti eri precipitato all’esterno, la
tua cuginetta ti aveva seguito immediatamente.
“Non allontanatevi che tra un po’ si mangia!”.
Era il momento dorato della sera, quando il
sole è calato e ogni cosa restituisce la luce che ha assorbito
durante il giorno. Avete traversato il prato, e vi siete avviati sul
sentiero lastricato e diretti verso il fienile, dove, in risposta al
tramonto d’ambra e porpora, le ombre stavano crescendo e aprendo i
petali, come fiori notturni. Ai piedi della campagna, i terreni
pianeggianti erano costellati di frutteti scuri e ricoperti di campi
ormai inariditi che, alla luce del giorno, apparivano biondi e
soffici come la barba del granoturco. Ma il tramonto stava
risucchiando tutti i colori e l’erba scintillava in ondate oscure,
immersa nel declino e presa dal fluire di una dolce brezza.
Sotto la cupola il cielo notturno era come in
trappola, e la luce aumentava tra le stelle. Sulle prime erano le
nuvole che parevano cristalline, nuvole dal complicato disegno
verde, azzurro e violaceo che scivolavano l’una sull’altra,
dispiegandosi. Poi venne un enorme scarabocchio di forme
geometriche, matematica al neon dal cielo. Gomitoli di colori
attraversarono le stelle come spinti per gioco da gattini giganti,
volute di luce scesero ruotando a prendervi entrambi al laccio,
fiori geometrici sbocciarono e si chiusero e sbocciarono ancora. Poi
le forme presero a susseguirsi troppo rapide per descriverle, così
rapide che avete dovuto distogliere l’attenzione da quella coltre di
lana trapunta per non inciampare. La promessa di una nuova avventura
vi eccitava da giorni, di corsa avete recuperato il binocolo dal
campo-base e raggiunto il valico del canaletto dietro casa.
Un’asse rimaneva gettata a cavallo del
canaletto fangoso che sonnecchiava, onde evitare di compiere inutili
distanze per oltrepassarlo. Quasi nel buio avevi poggiato un piede
sulla sua precaria superficie, eri subito balzato dalla parte
opposta. Avevi ritrovato l’equilibrio, ti eri piroettato su te
stesso per allungarle la mano. Poche dita d’acqua si frapponevano
fra il fondo e l’asse del pigro ponticello, però, indugiando nella
densa penombra, avanzava centimetro dopo centimetro, esitante e
tentennante, con la testa china e gli occhi fissi come sul baratro
di un abisso immenso e pericoloso: sapevi che Sabrina aveva paura di
cadere e di farsi male, spesso questo suo comportamento diffidente
la rendeva assai più goffa del solito, e nonostante tutto, pur di
farti contento, se le tenevi la mano e le restavi al fianco, sapevi
che non c’era ostacolo o timore che non fosse pronta a superare.
“Non guardare giù che sennò cadi.”.
Aveva sollevato il volto, era avanzata di un
altro passettino, le avevi sorriso per incoraggiarla, le avevi
afferrato anche la seconda mano. Aveva riabbassato il capo e,
infatti, proprio in ultimo era scivolata. L’avevi cinta per la vita
e te l’eri tirata contro, l’avevi stretta per rassicurarla. Avete
raccolto un paio di cassette predisposte allo scopo e vi siete
incamminati nell’oscurità che s’infittiva veloce fra gli alberi del
frutteto. Vi siete appostati al riparo delle vaghe frange di un
albero. Avete posato le cassette e ci siete saliti sopra.
Ti eri fatto spazio tra i rami e avevi puntato
il binocolo. C’erano tendine appese alle finestre principali della
facciata posteriore della casa, ma la finestra del bagno si
presentava spalancata e la tendina non impediva la vista. Avevi
perciò girato la rotellina e messo a fuoco ambedue i cannocchiali.
Nemmeno la Nilla si dimostrava come nel giornaletto. Le bomboniere
penzolanti apparivano ancor più grosse di quanto già non sembrassero
sotto i vestiti, e una ricciolosa foresta di rampicanti schiumosi si
aggrovigliava sulla zona bassa del ventre, mentre la Zia, svelandosi
in piedi nella vasca da bagno, si stava innaffiando e risciacquando
abbondantemente con il doccino.
Erezioni impellenti cominciavano a tormentarti,
nonché a esigere considerazioni sempre maggiori. Domande senza
risposta continuavano a moltiplicarsi, iniziavi a perdere fede nella
vostra bizzarra Bibbia. Le avevi passato il binocolo per
controllare, trattenendola a te per consuetudine. Infine l’avevi
aiutata a smontare dalla sua cassetta e, commentando e
congetturando, vi siete riavviati indietro.
“Però a me mi stanno un po’ venendo.”.
“Ah sì, e, ma, davvero?”.
Ti eri fermato sul posto e con il pollice ti
eri staccato l’elastico dei pantaloncini dall’addome.
“Prova.”.
Ti aveva infilato una mano nelle mutande e
aveva tastato e palpato.
“Li senti i peli che spingono sotto la pelle?”.
“È vero!”.
Naturalmente non lo era.
“E tu invece?”.
“Io no.”.
Aveva risposto con un soffio di voce, aveva
scosso la testa per accompagnare tutte le fasi del suo discorso; sin
da allora, in certa misura, eri stato consapevole che le tue parole
si manifestavano legge per lei, anche quando queste volevano suonare
solamente come semplici suggerimenti.
“Fammi sentire.”.
Aveva scostato pantaloncini e mutandine dalla
pancia e ci avevi intrufolato dentro una mano. Ricordi bene il tocco
delle dita sulla sua pelle liscia e morbida, ricordi benissimo il
contatto dei polpastrelli con le sue sporgenze intime: erano
caldissime, erano tenerissime, erano umide. E poco a poco,
l’innocenza è svanita nel nulla.
(7)
Il piccolo mostriciattolo poco loquace di
sempre, stava pian piano cedendo il posto a un’esile esserino
sgattaiolante. Sabrina, la tua cuginetta, si rivelava ancor più
arricchita e fiduciosa, adorante e venerante ogni giorno che
trascorreva. In principio, continuava ad apparire indecisa ed
esitante, reticente e riluttante, ma, essenzialmente, fin
dall’infanzia non occorreva che un pizzico del tuo sfrenato
entusiasmo per contagiarla, e ben presto la curiosità prima di tutto
è diventato il motto principale di entrambi. Ha quindi cominciato a
mostrare i primi segni di una mente sognante e traboccante di sogni.
Ormai ti idolatrava punto e basta, senza alcuna remora: eri
diventato la sua protezione costante, eri diventato ai suoi occhi
una leggenda vivente, eri diventato il suo eroe personale, stavi
divenendo il centro di una spirale sempre più stretta. In pratica,
tu rappresentavi il suo mondo intero, lei era divenuta la tua luna
orbitante.
In lacrime e singhiozzi ti veniva a cercare
quando si faceva male, tremando ti chiedeva la mano e se possibile
ti si stringeva addosso quando aveva paura, sonnecchiante si
raggomitolava e addormentava fra le tue braccia quando aveva voglia
di coccole, bisbigliando e sussurrando si confessava e ti domandava
spesso consiglio. In breve, si è come soggiogata a te
spontaneamente, con amore e devozione quasi fanatica. Per giunta, la
sua linea si stava aggraziando e le sue fattezze si stavano
modellando velocemente.
Insieme avete coltivato un’inventiva già
spiccata in partenza, insieme avete sviluppato una fantasia
immensamente smisurata, insieme avete passato innumerevoli giornate
avventurose nei dintorni della casa di campagna dei nonni. Solamente
lì poteva esprimersi appieno il vostro potenziale, soltanto lì vi
sentivate realmente liberi e spensierati, in nessun altro luogo come
in quello prendevano vita idee e pensieri di qualsiasi forma, solo
lì riuscivate a realizzare i vostri progetti migliori, a plasmare in
fatti concreti le casualità delle circostanze; nonché a dar sfogo ai
vostri istinti innati e incontenibili. Inoltre, lì non c’erano né
mura né catene capaci di frustrare sino in fondo i recessi più
ingegnosi e laboriosi della vostra immaginazione smodata.
Il film della tua
fanciullezza si svolge rapidamente davanti a te: i fiori di campo,
il ronzio degli insetti, il crepitio dell’acqua, il gusto delle
noci, delle more dei gelsi, delle pesche e delle prugne che il
fertile terreno della campagna vi offriva generosamente; i colori
del glicine e il profumo della mimosa che tutte le primavere
fiorivano nel cortile davanti alla porta; l’esterno in pietra della
casa e l’interno accogliente; il fuoco nel camino d’inverno, la
frescura delle grandi stanze dai soffitti altissimi in estate, la
soffice tranquillità dell’autunno che si rifletteva sui divani e sul
mobilio; tutte queste cose sfilano rapidamente davanti ai tuoi
occhi. Questo film nel quale senti gli echi ovattati delle voci
degli zii che festeggiavano e giocavano a carte, e poi i sussurri
della voce di Sabrina sempre tenera e carezzevole, e l’abbaiare di
Ciack, il cane da caccia di qualcuno, frammisto alle grida dei
cuginetti che vi chiamavano dal giardino per giocare; le missioni
segrete, le avventure della tua infanzia, compagne di gioco dei
migliori momenti della tua vita, questo film cui assisti senza aver
titolo di cambiare, questa proiezione di una lanterna magica accesa
nella tua mente dal tuo inconscio, colma di una dolce emozione che
si mescola in questi ricordi scuciti di una calda nostalgia che
rimane in attesa del salto verso il gran buio dell’avvenire.
Un collage di impressioni disordinate ti passa
davanti agli occhi in rapida successione. Gli entusiasmi di corse
folli, l’eccitazione di giochi inventati, il brivido di cose
proibite, i forti sentimenti scatenati dagli avvenimenti, le vicende
piene di imprevisti ed emozioni ritrovate nella tarda fanciullezza.
Rammenti le molteplici penitenze di fine gioco, ancora un po’
stupidine da parte della Cocca, che, però, con il tempo si sarebbero
conformate alle tue. Chissà quali assurdi percorsi da compiere a
Zoppo Galletto, furtivi bacetti sulle guance delle zie o
sollevamenti delle gonne delle stesse, avrebbero presto ceduto il
posto a fugaci visioni reciproche e a tastatine e palpatine di
nascosto. Sorridi al ricco pensiero dell’incognito del
futuro.
(8)
I periodi che ricordi con più affetto sono
quelli delle festività.
Di consueto, tutti quanti si riunivano per
festeggiare le ricorrenze a casa dai nonni. Gli zii erano già di per
sé un reggimento e la casa dei nonni è sempre stata un po’ come un
porto franco, luogo libero di ritrovo per chiunque, quando solo si
ritrovavano per caso durante la settimana. Per di più ognuno di
loro, o quasi, figurava sposato e con figli. Di conseguenza, una
schiera di cuginetti era solita frequentare la vasta casa di
campagna e un esercito chiassoso si raggruppava per le feste. Quindi
una moltitudine di parenti si raccoglieva per Natale o per pasqua.
Tavoli e tavolacci venivano messi insieme
frettolosamente, per formare la grande tavolata che occupava la
maggior parte dell’androne principale che collegava tra loro tutte
le stanze del pianterreno. I fornelli cuocevano dalla mattina alla
sera e tutti portavano qualcosa di pronto. Il cenone si svolgeva in
un tale baccano che nessuno sarebbe riuscito a comprendere quel che
si diceva all’altro capo del tavolo. Risa e schiamazzi
s’infrangevano dal di qua al di là, come uno tsunami in una vasca da
bagno, e cugini e cuginetti contribuivano ad alimentare la
confusione generale rincorrendosi a gattoni sotto i tavoli.
Generalmente, dopo mangiato e dopo il caffè,
gli uomini si ritiravano in cucina per discutere e giocare a carte,
mentre le donne facevano altrettanto nella sala. Dall’antibagno, una
rampa di scale saliva al primo piano e lì di solito i bambini si
radunavano per giocare fino a tardi, perlomeno finché i genitori
corrispondenti decidevano di intrattenersi dabbasso. Chi sembrava e
chi si rivelava non abbastanza grandicello per gironzolare senza
controllo al piano di sopra, se ne restava in salotto con le mamme.
Fra tutti i piccoli e piccolissimi, tu e Sabrina risultavate
decisamente i più grandi. Perciò, da allora e per te soltanto la tua
cuginetta è diventata la Cugina per eccellenza.
Il gioco che andava per la maggiore era Mosca
Cieca al buio: un ibrido di vostra invenzione. Le regole erano
istintive e semplici, facili da capire per tutti, peraltro si
verificava lo svago preferito perché eravate proprio voi a proporlo;
e voi venivate collettivamente ritenuti i comandanti in capo, i
giudici supremi, un po’ come il Re e la Regina da ciascuno degli
altri. Innanzitutto si barricavano le finestre, chiudendo e serrando
scuretti e tendaggi, sino a ottenere l’oscurità più totale: il piano
superiore si dimostrava vasto quanto quello inferiore e tutte le
camere si presentavano intercomunicanti. Si faceva la conta per
stabilire il Cacciatore e si correva a nascondersi. Per un paio di
ovvie ragioni, tutte le luci dovevano rimanere spente e le porte
rigorosamente aperte, tranne alcune che separavano la camera che
fungeva da pianerottolo dalle altre. La prima delle due ragioni era
per impedire alla luce di filtrare dalle scale, la seconda era per
evitare che i ciroli piombassero di sotto inavvertitamente. Lo scopo
del sorteggiato era di dare la caccia a qualcuno, per poi
riconoscerlo dopo averlo acchiappato. Se ci riusciva, i ruoli si
scambiavano e il gioco riprendeva immediatamente, senza interruzioni
e senza bisogno di ricominciare daccapo. Poche altre regole
completavano il quadro della situazione, e in ogni modo a voi
spettava l’ultima parola su qualunque controversia.
La Cocca conservava ancora un certo timore del
buio ma lassù eravate in molti e, tra chi borbottava e chi gridava,
fra chi sbatteva e chi s’imbalzava, le proteste degli adulti che
giungevano dal basso risultavano quasi un richiamo costante e nulla
poteva intaccare la reverenziale fiducia che nutriva nei tuoi
confronti. La sua infantile goffaggine stava migliorando a vista
d’occhio, però, la tua protettiva vigilanza si era fatta
un’abitudine e ormai per puro istinto continuavi a trascinartela
appresso con somma cautela e precauzione. A dispetto di chi rimaneva
in movimento, malgrado la voglia di impazzare nell’oscurità, stavi
scoprendo una nuova natura e di gran lunga preferivi condurla a
rifugiarsi in qualche posticino comodo, per stringertela contro e
accarezzarla dappertutto, giacché lei manifestava palesemente la
chiara intenzione di seguirti ovunque senza protestare minimamente.
Raramente i Cacciatori tentavano di
acchiapparvi intenzionalmente, tuttavia quando accadeva subito ti
frapponevi tra questi e Sabrina per essere preso in sua vece. Con
relativa facilità, ti allontanavi e ti recavi in un’altra stanza,
con semplicità agguantavi qualcun altro e lo riconoscevi ad alta
voce, e poi tornavi a cercarla con calma. In tutta tranquillità,
perché nessun giocatore avrebbe potuto venir riconosciuto due volte
consecutive comunque. La ritrovavi, cambiavate nascondiglio, e con
il favore e la scusa della tenebra vi tastavate a vicenda per
accertarvi dell’identità reciproca; guarda caso, era la zona delle
tettine che la distingueva maggiormente da qualsiasi cirolo. Non
mancavi occasione di riscontrare in lei una sorta di cambiamento
evidente: alla ricerca di una mano, le sue dita indugiavano in mezzo
alle tue gambe più del necessario e sempre più spesso. Si stava
svegliando, si stava sviluppando, si stava trasformando. Non
dimenticherai mai l’intimità del miraggio della miriade di carezze
rubate nel buio.
Con la mente ritorni a quella volta della tarda
fanciullezza.
(9)
Avevate dieci-undici anni al massimo e non
oltre. Fuori dalle finestre si intravvedeva un cielo bigio, una
giornata uggiosa faceva capolino nella sala del camino, era infatti
un piovoso pomeriggio d’autunno; i lampi si inseguivano nel cielo,
bianchi e contorti come scheletri in corsa. Dalla cucina, al di là
dell’androne principale che correva per tutta l’ampiezza del
pianterreno della casa di campagna dei nonni, giungeva l’eco
smorzato del televisore: sapevate che se solo un adulto avesse
appena aperto la porta della cucina il volume della televisione
sarebbe schizzato alle stelle improvvisamente. Inoltre quel giorno
non c’erano altri cuginetti in giro, pertanto potevate godere di una
certa sicurezza.
L’esserino scoiattolante che sgaiattolava
insieme a te nel buio ha poi finito col cedere il passo a una
bambinella affettuosa, arrendevole, benevola, comprensiva, delicata,
gaia, ingenua, istintiva, spensierata, sempre stupita e un po’
sconclusionata. La sua figura si è allungata, braccia e gambe si
sono piacevolmente rimpolpate, ora più che mai ti appariva
vulnerabile e sorprendente. Una pioggia impudente tamburellava sui
vetri delle finestre, schegge traccianti di luce bianca accecavano
il cortile innanzi alla porta di casa di tanto in tanto.
Cosa fare? Eri ormai abbastanza grandicello per
scegliere come vestire, almeno così credevi, e non gradivi affatto
di vestirti a strati; naturalmente, Sabrina voleva imitarti in
tutto. Tu indossavi scarpe, calze, pantaloni, mutande e un
maglioncino leggero, se veniva freddo avresti sostituito gli
indumenti con semplici gemelli più pesanti, mentre lei si differiva
da te solamente per la gonna. Avete deciso di giocare a Cava in
Camicia. Ovviamente, spogliarsi completamente non era possibile, ma
concordare e stabilire una serie di nuove varianti del suo
regolamento non è stato difficile.
Avete recuperato un mazzo di carte. Avete preso
posto al tavolo della sala, avete distribuito le carte e vi siete
messi a giocare immediatamente. Hai scoperto la prima carta: un
asso. Lei ha subito risposto con un due. Hai cavato dall’alto del
tuo mazzetto un secondo asso e la Cocca ha perso la mano con un
sette. Hai raccolto le carte e le hai infilate di sotto. È stata una
piccola vincita facile e veloce, quindi ti spettava un’occhiatina
fugace. Sabrina, ha scostato la sua sedia dal tavolo e si è alzata e
riabbassata il maglioncino con troppa rapidità. Eppure qualcosa
cominciava a stuzzicarti in mezzo alle gambe.
Avete ripreso a giocare. Tu ne hai ricavato un
fante e lei ha contraccambiato con un tre. Le hai regalato un
quattro, un sei e un cinque, e le cose si sono invertite. Le hai
ricambiato la furtiva visione precedente e poi ha tirato fuori dal
suo mazzetto un sette. Cavallo, sette, sei, re, quattro, due; sei e
cinque: aveva incassato un bel gruzzoletto. Ti sei sollevato in
piedi, hai schiuso la patta e calato i pantaloni fino alle
ginocchia, hai contato sino a nove e ti sei ricomposto in fretta.
Rammenti bene la sensazione imbarazzante del pisello duro che
spingeva contro il tessuto delle mutande.
Asso; cavallo: aveva vinto di nuovo, però,
aveva guadagnato un niente di carte. Ti sei rialzato in piedi per
mostrarle il pisello per pochi istanti. Sei, re, tre; re, re, fante.
Non era grave, c’era ancora tutto il tempo di rimediare: si è
conquistata altre sei carte, ti ha perciò insinuato una mano nel
maglioncino per tastare e palpare per la durata di una mezza dozzina
di volte. Ti sembra di rivivere l’accaduto, quasi ti sembra di
percepire l’estrema delicatezza del tocco delle sue dita sulla pelle
del tuo petto. Intanto il pisello s’ingrossava, assai più di quanto
ritenevi probabile e plausibile, e si tramutava in un cardo
dolorante.
Due; quattro, fante. Risultava carica al
massimo, tutte le carte giocavano a proprio vantaggio. Ti sei
raddrizzato sulle gambe, hai riaperto la patta e la Cugina per
eccellenza ci ha fatto scivolare dentro la punta della mano destra
per accennare a qualche toccatina delicatissima. Le budella ti si
sono aggricciate nello stomaco istantaneamente, e qui avevi dovuto
volare in bagno per la primissima volta.
“Aspettami che mi scappa, guarda non ti muovere
che torno subito!”.
Sei scappato al gabinetto. Che strano: hai
estratto il cardo insofferente, puntando in basso quella cima
febbricitante, e piegato sulla tazza del water hai atteso un paio di
minuti, ma, nonostante la forte impressione che avevi avuto di
fartela addosso, non una sola gocciolina di pipì era uscita dalla
sua testa gonfia e rossa. Quando perplesso sei tornato nella sala,
l’hai trovata eccitatissima e pronta a riprendere il gioco. Il
temporale perdurava a bussare alle finestre con insistenza, nulla di
diverso si presentava nell’eco spento che arrivava dalla cucina, un
concerto di flash persisteva a chioccare al di là dei vetri e sul
cortile. Vi siete seduti a tavola, Sabrina ha girato la sua carta
con entusiasmo, e avete continuato da dove si era interrotto.
Quattro, cavallo, cinque, sette, tre; asso;
asso; due; cavallo, tre; asso; due; sette: hai esaurito le carte a
tua disposizione e, pressappoco, in questo modo clamoroso hai pure
perduto la prima delle vostre fantasiose giocate. Vi siete portati
in un angolo della stanza, al riparo da qualunque sguardo
indiscreto, ti sei alzato il maglione e per un buon minuto del
quadrante dell’orologio che rintoccava sulla mensola del camino si è
assicurata il diritto di una vittoria schiacciante. Incerta ed
esitante, ti ha carezzato e sfiorato il petto con le sue palme calde
e morbidissime, indugiando lievemente attorno e sui capezzoli con il
pelo urticante dei suoi teneri polpastrelli. Frattanto, un sordo
fastidio ingigantiva e troneggiava laggiù con esigenza a dir poco
crescente.
(10)
Il temporale infuriava fuori dalle finestre,
l’eco del televisore borbottava dalla cucina, la pioggia
picchiettava inesorabile contro i vetri, il brontolio del tuono
rumoreggiava in lontananza, fulmini e saette lampeggiavano innanzi a
casa. Vi siete riaccomodati al tavolo. Avete rimescolato il mazzo e
lo avete suddiviso in parti eguali, all’incirca.
Tu avevi iniziato la prima partita, a lei
toccava cominciare la seconda. Sei, asso; re: hai incassato subito
qualche carta. Si è sollevata il maglioncino e stavolta se lo è
trattenuto all’altezza del mento per più del necessario. Hai voltato
un’altra carta e avete continuato il vostro gioco fantastico. Fante,
re, due; sette, sette: hai gioito di una consecutiva e facile mano
vincente. Si è raddrizzata in piedi, circospetta si è guardata
intorno, con cautela ha piegato il collo e allungato le orecchie, e
poi si è alzata l’orlo della gonna per una manciata di momenti. Non
c’era molto da vedere, ma, il tempo era stato giusto sufficiente per
notare l’ombra insolita che traspariva dal bianco delle sue mutande
ed eri rimasto affascinato dal modo in cui l’elastico sprofondava
nelle pieghe del suo inguine.
Un tormento formicolante dilagava ormai in
spasmi dal ventre, quando Sabrina si è abbassata la gonna e si è
rimessa sulla sedia. Cavallo, cinque, sette, quattro, cinque, due;
due; tre; sei, cinque, quattro: ti sei spinto all’indietro
lentamente, ti sei sollevato il maglione in tutta tranquillità, hai
contato per lo spazio di undici volte inspirando ed espirando senza
premura, e pertanto non ti è mancata l’impareggiabile opportunità di
rilassarti. Quattro, re, fante, asso; tre; fante, tre; asso; ssette:
ti sei abbassato i pantaloni per una decina di secondi, il tuo cardo
fremeva ora sporadicamente.
Asso; cavallo: questa non ti giungeva nuova
affatto. Avresti dovuto mostrarle il pene fugacemente, però,
prolungando i tempi e l’azione, ti sei attardato nel farlo perché ti
era apparsa confusa, interessata, stupita più del solito. Quattro,
sei, cinque, re, tre; cavallo, cavallo, re: hai indugiato con
l’ultima carta in mano, immobile e fermo nell’atto di posarla.
“E... mi sono sbagliato, non ho girato le
carte.”.
“Io ho fatto così sempre.”.
“Beh, non fa nulla, vuoi che ricominciamo?”.
“No che non voglio, e, si può se continuiamo
così da qui?”.
“OK.”.
Avete ripreso, incuranti di aver saltato una
lieve penitenza. Due; asso; fante: si è rialzata la gonna e calata
le mutandine tutt’altro che in fretta. I pori della pelle si
dilatano all’improvviso, qualcosa ti si è aggrovigliato nella
pancia.
Sei, sei, sette, quattro, sette, cinque, due;
sei, tre; re, fante, fante: era felicissima, possedeva quasi il
mazzo intero. Si sporge in avanti per infilarti una mano sotto il
maglione, le sue dita sono come urticanti sulla pelle del petto. I
serpenti nel tuo stomaco si direbbero contorcersi con fare
divorante, un brivido ti si diffonde su tutta la pelle del corpo
come un esantema terribile quando ti pizzica la punta di un
capezzolo, delicatamente, fra il pelo del pollice e dell’indice.
Due; asso; due; due; cinque, quattro: salvato
in corner. Hai esultato, uno sguardo di rapida delusione le è
passato sul viso brevemente. Ti sei sporto verso di lei per
infilarle una mano sotto il maglioncino, e le hai accarezzato le
tettine. Morsi nel ventre! Raccogli le carte sul tavolo e le
ribalti, e per un soffio non si fa sfuggire il suo grosso mazzetto
dalle mani. Talvolta capita, le mani sono piccole, le carte sembrano
enormi e troppo grandi. Incoraggiante le sorridi, frattanto che
recupera alcune carte da terra e le mette di sotto.
Due; asso; asso; tre; due; fante, asso; due;
fante, re: non tutto era perduto, la situazione precedente non si
stava ripetendo. Si è raddrizzata sulle gambe con calma, titubante
si è intrufolata una mano sotto il tessuto della gonna per scostarsi
di lato le mutandine e le hai sondato il pube con la punta dei
polpastrelli. I crampi nello stomaco si sono moltiplicati a
dismisura e, in ultimo, non puoi che precipitarti in bagno per la
seconda volta nell’arco di quella tetra giornata piovosa.
Che fatta cosa! Il pomeriggio avanzava
morbosamente, il temporale turbinava vorticando nel cielo, rombi di
tuoni lontani si attardavano e rincorrevano tra nuvoloni di metallo,
giochi di luce lampeggiante si scorgevano dalla finestra del bagno,
il vento impietoso spazzava e si accaniva sulla cima degli alberi e
sul resto della campagna che si estendeva a profusione dietro alla
casa dei nonni. Ti sei intrattenuto a lungo nel gabinetto,
inchiodato al davanzale della finestra, con il cardo puntato nel
water, ma la tanto pressante pipì non si è fatta sentire e infine
hai convenuto che non si sarebbe neanche presentata all’agognato
appuntamento. Quando sei tornato nella sala, aveva l’aria indubbia
di voler confessar qualcosa. Riconosci immediatamente la sua tipica
espressione, contrita e mortificata, che le aleggiava sul volto come
uno spettro. Sapevi che non dice mai nulla, nemmeno ciò che le passa
per la testa, se prima non le si rivolge almeno una parola, e per
questo le hai rivolto la più spontanea delle domande.
“Cosa?”.
“C’era un tre per terra”.
“Mio o tuo?”.
“Mmh”.
“Pazienza, mettiamolo da parte per dopo.”.
Ricambi il suo timido sorriso d’intesa e vi
rimettete a giocare. Cinque, quattro, quattro, cavallo, re, asso;
fante: non stava più nella pelle per la smania di vincere. Per poco
non ti senti esplodere dentro, mentre scivola con le dita sull’asta
rigida del tuo pene tormentato, e le gambe come grappoli di bustine
di tè si sono contratte, quando ti ha cinto i genitali ancora
prematuri con la mano. Sei dovuto ritornare di corsa al gabinetto.
“Aspetta, debbo correre sennò me la faccio
addosso.”.
Non ti sei neppure riabbottonato la patta,
durante la precipitosa fuga verso il bagno, perché l’impellenza
della tua necessità risultava urgentissima, ma la traditrice pipì
non è arrivata per niente e quel bisogno frustrante si è pian piano
come dissipato. Quando hai fatto ritorno nella sala del camino l’hai
vista più che mai imporporata sulle guance, aveva gli occhi
stranamente luccicanti ed era prontissima a riprendere il gioco.
Re, due; cavallo, cavallo: ti ha mostrato il
petto per ben più di quattro secondi e non hai potuto evitar di
notare come i suoi capezzoli figurassero turgidi e rosei. I brividi
ti formicolano nelle ossa come insetti brulicanti e zampettanti, il
sangue gorgheggia nelle vene come acquavite che scende a piombo giù
per la gola secca e dolorante.
Asso; tre; fante, due; re, cinque: ti ha
mostrato le mutandine, hai assaporato meglio le tenere pieghe
dell’inguine e come l’elastico rimanesse inghiottito
nell’attaccatura delle sue già solide gambe. E l’incantevole
ombreggiatura che s’intravvedeva al centro delle sue bianche
mutandine... Un vuoto senza tempo ti colma il cervello e in un lampo
ti senti ottundere la mente. Tre; sei, quattro, fante: il tuo
mazzetto si stava rimpolpando e ricostituendo. Ti mostra la sua fine
lanugine castana chiara, assai chiara, quasi di un biondo scuro, e
un brivido rotolante ti scuote e solletica fin nelle radici dei
capelli. Asso; fante: le hai palpato una tettina e cipollato un
capezzolo.
Nella fretta di riprendere il gioco per poco il
mazzo non le sfugge di mano. Raccoglie un paio di carte e le mette
di sotto. Asso; tre; due; sei, cinque: le hai a malapena sfiorato la
fine peluria sulla montagnetta del pube che ha subito rilasciato
l’elastico delle mutande. Cavallo, sette, cavallo, quattro, due;
sette, sei: ti mostra le tettine ma si dimostra alquanto impaziente
di continuare. Re, sei, cinque, sette, re, cinque, due; sette,
cavallo: ti mostra di nuovo le mutandine. Fante, fante, tre; asso;
asso; re: si cala la biancheria dabbasso e le creste sporgenti della
sua fessura intima ti appaiono lucide. Il tuo respiro si ingrossa, i
serpenti ritornano a mordere nelle budella, il suo faccino pare
triste e sconsolato. La sorte le si rivelava avversa, il suo
mazzetto si stava esaurendo.
Fante, cavallo, quattro, quattro, sei, quattro,
tre; cinque, re, due; fante, asso: ha finito le carte e hai vinto,
più o meno. Vi siete ritirati nell’angolo più imboscato della
stanza, le hai sollevato il maglione sino al mento, l’hai osservata
liberamente e con meraviglia, e per un minuto abbondante si è
sostenuta il maglione in posizione fino alle ascelle. Hai ottenuto
una vittoria memorabile, ti spettava del tempo supplementare. Le hai
fissato intensamente la forma rotonda delle piccole mammelline,
gliele hai tastate voracemente e con fervore, e proprio alla fine le
hai passato un dito sulla corolla dei capezzoli. Ti sentivi ardere
come un arco voltaico, qualcosa nell’addome sembrava in procinto di
schizzare. Sei dovuto volare in bagno nuovamente.
Porcaccia, che due maroni! Ti sei persino
seduto sulla tazza del gabinetto per facilitarti nel compito, però,
fantasmi isolati d’immagini fluttuanti persistevano a galleggiarti
davanti agli occhi e non una sola stilla di pipì era fuoriuscita
dalla testa del tuo cardo ritto e paonazzo. Ricordi e quasi rivedi
l’abbozzo del seno, i capezzoli rosei, l’accenno di peluria fra le
gambe della tua cuginetta.
(11)
Il temporale autunnale si prolungava e non
accennava a diminuire minimamente, e un firmamento di scintille
negli occhi si irradiava dal suo viso nella stanza, quando frustrato
e abbastanza perplesso hai fatto di nuovo ritorno nella sala. Ti sei
seduto al tuo posto. A chi vinceva spettava la ricompensa di vedere
e toccare, a chi perdeva toccava la pena di fare le carte, perciò
l’inizio del gioco rimaneva a rotazione e non al vincitore della
partita precedente. La Cugina per eccellenza ha mischiato e
distribuito le carte in fretta e furia.
Due; cinque, sette: hai incassato la prima mano
ripetutamente, portava fortuna o sfortuna? L’hai vista appoggiarsi
di peso allo schienale della sedia, l’hai vista afferrarsi l’orlo
inferiore del maglione e sollevarselo fin sotto alla gola contratta.
Il colorito ora rosa-arancio della pelle dei suoi piccoli seni
rotondi sfumava e degradava in quello più marcato della corolla dei
suoi capezzoli di un roseo intenso e scuro. Qualcosa ti si rimescola
nella pancia e non puoi farci nulla, ti fa lo stesso effetto tutte
le volte che ci pensi. Si riabbassa il maglioncino dopo pochi
secondi e recupera il mazzetto velocemente.
Due; re, tre; quattro, quattro, sette: ha
ritirato dal tavolo la sua vincita, eravate praticamente alla pari.
Hai posato le carte sul tavolo e ti sei sollevato il maglione sino
al collo, un brivido viscerale ti percorre lungo gli intestini al
tocco avido del suo sguardo eccitato. Conti ad alta voce per il
tempo necessario e ti riaggiusti sulla sedia. Riprendi le carte e vi
rimettete a giocare.
Sette, sei, quattro, fante, asso; fante:
incassa e vince nuovamente. Ti scosti dalla tavola e ti alzi, ti
sbottoni la patta e cali i pantaloni con calma fasulla e trepidante.
Il pene rabbioso intanto spingeva e pulsava in un tormento piuttosto
ansioso e morboso. Aspetti e conti ancora una volta per lo spazio di
una mezza dozzina di momenti, prima di riassettarti e sederti.
Cinque, sei, cavallo, asso; cavallo: hai vinto
ed eravate di nuovo, grossomodo alla pari. Scosta un po’ la sedia e
si alza, si fa scivolare le palme vellutate sul tessuto della gonna,
stringe le dita sul bordo della cucitura in basso e se la solleva
fino in vita senza nessuna esitazione. Un’ombra incantevole spiccava
e si scorgeva nel mezzo di quelle bianche mutande, ghiotte pieghe di
carne ingurgitavano gli elastici nel suo inguine, una macchiolina
forse di pipì attraeva il tuo sguardo all’altezza della sua fessura
intima e sporgente. Senti i pori della pelle dilatarsi in un ansito
faticoso, i pensieri nella mente iniziano a turbinare
vorticosamente. Finisce di contare sulle dita di una mano e si
rigoverna i vestiti, si siede abbrancando al volo il proprio
mazzetto per continuare.
Sette, re, asso; cinque: ritiri la vincita e
metti le carte di sotto. Sabrina torna a sollevarsi sulle gambe e si
rialza la gonna, infila i pollici tra i fianchi e l’elastico della
cintura delle mutande per calarsele giù alle ginocchia. La peluria
sottile e morbida sul suo pube scintilla, il cicciolo della fessura
barbaglia, le sue creste esterne si direbbero lustre e collose. I
serpenti nello stomaco tornano ad aggrovigliarsi e contorcersi,
mentre rapida conta qualche numero ad alta voce. Si china poi e si
riassetta, si rimette seduta e riprende le carte frettolosamente.
Quattro, cinque, fante, sei, tre; re, cavallo,
cavallo: vinci e incassi un’altra volta. Ti genufletti ai suoi piedi
come un innamorato che chiede in sposa la sua amata, e la cosa non
sembra dispiacerle. Ti sorride e ti rivolge uno sguardo giulivo,
frattanto che allunghi una mano verso di lei, si apre un varco nel
maglioncino per permetterti di insinuarti nel calore e
nell’agevolezza. Con le nocche le sfiori il ventre irrigidito e
teso, rigiri le dita e con la punta dei polpastrelli le palpeggi le
tettine polpose ed elastiche, nel ricordo le trastulli un capezzolo
turgidissimo. Morsi terribili nella bocca dello stomaco. Eh no,
basta! A costo di pisciarti addosso, non ti saresti precipitato al
gabinetto per non sai più neanche qual numero di falsi allarmi
consecutivi. Sottolineando e rimarcando la sua fiducia incrollabile
e la sua disponibilità pressoché assoluta, aveva inarcato la schiena
e socchiuso le palpebre, e non aveva nemmeno contato, lasciando a te
il merito di non abusarne. Un paio di toccatine di troppo ci sono
scappate, lo rammenti benissimo. In ultimo, ti distacchi dall’aria
sognante che la circonda, ti rimetti seduto al tavolo e la vedi come
accalorata e riscossa. Recuperate i mazzetti e riprendete a giocare
con rinvigorito e fresco entusiasmo.
Tre; tre; asso; fante: hai vinto per l’ennesima
volta di seguito. Vi alzate entrambi dalla sedia e ti accosti al suo
corpicino allungato, infila una mano al di sotto della gonna per
spostarsi da parte le mutandine, la cingi da un fianco e ti pieghi
in avanti per intrufolarti con gentilezza. Le passi la palma sulla
montagnetta del sesso e la soffice lanugine risulta umida, con il
polpastrello del medio le percorri il cicciolo della fessura che ti
si presenta attaccaticcia e viscida. Un gemito sommesso le sfugge
dalle labbra e, laggiù, una contrazione inattesa le fa lisciare le
creste sporgenti sul tuo dito. Qualcosa dentro si spacca, si lacera,
pare rompersi ed implodere, almeno questa è l’impressione che ti si
smuove nelle viscere. Hai dovuto sbrigarti per raggiungere il bagno.
“Non muoverti che vado e ritorno di corsa!”.
Sporadici lampi persistevano a schioccare nel
cielo, pigri brontolii tonanti non smettevano di rincorrersi di
tanto in tanto, pesanti nuvole grigio
peltro vorticavano lassù in alto, e il picchiettio costante di una
pioggia torrenziale continuava a cadere sul cortile e sulla
campagna circostante. Non era possibile. Un tormento di sofferenza
assillante si gonfiava e sgonfiava nelle palle, l’uccello ritto e
arrabbiato non voleva sentirne affatto di calmarsi, l’insopportabile
pipì non si scomodava neppure di mostrarsi in una sola e misera
gocciolina. Vacca boia! Infine ti allontani dal vetro della finestra
che sormonta il water, iperteso e sempre più frustrato sei tornato
nella stanza del caminetto.
Ti stavi sedendo alla tavola del salotto quando
la porta della cucina si schiude e il volume del televisore schizza
e rimbomba nelle orecchie.
“Volete fare merenda?”.
La guardi per sapere quel che ne pensa.
“No.”.
“Sicuri?”.
“Sicuri!”.
Raccogliete le carte e la porta si richiude e
si riapre.
“Tenetevi pronti che fra un po’ si va a casa.”.
Vi guardate negli occhi e subito la più
semplice delle domande giunge in un’eco comune.
“Perché?”.
“Perché di sì.”.
“Ma, non possiamo restare?”.
“Non oggi!”.
Disarmati recuperate i cocci delle vostre
emozioni e, finché c’è tempo, pian piano riprendete il gioco con
rinnovato slancio.
Sei, re, due; sette, quattro: incassi e vinci.
Posa le carte e si solleva il maglione, e la temporanea sconfitta
inflitta dalla porta della cucina era sì bastata a lenire la
tensione che evidentemente gravava su ambedue, però, un rapido
scorcio dei semini rosa sull’abbozzo delle sue mammelline è stato
più che sufficiente per farti torcere le budella in modo
esasperante. Quasi contemporaneamente impugna le carte e si tira giù
il maglione.
Due; quattro, tre; sette, cinque, due; re, due;
cavallo, asso; fante: hai vinto di nuovo, e il suo mazzetto iniziava
a scarseggiare. Si raddrizza sulle gambe e si solleva la gonna.
Brividi insofferenti ti si sparpagliano nelle ossa. Scosta di qua e
sposta di là, gli elastici del fondo delle mutande le si sono
intrufolati nella fessura e le sue sporgenze intime vi si
aggrappano, strettamente, come un bimbo spaurito che abbraccia per
il collo il suo orsacchiotto. Ciuffetti sparsi di peluria rorida le
fuoriescono dai bordi abbrancicati nel mezzo. Il pene richiedeva
attenzione con urgenza, i genitali urlavano in cerca di sollievo, le
unghie che si conficcavano nelle palme, le mani che si muovevano in
preda a un prurito folle. Rilascia la gonna e si lascia piombare
sulla sedia.
Cavallo, asso; sei: vince e si esalta
immediatamente, contava in una rimonta pari alla tua. Sposti la
sedia e ti raddrizzi sulle gambe, riapri la patta e ti abbassi
pantaloni mutande in un sol colpo. La testa paonazza del tuo uccello
beccheggiava nell’aria in lievi scatti irregolari e rabbiosi, gli
occhi della Cocca si sgranavano nell’osservarlo. Nel frattempo, una
sofferenza esigente impelleva e tiranneggiava nelle palle
dolorosamente. La tua conta mentale si è protratta ben oltre il
limite, ti sistemi e riprendi posto al tavolo.
Fante, cinque, quattro, cinque, sei, asso;
sette: appoggi il grosso mazzetto sulla vincita distrattamente. Ti
si leva innanzi e si avvicina, risolleva la gonna e se la schiaccia
e trattiene sull’addome con una mano. Con le dita della seconda si
cala le mutande, faticosamente, prima da un lato e poi dall’altro.
Vedi distintamente gli elastici imprigionati nel sesso della sua
fessura tendersi e cedere dall’abbraccio delle sue creste imberbi,
osservi con affanno la sua fine lanugine in apparenza rugiadosa e
castana-bionda. Il respiro veniva a mancare, i polmoni dolevano per
lo sforzo di inspirare, le dita prudevano per la voglia di allungare
le mani. Si riaggiusta gli indumenti e si risiede dopo parecchio.
Re, sei, sette, asso; cavallo: giubila e vince.
Posi le carte e ti inalberi, portandoti di fronte a lei in un lampo,
schiudi una breccia nel maglione per facilitarle il passaggio delle
mani e cominci a contare. Uno-due, le sue palme come ortiche sulla
pelle, tre-quattro-cinque, le sue dita come ghiaccio bollente sui
capezzoli. Ritira le mani in una carezza delicatissima, ti risistemi
e ti tuffi di sedere nella sedia.
Cavallo, cavallo, cavallo, re, asso; tre;
sette, sei, re: hai vinto definitivamente. Si trattava di una
vittoria non particolarmente eclatante, ma trenta o quaranta secondi
di tempo ti spettavano comunque. Sulla mensola del camino al centro
della parete esterna della sala la pendola scandiva ogni singolo
istante, fuori la pioggia rintoccava a goccioloni sui vetri delle
finestre, fulmini e tuoni distanti fungevano da metronomo. Avete
raggiunto l’angolo più strategico della stanza. La tua cuginetta si
è rialzata la gonna e si è abbassata le mutandine. Le hai passato la
palma di una mano sulla giovane peluria inspiegabilmente umida e
bagnata. Le hai fatto scorrere le dita sul cicciolo del clitoride e
sulle sporgenze delle piccole labbra crestate e sbrodolanti. La zona
bassa del ventre ha preso a ondeggiarle ritmicamente,
automaticamente, istintivamente, inconsapevolmente,
involontariamente, spontaneamente, regolarmente, voluttuosamente sui
tuoi polpastrelli. Un delirio fumigante ti sale al cervello e nel
profondo qualcosa vuole assolutamente esplodere e schizzare. Una
manina dolcissima ti struscia la patta, una lievissima vena di
audacia stava fiorendo appena in lei.
Sei dovuto scappare in bagno ancora una volta.
(12)
Quando hai fatto ritorno nel clima ipereccitato
della sala, le sue mani sono scattate da sotto il tavolo
immediatamente. L’intensità del temporale che gravava sulla campagna
di quell’uggioso giorno d’autunno cominciava a diminuire
sensibilmente, e tuoni e lampi si rincorrevano ormai lontanissimi e
di rado, ma la pioggia sempre tamburellava sulle trasparenze delle
finestre e il vento ancora spazzava cielo e terra ininterrottamente.
Ti sei seduto al tavolo. Aveva composto un paio di mazzetti da venti
carte ciascuno, carta più carta meno. Avevi proposto qualche
alternativa per accelerare i tempi e prolungare la durata del
momento e, Sabrina, subito si era mostrata entusiasta e d’accordo
all’idea. A lei scoprire la prima carta.
Due; cinque, sei: aveva ottenuto una vincita
modesta, avete concordato per venti o trenta secondi. Vi siete
sollevati in piedi. Vi siete avvicinati. Ti ha sollevato il maglione
rispettosamente, te lo sei tenuto stretto all’altezza delle spalle.
Con mani esitanti, frementi, umidicce, forse sudaticce, ti ha
carezzato l’intera superficie scoperta sul davanti del busto. Gli
occhi scintillanti, le piccole mani vellutate, le palme calde e
morbidissime, l’ortica insita nel tocco delle dita, i suoi
polpastrelli dolci e delicati, e il pelo tenero e urticante che si
spostava piano sul tuo petto. Un brulichio mordace ingigantiva
frattanto nel ventre, un eritema pruriginoso ti si diffondeva nel
corpo e nel sangue. Infine, la tortura giunge al termine e ti
ricomponi. A lei pure la seconda mossa.
Cavallo, quattro, tre; cinque, fante, asso;
cavallo: avevi guadagnato una vincita soddisfacente, non poteva che
spettarti almeno un minuto pieno a disposizione. Hai accostato la
tua sedia alla sua. Le hai sollevato il maglione lentamente,
gentilmente, e se lo è mantenuto fermo con il mento e con le mani.
La schiena abbandonata contro lo schienale della sedia, la bocca e
le palpebre socchiuse, le guance minute e paffutine accalorate ed
imporporate, la forma rotonda dell’abbozzo delle tettine, il colore
rosa-arancio della pelle, quello intenso e marcato delle corolle
lievemente più scure del resto, e la punta rosea dei suoi capezzoli.
Protendi le grinfie per tastare la consistenza pongosa, polposa,
elastica delle sue mammelline, e la rigidità di quelle sue puntine
rosa sulla cima. Hai faticato parecchio per non scoppiare in una
pisciata tremenda nelle mutande e la cosa iniziava a farsi
preoccupante. Si è poi sistemata e ti sei riportato al tuo posto. A
te il principio della terza mano dell’ultima partita.
Sei, re, quattro, sei, sette, asso; due; fante,
due; quattro, tre; cavallo, cavallo, re: ti eri conquistato una
vincita magistrale, ti toccava per forza un buon minuto e mezzo di
tempo e perfino oltre. Vi siete raddrizzati sulle gambe, vi siete
scostati un po’ da parte. Le hai sollevato la gonna, si è tirata di
lato le mutande. Le hai intravvisto a malapena la peluria
luccicante, fine e sottile, arricciolata e castana-bionda sulla
montagnetta di venere. Rilassi gli artigli e ti allunghi verso la
sua lanugine morbida e soffice, bagnatissima. Gliela hai palpata
appena per un paio di volte, quando l’eco soffocato del volume della
televisione che gorgheggiava dalla cucina schizza alle stelle
all’improvviso. La Cugina per eccellenza si è ricomposta in un
istante.
“Allora, siete pronti che si va a casa?”.
Protestare non è servito a nulla.
“Su, su, lasciate lì tutto che se non ne
approfittiamo adesso che è calata la pioggia...”.
Battito di mani nell’androne al di là della
porta.
“Dai-dai, correre.”.
Un solo sguardo era stato più che sufficiente
per sapere che la cosa sarebbe rimasta tra di voi. E non molto tempo
dopo avevi scoperto che non era affatto la pipì ad urgere di
schizzar fuori con prepotenza.
Frammenti della pubertà.
Con la pubertà si è svegliata, notevolmente, ed
è sbocciata come una farfalla dalla sua crisalide.
La quinta elementare era finita e passata.
L’autunno e l’inverno erano ormai trascorsi. I genitori della Cocca
avevano trasferito altrove il domicilio durante l’estate precedente
e non frequentavate più nemmeno la stessa scuola. Ma non avete perso
i contatti né smesso per nulla di vedervi. Il vostro legame era
troppo grande, e la casa di campagna dei nonni rimaneva un luogo
familiare, libero e franco, accessibile e comune per entrambi e per
chiunque. Inoltre, di tanto in tanto, non mancava l’occasione di
condividere insieme piacevolissime e spensierate vacanze in diversi
periodi sparsi nel corso dell’anno.
Dapprima e da qualunque prospettiva, Sabrina,
continuava a mostrarsi ancora esitante, vergognosa, reticente e
tentennante, nonché fifona e timorosa, ma non smetteva di
dimostrarsi poi irriducibile e fiduciosa, sorprendente e vulnerabile
nel medesimo tempo e si rivelava davvero a te soltanto, apertamente
e come non mai prima di allora. Rammenti per un lungo istante in
qual modo adorante, venerante, idolatrante, remissivo, sottomesso,
arrendevole, docile e asservito, rispettoso e assoggettato, dimesso
e soggiogato la sorprendevi a fissarti e rammenti quanto risultasse
facilmente contagiabile dal tuo entusiasmo. Con tutta l’ingenuità
possibile, si presentava pronta a tutto pur di non darti dispiacere;
e quando non riusciva a farti piacere, non poteva che non sentirsi
in colpa per questo semplice e sciocco fatto. Ricordi benissimo
quell’espressione, contrita e mortificata, così tipica sul suo
visetto nella vostra memorabile fanciullezza. In conclusione,
studiarvi e riscoprirvi stava diventando una missione santa, un
gioco morboso e pazzesco, una vera ossessione reciproca.
Il legame che vi
univa figurava onnipresente. Era questi un legame eterno, che
dividevate e si sviluppava sin dall’infanzia. Il vostro non era il
genere di legame che esiste fra una marionetta e il burattinaio; era
un vincolo speciale, sacro. Il vostro legame si traduceva in
qualcosa di unico, tanto da rendere spesso inutili le parole: uno
sguardo furtivo, un minimo cenno del capo, un fugace sorriso,
un’alzata di spalle accennata appena, non occorreva molto altro per
comprendervi al volo. I semi della
malizia instillata dagli adulti iniziavano a sbocciare ora nel
profondo del pensiero e nella sua mente. Riuscivi a leggerglielo sul
volto chiaramente, senza sforzo nessunissimo.
Emozioni incontrollabili, fantastici e
fantasiosi sogni ad occhi aperti, e talvolta passioni assai
difficili da gestire, si spandevano e traboccavano da lei
ininterrottamente.
I suoi repentini exploit si stavano facendo
sempre più frequenti.
Il campo-base perdurava negli anni, ma era
diventata dimora fissa dei cuginetti meno ciroli e pertanto si
rendeva inutilizzabile per la maggior parte del tempo. Il campo due
era sorto e crollato nel giro di qualche mese; e sempre di nuovi ne
prendevano il posto durante il ciclo di tutte le stagioni
successive. Il campo tre era una sorta di spiazzo naturale che
richiedeva ben poca manutenzione, invece, per quel che riguardava il
quattro e il cinque provvedevate al rapido ripristino nello scorrere
di ogni singola e calda estate. Però il più segretissimo rimaneva
tuttora il campo sei.
Da un pezzo avevi già finito di mangiare e
Sabrina sarebbe arrivata a momenti. Nugoli di rondini volteggiavano
nel cielo azzurrissimo, il sole risplendeva come per incanto sulla
cima dei numerosi frutteti in fiore, la campagna figurava chiazzata
di campi pettinati dolcemente. Razzolando insieme ai polli, nel
rusco che si ammucchiava dietro il fienile, alla ricerca dei vari
tipi di tesori che talvolta vi è capitato di rinvenire, hai
recuperato una scassata e vecchia macchinetta fotografica. Te la sei
infilata in tasca. Hai aguzzato le orecchie: qualcosa ha destato la
tua attenzione. Il rumore delle ruote di una macchina che
sopraggiungeva scarrozzando lungo lo stradone che conduceva
costeggiando il canaletto fangoso. Ti sei avviato innanzi a casa.
I nonni abitavano nell’edificio principale che
svettava al centro della massiccia costruzione in pietra nuda, una
seconda abitazione diroccata si ergeva dallo stesso lato
dell’imponente albero che guardava sul fienile, magazzini e garage
si protendevano verso lo stradone che laggiù in fondo si diramava a
gomito per affiancare il canaletto. La più eccellente delle
cuginette stava smontando dal sedile dell’auto, quando, finalmente,
hai messo piede nel cortile che si estendeva di fronte alla porta di
casa. La Zia Nilla teneva d’occhio un paio di piccolini, che
giocavano rincorrendo la palla nel prato, e se ne restava piegata
sul finestrino aperto per scambiare alcune chiacchiere con i suoi
genitori. Saluti e convenevoli. Quasi subito dopo, Grazia, si
raddrizza e la macchina riparte poi in retromarcia. Una miriade di
raccomandazioni.
Incroci gli occhi della tua cuginetta e un
raggio di luce le brilla sul viso, non avevi mai notato prima il
modo in cui i capelli le si arricciolavano sulle spalle. In silenzio
e senza parlare, le mostri le cinque dita della mano sinistra e il
pollice della destra. Annuisce e ti rivolge un sorriso di tutta
comprensione. Il senso del messaggio era stato inequivocabile; ci
ritroviamo all’entrata del campo sei. Si gira e scatta di corsa in
direzione dei garage. La osservi per un istante: uno scoiattolino in
gonna e camicetta, in fuga che correva. Ti volti e ti precipiti
dalla parte opposta. Ignorando i latrati eccitati del cane da caccia
legato all’albero, raggiri il lato diroccato della costruzione di
campagna dei nonni. Ti sei acquattato al riparo del pozzo
nell’angolo, hai atteso che Sabrina ti raggiungesse.
“Di qua non c’è nessuno e di là?”.
“No.”.
“Devo farti vedere una cosa che ho trovato,
vieni.”.
Hai forzato appena la porta fatiscente che
permetteva di entrare dal retro dell’edificio in rovina e cadente,
in fretta vi siete intrufolati al suo interno. Fiaschi e damigiane,
sedie rotte e cianfrusaglie di tutti i generi si pigiavano sopra e
sotto a mobili pericolanti. Ragnatele preistoriche e polvere di
secoli appestavano dappertutto, di tutto si presentava cosparso sul
pavimento e non un solo centimetro quadrato risultava sgombro. Come
sempre, la Cocca ti si stringe al braccio. Hai richiuso la porta
sgangherata per quanto possibile. Aiutandola ad avanzare, per puro
istinto ti sei fatto largo tra cocci e bottiglie, infine sei
riuscito a trascinare entrambi ai piedi dello scalone di legno
rinsecchito e screpolato. Evitando gli scalini rotti e marci, e
senza reggervi alla ringhiera traballante, vi siete portati al piano
superiore. Sapevate che, probabilmente, quello scalone marcescente
non avrebbe retto al peso di un adulto e perciò il vostro
nascondiglio si dimostrava il migliore custodito; sapevate anche che
il posto era quello maggiormente proibito, ma, proprio a causa di
questo, si rivelava pure il luogo più adatto per un campo segreto.
Neppure il più audace dei cuginetti più grandi e coraggiosi vi si
sarebbe spinto nemmeno se invitato.
Il piano superiore era spoglio, le pareti
apparivano scalcinate e, gli scuretti scardinati si richiudevano in
malo modo o mancavano totalmente, i pavimenti di parecchie stanze si
ripiegavano nel mezzo come una grossa pozzanghera asciutta. La prima
volta che vi ci siete addentrati, in cerca di avventure che non vi
hanno mai tradito, la zona si è svelata sicura e perfetta. Lasciava
il privilegio di sbirciare ovunque, attraverso le finestre
disastrate, e forniva la minaccia del fascino misterioso di un
rifugio di prim’ordine. Stagliata contro la parete come una farfalla
su uno spillo, c’era una figuretta terrorizzata che si muoveva mano
nella mano con la tua. Strisciando di piatto lungo il muro scrostato
e malridotto, avete raggiunto l’ultima camera. L’unica a possedere
il pavimento diritto e dall’aspetto palesemente solido e robusto.
Lo scheletro della rete di un lettino
arrugginito pareva abbandonato in un angolo, assi scheggiate e
fantasmi di stracci sembravano gettate in un altro, due sedie logore
e malandate si scorgevano fra voi e la finestra, una cassetta
ribaltata per la lunga faceva da tavolino. Decisamente, quella
stanza si manifestava il campo più accogliente e funzionale. Ti sei
avvicinato alla finestra e lei ti ha seguito spontaneamente. Ti sei
premurato di controllare all’esterno e poi hai estratto dalla tasca
la macchinetta fotografica per mostrargliela. Le hai raccontato come
e dove l’avevi trovata: è rimasta con la bocca spalancata per tutto
il tempo, gli occhi fissi sulla scatoletta scassata che tenevi in
mano, quasi che le avessi mostrato un gioiello di valore
inestimabile.
“Ti va di giocare alla Fotomodella?”.
Il volto le si illumina immediatamente, lo
sguardo le si è colmato di scintillante meraviglia.
“Sì!”.
Per sicurezza e con somma cautela, ti sei
affacciato nuovamente ai battenti della finestra. Uno scuretto
ricordava il disegno di una storica colonna abbattuta, e piegava
all’indentro precariamente, il secondo non era in condizioni molto
migliori. Per meglio consentire al chiarore di quell’assolato
pomeriggio di penetrare più facilmente nella camera, hai scostato
ulteriormente il meno peggio di quegli scuretti cigolanti. Ti sei
poi diretto al mucchio di vecchie assi affastellate alla rinfusa
nell’angolo in fondo della stanza, hai pescato dal mezzo una
sportina che butti sulla rete del letto dimenticato alle tue spalle.
La Cugina per eccellenza ne estrae una coperta che distende con cura
sul letto. Frattanto, ti chini sulle ginocchia e sposti di lato
diverse assi, smuovi e rimuovi dal pavimento alcuni mattoni, metti
da parte il giornaletto pornografico e raccogli da sotto il
voluminoso catalogo di acquisti di abbigliamento per corrispondenza.
Ti rialzi e vai a sederti accanto a Sabrina sulla rete del letto
ricoperto e rifatto.
Per un po’ avete sfogliato e commentato le
pagine del catalogo. Clic, Clic, Clic, Clic, Clic; per un bel po’
siete sprofondati nei recessi del vostro gioco. Lei in piedi,
seduta, inginocchiata o sdraiata che cambiava posa incessantemente,
e tu che le volteggiavi intorno per immortalarla nella fantasia,
inquadrandola da tutte le angolazioni possibili, finché la moda
dell’estate non è giunta al termine: vi siete ritrovati nella luce
della finestra, seduti sulle sedie instabili e fruste, con il
catalogo aperto sul tavolino all’indice della biancheria intima.
“Mi piacerebbe fare queste”.
“Mmh”.
“Lo so che non si può, ci vorrebbe uno dei cosi
della Nella”.
“Ce l’ho!”.
“Che cosa?”.
“Sì, insomma, il reggipetto, ce l’ho indosso.”.
“Davvero, veramente?”.
“Sì.”.
“Allora le facciamo.”.
Solo adesso sembra accorgersi e si imporpora
sulle guance.
“Vuoi scherzare, mica ti vergognerai?”.
Le hai rivolto un sorriso incoraggiante, e
tanto bastava per farle accantonare qualsiasi dubbio.
“No.”.
Solleva il mento e comincia a sbottonarsi il
più in alto della fila dei bottoncini sul davanti della camicetta.
Poi si slaccia i polsini delle maniche e qualcosa sul di dietro
della gonna. Si rialza dalla sedia, e senza farle toccare il
polveroso pavimento, si sfila la gonna prima da un piede e poi
dall’altro. Indecisa, sceglie di andarla a ripiegare sulla coperta
distesa sulla rete del letto. La segui e ti ci siedi sopra, con la
scatoletta rotta tra le dita, mentre un groppo ti si stringe nello
stomaco. Innocentemente passionale, raddrizza la schiena, finisce di
sbottonare la camicetta ed esitante se la toglie. Le innumerevoli
corse, e le folli arrampicate della vostra fanciullezza, le hanno
forgiato l’aspetto del corpo: la struttura ossea allungata e
delicata, la muscolatura solida e levigata. Il cuore ti fa un balzo
improvviso che lo porta dalle parti del pomo d’Adamo.
Si era tolta i vestiti del giorno di scuola:
ora, davanti a te, indossava soltanto un piccolo reggiseno bianco e
gli slip. Avevi l’impressione di non avere mai visto niente di così
chiaramente delineato: le spalle rosate dal sole con qualche efelide
dorata sulle braccia e sul petto, la curva rosa-arancio del seno
sotto la bretellina, i capelli lunghi che le scendevano sulle
spalle, come una macchia arricciolata di luce illuminata da dietro,
la curva aggraziata delle sue ciglia quando batté gli occhi...
Cercasti di non rimanere a bocca aperta come uno sciocco quando
passasti lo sguardo sulla curva del suo fianco e sulla coscia piena,
sulle caviglie sottili con ancora i calzini bianchi... Si scosta un
ciuffo spiraleggiante dalla fronte, spensieratamente,
meccanicamente, mette la camicetta sul fagottino della gonna e ti
sorride. Un brivido sfrigolante ti si diffonde dagli intestini fin
nella corteccia cerebrale.
Riprendere il gioco non è stato facile, però
nulla al mondo avrebbe potuto impedirti di saltellarle attorno come
il cavalluccio della giostra di un carillon. Clic, Clic, Clic, Clic,
Clic; sei rimasto affascinato dal riquadro di schiena formato dal
cinturino del suo reggiseno e dalle bretelline, dalla forma
arrotondata delle sue scapole all’interno di quello spazio di pelle
rosa-arancio, dal serpentello della spina dorsale che si srotolava
giù per la sua vita snella; sei rimasto spiazzato dalla cintura di
quelle mutandine ridotte che le cingevano il bacino, dalla stoffa
candida che le avvolgeva i suoi glutei minuti, dalla linea
longiforme delle gambe, dalla curva armoniosa dei polpacci; sei
rimasto sconvolto dall’estensione lunga delle cosce, dal triangolo
bianco degli slip osservati da vicino, dagli elastici affondati
morbosamente nell’inguine, dall’ombreggiatura evidente all’altezza
del suo pube; sei rimasto stravolto dall’ombelico incantevole e dal
suo ventre liscio, teso ed elastico, dal modo seducente con il quale
le sue tettine appena accennate riempivano le coppettine del
reggiseno, e dal modo in cui la punta rigida dei suoi capezzoli
premeva con forza contro il tessuto che veniva tirato all’insù,
mentre si tratteneva i capelli sulla cima della testa con le mani:
il pene doleva tremendamente, le palle minacciavano di scoppiare,
eppure avresti voluto spingerti oltre dannatamente e furiosamente,
quando avete esaurito le immagini da simulare del catalogo. Ti
fissava con gli occhi ricolmi di affettuosa benevolenza, con lo
sguardo traboccante di ingenua speranza.
Ormai sapevi bene di potere esercitare un tale
ascendente su di lei da renderla disponibile a tutto. Un semplice
sorriso, una piccola rassicurazione verbale o poco più, e saresti
riuscito in qualunque intento, indubbiamente, ma, ormai sapevi anche
con certezza quanto fosse fiduciosa e completamente dipendente da
qualsiasi tua decisione e (ciononostante) non volevi abusare della
sua fiducia incrollabile. Forse, è chiaro che non volevi
assolutamente rischiare di incrinare il formidabile rapporto che vi
stava legando come una cosa sola sin dall’infanzia. Una manciata di
secondi era trascorsa. Ti osservava in silenzio, tentennante e con
amore, si stringeva nelle spalle, si mordicchiava il labbro
inferiore della bocca, si capisce che qualcosa le rodeva sulla punta
della lingua.
Ma non si sarebbe pronunciata se non stimolata.
“Dimmi.”.
“No, insomma, pensavo solamente che, se vuoi,
possiamo...”.
Il lamento rumoroso di una macchina
scarrozzante che avanza sullo stradone che accompagna il canaletto
fin dietro casa vi salta alle orecchie e la interrompe.
“Chi è che arriva?”.
“Credo che sono la mia mamma e il mio papà, che
mi sono venuta a portar via”.
Vi fissate negli occhi per un attimo. Recuperi
al volo il catalogo dalla cassetta-tavolino, intanto che lei si
riveste frettolosamente, rimetti tutto nel nascondiglio e lo
riassesti alla buona, ficcate coperta e macchinetta nella sportina e
la getti nel mucchio, la prendi per mano e tornate dabbasso con una
frustrante cantilena che ti ronza nella mente come un disco rotto.
La prossima volta, la prossima volta, la prossima volta, la prossima
volta, la prossima volta. Stavate crescendo e vi stavate
smaliziando.
(2)
Non c’era affatto nulla di strano nel vostro
comportamento eccessivamente intimo. Basti pensare che sin da
sempre, la Cocca, nutriva la paura di ciò che non si vede e da
quando avevano iniziato a spegnere le luci e vi avevano confinati
ognuno nel proprio lettino, nella stessa camera della Zietta, avevi
dovuto stringerle la mano nel buio per rassicurarla, sinché non si
addormentava, e lo avevi fatto regolarmente e con piacere fin quasi
alla pubertà. Quindi, il vostro morboso bisogno di uno stretto
contatto fisico veniva scambiato per innocuo amore fraterno.
Era un sabato sera. La Zia stava trafficando al
secchiaio e qualcun altro se ne restava stravaccato sul grosso
divano dalla parte opposta. La comoda poltrona nell’angolo vicino
alla porta che dava accesso in cucina, invece, figurava spesso come
il ritaglio di spazio di un nido tutto per voi. Il tavolo al centro
della stanza risultava un po’ troppo ingombrante, per ottenere una
visione ottimale, ma andava bene lo stesso. Alla televisione
trasmettevano un film di paura che ci tenevi a vedere e,
naturalmente, se lo volevi vedere tu, lo voleva vedere anche lei.
Un gomito rimaneva poggiato sul bracciolo
destro della poltrona e con la palma della mano ti sostenevi la
testa pesantemente, mentre le gambe rimanevano gettate in direzione
della porta a cavallo del secondo bracciolo. Sabrina, presentandosi
nel suo migliore pigiamino rosa, seduta e raggomitolata nella
protezione del tuo grembo, si stringeva al mento le ginocchia con le
braccia. Si faceva piccola-piccola contro di te, abitualmente,
quando solo qualcosa la turbava appena, e si faceva ancor più
piccina sul tuo petto quando l’audio del televisore diventava
inquietante o spaventoso. Rammenti il gesto di come, subito e per
istinto, si chiudeva gli occhi per nascondersi la faccia nelle mani
di continuo. Sostanzialmente, non deve avere visto nemmeno un quinto
del film, peraltro neanche tanto pauroso, pubblicità compresa; nel
frattempo, e in apparenza con fare distratto, non lesinavi di
carezzare la seta arricciolata dei suoi capelli castani-biondi con
le dita libere della mano sinistra. Ora della fine della serata ti
si era annidata talmente addosso da farti dolere le costole, però,
almeno da che ricordi con chiarezza, la stretta vicinanza del suo
corpicino allungato non è mai stata una vera scocciatura da
sopportare. Inoltre, già sin dalla tarda fanciullezza, l’esile
corporatura della sua morbida figuretta dimostrava tenere sembianze
che meritavano di essere sfiorate in tutti i modi possibili.
Infine quella sera era trascorsa.
“Forza, adesso in bagno e poi di fila a
letto!”.
Tre lettini occupavano la camerata della Nella. In origine si
manifestava la stanza delle sorelle, ma, al momento, il lettino
della Zietta veniva adoperato dal cirolo di un cuginetto che
sonnecchiava profondamente, gli altri due erano ormai di diritto il
tuo e quello della Cugina per eccellenza. Una lunga testata a
cassettoni collegava i lettini e comodini applicati li
distanziavano. Il cuginetto dormiva della grossa, restando
accovacciato nel giaciglio più in fondo, immobile e girato verso il
muro, tu e Sabrina vi eravate coricati da meno di un minuto: tu nel
tuo posto di mezzo e lei nel suo accanto alla porta. Avevi come
percepito il peso di uno sguardo mortificato che ti cercava, ti sei
voltato sul cuscino per guardarla. Infatti, una sagoma infagottata
nelle coperte ti fissava ammutolita e tesa, aveva gli occhi cupi e
spaventati, sembrava uno scoiattolo terrorizzato nella forte
penombra della camera da letto.
“Cosa c’è?”.
Le hai chiesto in un bisbiglio, e con tono dimesso ti ha risposto in
un’altra domanda.
“Mi dai la mano?”.
Lo immaginavi. Hai incrociato le sue dita a
metà strada fra i vostri letti. Un bagliore fioco filtrava dalla
porta lasciata in spiffero apposta, un esiguo riquadro di stelle
scintillava dalle tendine tirate della sola finestra, il respiro
pesante del cirolo acciambellato nel letto della Nella si manteneva
lento e regolare, il tocco della presa della tua cuginetta si
rilassava progressivamente, intanto pensieri impuri tornavano a
galleggiare nella mente e ti tenevano ardente compagnia. Una calda
mezz’oretta era passata. Il film dimenticato. La sua piccola mano
delicata ancora cinta nella tua.
Leggero frusciare di lenzuola. Ti si sono
drizzate le antenne immediatamente. Sospetti ciò che poteva
significare e in un istante frammenti di impressioni riprendono ad
affiorare in superficie, ti senti riportare indietro. Risale e
riaffiora a galla il ricordo di come si masturbava spesso, e in
qualsiasi occasione, con l’innocenza dell’infanzia, ogni qualvolta
gliene venisse voglia; in nessun modo potrai dimenticare il succo di
quell’episodio lontanissimo in cui avevi cercato di chiederle
spiegazioni: non ti scorderai di come si trastullava con
indifferenza, innocentemente, per il solo fatto che le dava piacere,
e senza prestare la minima malizia al fatto che tu ti trovavi lì con
lei nel letto. Trattieni il respiro. Un brivido ti si diparte dalla
spina dorsale, come nevischio disciolto lungo la vetrata di una
finestra. Le sue dita si sono contratte piano nelle tue e qualcosa
raddoppia le sue dimensioni già non indifferenti.
Frusciare lieve e costante. Intrufoli una mano
nelle mutande. Silenzio. Il pene ritto e dolorante. Una nuova
contrazione di quelle dita vellutate ti raggiunge. Ricambi
debolmente. Rumore di una testa che ruota sul cuscino. Volgi lo
sguardo alla tua destra. Gli occhi le rilucevano nella semioscurità
della stanza. Silenzio. Qualcosa fa una capriola nella pancia,
qualcos’altro ti si avvita nelle budella. Una sinfonia leggerissima
di seta di lenzuola fruscianti prende vita in un concerto melodioso
dal suo letto. Ti osserva esitante. Contrazioni delle dita.
Brancicando nel buio più assoluto,
incominci a muovere la mano istintivamente. Occhi che luccicano
nella penombra irrequieta e densa. Il coro rumoreggiante della
vostra musica che sussurra tutt’intorno, aumenta e si espande,
cresce e si innalza, infittisce e si eleva di un ottava frenetica.
L’aria crepita di energia erotica, che ti
avvolge e circonda, che ti spinge e possiede, ti senti accendere i
nervi come lampade al neon. Sacri misteri vaginali impazzano nel
cervello come Demoni furibondi, quasi non senti il contatto della
mano che scivola come mercurio sull’asta possessa, frattanto
correnti dell’ignoto fluttuano nel sangue in riflessi adombrati, un
desiderio anelante ti pompa adrenalina direttamente nelle vene, una
ciclopica sensazione di strozzo ti coglie nel cuore e rapida si
diffonde nelle viscere, un’emozione totalizzante ti paralizza
braccia e gambe; percepisci a malapena la sua dolce manina
sudaticcia irrigidirsi in spasmi silenziosi nella tua, una smania
trascinante ti offusca la ragione e la coscienza, uno tsunami di
ormoni incontrollabili ti si scatena nella bocca del profondo
dell’inconscio e del ventre, l’anima si riversa nelle palle e si
incanala nell’Io dell’esistenza e la vedi e la senti schizzare e
scoppiare nel fuoco d’artificio del big bang dell’universo e della
Galassia. Rimani annichilito, svuotato, disteso supino sul letto per
diversi minuti. La sua mano scivolosa e caldissima sempre cinta
nella tua di nuovo lievemente.
Lasciando la porta spalancata per la Cocca,
affinché la luce della camera precedente inondasse sul suo letto,
sei ritornato in bagno. Che strano! Una schiumina, bianca e pannosa,
baluginava appena sulla punta della testa del tuo pisello non
completamente raggrinzito. Sapevi che prima o poi sarebbe successo,
e qualche vano tentativo lo avevi perfino già compiuto, ovviamente,
però, vista e considerata l’enormità della faccenda, avresti giurato
di aver zampillato molta più roba. Quella stessa notte hai avuto la
tua prima polluzione notturna.
(3)
Ne avete costruiti moltissimi, di rifugi, nel
corso del tempo; il campo-base rimane nel fienile, mentre il due e
successivi sorgono all’esterno, dove la legna viene accatastata
durante le stagioni della potatura, i campi tre e quattro sono
raggiungibili dai sentieri del canneto, il cinque invece no, il sei
è quello che si trova al piano di sopra dell’edificio diroccato che
si erge a lato della casa di campagna dei nonni. Numerosi altri sono
nati e caduti negli anni. In aggiunta, l’immaginazione e la fantasia
non vi è mai mancata; e nel tempo la sua fantasia si è sviluppata
non meno della tua.
Un altro tedioso giorno di scuola se ne era
andato. Sabrina aveva già mangiato in precedenza e tu stavi finendo.
La Zia trafficava ai fornelli e la Cugina per eccellenza ti sedeva
di fronte. Intorno, qualche cuginetto si presentava intento a
seguire chiassosi cartoni animati alla televisione. Dall’altra parte
del tavolo, alcuni adulti se ne restavano persi nelle loro
chiacchiere sul divano. Sollevi l’attenzione dal piatto, per
prendere il bicchiere. La ritrovi come a guardarti con gli occhioni
di un micio adorante che osserva il suo padroncino con amore
incondizionato e venerante. Accenna un sorriso beato, e subito
distoglie lo sguardo. Sorridendole di rimando, accantoni gli avanzi
degli ultimi bocconi. Il tramestio di pentole e padelle, che si
indaffarava alle tue spalle senza tregua, si interrompe e la voce
della Nilla ti precede di un soffio.
“Hai mangiato abbastanza?”.
“Sì.”.
“Vuoi qualcosa ancora?”.
“No, sono a posto.”.
Spingi indietro la sedia e ti alzi, e via alle
sue solite raccomandazioni. Circospetti, così vi avvicinate alla
soglia della cucina e incroci il brillio degli occhi della Cocca con
curiosità. Ti guardava con un timido sorriso fregiato sulle labbra,
si capiva che macinava qualcosa sotto la pelle.
“Cosa ti va di fare?”.
Un po’ la scorgi imporporare sulle guance.
Indecisa e tentennante, abbassa il mento e poi ti mostra quattro
dita della mano destra. Annuisci e le sorridi, un istante e scattate
fuori dalla porta come gatti scoiattolanti. Oltrepassate l’androne
principale, che va collegando le stanze del pianterreno, e come la
fucilata di uno sparo siete all’aperto. Il campo quattro l’obiettivo
da conquistare. Non ricordi di esserti mai diretto con lei in nessun
posto se non di corsa, e l’abitudine a tentar di evitare che si
facesse male si era fatta qualcosa di consueto, nello scorrere della
vostra fanciullezza, perciò le hai cercato la mano per guidarla e
sorreggerla. Gli occhi stracolmi di sogni e speranza: una leggiadra
farfalla che ti volava al fianco. Schizzate come schegge al di là
della cuccia del cane da caccia, che abbaiava e tirava la catena,
costeggiando il cumolo di rami che si affastellava disordinatamente.
“Buono, Ciack!”.
Raggiungete in un attimo l’entrata dei sentieri
zigzaganti del canneto invadente che soffocava tutta la sponda al di
qua dell’albero centrale. Ovviamente,
quella si dichiarava per voi una zona vietata, perlomeno se non in
presenza della Zietta, ma, insieme, eravate già più che
curiosi e avventurosi, ingegnosi e fantasiosi, estremamente operosi,
laboriosi, intuitivi, inventivi, alquanto di più che reciprocamente
curiosi e spontanei, oltremodo coraggiosi, inarrestabili, e nulla al
mondo avrebbe potuto frustrare l’istinto formidabile che ormai vi
accomunava strettamente. Imboccate il
tortuoso percorso che andava addentrandosi nel fitto del canneto
labirintico. Mantenendovi a debita distanza dal sentiero che si
apriva a ventaglio sullo specchio oleoso del macero in disuso,
procedete a zigzag fra le mura parallele delle canne che svettavano
altissime. Superati parecchi incroci criptici, svoltate sulle tracce
nascoste che conducevano nel primo spazio spianato sotto il cielo.
Infine siete sbucati nel campo quattro, uno degli spiazzi più
introvabili.
I caldi raggi del
sole piovevano quasi perpendicolari nello spiazzo ovale, un alito di
brezza increspava appena il tetto delle canne, la volta del
pomeriggio risplendeva di un meraviglioso celeste nontiscordardimé,
piccolissime macchioline nere di rondini si stagliavano contro i
batuffoli bianchi delle nuvole, il gracidio delle rane figurava come
un richiamo costante, lo spirito benigno della campagna frusciava
sul crine dei campi e sulle chiome addobbate dei frutteti. Percorri
a passo di marcia il perimetro delle mura di cinta del canneto, per
ostacolare la natura che, anno dopo anno, tentava invano di
riappropriarsi del terreno circostante. Sabrina, la tua cuginetta,
ti aspettava immobile al centro di quello spazio erboso.
“E allora, che cosa avevi in mente?”.
“Mmh”.
“Coraggio.”.
“Ecco, io, pensavo...”.
Silenzio. Si fissava i piedi, esitante e
reticente, si crogiolava nell’incertezza. Porpora sulle guance.
Forse, è chiaro che aveva una sorta di segreto da confessare. Un
guaio di scuola? Un brutto sogno che riteneva stupido? O cosa?
“Lo sai che puoi dirmi tutto.”.
Le allunghi un sorriso incoraggiante, e con
noncuranza ci aggiungi un’alzata di spalle.
“No, niente... pensavo solo che, sì,
insomma...”.
Si avvicina ulteriormente, si sfila la
maglietta dalla testa, si scrolla ciuffi spiraleggianti dagli occhi.
Capelli arricciolati nella luce del vento. Lo stomaco ti si chiude
immediatamente. Si direbbe indugiare prima di riprendere, ferma e
diritta in gonna e reggipetto, puoi distinguere anche meglio il
rossore sulle sue guance e sul suo collo. La postura irrigidita, la
voce un sussurro, il respiro leggero, la maglietta penzolante sul
fianco.
“Pensavo che possiamo... guardarci...”.
Si avvicina ancora; avresti potuto
abbracciarla, se le tue braccia non si fossero rifiutate di
muoversi. Ti passa la punta della mano fresca sulla guancia rovente.
Il calore del suo viso si avvicina ancora; ti sei accorto che ti
diceva qualcosa.
“Come?”.
Chiedi, e subito ti penti d’aver parlato troppo
forte. Per un momento raddrizza la testa e tende le orecchie
sensibili, si paralizza e pare in procinto di spezzarsi come una
statuetta di cristallo fragilissimo, e solamente poi sembra
rilassarsi un poco. Adesso, il respiro della Cocca riusciva davvero
impercettibile.
“Dicevo... che se ti togli la maglia, ecco,
insomma, anche io mi posso togliere qualche cosa d’altro”.
Recuperi l’uso
delle braccia e ti sbarazzi della maglietta in un lampo.
“Adesso tocca a
me”.
Bisbigliava in un
filo di voce, frattanto che si piega sulle ginocchia per distendere
la sua maglietta sull’erba. Eri sicuro che si volesse levare di
dosso le scarpe, o magari la gonna quando la vedi rialzarsi, ma si
porta le mani dietro la schiena e (con un gesto che, per la sua
stranezza e la sua femminilità ti fece rimanere senza fiato) si
sbottona il reggiseno, che cadde a terra in mezzo a voi. Non riesci
affatto a evitar di guardare in basso, e noti che Sabrina aveva gli
occhi chiusi o socchiusi e che batteva le lunghe ciglia frangiate. I
suoi seni erano morbidi e di un rosa-arancio piuttosto omogeneo, le
areole non s’erano ancora indurite. Con un braccio, la Cugina per
eccellenza si copre i piccoli seni rotondi, come per un pudore
improvviso, e solleva il viso e la testa verso di te. Con un
giramento di testa, comprendi che intendeva baciarti, e che tu
avresti dovuto restituire il bacio, ma che avevi la bocca e le
labbra asciutte come pezzi di legna secca. Sabrina accosta le labbra
alle tue, tira indietro la testa e ti guarda con aria interrogativa,
poi ti bacia di nuovo. Senti le sue labbra umide, senti il profumo
del suo respiro sulla lingua, percepisci l’intensità e l’affanno,
quasi come se i ricordi fossero tuttora in fase di sviluppo.
Il calore sorto tra voi, l’abbraccio e il bacio
che pareva continuare per sempre, l’eccitazione provata nelle
viscere, l’irrigidimento contro gli slip e la cerniera dei jeans,
l’enormità dell’eccitazione che Sabrina ti restituiva con piccoli
movimenti dei fianchi e delle cosce: tutto questo apparteneva a un
universo assai diverso da quello delle fantasie e dei peccati
solitari di cui spesso, ormai e senza scampo, di frequente ti
macchiavi nella penombra della camera da letto. Era un’esperienza
completamente diversa da ogni altra, e lo avevi compreso con una
parte della coscienza, mentre ogni tuo pensiero era sommerso dalle
nuove sensazioni che ti giungevano e mentre, dopo avere interrotto
per un istante il bacio (molto poco romanticamente) per riprendere
fiato, e avere di nuovo accostato le labbra alle sue, Sabrina ti
appoggiava la mano sul petto e ti accarezzava e tu le passavi le
dita sulla perfetta curva della schiena e delle reni, sulle piccole
scapole arrotondate. Vi inginocchiaste sul cuscino dell’erba
verdissima, senza perdere il contatto. Quando il bacio s’interruppe
per un secondo, riesci persino a ricordare che la tua cuginetta
ansimava piano, e ti meravigliasti della bellezza della curva con
cui la guancia le si univa al collo e al mento. Ricordi la pressione
del suo corpo contro la pelle e capisci che non c’era mai stato
nulla, in tutta la tua vita precedente, a prepararti per un’emozione
come quella, tanto intensa da darti il capogiro. Poi ricordi il
solletico dei suoi capelli spiraleggianti sulle labbra, li spingesti
delicatamente di lato e apristi gli occhi.
“Aspetta...”.
Rimani ammaliato nell’osservarla. I capelli
scompigliati, gli occhi speranzosi, il sorriso sognante, il musetto
da scoiattolo, l’ovetto del mento, l’essenza vulnerabile del suo
aspetto, e le puntine rosee dei suoi capezzoli. Le porgi le mani,
quindi, afferrandola per le piccole mani carezzevoli l’aiuti a
tirarsi su. Raccogli magliette e reggipetto da terra, ti dirigi nel
punto più distante dallo sbocco di quel sentierino nascosto che vi
ha dato adito allo spiazzo ovale. Scosti una bracciata di canne
dalla parete della muraglia altissima che vi circondava frusciando e
le fai cenno di raggiungerti e passare.
“Vieni!”.
L’aiuti a transitare dall’altra parte e le dici
di aspettare ancora. Ti sposti di un metro circa, per non lasciare
segni del passaggio di nessuno, ti crei un minimo varco e ci passi
attraverso. Vi ritrovate sulle tracce di un percorso poco battuto,
che si affianca per tutta l’estensione del campo quattro. Aprendole
la strada, per facilitarle il cammino, vi addentrate nel vivo del
folto del canneto. Siete poi arrivati. Le orme vaghe del percorso a
malapena abbozzato continuano, per concludersi in seguito in un
vicolo cieco e tronco, però, voi sapete con precisione dopo quanti
svincoli cercare il determinato segnale che sarebbe spiccato anonimo
per chicchessia. Infatti, ancora pochi passi e, sulla destra, semi
ricoperto dalla fitta vegetazione, intravvedete un masso largo e
piatto. Un grande sasso muschioso, assolutamente identico a ciascuno
di quelli che rimangono disseminati dappertutto lungo le sponde del
macero. Vi fermate e voltate sulla sinistra. Le divarichi un nuovo
passaggio e la fai saltellare oltre. Ti mantiene dischiuso il grosso
fascio di canne e la imiti con un facile balzello. Penetrate in uno
spazio circolare, di non vaste dimensioni (un pozzo luminoso che,
aprendosi in verticale come un paletto conficcato nel cuore del
canneto, utilizzate di tanto in tanto per coricarvi e scambiarvi
storie e segreti sotto il cielo); il campo cinque, il più
introvabile dei tre. Depositi al suolo gli indumenti. Ti porti
davanti a lei e le sfiori le spalle e le braccia.
“Vuoi che andiamo avanti?”.
“Ecco, sì.”.
Ti allontani un poco e ti cavi le scarpe, e lei
fa lo stesso. Ti sfili i jeans e lei si toglie la gonna. Ti levi
calzini e mutande e con la coda dell’occhio la vedi fare
altrettanto. Ti siedi e ti accucci sullo strato erboso, soffice e
cedevole al tatto delle dita, ritirandoti, sprofondando,
nell’osservarla radunare e ripiegare con cura tutti i vostri
vestiti. Resti impietrito, smarrito e più che mai confuso sul bilico
dell’orlo fra passato e presente. Le hai
visto bene le tettine nude, rammenti, e erano piccole e tonde con
una puntina rosa, e alla base del ventre, rammenti, aveva quel
mucchietto di peli castani-biondi, una cosa che non avevi mai visto
bene così da vicino, e poi ti ha voltato la schiena e hai visto il
suo culo, rammenti, le più splendide e dolci e paffute e
arancio-rosa chiappe che avessi mai osservato, con quelle
incantevoli fossette proprio in cima, e in mezzo quella deliziosa
fessura ombreggiata che... Un brivido freddo come ferro
ghiacciato ti scuote fin nel profondo, e un altro giro di vite ti si
strizza nelle budella.
L’hai vista
crogiolarsi nell’indecisione per brevi momenti, l’hai vista
persistere nell’insicurezza ancora, nell’immediato dopo ha
contraccambiato il tuo sorriso con entusiasmo e in fretta e con
slancio è venuta a sdraiarsi al tuo fianco. Le passi la palma di una
mano sulla pelle vellutata del corpo allungato e morbido, ti
intrattieni a massaggiarle la sottile peluria sulla montagnetta del
ventre, con le labbra le baci le labbra del volto.
Ipereccitata, altamente emozionale, nel pieno del fuoco della
passione, la senti ricambiare con istintivo trasporto e delicatezza
innata. Senti il tocco urticante connaturato nelle sue dita
scivolare e strusciarti addosso dolcemente. Ricordi tuttora la
carezza del monticello arricciolato di venere. Senti ancora il tocco
della mano stretta sul tuo membro. Il movimento deciso del polso
all’altezza delle gambe. Il contatto umido delle sue sporgenze
intime sotto i polpastrelli. Capriole nella pancia. Affondi la
lingua nella sua tenera bocca dischiusa, e la senti irrigidirsi e
sciogliersi in spasmi irregolari e silenziosi, qualcosa di colloso
ti riscalda le dita della mano che accarezza: un formicolio si
impadronisce di te, paralizzandoti braccia, gambe e cervello. In
abbondanza le hai schizzato e zampillato tra le dita della mano che
stringe.
Era già molto di più di una semplice alleata;
era un’accolita preziosissima, un’adepta da proteggere, una
proselita da motivare, una discepola da condurre, una devota fida e
leale, una seguace fiduciosa e disponibile, e con il tempo sarebbe
diventata una complice perfetta. Vi siete ripuliti le mani sull’erba
e siete rimasti un pezzo distesi al sole per smaltire i residui
dell’imbarazzo transitorio che era sopraggiunto inaspettatamente. Da
allora, non ci sono più stati veri limiti e lei si è rivelata in
tutto il suo splendore. Accogliente e spensierata, sorprendente e
fantasiosa, innocentemente spudorata, ingenuamente trasognata,
piacevolmente svagata e morbosamente interessata e interessante. La
compagna idilliaca con cui affrontare le necessità insite nei disagi
della preadolescenza.
Frammenti della preadolescenza.
Ormai, il vostro legame andava molto al di là
del comune senso del pudore.
Era un bel giorno di fine primavera e le scuole
avevano chiuso i battenti per le consuete vacanze estive.
La spiaggia si presentava gremita di gente, il
mare figurava placido e tranquillo; il cielo era velato da uno
strato di nuvole sottile e vaporoso, destinato a dissolversi sotto
il caldo del pomeriggio. La pelle del corpo della Cocca risaltava
sempre più rosata nel riverbero della luce del sole, i suoi capelli
si schiarivano nel riflesso della salsedine: ora, più che alla
leggera sfumatura di un castano chiarissimo, la chioma
spiraleggiante della sua testa arricciolata si avvicinava alquanto
alla tinta di un biondo neanche particolarmente scuro. La sua
figuretta in costume da bagno era... era armoniosa e piacevole.
Sabrina, la tua cuginetta, si dimostrava
davvero incantevole. Riusciva così palesemente adorabile che,
talvolta, non potevi evitare di risultarne perfino un tantino
geloso. Che assurdità! Forse, è chiaro che non aveva occhi se non
per te. Quella stessa mattina, ad esempio, un paio di ragazzini più
grandi di voi di qualche anno, che da giorni facevano di tutto pur
di attirare l’attenzione dall’ombrellone accanto al vostro, avevano
raccolto il coraggio per avvicinarsi e regalarle un braccialetto di
perline colorate. Lei aveva ringraziato e rivolto loro un sorriso
gentile, ma non aveva nemmeno lontanamente mostrato la gioia di
quando più tardi le avevi dato una semplice conchiglia,
rosea-perlacea e luccicante, che avevi trovato sul bagnasciuga.
Peraltro, tu stesso iniziavi a sviluppare un certo interesse a
riguardo della Zia e della Zietta.
Sabrina, la Cugina per eccellenza, ti cingeva e
stringeva il polso sinistro con una mano e il fianco destro con
l’altra. Non ha mai imparato a nuotare e, anche se con il tempo ha
perlopiù superato la paura dell’acqua, da allora, da quella volta in
riva al macero, conserva e mantiene tuttora una certa diffidenza nei
confronti dell’acqua appena un po’ troppo alta e fonda; perciò,
seppure bastasse la tua vicinanza, e magari il contatto di una mano,
per renderla capace di oltrepassare qualunque paura o difficoltà, la
cintola della vita rimaneva il limite massimo per l’equilibrio della
sua fragile tranquillità. Il materassino gonfiabile ondeggiava
pigramente sotto il peso dei gomiti, mentre, lasciandovi trasportare
dal lento moto ondulatorio del riflusso della marea, vi ci
appoggiavate sopra e di traverso. Alle spalle l’orizzonte e di
fronte la spiaggia.
Disteso a pancia in giù sulla sabbia della riva
si scorgeva il corpicino flessuoso della Nella, in piedi sulla
battigia si vedevano le curve serpeggianti della Nilla che teneva
d’occhio diversi nanerottoli che giocavano laddove la spuma delle
onde si infrangeva con calma sulla zona scura del confine limitrofo
del bagnasciuga. Faticavi a distogliere lo sguardo dalla prima alla
seconda. Graziella, indossava un tanga talmente ridotto che per un
niente lo si sarebbe potuto definire fuorilegge e distrarre
l’attenzione dalla linea, morbida ed elegante, delle sue natiche
veniva difficile. Grazia, invece, portava un costumino per forza di
cose appariscente e si tratteneva le mani sul bacino: distaccare gli
occhi dal décolleté delle sue bocce rigonfie, che tendevano allo
stremo le cuciture della parte superiore del due pezzi che vestiva,
era quasi impossibile. Restavi a tal punto preso e smarrito, in
contemplazione e diviso, tra queste e numerose altre bellezze
profuse sulla spiaggia, che non ti sei neppure accorto di quando,
Sabrina, si è puntellata e piegata sulle gambe per mollarti il
fianco e sprofondare.
Qualcosa di insistente ti sfiora il davanti del
costume da bagno. Ti raddrizzi sulle gambe e ti paralizzi
immediatamente. Dita esitanti si fanno largo sulla base del ventre e
ti accarezzano il membro divenuto febbricitante. Ti giri
all’improvviso per guardarla e chiederle cosa, però, il sorriso che
apparve sul suo volto era come un sole che incendia le nuvole, e
avresti voluto tagliarti e mangiarti la lingua. Qualunque forma di
protesta si è dissipata all’istante. Una mano calda nell’acqua
fredda ti si chiude sull’asta, brividi congelanti si dipartono
dall’inguine e si diffondono lungo tutta la spina dorsale.
Intrecci le dita della mano libera con quelle
della sua mano sinistra, le dita della sua destra rafforzano la
presa e cominciano a menare sotto il pelo dell’acqua. Volgi intorno
lo sguardo. Da un lato e ad alcuni metri di distanza, diversi
giovani urlavano e si lanciavano un grande e grosso pallone
sgargiante. Dall’altro, persone di ogni fatta passavano o si
intrattenevano nei dintorni divertiti e sguazzando. Sulla riva della
spiaggia, ciroli e nanerottoli gridavano e giocavano, molto
chiassosamente, entro il raggio d’azione degli occhi vigili delle
molteplici versioni di mammine seminude in modo accattivante e
parecchio seducente. Dietro, beh, dietro non aveva nessuna
importanza. Ti adagi di petto sul materassino facendoti cullare e
condurre. Tac-tac, Tac-tac, Tac-tac, Tac-tac, Tac-tac; il movimento
del polso, la stretta delle dita, lo scivolo della palma, il calore
della mano, il gelo dell’acqua sul filetto e sul glande: ti sei
irrigidito e, ignorato e in silenzio, abbondantemente e senza
ritegno, hai schizzato nei flutti di quel mare sconfinato e
verde-azzurro.
(2)
Già durante il pranzo le nuvole iniziavano a
stringere il loro cerchio scivolando nel cielo, di tanto in tanto
nascondevano il sole sfiorandolo svelte e gettavano lunghe ombre che
risaltavano sulla spiaggia e rendevano scure le onde. Sabrina, ormai
come d’abitudine stava aiutando a sparecchiare e tu non lesinavi di
cooperare. Dopo alcune giornate intense di mare le spirali
arricciolate dei suoi capelli sfumavano in una calda tinta assai
simile al biondo di un campo di grano maturo per il raccolto;
frattanto la pelle della sua delicata carnagione aveva assunto il
colorito di un acceso arancio-rosa e qualche piccola efelide adesso
bruna le spiccava ancor più scura sull’incarnato di velluto delle
braccia e del petto. Hai messo nel lavello l’ultimo bicchiere e
subito ti è venuta incontro sorridendo e porgendo le mani in avanti,
con una beata espressione sognante fregiata sul viso gentile e
cordiale, quando, mentre avanzi nella sua direzione, d’un tratto
cogli un brillio fugace di curiosità istoriata nel suo sguardo
eloquente e speranzoso: non è mai la prima a parlare, aspetta sempre
che le si rivolga prima la parola e lo sai benissimo. Dunque, le hai
afferrato e stretto le dita delle mani che protende verso di te.
“Ti va di fare un giro?”.
“Sì.”.
I lineamenti le si sono illuminati in un ampio
sorriso, riconosci la gratitudine e qualcos’altro che le si agita
nella testolina.
“Non allontanatevi troppo che tra un po’ vien
giù il finimondo!”.
“Non c’è problema, se viene a piovere ci
rifugiamo al bar.”.
Naturalmente, più di così non avreste potuto
allontanarvi dalla zona del bar del villaggio. Mano nella mano, in
costume da bagno e maglietta, camminavate scalzi sulla riva della
spiaggia. Un bizzarro gruppo di scogli che si ergeva laggiù in
fondo, dove qualcuno solitamente tendeva a radunarsi per i tuffi,
faceva da tappa simbolica di andata e ritorno. La schiuma delle onde
imperversava e si accaniva ai vostri piedi, il paesaggio della
sabbia vorticante appariva deserto. Da una parte si scorgeva il mare
che minacciava forte burrasca, dall’altra spaziava la spiaggia
solitaria e circostante. Le nuvole strinsero le fila e velarono il
cielo; la temperatura si abbassò di colpo e l’orizzonte si fece più
scuro. Avete accelerato il passo di buon grado.
Il soffitto cupo di
quel giorno si mostrava sempre più buio e ribolliva come acciaio
fuso. A livello del suolo soffiava solo una lieve brezza, ma forti
venti si stavano agitando in alto: le nubi da temporale, nere e
imponenti, venivano sospinte implacabili contro la riva. Cavalloni
ululanti rotolavano contro di voi, come condotti in battaglia da
spettri volanti, come con furia spronati dai quattro cavalieri
dell’apocalisse, nuvoloni densi di fumo oscuravano dappertutto.
Piccoli mulinelli increspavano la superficie della sabbia, i lampi
impazzavano ora lungo i ventri delle nubi. La ferita del cielo si
aprì, e una pioggia fredda cominciò a battere sulle vostre teste. Di
corsa avete coperto la distanza che vi mancava dalla fine della
battigia.
Goccioloni d’acqua pulita vi inzuppavano
maglietta e capelli, mentre risalivate il sentiero della duna degli
scogli che delineavano il limite estremo del bagnasciuga. Discendete
gli scalini intagliati che si addentrano nel profondo della
scogliera, per trovar riparo sotto la volta scavata nell’antro
roccioso. Dabbasso le onde si infrangevano sulla scalinata che
sboccava direttamente nei flutti del mare, lacrime di pioggia si
raccoglievano nel rivoletto liquido che serpeggiava al centro degli
scalini. Vi siete fermati e seduti appena all’asciutto, e la Cocca
tremava vistosamente.
“Via le magliette sennò ci prendiamo un
malanno.”.
L’hai cinta per le spalle, e poi te la sei
stretta addosso per riscaldarla.
“Va meglio?”.
“Sì.”.
L’aria non era affatto gelida.
“Perché comunque sei voluta venire qui?”.
Solleva il visetto adorabile e ti fissa negli
occhi.
“Ecco, io, vorrei...”.
Senti la sua mano, più leggera delle ali di una
farfalla, ravviare all’indietro i tuoi capelli bagnati per scoprire
la pelle dietro l’orecchio, posarvi le labbra per continuare
sussurrando in un batuffolo di voce.
“Ecco, insomma, mi piacerebbe, mi fai vedere
che schizza?”.
Arretra piano con la testa e ti osserva. Le
budella ti si avvitano immediatamente, le
terminazioni nervose sembrano andare in corto circuito e
scoppiettare. Le labbra dischiuse, una strisciolina di denti
bianchissimi. Deglutisci faticosamente.
“OK”.
Si alza e si siede pochi gradini più in basso.
La luce che ti giunge dalla schiena si dipinge con candore sul suo
viso. Ti accarezza le gambe con la punta dei polpastrelli,
delicatamente, dolcemente, con le dita della destra ti allarga
l’elastico del costume e con la mano sinistra te lo prende fuori. Il
musetto da scoiattolo si arriccia all’insù e la bocca si apre
lievemente, enfatizzando a dismisura l’aria di stupore eterno che
l’avvolge e circonda. La tensione risultava quasi tangibile e ti
bruciava sulla pelle come acido, in una lenta tortura agonizzante.
C’è stato uno scambio di mani; con la sinistra ti abbassa il costume
da bagno, meccanicamente, morbosamente, con quella destra incomincia
a muoversi in modo esitante sull’asta: una palma si chiude sui
genitali, la seconda scivola come ortica sul membro eretto
rabbiosamente. Le sue tenere labbra a meno
di dieci centimetri dal glande tumido, il calore del suo respiro
sulla pellicina sensibile del filetto. Allunghi le radici
nodose delle dita per sfilarle una tettina polposa da una coppettina
del reggipetto del costume che indossa. Senza nessun freno
inibitore... con una mano ti masturbava febbrilmente, quasi
dolorosamente, con quell’altra si trastullava... si trastullava fra
le gambe. La sua tettina pongosa nella mano, il semino di un
capezzolo turgido conficcato nella palma. Lo stomaco era rimasto al
punto di partenza, ma l’adrenalina era in circolo, la sentivi
pungere nelle vene. Si mordicchia il labbro inferiore, socchiude la
bocca, un gemito improvviso le sfugge sommesso dalla gola, una
gocciolina di saliva le luccica sul velo delle labbra, sbatte le
lunghe ciglia una-due-tre volte in rapida successione e la senti e
la vedi disfarsi in silenzio in spasmi incontrollabili.
Lasci sfrenare le contrazioni del ventre e
il primo filamento pannoso le schizza sull’arco delle sopracciglia,
sul diritto del nasino grazioso, sulla porpora di una guancia
paffutina e minuta; ti resta a malapena il tempo di cogliere
l’espressione esterrefatta del suo faccino benevolo e meravigliato;
il secondo fiotto vitale la imbratta nell’arricciolamento dei
capelli spiraleggianti, mentre lei scatta all’indietro: d’istinto la
trattieni con forza dal polso per impedirle di cadere giù dalle
scale mentre il resto della linfa si spreca nel vuoto. Vi siete
ripuliti nell’acqua salmastra e avete rimandato il momento di
tornare al bungalow del villaggio, sin quando non ha smesso di
piovere.
(3)
Dapprincipio e fin da allora, sin da
piccola-piccola, Sabrina, ha mostrato di rivelarsi solo
tendenzialmente timidina e assai poco eloquente a parole (mentre tu,
invece, non hai mancato una sola occasione per dimostrarti
straordinariamente comprensivo e protettivo nei suoi confronti);
particolarmente eloquente non lo è mai diventata comunque, ma, dal
piccolo mostriciattolo poco loquace dell’infanzia, che rispondeva
quasi esclusivamente per monosillabi, nel corso della fanciullezza
qualche passettino in avanti lo ha poi fatto. I capelli, di un
biondo grano caldo e luminoso, si arricciolavano in spirali
molleggianti che le rimbalzavano sulle spalle, e la tinta
dell’abbronzatura della sua pelle arrossata dai primi giorni di sole
aveva assunto l’accesa sfumatura di un rosa-dorato intenso, verso la
fine della vostra spensierata vacanza di primavera. In ogni modo,
già da un po’ non si rendeva necessario parlare per comprendervi
alla perfezione.
Era tardo pomeriggio, anzi, era quasi sera. Con
le ciabatte in una mano e le dita intrecciate saldamente, scansando
di tanto in tanto i molteplici viandanti che venivano
controcorrente, passeggiavate sull’orlo dell’acqua lungo la
battigia. L’odore di salsedine impregnato nell’aria frizzante, il
tramonto roseo e oro, la palla infuocata del giorno che fluttuava
pigramente sul riverbero rosso rubino della linea tremolante
dell’orizzonte. Sabrina, la più adorabile delle cugine, si dipingeva
come un incanto per l’anima nell’avanzare al tuo fianco come una
farfalla leggiadra e pacifica. Solamente talvolta la spuma delle
onde si spingeva in avanti a sufficienza per inzupparvi i piedi, il
brusio della gente che blaterava sul bagnasciuga riecheggiava nel
padiglione delle orecchie in un tenue borbottio continuo e costante.
Avete superato il bar del villaggio che si intravvede appena oltre
la spiaggia.
Il sole aveva toccato l’orizzonte e
cominciava a fondersi col mare. Il cielo si colorò d’arancione, poi
di rosso sangue. Il sole cala ancora, illuminando con tutti i suoi
fuochi il mare verde-azzurro in un quadro indimenticabile: il cielo
è interamente rosso scuro, il sole in parte affondato nel mare
proietta delle grandi lingue gialle, sia verso il cielo e le poche
nubi che ci sono, sia verso il mare; le onde quando salgono sono
azzurre in fondo, poi verdi e la cresta rossa, rosa o gialla a
seconda del colore del raggio che la tocca. Il soffio di una brezza
leggerissima che spira sull’acqua vi carezza il viso e la pelle,
scompigliando all’indietro i capelli. Il suono prolungato simile a
un fischio, del gruppo di uccelli dalle grandi ali bianche bordate
di nero lassù in lontananza, veleggia a voi come un canto stridulo
nell’aria fresca. Riprendete il cammino e l’incedere del flusso di
persone va diradandosi man mano che vi apprestate al termine della
spiaggia.
Raggiungete vi addentrate nel parcheggio
che si innalza dopo la sabbia della battigia. I piccoli cespugli
alle vostre spalle frusciavano nel vento. Ti girasti a guardare le
spirali di sabbia che volteggiavano in aria, lungo il pendio fra la
spiaggia e il parcheggio, come pallidi spettri fuggiti da un
cimitero nell’ora del tramonto. Da est, il muro della notte stava
abbattendosi sul mondo e l’aria si era fatta pungente. Vi siete
inoltrati nel boschetto che si estende al di là del parcheggio. Il
boschetto era formato da un centinaio di alberi e i rami erano così
intrecciati fra loro da consentire alla luce del crepuscolo di
penetrare solo con sottili fili cremisi e scarlatti, come se il
tessuto del cielo avesse iniziato a sfilacciarsi nei boschi. Siete
rimasti soli a calpestare il sentiero del passato.
L’accompagnamento flautato e melodico di
un’orchestra lontanissima pareva muoversi tra di voi. Ad ascoltare
bene, però, non sembrava l’eco di un flauto a condurre; somigliava
più a un vento altalenante che soffiasse in diversi strumenti a
fiato, alcuni più grandi e altri più piccoli, traendone suoni vaghi
che si fondevano in un tessuto musicale a un tempo strano e
malinconico, triste e nostalgico. Era la ninna nanna del pensiero
del mare tra gli alberi, era il bisbiglio della brezza salmastra tra
le fronde abbracciate dei rami, era il saluto del coro dei flutti
che sussurrava lievemente attraverso le onde frangiate del
sottobosco. Siete sbucati dal boschetto e avete continuato
sullo strato di pietre multicolori, diretti verso le panchine sulla
cima di un’altura solitaria, come trasportati alla deriva da una
corrente dolce e cantilenante.
Scende la sera e non c’è nessuno.
Vi lasciate andare e cadere sulla panchina più isolata. Farfalle
nello stomaco. La senti sospirare e quando
te la stringi forte contro, scende la notte. Un sole immenso, di un
rosso cupo, incendia l’orizzonte dalla parte del mare. Mille vampate
di un enorme fuoco artificiale lottano le une contro le altre per
essere più intense, più rosse nei rossi, più gialle nei gialli, più
variopinte nelle parti dove i colori si confondono. Si vede
chiaramente, a diversi chilometri di distanza, l’estuario di un
fiume maestoso che precipita, scintillante di scaglie rosa
argentate, nel mare. T’invade una pace di una dolcezza poco comune,
e con la pace la sensazione che puoi avere fiducia assoluta in te
stesso. La notte cade improvvisa
appena il sole è scomparso nel mare mandando le ultime scintille,
viola questa volta, del suo fuoco abnorme e innaturale.
Giri la testa per guardarla. La nitidezza
del cielo, che si stellava come un albero nella più solenne delle
feste, rischiarava quanto basta. Ti stava fissando con lo
sguardo straboccante di affetto venerante; ti
avvicini con la bocca alla sua, e ti
ritrai fievolmente. Il contatto con le sue labbra era come
un’iniezione di una qualche droga chimica ad altissimo potere
d’assuefazione dritta nel tuo sistema nervoso. Ne desiderasti subito
ancora. I suoi brillanti occhi speranzosi ardono a questi approcci e
la sua bocca profumata si apre per la voglia di farsi baciare.
Le lingue si scontrarono e i baci si incendiarono, facendosi
sempre più arditi: quando vi staccaste il respiro era diventato
affannoso. Un bisogno anelante ti coglie nel profondo, una scarica
adrenalinica ti si rimescola nelle vene,
la punta di una manina delicatissima ti si posa sul davanti del
costume da bagno.
“No.”.
“Mmh”.
“Oggi voglio farti venire io.”.
La sua bocca meravigliosa è ornata di
denti splendenti e bellissimi. Ha un modo di pronunciare certe
parole, di mostrare un pezzetto della sua lingua rosa nella bocca
semiaperta, che renderebbe libidinosi i santi più santi che ha
fornito la religione cattolica. Ti osserva con un brillio
istoriato negli occhi, che la racconta lunga: il comportamento
sempre remissivo e sottomesso, lo sguardo venerabile fissato a
fiamma viva sul tuo volto, l’espressione tanto familiare
(indissolubile), tanto benevola e meravigliata, così stupefatta.
Infine la Cocca rispose con una voce dimessa e soffocata, per nulla
insicura ed esitante, che trasformò la tua colonna vertebrale in un
bastoncino di ghiaccio.
“Va bene”.
Le fai scivolare i polpastrelli di una mano
sull’elastica solidità delle gambe, e la
cingi per la vita longiforme con l’altra. Le iridi si
allargano, le pupille si stringono, socchiude le palpebre e un
gemito (strozzato e gorgogliante) le scappa dalla gola contratta. Le
insinui le dita della mano nel pezzo di sotto del suo costume, le
accarezzi la peluria fine della sua montagnetta di venere, torni a
reclamare la sua bocca umida e morbida, e con la leggerezza di
un’ombra, percepisci il tocco vellutato delle sue dita urticanti che
ti guida la mano più in basso. Spontaneamente schiude le cosce
lunghe e snelle, ti guida le dita in lenti circoletti sul beccuccio
della fessura, senti le sue piccole creste sporgenti (tenere e
collose) scivolare sotto i polpastrelli, frattanto imperterrite le
vostre lingue guizzano dalla tua bocca alla sua, armoniosamente,
ritmicamente, la zona bassa del ventre incomincia ad assecondare il
movimento dei tuoi cerchietti con oscillazioni minime,
meccanicamente, silenziosamente, la senti irrigidirsi e scaricarsi
in spasmi morbosi, discontinui e sbrodolanti, appiccicosi nelle tue
mani.
Era stata una vacanza indimenticabile, del
tutto priva dei fantasmi dei tabù degli anni precedenti.
(4)
Era un caldo giorno di mezza estate. Tutti
sembravano voler approfittare del lungo
week-end per estendere il più possibile il periodo delle vacanze.
La maggior parte di tutti aveva recuperato camper e roulotte
e si era messa in strada per la via della collina, per poi radunarsi
sulla piazzola di quella zona libera di campeggio. Inseparabili,
avventurosi, inarrestabili, operosi, laboriosi, immensamente
fantasiosi, e in particolar modo intuitivi, inventivi e fantasiosi
lo siete sempre stati (quando eravate insieme), ma vedere gli adulti
all’opera vi aveva lasciato alquanto sbalorditi.
Siete giunti nella piazzola quasi deserta sul
finire del pomeriggio di un venerdì. Gli adulti si sono riuniti
davanti al muso di un veicolo e con le braccia incrociate si sono
guardati attorno. Da una parte c’era il bosco, e dall’altra c’era il
chiosco e il parcheggio, da un lato si trovava l’argine che saliva
verso la stradina che aveva acconsentito alla ripida discesa,
dall’altro diversi sentieri conducevano al tortuoso fiumicello che
scorrendo serpeggiava più in basso. Alcuni alberelli crescevano
sparsi qua e là. Come per un tacito accordo, qualcosa era scattato e
tutti si erano messi in movimento.
I veicoli si sono disposti a semicerchio. Si
sarebbe detto che ognuno conoscesse alla perfezione la propria parte
del compito. Gli uomini si sono occupati di montare e predisporre,
le donne di viveri e vettovaglie. Il resto non lo ricordi bene, il
resto rimane solo un’accozzaglia di immagini disordinate nella tua
testa. Rammenti dita che indicavano, rammenti risa e schiamazzi,
rammenti voci che organizzavano tra urla e grida di protesta,
rammenti scherzose imprecazioni nell’aria, rammenti mani che
srotolavano, rammenti cavi e tiranti che si tendevano, mentre tu e
Sabrina restavate pressoché impalati e ammutoliti, palesemente
sbigottiti, con ancora i vostri picchetti in mano; tavolacci
improvvisati sorgevano al centro della baraonda, verande venivano
unite a formare una specie di portico che percorreva per intero la
mezza luna del semicerchio di camper e roulotte, tende e tendaggi
s’innalzavano ai margini del bosco, una graticola veniva trasportata
sul rialzo di terra dell’argine, e in quattro e quattr’otto una
buona fetta d’angolo del verde della piazzola era stata invasa e
fortificata. Stavate ancora armeggiando con le cinghie della sacca
della vostra Canadese a tre posti, quando qualcuno è arrivato in
soccorso per aiutarvi ad erigerla.
L’ultimo riparo in tela era stato montato, e la
graticola (accesa e pronta da un pezzo) aveva iniziato a cucinare.
La sua pelle abbronzata riluceva di una meravigliosa sfumatura
rosa-oro nella luce della sera imminente.
I capelli le erano cresciuti non meno di mezzo centimetro e a ogni
spostamento l’arricciolamento spiraleggiante le rimbalzava in testa
come molle. Bottiglie venivano stappate una dietro l’altra,
assaggi di tutto circolavano nella moltitudine, una macchinetta del
caffè lavorava in quantità industriale. Vi siete indaffarati
nell’apparecchiare.
Tutti si sono intrattenuti in baracca per ore a
mangiare e far festa nei pressi delle tavolate improvvisate nel
centro. Sabrina, si prodigava e divertiva nella mischia come tutti.
La sua presenza, in calzoncini e maglietta, che andava e tornava con
la teglia carica dalla graticola, risplendeva e brillava fulgida
come una flebile fiammella nell’oscurità. Il suo adorabile sorriso
si presentava come un medicamento benefico per gli occhi arrossati,
l’eco di una sua sporadica risata risuonava come un balsamo
rasserenante nelle orecchie stanche e stordite, e noncurante di
richieste insistenti o velate battute, era sempre da te che dapprima
passava al suo ritorno dalla graticola. Quindi, si è fatto buio e un
po’ troppo tardi per il fracasso.
Altre persone si erano accampate nei dintorni
del semicerchio; alcune delle quali si sono poi aggregate a voi nel
festino della confusione. Nel ricordo di quanto si dimostrasse
maldestra nella fanciullezza, nel passarti accanto con il vassoio
del giro della staffa fra le mani, la Cugina per eccellenza, ti
guarda e ti sorride, inciampa e cade in avanti. Sei balzato
immediatamente. Bicchierini e contenuti sono andati perduti,
irrimediabilmente e senza nessuna possibilità di recupero, però,
l’hai abbrancata al volo prima che le sue ginocchia toccassero il
suolo. Così si è conclusa la giornata: più che a sparecchiare, avete
aiutato a riassettare alla meglio e poco a poco tutti si sono
ritirati. Altri parenti sarebbero sopraggiunti l’indomani.
Sabrina è rientrata in una delle roulotte per
mettersi il pigiama. Intanto, hai approfittato della tenda sgombra
per cambiarti a tua volta. L’indomani sarebbe sopraggiunto pure il
nanerottolo del cuginetto più grande, ma per quella prima notte
l’intimità della tenda sarebbe rimasta tutta vostra. I ciroli
s’intrattenevano a dormire con i genitori che si affrettavano a
raggiungerli. Saluti e buonanotte. Vi siete infilati nei sacchi a
pelo. L’aria notturna si faceva frescolina, il buio non era assoluto
e pesto. La statuetta di un coniglietto fosforescente (ormai amico e
compagno fisso delle notti di Sabrina) luccicava da un angolino
della tenda, nel frattempo, un bicchiere e una bottiglia d’acqua
prestavano paziente attesa del loro turno di gloria nell’altro.
Bisbigliando e sussurrando in un soffio di voce appena, avete
chiacchierato fin nelle ore piccole, in pratica come sempre.
Già da parecchio, si udiva con chiarezza il
lieve russare di qualcuno (dal di fuori del triangolo di stoffa
cerata dell’ingresso) che si beava tranquillamente, sonoramente,
profondamente. Infine il clima ovattato di tensione della tenda si
fece insostenibile.
“Dormi?”.
Sbuffi fievolmente.
Se davvero fosse stata addormentata, quelle note arcane (leggere e
sottili) non sarebbero state affatto sufficienti per svegliarla.
Ruota la testa nella tua direzione. Il suo sguardo riusciva a
brillare anche nel buio della penombra.
“No.”.
“Io vado in bagno, vieni anche tu?”.
“Sì.”.
Hai dischiuso piano la cerniera lampo
dell’entrata della tenda e ne sei fuoriuscito prendendola per mano.
All’esterno, il buio della notte appariva ancor più luminoso che
dentro. In alto l’astro della notte baluginava nella sua piena
interezza, nel cielo innumerevoli scintille di stelle ammiccavano
tenendole fitta compagnia, lo sciabordio del torrentuoso fiumicello
che si srotolava laggiù soffocava qualunque rumore del sottobosco.
Il gabbiotto del gabinetto biologico restava situato nel punto più
imboscato, i tendaggi della pergola della doccia di fortuna
spiccavano lì vicino. Hai accennato con il mento al sito del
gabinetto.
“Hai bisogno del bagno?”.
“No.”.
“Nemmeno io.”.
Le hai mollato la mano, ti sei apprestato ai
margini del sottobosco, hai estratto la pistola e l’hai scaricata
sulle radici di un alberello. Te lo sei sgrullato per benino, hai
rimesso l’arma nella fondina e poi ti sei girato per fare ritorno da
lei. La sua figuretta in pantaloncini del pigiama era incantevole.
Le gambe lunghe e snelle, le braccia intrecciate dietro la schiena,
le spalle abbassate e strette, la nuca e le scapole appoggiate al
paletto portante della struttura di sostegno della doccia; ti
osservava in silenzio, mordicchiandosi il labbro inferiore della
bocca con aria meditabonda. Riconosci quella posa interrogativa. Ci
speravi.
“Cosa?”.
“Mmh”.
“Dimmi.”.
“Ecco, insomma, dici che dormono tutti?”.
“Credo di sì.”.
Ti si accosta e ti sfiora le labbra con il velo
di un bacio: brividi come splendidi rampicanti in fiore ti
serpeggiano su e giù per la spina dorsale.
“Vieni.”.
La riprendi per mano e la guidi all’interno,
delicatamente, dolcemente, gentilmente, e vi richiudete nel buio
stemperato e morboso della tenda. Ti volti e veloce come un crotalo
le premi le labbra sulla bocca. Fu come un
processo metallurgico nel nucleo profondo della passione, in corso
da tempo e finalmente pronto a forgiare qualcosa di nuovo. Fu quel
bacio lungo e ininterrotto a ultimare la nuova creazione, ardente e
affilata, e a gettarla con un gran sibilo nell’acqua fredda che la
rese dura e definitiva. Irriducibile, indissolubile,
indistruttibile. Fu facile e spontaneo, senza divisioni, senza
confusione né obiezioni, soltanto la meravigliosa creatura della tua
cuginetta e te, mentre la roccia liquefatta inondava il tuo stomaco
e sigillava il vostro patto; il vostro legame si è trasformato per
sempre, unito in eterno nella pura consistenza di un diamante
grezzo, fuso nei ricordi del tempo di quei magici momenti
indimenticabili. Non potevi ignorare il tempo, i secondi che
scorrevano come in un conto alla rovescia. Persino nel cuore
dell’incendio ti sentivi trasportare in lontananza, trascinare negli
albori dell’inconscio, sprofondare nei recessi dei sogni,
risucchiare lungo i vividi corridoi dei ricordi e del pensiero. Via
dal calore e dai sentimenti.
L’universo mondo si è
congelato nel giro di un istante arroventato. Le emozioni in
tumulto, l’incendio fuori controllo, le fantasie al galoppo, e poi
le budella si sono raggelate di colpo. Ti insinua la lingua fra le
labbra, la spinge e la rigira nella tua bocca. Lo stomaco si è
svuotato di sasso. Lentamente, con una riluttanza palpabile, che
scaldò il vuoto freddo al centro del tuo ventre bloccato, le braccia
di Sabrina si districarono dalle tue e scivolarono via. Le mani
s’intrufolano, le dita accarezzano, spirali arricciolate solleticano
sul viso. Percepisci la pelle avvampare e scottare sotto il tocco
dei polpastrelli, e un dubbio volatile affiora nella mente e
svanisce nel nulla. Non sente il fuoco che arde tra i vostri corpi?
Lo avverti soltanto tu? Possibile? È come un sole piatto,
intrappolato tra voi, schiacciato come un fiore tra le pagine di un
diario intimo e segreto, che ne brucia la carta. Quando le palme di
Sabrina ti percorrevano il petto e la pancia, sentivi come una
vampata di calore, una fiammata che correva sulla superficie del
passato e consumava tutto ciò che le si parava di fronte. Era come
se in un attimo il potere urticante insito nel tatto delle sue mani
avesse scovato la capacità di annullare tutto quanto: ogni bacio
diventava il primo bacio, ogni carezza diventava la prima carezza,
ogni esperienza si evolveva e maturava in qualcosa di nuovo e
travolgente. Quando tu la toccavi era diverso, molto diverso, ma di
certo non meno esaltante e stupefacente. Perciò, mentre le sfioravi
le cosce e l’addome, sentivi dentro qualcosa di più profondo (lento
e ribollente) del fuoco indomabile, più simile a una colata di lava
nelle viscere. Troppo profonda per surriscaldare la punta dei
polpastrelli, ma inesorabile nel suo procedere divorante (e nello
scuotere le fondamenta del mondo e del cosmo). Qualcosa di unico e
devastante, qualcosa di sconvolgente. Con la mano destra le palpeggi
una tettina, con le dita della sinistra ti cinge l’asta del pene.
La colonna di fuoco che segnava la tomba dell’ossessione di
entrambi si direbbe ingigantire e dissiparsi. Vi siete ritrovati nel
buio della tenda, inginocchiati sui sacchi a pelo, silenziosamente,
vi fissate negli occhi per qualche secondo.
Avete reagito istintivamente, quasi, come se
foste una cosa sola. Di getto ti corichi
sulla schiena, di scatto ti cali pantaloncini e mutande, e lei fa lo
stesso. Allunghi una mano sulla sua montagnetta pelosa per
trastullarla, allunga una mano sul tuo membro eretto per menarlo;
con le dita dell’altra agguanti il bicchiere e lo mantieni a
disposizione, con le dita dell’altra ti dirige il trastullamento
della mano verso la fessura della vulva. Fuoco e fiamme esplosero di
nuovo. Volgi la testa per studiarla e scrutarla, la riscopri a
inquadrarti intensamente, ciecamente, affettuosamente. La
curva della sua guancia risplende di una luce fosforescente, il
riflesso della statuetta del suo coniglietto che luccica oltre la
sua testa la soffonde di un barlume piacevole; il corpo della Cocca
pareva un’immensa, distesa di calore che divampava a fianco della
tua. Su-Giù, Su-Giù, Su-Giù; Cerchietto,
Cerchietto, Cerchietto. Mani, palme, movimenti; dita, polpastrelli,
carezze. I muscoli s’irrigidiscono all’improvviso, un’epica
battaglia s’ingaggia e prorompe dal tuo essere, l’omerica
odissea si protrae fino al culmine;
introduci la cima del glande nella bocca del bicchiere, un visco
colloso va diffondendosi sotto il contatto delle dita, si spande
sulle creste sporgenti delle piccole labbra, il suo bacino si sfrena
in contrazioni silenziose, mentre la tua linfa fiottante si addensa
sul fondo del bicchiere. Restaste lì, immobili e taciturni per
svariati minuti, nella nuvola calda dei vostri respiri affannosi.
Poi, avete fatto ritorno all’esterno e vi siete ripuliti
senza scordar di risciacquare il bicchiere.
(5)
Non è una stupida e nemmeno una maliziosa,
tutto ciò che fa lo fa spontaneamente, tiene sempre un sorriso da
parte (per chiunque) ed è sempre disposta ad aiutare se possibile,
senza mai chiedere nulla in cambio, senza mai né volerlo, né
pretenderlo né tanto meno accettarlo facilmente; ed è sempre stato
questo suo modo di essere, a cavallo tra il disincantato e lo
smarrito, a renderla così adorabile, a renderla così del tutto unica
e speciale. Rammenti come fosse apparsa sempre goffa e fifona,
nell’evolversi del lungo cammino nel lento percorso dell’età della
vostra fanciullezza, ma ne era uscita benissimo: solamente ancora
appena un po’ maldestra e timorosa di tanto in tanto.
Ti viene nostalgia delle escursioni in
collina, delle passeggiate nei boschi, dei tuffi nel fiumicello
gorgogliante, dei prati verdeggianti dove avevi giocato, ragazzino,
all’ombra delle possenti alture vicinissime, che facevano sembrare
antiche, stanche e scialbe le cime delle montagne in distanza. Nel
ricordo che ora si svolgeva come un origami incredibilmente
elaborato, vedevi le scoscese pareti dei monti ricoperte di file
interminabili di giganteschi abeti rossi, concorrenti naturali degli
abeti di Brewer (la più bella di tutte le conifere), di cipressi, di
abeti bianchi profumati come mandarini con i quali poteva
rivaleggiare in aroma soltanto l’impennacchiato cedro da incenso, di
sanguinelle prive di odore ma con foglie di incredibile lucentezza,
di aceri grandifoglie, di altri aceri penduli, di file ordinate di
imponenti querce verde scuro; e anche nella fioca luce del ricordo
quella vista ti toglieva il fiato.
Qualcuno giocava a scacchi, qualcun altro
s’indaffarava nei dintorni delle tavolate improvvisate nel centro
del semicerchio dell’accampamento, la graticola cucinava
praticamente per dodici ore al giorno, alcune delle donne andavano a
passeggio coi ciroli nel bosco, invece, alcuni degli uomini
sceglievano di andare a pesca di frodo nel torrente sciabordante. Tu
e Sabrina siete scesi al fiumicello. La
giornata si presentava calda e serena, il cielo figurava
celestino e l’acqua trasparente, cristallina, limpida e pulita,
freddissima.
La Cugina per eccellenza è davvero adorabile,
incantevole: il fisico asciutto, la figuretta allungata, la
muscolatura tonica, solida e levigata. L’acconciatura sulla testa in
spirali rimbalzine, l’abbronzatura della pelle rosa-oro, il suo due
pezzi abbagliante, il corpicino longiforme, dalle forme lunghe e
snelle. Da sinistra, il fiumicello
giungeva in piscinette digradanti, a destra, l’acqua continuava
gorgogliando in bruschi cambi di direzione su un vasto letto
perlopiù in secca e, completamente, totalmente, cosparso di grossi
sassi arrotondati. Sul piano della campagna, la Cocca, ormai
si muoveva come uno scoiattolo, ma su quel fondale sassoso... sei
dovuto intervenire più di una volta per impedirle di schiantarsi a
terra rovinosamente.
Lo sciabordare
dell’acqua (gelida e serpeggiante) risultava tale da sovrastare,
quasi, il forte chiasso dei numerosi bagnanti che si affollavano
dappertutto. Un grande masso, largo e
piatto, si affacciava sull’ultima piscinetta e in molti lì si
raccoglievano per fare i tuffi: generazioni di turisti dovevano
averne scavato il fondo, nonché eretto e rinsaldato (anno dopo anno)
la piccola diga che la cintava, perché quella si mostrava la sola
parte dello scorrere abbastanza alta da consentire di buttarsi in
relativa sicurezza. Per il resto, raramente la corrente del torrente
superava l’altezza del ginocchio; altrove, enormi pietroni sorgevano
dai flutti come iceberg, e pescioloni guizzanti venivano a
beccheggiare con troppa confidenza intorno ai vostri piedi. Sapevi
che era irrazionale attribuire sentimenti e impressioni umane a un
paesaggio, eppure non riuscivi a toglierti di dosso la sensazione
che quelle montagne incombenti stessero osservando il vostro
passaggio e volessero inghiottirvi e immortalarvi nell’eternità.
Avete oltrepassato l’ennesima svolta a gomito e
vi siete lasciati alle spalle tutta la gente e la confusione. La fai
sedere sullo scoglio smussato di un isolotto, che spuntava dal
centro dei mulinelli vorticanti del torrente, e ti sei accomodato al
suo fianco. Da dietro, il fiumicello veniva allegramente, davanti,
l’acqua scorreva impetuosamente via. Il gorgoglio dell’acqua
risuonava rumoroso e frastornante, ciò non di meno distensivo e
rilassante, l’eco di strilla lontanissime riecheggiavano fiocamente
e debolmente. Ti sei avvicinato per parlarle.
“Aspettami qui, che faccio pipì e poi torno
subito.”.
“No.”.
Forse, è chiaro che eri diventato il centro di
tutto: non più solo il globo di un pianetino con il suo satellite
orbitante, ma la stella più luminosa della sua scintillante
Galassia, uno sconfinato sistema solare ricolmo di corpi celesti, un
cosmo intero di astri rilucenti e sfavillanti, una meteora di fiamme
in caduta libera nel mezzo della Via Lattea per lei rappresentante,
il perno centrale del tuo universo mondo personale.
“Stai tranquilla”.
Il suo viso a un palmo dal tuo naso.
Ti fissava con occhi amorevoli.
“Mmh”.
Si stringe nelle spalle.
“Cosa?”.
Lo sguardo deferente nei tuoi confronti,
l’espressione assorta e riflessiva, gli occhioni marroni e
speranzosi, la testolina traboccante di sogni. Le sue labbra si
muovono.
“Ecco, volevo, insomma, mi fai vedere che lo
fai?”.
Inizia con tono dimesso e soggiogato, finisce
in un bisbiglio risoluto e diretto. Ti rivolge un sorriso
rasserenante, abbassa il mento e le guance si imporporano,
dolcemente, generosamente, infine riesci a inquadrare, a capire e
comprendere la situazione.
“Andiamo.”.
Ti rialzi e la prendi per mano. Vi spingete
oltre la prossima svolta del torrente e vi sedete come prima su uno
dei molteplici isolotti disseminati fra i flutti.
In vista non c’è nessuno. Il rombo
del fiumicello la sola voce. I piedi a mollo nell’acqua gelata, un
braccio contro il braccio di Sabrina. Estrai il pene ancora
barzotto, semi ammosciato, lo scappelli e lo punti nell’acqua dei
flutti. Ti devi concentrare per poter farlo zampillare.
Intrufola la manina sinistra nella mutandina
del costume da bagno che porta. Il tuo membro si erige all’istante,
e uno spruzzo dorato schizza all’insù improvvisamente. Non sei stato
capace di terminare di far la pipì. Non subito perlomeno. Con la
delicatezza di un’ombra, allunga le dita della destra e te lo prende
in mano. Con ambedue le palme delle mani, ti appoggi all’indietro
sulla pietra e la lasci giocare morbosamente, meccanicamente. Il
faccino stupito e meravigliato, la punta della lingua stretta tra i
denti, la masturbazione in corso; il rischio di venire scoperti,
l’energia della giovinezza, l’entusiasmo della preadolescenza.
Non c’è voluto parecchio. Inarca la
schiena, socchiude le palpebre, contrae i muscoli della pancia, si
irrigidisce sul ventre e scatta con il bacino: si sconquassa in
spasmi silenti, le dita che giocavano si adeguano al suo ritmo
irregolare, un furore Divino ti si rigira nello stomaco e nel
cervello, mentre scarichi fiotti di linfa vitale direttamente
nel flusso dell’acqua gorgheggiante.
Inevitabilmente, un po’ del tuo carattere si
stava mescolando al suo e un po’ del suo al tuo.
(6)
L’autoerotismo femminile, l’atto di procurarsi
piacere da sole, la componente principale della pratica
masturbatoria del “ditalino”, la scoperta del piacere attraverso
l’uso delle dita... Era da un po’ che ci stavi pensando. Sabrina, è
diventata la Cugina per eccellenza, perché fra tutti i cuginetti e
le cuginette, insieme a te, lei era decisamente la più grande.
Intorno alle tavolate improvvisate sul centro
dell’accampamento, un paio di ciroli pasticciavano ciascuno sul
proprio album da disegno, qualche nanerottolo tentava invano di
lanciarsi un frisbee, che si direbbe recalcitrante, che non voleva
saperne affatto di collaborare, alcuni zii giocavano a carte,
distrattamente, e tu rimanevi impegnato a compilare il cruciverba di
una rivista, mantenendo il resto della situazione sotto controllo
con la coda dell’occhio. Diverse zie si affaccendavano dentro e
fuori da camper e roulotte, la Zia Nilla rigovernava la graticola,
intanto, la Zietta era scesa giù al torrente per prendere la
tintarella. Sabrina, sempre cordiale e laboriosa, stava passando a
ritirare i bicchierini dei caffè per andare a gettarli nel pattume.
“Sabbi, mi porti da bere?”.
“Sì.”.
Qualcuno aveva chiesto appena che era di già
scattata via di corsa. È tornata dopo pochissimo con un bicchiere in
mano e tra le braccia tre bottiglie: acqua, Cola, aranciata.
“Grazie!”.
I capelli, biondi come una distesa di grano
esposta al sole, le si avvolgevano in riccioli spiraleggianti che
restavano raccolti parzialmente, precariamente sulla testa.
Indossava il pezzo superiore del costume da bagno, calzoncini
sgambati e sandali di gomma. Incantevole, semplicissima. Il visetto
che sembrava rincorrere un sogno con la fantasia, il disegno arcuato
delle lunghe ciglia castane-bionde, le narici dagli orli delicati,
il sorriso squisitamente adorabile, gentile e cordiale, rasserenante
e benevolo, l’incarnato rosa-oro del suo aspetto meraviglioso,
l’espressione gaia, ingannevolmente ingenua. Libera, franca,
piacevolissima, spensierata, adorante, venerante, vulnerabile,
sottomessa, un po’ sconclusionata, giuliva e disincantata.
Incrociate gli occhi per un attimo.
Nello sguardo luminoso, sentimenti che
guizzano come pesciolini ammaestrati: gioia, entusiasmo, amore,
curiosità, passione. Con il capo accenni al fitto del bosco,
e lampeggiando un barlume d’intesa passa dall’uno all’altra.
Annuisce immediatamente. Abbandoni rivista e cruciverba. Ti
raggiunge a metà strada e la prendi per le mani. Nulla di strano,
eravate inseparabili ormai da troppo tempo per suscitare il pur
benché minimo scalpore. La cosa veniva data talmente per scontato
che nessuno ci faceva più nemmeno caso. Era un dato di fatto! Dove
andava uno andava l’altra, quel che faceva il primo faceva la
seconda, ciò che tu volevi solitamente, naturalmente, ovviamente lo
voleva anche lei.
“Cosa fate voi oggi?”.
Ti volti per guardarla, e non c’è dubbio sul
suo volto; qualunque tua decisione a lei sarebbe stata bene.
“Facciamo una passeggiata.”.
Scuote con enfasi la testa, per assecondare le
tue parole, per dimostrare che ha capito benissimo, qualunque fosse
il punto in questione.
“D’accordo, ma non allontanatevi dal
sentiero.”.
Ti sorride e ti rivolge un’occhiata pienamente
comprensiva.
“Va bene.”.
Camminavate. Il bosco incombeva sempre più
ai vostri fianchi. Nel folto collinare, la stradina polverosa
assumeva una fioca lucentezza grigiastra che la rendeva simile a un
letto di cenere, come se il cocchio di Dio avesse corso fra gli
alberi e le sue ruote ardenti di fuoco divino avessero impresso una
scia di combustione totale in quelle ombre verdeggianti. Sulle
vostre teste, rami sporgenti e intrecciati davano origine al
baldacchino rigoglioso di una galleria di riflessi baluginanti.
Aspettava. Taceva.
“Sai, pensavo...”.
I ruoli si scambiano di posto, la gola
s’ingroppa di sasso, la mente si svuota di colpo. Ora, toccava a te
indugiare, adesso, si presentava il tuo turno di crogiolare nel rogo
dell’esitazione e dell’incertezza. Come continuare? Dove andare a
parare? Come arrivare al dunque?
“Sì, beh, a che cos’è che pensavi?”.
“Niente, mi chiedevo solo se puoi... se ti
va...”.
Allontani lo sguardo dal suo viso e scalci un
sassolino. Ti ferma e ti si para davanti. L’aria interrogativa e
meditabonda, il piglio deciso e sospettoso.
Sentisti la sua coscienza sorgere tra i
tuoi pensieri, una presenza che ti sfiorava con la morbidezza di una
piuma, in cerca di ciò che immaginava le nascondessi. Cerchi di
guardare altrove, ma lei ti stringe forte il mento con le dita delle
mani, gli occhi non possono sfuggire ai suoi. Nel tempo le
cose sono cambiate piuttosto radicalmente, però, ti ricordi di
quella volta nello spiazzo a ventaglio sulla sponda del macero,
rammenti di quanto si era dimostrata vergognosa al tuo suggerimento,
spontaneo e tutto sommato privo di malizia.
“Dimmelo.”.
“Mi spieghi come farti piacere... me lo puoi
insegnare?”.
L’espressione innocente, la voce un bisbiglio.
“OK”.
Lasciate il margine del sentiero nella
posizione meglio accessibile nei dintorni del denso del bosco. La
camminata si districa per diversi minuti, nel frusciare del verde
del sottobosco. La vegetazione si spandeva nella memoria del
labirinto sconfinato di un’estate di alberi secolari, macchie di
luccicante cielo azzurro cominciavano ad apparire sopra di voi, e la
luce che filtrava dal tetto di foglie lassù cambiò, da un tono
oliva scuro a un giada sprizzante di vita. Sollevaste la testa e
notaste tra gli alberi un chiarore, una chiazza di luce gialla,
anziché verdognola. S’intravvedevano i raggi scintillanti del sole
che imperlava e gocciolava tra le fronde. Acceleraste il passo, in
silenzio nell’ultimo tratto. Avete raggiunto i confini della chiazza
di luce e, oltrepassate le ultime felci, siete entrati nel luogo più
grazioso che avete mai visto.
Era una radura, piccola, minuscola,
perfettamente circolare, piena di fiori di campo viola, gialli e
bianchi. Lamponi, more, mirtilli, fragoline di bosco,
ribes, uva spina, rovi e altri cespugli sparsi tutt’attorno.
I colori splendenti delle farfalle, il
verde iridescente delle ali di un coleottero, l’arancione e il nero
del carapace di una coccinella, la complessità variopinta delle
montagne soprastanti, il richiamo del fiumicello torrentuoso,
che scroscia e sciaborda, come un faro sonoro che indica la strada
del ritorno, il sole e le nuvole in alto che soffondevano di luce
morbida il candore della natura circostante. Avanzate lentamente, a
bocca aperta, sin nel mezzo dell’enigma solare di questa visione di
meraviglia, tra l’erba soffice e i fiori che dondolavano, sfiorati
dall’aria calda e dorata; sembrava che la luce amasse Sabrina,
visibilmente, vistosamente, perché su di lei aveva un riflesso del
tutto particolare: le accarezzava il corpo dolcemente, accentuava
con amore la sfumatura rosa-oro della pelle, aggiungeva lucentezza
ai capelli biondi-castani e le risplendeva negli occhi. Soltanto
nell’istante successivo ricordasti ciò che la bellezza di quel posto
aveva momentaneamente offuscato.
“Qui è perfetto.”.
Ruota la testa da una parte e dall’altra,
tendendo la conchiglia delle orecchie per accertarsene.
“Sì.”.
Ti lasci cadere con le gambe incrociate sulla
trapunta fiorita, floreale del prato. La tua cuginetta, la Cugina
per eccellenza, si sbottona subito la cintola dei calzoncini. Si
abbassa la lampo e se li cala fino alle ginocchia. Segue in fretta
la mutandina del suo costume da bagno; cogli a malapena lo sfavillio
di una peluria arricciolata, e ti si corica di fronte. Il suo
corpicino così profferto sembra una languida, ardente distesa di
passione. Deglutisci. Flette le gambe, lievemente, morbosamente,
schiude le cosce e divarica le ginocchia. Calzoncini e mutandine
appallottolati in un groviglio all’altezza delle caviglie e dei
polpacci. La sua tenera fessura del sesso già brillante, le sue
creste intime della vulva già intrise di colla. Quindi, le hai
posato una mano sul pube.
“E adesso...”.
Ti spinge la mano sulla vetta del monticello di
venere.
“Ecco, beh, sì, insomma, muovi in tondo le
dita”.
Cerchietto-Cerchietto-Cerchietto.
“Più piano”.
Cerchietto. Cerchietto. Cerchietto.
“Un po’ più forte”.
Cerchietto, Cerchietto, Cerchietto.
“Così.”.
Metabolizzi come si stropicciasse, si
trastullasse, delicatamente, meccanicamente, le puntine dei
capezzoli attraverso il tessuto sintetico del reggipetto del
costume.
“Adesso, sempre in tondo, sposta un po’ più in
giù le dita sul cicciolino”.
La palma della mano sulla base della
montagnetta, i polpastrelli delle tre falangi centrali sul beccuccio
del clitoride. La peluria castana-bionda del pube, fine e soffice,
il clitoride tumido, scivoloso e cedevole al tocco del tatto.
“Sì, ecco, lo senti che si bagna di più di
prima?”.
“Sì.”.
Le palpebre socchiuse, un pezzetto di lingua
stretto fra i denti, l’effetto delizioso della porpora sulle guance.
“Gira in tondo un po’ con le dita anche però
sulle lingue”.
Le piccole labbra sporgenti, attaccaticce e
viscose, assai prossime allo sbrodolamento.
“Passa così di più il dito lungo nel taglio”.
Rabbrividisce.
“Sì, insomma, dimmi, voglio dire, hai le unghie
lunghe?”.
“No, me le mangio.”.
“Allora, no, vediamo, metti la punta di un dito
dentro”.
“Non ti farò male?”.
“No, se fai piano, ecco, io lo faccio”.
Le spingi all’interno la punta del medio
debolmente, fisicamente, gentilmente.
“Ah”.
Immobilizzi la mano nello spazio del millesimo
di un momento.
“Ti ho fatto male?”.
“No, continua, così che ci sei, ma fai piano”.
La giuntura della prima falange è passata e di
più non osi spingere. Arretri un poco.
“Mmh”.
“Sicura...”.
“Non fermarti”.
Stretta, umida,
avvolgente, bagnatissima, collosa, bollente, e poi sempre più
sbrodolante. La tua palma che massaggia, polpastrelli che
accarezzano, il tuo dito medio in parte che sprofonda. Notasti
prestissimo che, quando la giuntura della nocca scivolava dentro e
fuori dalla resistenza nella sua vagina, il suo bacino reagiva
positivamente, prontamente, puntualmente, automaticamente,
intensamente, ritmicamente e regolarmente, ripetutamente,
spontaneamente e sensibilmente, straordinariamente,
progressivamente, distintamente e voluttuosamente e febbrilmente. Un
gemito sommesso le scappa dalla bocca semiaperta e, innanzi e sotto
di te, la vedi e la senti sconquassarsi in modo silenzioso e prudente, cauto e contenuto per quanto
possibile. Non hai smesso di lisciarle la peluria rorida,
rugiadosa, fresca e tiepida al contempo, untuosa dopo l’orgasmo.
Ti sollevasti e sfiorasti le sopracciglia
istoriate di Sabrina, ora distese e rilassate, la curva aggraziata
delle sue tempie e delle guance, le labbra con un bacio.
“Com’è andata?”.
“Ecco, beh, sì, bello, ma, e tu invece?”.
Pochi colpetti di mano e le sei venuto fra le
dita; tutto era avvenuto con la stessa tipica innocenza di un tempo.
Da quel giorno i vostri giochi, da curiosi e morbosi, si sono
elevati al parossismo più sfrenato, si sono evoluti alla ricerca di
un piacere più spinto.
(7)
Era un giorno dell’inizio di un autunno che si
protraeva lungo il corso del periodo di un’estate spettacolare.
L’anno scolastico aveva già aperto i battenti a classi di flotte di
studenti, ma uno o due giorni in più o in meno di frequenza non
avrebbe fatto grande differenza. Nello svolgersi del calendario di
tutti gli anni del passato, non si mancava mai di trascorrere almeno
qualche giornata di festa in montagna.
Sabrina, indossava una maglia leggera, una
minigonna non particolarmente corta, calzettini e scarpe da
ginnastica. Come tu stesso, del resto, naturalmente, se non per la
gonna. I suoi capelli si sono schiariti nella luce del sole
dell’estate, e presto la sua pelle ha riacquistato una delicata
sfumatura rosa-arancio. Veramente adorabile, incantevole! Un po’
d’incoraggiamento, un sorriso, un suggerimento, generalmente, era
tutto ciò che bastava per convincerla; un intuito formidabile vi
accomuna e vi lega da tempi immemorabili, l’inventiva e la fantasia
non vi è mai mancata, e la tua parola è sempre stata legge per lei,
anche quando questa voleva solo suonare come un suggerimento.
Non ricordi granché della rimanenza del posto
di residenza, però, nel cortile davanti
alla porta, rammenti benissimo, c’era stato un tempo un grande abete
piangente, venti o venticinque metri, forse addirittura trenta, che
curvava verso terra rami drappeggiati in eleganti scialli di
merletto verde scuro. D’estate, il fulgido fogliame era come una
vetrina per la luce del sole, un po’ come i cuscinetti di velluto di
una gioielleria che esaltano lo splendore delle gemme; i rami erano
spesso adorni di immateriali ma splendenti catenelle, grani di
rosari, collane scintillanti, lucenti diademi ingioiellati composti
di sola lucentezza. In inverno, la neve rivestiva l’abete piangente
seguendone la forma particolare; se la giornata era bella, l’albero
sembrava un officiante natalizio... ma se il tempo era grigio si
trasformava in una prefica cimiteriale, incarnazione del dolore e
della tristezza.
Il lucido pomeriggio
si trascinava velocemente. L’abete indossava uno dei suoi abiti
luttuosi. Qualcuno preparava il fuoco della griglia per cucinare la
carne ai ferri. Frattanto tu e Sabrina, insieme ad alcuni ciroli
(tra i cuginetti più indipendenti e grandicelli) e ad altri
nanerottoli ancora, in aggiunta a qualche altro rantolo del luogo,
avete optato per giocare a nascondino: nell’uso classico del
regolamento. La base del tronco dell’abete fungeva da tana. La conta
si era svolta e qualcuno stava contando ad alta voce: con la testa
fra le braccia e le braccia incrociate contro la corteccia
dell’albero. Tutti si sono dispersi rapidamente.
Hai preso Sabrina per
una mano e a tutta birra te la sei
portata via. Una via di mezzo tra una farfalla e uno
scoiattolino libero e spensierato; in
volo, in corsa libera, in fuga al tuo fianco.
Le spirali rimbalzanti sulla sua testa,
una risatina rasserenante che va disperdendosi e svanendo
nell’aria. Avete svoltato l’angolo di un edificio, e vi siete diretti verso il
bosco. Senti la stretta della sua mano farsi più solida nella tua,
la senti rallentare e restare indietro. Ti fermi e ti giri per
osservarla da vicino, per capirla meglio, per scrutarla negli occhi,
per carpirne fino in fondo i segreti dell’anima. La sera stava
calando; guardava con diffidenza le ombre che andavano infittendosi
nel sottobosco. Le hai sorriso per farle coraggio, hai accennato in
direzione degli alberi.
“Vieni”.
Immediatamente, ha
compreso che qualcosa bolliva in pentola. La curiosità codificata
nei vostri geni più profondi, l’istinto radicato nel cuore dell’alba
di un tempo lontano, il legame quasi medianico che vi univa.
Annuisce e s’illumina, si eccita di nuovo entusiasmo e subito ti
segue spontaneamente, meccanicamente, ciecamente.
A velocità stellare vi siete spinti e siete penetrati nel
bosco. Vi siete addentrati per una dozzina di passi: sprazzi di
cielo né bigio né limpido, nubi sfilacciate fra le chiome degli
alberi, un pennacchio di fumo dalla zona
delle griglie, la penombra densa del sottobosco,
felci e grovigli selvatici sparsi
dappertutto. Vi siete acquattati in una macchia fitta di
cespugli.
“Tu fai la guardia.”.
Avevi bisbigliato e la tua cuginetta, la Cugina
per eccellenza, aveva annuito in risposta. Con la testa in un
cespuglio e le palme a diretto contatto del suolo umido; ambedue
inginocchiati a gattoni per terra. Ti sei spostato dietro di lei. La
sagoma allungata in avanti della sua figuretta carponi... è davvero
irresistibile. La linea aggraziata del suo corpo è provocante, le
sue curve sono dolci, le sue fattezze sono morbide, le sue forme
sono esaltanti e pienamente, essenzialmente, fisicamente
paragonabili al tratto del disegno meraviglioso di un architetto
Divino. La silhouette del suo fondoschiena oltremodo
invitante, la tenera curva delle sue minute rotondità esposte
all’insù, evidentemente, morbosamente, palesemente... e
il chiarore di un triangolo di mutande tra
le gambe. Le sollevi la minigonna sin sulla vita, le abbassi le
mutandine fin nella piega delle ginocchia.
Un brivido mordace ti attanaglia nella bocca
dello stomaco. La schiena inarcata
all’ingiù, voluttuosamente, le mezze sfere piccole e paffutelle del
suo culetto, l’ombra del buchetto posteriore al centro delle
natiche, e la tumescenza della fessura, il clitoride rigonfio, le
piccole labbra crestate e sporgenti: il bolide della tua libido si
scatena, estrai l’arma e la impugni come la clava di Polifemo.
Accarezzi e massaggi specialmente le zone erogene esterne
della sua vulva, incominci a lisciare l’asta rigida della tua mazza,
schiudi e cipolli con le sue grandi labbra, delicatamente, ti
intrattieni a premere quel punto sotto il clitoride che le fa
scattare il bacino tutte le volte che lo sfiori appena, dolcemente,
entri a penetrare l’apertura della vagina con l’indice, gentilmente,
intrufoli dentro entrambe le giunture delle nocche, cautamente,
gradualmente, senza smettere di muovere il pollice sul clitoride, il
“bottone” più erogeno del suo corpo. Il
groviglio inestricabile nello stomaco si torce, intensamente,
intanto che percorri avanti e indietro,
con la mano il tuo sesso, con il dito il suo sesso,
regolarmente, ritmicamente, ondate su ondate di scosse le scuotono
la spina dorsale, abbondantemente, silenziosamente, mentre schizzi
di linfa il verde muschioso del sottobosco.
Quella volta, rammenti con chiarezza, hai
buttato fuori una scarica di megavolt da non dimenticare facilmente.
(8)
Il cielo era straordinariamente limpido e
pulito, il sole si mostrava abbacinante e le nuvole si presentavano
scarse e di panna, l’aria di montagna rasentava il fresco
frizzantino di un’estate da poco trascorsa, il sentiero che
conduceva (in lunghi e lenti tornanti) si innalzava pigramente
davanti a voi come un gigante da un sonno profondo. Cinque ore di
cammino distanziano il rifugio dal punto di partenza. Nel tuo zaino,
panini e bottiglie di plastica, nel suo zainetto, coperta e
salviette per il picnic: il resto dell’occorrente lo portavano gli
adulti sulle spalle. Giovani, energici, inseparabili, irrequieti,
avete lasciato gli altri e siete andati avanti sin dall’inizio.
Almeno tre quarti di strada è stata macinata sotto i piedi,
sicuramente, e se non altro un’oretta abbondante di vantaggio si
suppone di aver guadagnato rispetto a chi state precedendo.
“Sei stanca?”.
“Sì, no, beh, insomma, ecco, è solo che debbo
fare la pipì”.
Sabrina, il visetto
adorante, lo scoiattolo insito nel musetto, gli occhioni veneranti,
l’espressione sognante, le narici dal disegno delicato,
la bocca semiaperta, una punta di lingua
fra le labbra, i capelli raccolti alla meglio sulla testa, le
spirali arricciolate in ciuffi biondi-castani che le discendono con
amore sulla conchiglia delle orecchie piccoline e sensibili, che le
fregiano e le orlano, che le danno maggior risalto ai lineamenti
cordiali e gentili; la tua cuginetta, porta una maglia a maniche
lunghe, leggera, la solita minigonna non troppo ridotta, calzettini
bianchi e scarpe da tennis. Adorabile, incantevole, irresistibile.
I suoi discorsi sono sempre stati un po’ sconclusionati, e
sebbene dal canto dell’iniziale timidezza progressi sostanziali non
li abbia davvero compiuti, seppure particolarmente eloquente non lo
sia mai diventata, ciononostante, le sue
parole (audaci e decise nei momenti più disparati) si sono sempre
concretizzate nel modo giusto al momento giusto.
“Mi fai vedere?”.
La fissi negli occhi, per capirla nell’anima.
Aggrotta la fronte lievemente, arcua le sopracciglia appena, il nero
delle pupille si ritira, il marrone delle iridi si dilata, in fretta
batte le ciglia un paio di volte e cade dalle nuvole. L’istantanea
della sua mano nella tua palma, la stringi e le cerchi anche le dita
dell’altra mano. Si mordicchia il labbro inferiore, scorgi
il potere ipnotico del flusso in movimento
del suo pensiero ingarbugliato che si slegava, una breccia di
capire le si fa largo nella mente e la raggiunge, ti rivolge uno
sguardo di tutta comprensione, una luce istoriata le risplende sul
viso, e le sue guance quasi non s’imporporano nemmeno. Lo
smarrimento si è disperso in un attimo. Poi sorrise, e fu un sorriso
di un calore avvolgente. Disincantata, spassionata,
appassionata. Vi siete già capiti,
qualunque fosse il punto della situazione.
“OK, va bene”.
Conducendola nel
folto del sottobosco, la cingi dal fianco per impedirle di
inciampare nelle radici del terreno in forte pendenza. Fiumi
di sudore grondavano a causa della camminata spedita, sostenuta, che
vi ha trasportato fino a lì senza sosta. Vi addentrate nel verde
autunnale, facendole largo tra felci, liane e rami bassi, sin quando
nulla più traspare del sentiero tortuoso, ozioso da cui siete
venuti.
“Qui può andare...”.
“Sì.”.
Si leva lo zainetto e, posandolo alla base del
tronco di un albero, ne segui l’esempio. La luce del sole filtrava
come cristalli d’ambra fra le fronde, che, nell’attesa del pieno
ambrato dell’autunno, a malapena ingiallivano sulle prime di una
stagione incombente. Si allontana da te, cautamente, mettendo una
certa distanza tra di voi. I suoi occhi marroni erano spalancati,
speranzosi, sognanti, e il bianco delle cornee era adesso dello
stesso giallo dorato della sua pelle. La strana lucentezza riflessa
dalla vegetazione le colorava anche l’arricciolamento dei capelli e
la maglia, tanto da farla sembrare un idolo d’oro, l’immagine di una
dea del di sotto del bosco, indorata e immensamente bella, con occhi
di un magico, luccicante quarzo morione. Sabrina, la Cugina per
eccellenza, ti osserva e si solleva la minigonna fin sopra la
cintola della vita. Tira di lato il bianco-dorato della biancheria
intima, ruota la cintura delle mutandine, incastra gli elastici in
una piega dell’inguine. La tua gola come un’antica pergamena, come
sabbia egiziana, secca, prosciugata. Schiude le gambe, appoggia la
nuca e le scapole alla corteccia di un albero, si divarica le grandi
labbra della vulva e sporge innanzi il beccuccio del clitoride. Un
brivido uncinante si rincorre lungo la schiena, qualcosa di
dentellato si contorce nello stomaco, un’erezione disintegrante ti
ottenebra il cervello: non c’è spazio per nient’altro. Vedi un
fiotto dorato che si distacca dalla punta del pistillo dei petali
della sua vagina, distintamente, lo vedi inarcarsi in un arcobaleno
di scintille dorate, incessantemente, lo vedi allungarsi nelle
stille brillanti di una pioggerella dorata, ininterrottamente, lo
vedi precipitare e schizzare in uno spruzzo di goccioline dorate,
intensamente, vedi il rivoletto d’oro liquido scorrere sopra e sotto
a foglie e rametti; in seguito il flusso dorato rallenta e riprende
più di una volta, per poi interrompersi definitivamente,
morbosamente. Una mano ti scivola sulla patta e il resto si confonde
nel nulla.
Passando dalla fiamma della lucidità alle
tenebre dell’incoscienza, ondeggiando fra le due come una falena, ti
sentivi sempre più debole, sempre più perso, inesorabilmente, avevi
le idee sempre più confuse, avevi sempre più caldo. Ti ritrovasti
con una mano a terra, piegato sulle ginocchia, quasi seduto sui
talloni, Sabrina in piedi davanti, fradicio di sudore. Avevi i
capelli incollati alla testa, gli occhi che ti bruciavano per i
rivoli salati che ti colavano dalla fronte e dalle tempie. Gocce di
sudore ti cadevano dalle sopracciglia, dal naso, dalle orecchie,
dalla mandibola e dal mento. Sembrava che avessi fatto il bagno
vestito. Fossi stato sdraiato su una spiaggia della Florida, non
avresti sentito lo stesso calore, perché questo veniva soltanto da
te; avevi dentro una fornace, avevi un sole ardente imprigionato
nella tua gabbia toracica. Quando riprendesti coscienza, eri ancora
caldo, scottante, ma tremavi anche in modo incontrollabile, sentivi
caldo e freddo allo stesso tempo. Il sudore era quasi al punto di
ebollizione quando sgorgava, ma sembrava che a contatto della pelle
si raggelasse all’istante. Perlomeno, questa è la sensazione del
succo, del prima e del dopo, se non altro, questa è l’impressione di
base di quel ricordo.
Ti sei rialzato, Sabrina a pochi centimetri di
distanza. Premette le morbide labbra sulle
tue, e ti schiuse la sua bocca, e tu ricambiasti il bacio con
ardore. Una nuova sensazione mai provata prima: le vostre lingue si
cercavano e si fondevano al punto che non distinguevi più la sua
dalla tua. Infilasti le mani nei suoi magnifici capelli (di un
meraviglioso biondo grano cosparso di chiarissime zone d’ombra
castane, il tutto soffuso di una luce magica d’oro riflesso, e
disfacendo alcune spirali della sua precaria acconciatura), te li
lasciasti sciogliere fra le dita. Se la luce solare si fosse potuta
trasformare in filamenti freschi e serici, e l’avessi toccata,
avresti provato la stessa sensazione. Le toccasti il volto, e la
grana della sua pelle ti dette un nuovo brivido. Facesti scivolare
le mani in giù, lungo il collo, tenendola per le spalle mentre i
vostri baci si facevano più profondi, e infine le posasti sul seno
appena accennato sotto la maglia.
Dal momento in cui si era avvicinata per
darti il primo bacio non aveva smesso di tremare. Sentivi che non
erano tremori di aspettativa erotica, ma segni di incertezza, di
imbarazzo, di timidezza e di timore di essere respinta: di uno stato
d’animo forse irrazionale e tuttavia non dissimile da quello in cui
ti trovavi tu stesso. Ora, bruscamente, rammenti, un brivido più
intenso la scosse. Si allontana un poco da te, esitante, reticente,
e ti apre la patta; pantaloni e mutande scendono alle ginocchia.
Ti avvinci a lei, dolcemente, gentilmente, con l’erezione
intrappolata tra di voi. La tumidezza del
suo sesso che strofina sui genitali, il soffice della peluria che
struscia sul filetto, la tua mano che le palpa il petto. Vi baciaste
e accarezzaste con un ardore che cresceva sempre più, ma con la
determinazione di assaporare a fondo ogni fase di quegli istanti. Si
accomoda il membro nell’incavo delle cosce, rammenti, la sporgenza
delle piccole labbra che scivolano sull’asta. Rammenti le sue
ciglia sulle tue labbra, le dita che frugavano dappertutto.
Anche nella penombra cristallizzata
dell’ambra, in quel bosco di fronde giallo-verde, lei continuava a
restare la figlia prediletta dal sole e adesso ogni raggio di quello
splendore di seconda mano sembrava puntato su di lei. Il bagliore
solare faceva risplendere la sua pelle e accentuava squisitamente i
piani e le curve, le convessità e le concavità del suo corpo
impeccabile. Le mani esploravano, le palme sfioravano, le dita
toccavano, i polpastrelli urticavano. Eros in una piega fluida di
oro e carne: la curva levigata della schiena, la sfera dorata delle
natiche minute, sode e paffutelle, perfettamente delineate dal tocco
del tatto, una spolverata come di ambra che aderiva alla seducente
muscolatura di una coscia; il pelo pubico leggermente rorido,
rugiadoso, arricciolato e solleticante, che si muoveva piano sul
pube; la concavità del ventre, chiaramente percettibile al di sotto
dell’elastica minigonna tirata all’insù, che si spostava con grazia
sull’addome, che poi tornava a sporgere nella piccola pongosità
delle tettine; e (oh, sì) la turgidezza dei suoi capezzoli che
premevano, che spingevano contro il tessuto del reggipetto e della
maglia. Una luce dorata, di cristalli d’ambra lucente, come di
platino risplendeva sulla stoffa delle strette, eleganti e lisce
spalle, seguiva la linea delicata della gola e lambiva gli orli e le
pieghe fragili di un orecchio simile a conchiglia.
Sabrina ti si avviluppava addosso come
un’entità celeste, come un’indorata divinità scesa da una grande
altezza, come la musa dell’amore in carne e ossa, con pura e lenta
delicatezza, e si abbandonò completamente nelle tue braccia.
L’amasti con le mani, con le labbra, con la lingua, e non pensasti
neanche di penetrarla veramente, perché la cosa era già perfetta
così. Pareva proprio che il vostro sesto senso comune vi consentisse
di sapere in anticipo che cosa desiderava l’uno dall’altra, che cosa
sarebbe piaciuto reciprocamente. La solidità delle morbide cosce
chiuse intorno al pene, la tumescenza del clitoride che sbrodolava,
la fessura che lisciava, l’abbraccio delle tenere creste esterne, la
carezza della peluria, l’ortica delle dita, la morbidezza della
bocca, il profumo dell’alito sul collo, i semini delle mammelline
che pungevano. Il momento iniziale dell’accostamento fu della solita
e irrilevante meccanicità, ma quando vi uniste nell’estasi del bacio
del corpo l’esperienza smise di essere usuale, banale, si innalzò
dalla meccanicità al misticismo, e voi diventaste non semplici
giovani-cugini-amanti ma un solo organismo che istintivamente e
irriflessivamente cercava di raggiungere un’indefinita, misteriosa,
ma disperatamente desiderata apoteosi della carne e dello spirito
insieme. Le sue “risposte” sembravano medianiche al pari delle tue.
Mentre era stretta a te, rammenti, non fece mai un movimento
sgraziato, non mormorò mai una parola sbagliata, rammenti, in nessun
modo disturbò il ritmo piacevolmente intenso e stranamente complesso
della vostra passione, ma rispose a ogni flessione e
controflessione, a ogni spinta e controspinta, a ogni pausa da
brivido, a ogni fremito e a ogni tocco, rammenti, finché
raggiungeste e poi addirittura superaste una perfetta armonia. Il
mondo si allontanava. Eravate uno; eravate tutti; eravate i soli.
In quel sublime e quasi sacro stato,
l’eiaculazione sembrava quasi un affronto: non la naturale
conclusione del vostro quasi simbiotico accoppiamento, ma una rozza
intrusione della volgare biologia. Ma era inevitabile. In effetti,
non era soltanto inevitabile, ma anche molto prossima. Eri
nell’incavo delle sue cosce da quattro o cinque minuti, quando
sentisti l’eruzione crescere dentro di te, furiosamente,
rabbiosamente, e capisti con un po’ d’imbarazzo che era
incontenibile. Cominciasti a ritrarti per non sporcarla, ma lei ti
avvinse ancora di più, cingendoti con le braccia e le gambe snelle,
il suo sesso che aderiva caldamente al tuo; si irrigidì e si
contorse, a lungo, in silenzio, arcuò il corpo contro di te, un
epicendio di sensazioni, e fu scossa da un secondo orgasmo,
schiacciandoti il petto contro il torace, fu colta da tremori, e
d’improvviso ti lasciasti andare, e lunghi, fluidi filamenti di
linfa si liberarono da te dipanandosi lungo le sue cosce.
Vi occorse un po’ di
tempo per riacquistare il senso del mondo attorno a voi e ancor di
più per separarvi. Rammenti un bagno di sudore, il fiatone e la
stanchezza, rammenti i vestiti appiccicati alla pelle, l’affanno e
il respiro pesante della Cocca, la tua cuginetta, la tenerezza,
rammenti la linfa che cola sull’interno delle gambe. Infine, però,
vi distaccaste e ripuliste con le salviette saponate che teneva
nello zainetto; ormai, stavate in silenzio perché, adesso, tutto ciò
che doveva essere detto era stato detto senza bisogno di dover
ricorrere alle parole. Anche se eravate rimasti avvinti lì nel
sottobosco per non più di cinque o dieci minuti, sembrava che
fossero passate delle ore, pressappoco, sembrava che fosse passato
un giorno intero. Vi siete ripresi per mano e nonostante
tutto, stanchi, sudati, esausti, avete raggiunto per primi il
rifugio sperduto in quella limpida giornata d’autunno.
(9)
Un carosello di
immagini ti passa davanti agli occhi della mente.
La gita al lago, la carne allo spiedo, i giochi
e le corse sull’orlo dell’acqua. Sabrina, sparuti gomitoli di nuvola
che ruzzolavano sul mare del cielo riflesso nello specchio
dell’acqua del lago, le voci degli uccelli che cantavano. Sabrina,
intrecci di fronde, la vita del sottobosco, multispecie di insetti,
rovi e cespugli, flotte di uccellini, l’acqua freddissima a ridosso
delle nodose radici degli alberi. Sabrina... La giornata era chiara
e luminosa, il cielo una cupola azzurra, completamente sgombra, a
parte qualche piccola nuvola dai contorni sfilacciati.
Ricordi benissimo l’incisione sull’albero.
Sopra di voi, il sole era alto nel cielo, una sfera rovente che
bruciava succinta tra spiragli di rami ancora carichi. Ricordi la
lama del temperino mentre affonda la punta nella corteccia di un
grosso tronco appartato; la forma del cuore sembrava un po’ troppo
esplicita, inoltre il disegno di un cerchio simboleggiava meglio il
“per sempre”: all’interno due chiare C, Cocca e Cucco, i vostri
nomignoli. L’aria che veniva dall’acqua portava con sé l’odore
frizzante del giallo dell’ambra che incombeva sui primi autunnali
della montagna; il sole del pomeriggio scintillava sulla superficie
del lago come su metallo. Ricordi lo scoiattolare di Sabrina, e il
cielo del più puro azzurro che avessi mai visto. Foglie verdi,
foglie gialle. Ragazzino, ragazzina, ragazzini, insieme, entusiasti,
felici. Sabrina, la tua cuginetta, raggiante e gioiosa, come una
farfalla che passa in rassegna un campo di fiori in un caldo
pomeriggio estivo.
Il giorno scivola velocemente e ti ricordi dei
lunghi giri in barca. Ricordi un po’ delle numerose volte che siete
rimasti lì a guardare la scia che s’allungava verso la terraferma.
Il sole ormai stava calando e faceva un nastro di riflesso
nell’acqua e la scia lo rimescolava in tanti pezzettini d’oro.
Quando era più piccola, le dicevi che era oro davvero e che certe
volte salivano dal fondo le sirene a prenderselo. Forse, è chiaro
che usavano quei pezzetti rotti dal sole del tramonto per abbellire
i loro castelli sotto lo specchio del lago. Sabrina, la tua
cuginetta, non distaccava mai gli occhioni da quella striscia di
pezzettini dorati sull’acqua, stava sempre attentissima nella
speranza di veder affiorare l’ombra di una sirena e per un altro
paio d’anni non ha avuto dubbi che non fosse vero, perché glielo
avevi raccontato tu stesso. Ti senti scivolare via come un sospiro.
Un giro di ruota ancora, e come specchietti che
riflettono frammenti di vetro colorato, il
caleidoscopio dei ricordi si rimette a fuoco. La baraonda in
festa, le alte lingue di fiamma del falò, che scottavano sulla
pelle, le lucciole che punteggiavano nel buio. Sabrina, sempre
cordiale, incantevole. L’intuito formidabile che vi legava come una
cosa sola, l’istinto e la fantasia, il vostro legame permanente e
indissolubile. Sabrina, benevola e disponibile, come assogettata al
tuo volere, quasi asservita di propria iniziativa, deferente e
sottomessa, idolatrante e vulnerabile; ha sempre preso per legge
ogni tua singola parola, ma da quel giorno in riva al macero si è
come soggiogata a te spontaneamente, fisicamente, con amore e
devozione assoluta e cieca (in tal misura da rasentare talvolta il
fanatismo): Sabrina, la tua luna
orbitante, la tua Galassia personale, l’universo mondo del perno del
cosmo della tua creazione. Sabrina, la Cocca, la tua
cuginetta. Disincantata, che vede le cose come sono; spassionata,
che dice il vero, sincera; appassionata, che esprime grande
passione, che segue ogni cosa con interesse ed entusiasmo. Talora
smarrita e confusa... sempre affettuosa e amorevole. Riesci perfino
a cogliere nell’aria lo scorcio del bisbiglio di una sua risata
musicale, rasserenante. Adorabile! Grandi e piccoli si agitano ai
margini della luce del fuoco, l’aria è calda e immobile, la notte si
direbbe ammantata negli schiamazzi delle risa e nella serenità di
una paziente attesa.
All’improvviso qualcosa sbuca dall’oscurità e
ti si stringe al braccio.
“Ah, chi cosa...”.
Sobbalzi e scatti di lato.
“Scusa”.
La voce di Sabrina, spuntata dall’oscurità, ti
fece vergognare. Era dimessa, quasi timida, ma non la avevi sentita
né vista avvicinarsi, perciò ti aveva spaventato.
“Ma no, e dai, ero soltanto io che ero
sovrappensiero.”.
“Mmh”.
Le sollevi l’ovetto del mento, delicatamente,
gentilmente, le sorridi e lei remissiva ricambia debolmente,
dolcemente, generosamente, voluttuosamente. Era il brillio del fuoco
del falò che le danzava negli occhi? Ti avvicini per sussurrarle
nella conchiglia sensibile di un orecchio.
“Ti va di provare una cosa?”.
“Sì.”.
“Non vuoi neanche sapere prima di che si
tratta?”.
“No, voglio dire, cioè di sì, ma, insomma,
ecco, in effetti, beh, è solo che mi fido”.
“Vieni.”.
La cingi dal fianco per condurla, per aiutarla,
per guidarla nel buio del sottobosco.
Inosservato, svincoli nell’oscurità notturna e te la porti via.
Le fai largo tra felci e cespugli, raggirando rovi e
pozzanghere stagnanti, e vi ritrovate nei pressi del tronco
dell’albero dell’incisione del pomeriggio. Un luogo appartato quanto
basta, piuttosto distante dal resto, isolato a sufficienza dal caos.
“Sai, ho visto un film...”.
“Mmh”.
“No, non è quello, è più una cosa con la
lingua”.
Ti si stringe addosso
ulteriormente, un soffio di voce sul lobo di un orecchio.
“Capisco, e guarda
che non mi sono preoccupata per niente”.
“Allora lo
facciamo?”.
Frattanto stracci
sottili di nuvole passavano sullo spicchio di luna, che argentava i
loro orli merlettati, filigranando il cielo notturno.
“OK, dove mi metto?”.
Un sassone semicoperto di muschio si ergeva dal
suolo come la gobba di un gigante pietrificato.
“Mettiti lì.”.
Si alza la minigonna,
si scosta da parte le mutandine, si distende sulla schiena e ti
aspetta. Anche al buio, in quel bosco oscuro, lei continuava a
essere la figlia del sole (la luce della luna non essendo altro che
un riflesso della luce solare) e adesso ogni raggio del suo bagliore
argentato pareva di nuovo puntato su di lei. Lo sfavillio lunare
faceva luccicare la sua pelle ed esaltava sensualmente le forme e le
curve, la lunghezza e la snellezza del suo fisico longiforme, di una
bellezza a dir poco commovente. Eros in una linea morbida di nero e
argento: le fattezze armoniose dei polpacci, la curva madreperlacea
delle ginocchia, la piega solida delle gambe levigate, perfettamente
stagliate nell’oscurità, una pellicola come di ghiaccio che
istoriava sulla come non mai così tanto seducente muscolatura delle
cosce piene, sode ed elastiche; il pelo pubico lievemente
arricciolato e lucente, sfiorato da un barbaglio d’argento; la
concavità del ventre, curvato dal tocco perlaceo della luna nella
levigata sacca d’ombra degli indumenti, che poi tornava a sporgere
nello splendore opalino prima di raggiungere l’oscurità sotto il
piccolo seno; e il suo seno, rivolto all’insù morbosamente,
vistosamente a forma di un cuore minuto, l’erezione turgida dei
capezzoli che spiccavano (per metà argentei e metà neri) attraverso
lo spessore aderente del reggipetto e della maglia. Una luce lattea,
di neve candida, di oro al bianco splendeva e sembrava provenire
dall’interno del tessuto, si spandeva sulla stoffa piena di grazia
delle lisce e strette spalle, risaliva il collo fragile e delicato,
raggiungeva quelle orecchie di conchiglia e poi si disperdeva nella
confusione spiraleggiante dell’intrico dei suoi capelli.
Sabrina, la Cugina per eccellenza, si manteneva
scostata la biancheria intima, con la bocca semiaperta e le palpebre
socchiuse. Compulsivo, trepidante, ti chini su di lei e ti pieghi
sulle ginocchia, le dischiudi le gambe e ti spingi nel tenero sodo
delle sue cosce. Un afrore penetrante, acre ma per nulla di nulla
sgradevole, ti solletica le narici tuttora impercettibilmente.
Sabrina si raddrizza sui gomiti e ti fissa dall’alto, rammenti,
intanto punti di domanda senza nessun significato ti si affollano
nel cervello. Dapprima sondi la tumidezza della fessura con la punta
della lingua. La consistenza era quella dell’impasto di una pagnotta
di pane giunta allo stadio ultimo della lievitazione. Piacevole.
Titilli le creste delle sue piccole labbra, rammenti, che risultano
molli come la polpa delle lingue mature del frutto di un caco
giapponese. Un fremito le percorre il corpo e un sospiro spossante
le fuoriesce dalla gola, rammenti, quindi ritorna a coricarsi
abbandonandosi a te totalmente. Azzardi una slinguata sulla
protuberanza del clitoride, che si presenta tumescente, rigonfio,
colloso, cedevole, attaccaticcio come zucchero sciolto. La senti
irrigidirsi e contrarsi in risposta, rammenti, e procrastinare
oltre non serve. Affondi la lingua nelle delicate sporgenze
delle sue labbra. La fragranza del nettare ti colma immediatamente i
sensi. Rigiri la lingua dentro di lei, le cosce ti si stringono
intorno alla testa, le budella ti si annodano nello stomaco.
Il sapore era caldo e liquido, il gusto
non era dolce ma salato, però, rammenti, la sua viscosità sulle
labbra, la tua eccitazione era tale da farlo diventare come ambrosia
al tuo cospetto. Non avevi mai creduto che un simile profumo
potesse esistere. Se lo avessi immaginato, ne saresti andato in
cerca da tempo.
Ritiri la testa, succhi il medio per
insalivarlo ben bene, introduci pian piano l’interezza del tuo dito
nell’ardore della sua vulva. Incominci a bellicare dappertutto e ti
soffermi specialmente sul clitoride, allungando in avanti le dita
della mano libera per stuzzicarle, leggermente,
meccanicamente, per stropicciarle
un pochino la puntina di un capezzolo.
Infili la punta della lingua sotto il beccuccio del clitoride
e risucchi la puntolina del pistillo fra le labbra. Le sue ginocchia
si chiudono di scatto, le sue mani ti scivolano sui capelli, un
gemito sommesso, gorgogliante e strozzato, si leva da lei con
indecisione e trasporto.
“Mmh”.
“Cosa?”.
“No, fallo ancora... Sì, non smettere”.
Un orgasmo cosmico le squassò i muscoli a
ondate continue, facendola sussultare come una marionetta.
Qualcosa fiottò in bocca e il cicciolino
ti sfuggì dalle labbra per un attimo, ma lo recuperasti in un batter
di ciglia e continuasti a succhiare. La sua figuretta si sconquassò
a lungo, in modo silente, cauto e silenzioso, per quanto possibile
contenuto e misurato, e, madido dei suoi umori,
non avresti saputo distinguere l’inizio
dalla fine dei successivi orgasmi, se più di uno o due ce n’erano
stati. Istintivamente, voracemente, non mollasti più la presa
sinché il suo corpicino ora scombussolato non tornò immobile,
affannosamente, faticosamente, squisitamente, nuovamente tranquillo
e rilassato.
“È andata meglio, penso, ti è piaciuto?”.
“Sì, direi proprio di sì, ma, però, lo voglio
fare anch’io”.
A malapena il calore delle labbra e in quantità
ti sei sfogato per la maggior parte nella sua bocca.
(10)
Sin dall’alba del mattino, si presentiva una
giornata bigia e una pioggerella uggiosa cadeva di tanto in tanto.
Era inverno, era un giorno di carnevale, era un tardo pomeriggio del
compleanno del rantolo di un cuginetto. In molti della Famiglia si
erano già riuniti nella casa di città del festeggiato. Il pomeriggio
trascorreva rapidamente e la sera calava ancor più in fretta. Le
luci del paesello si fusero tutte assieme mentre la strada si
tuffava nel buio. Non era proprio come viaggiare nell’oscurità della
notte e non solo perché si era appena sui primi del crepuscolo. Il
buio sembrava più fitto di quello notturno, e in qualche modo più
vicino: era come venire congelati lentamente nel ghiaccio nero,
pensasti. Quando raggiungeste la sommità di un dosso, fu come se il
buio (dietro di voi) si chiudesse contemporaneamente da tutte le
parti, persino sull’orizzonte. Non impiegò molto a diventare davvero
buio, le nuvole iniziarono a ritornare, trascinandosi da ovest.
Riuscisti solo a cogliere barlumi di esse attraverso l’ombra della
fitta vegetazione, che affiancava sul ciglio della strada, ma
potesti immaginare come avrebbero incalzato il tramonto. Eravate
passati da casa di qualcuno per prendere Sabrina e vi apprestavate a
raggiungere il resto dei parenti.
Sabrina, gentile e disponibile con tutti,
gentilissima e disponibilissima nei tuoi confronti. Sabrina, una
contraddizione in termini: ingenua nei più disparati momenti,
tuttavia assai più sveglia di quanto non sembri... disincantata e
smarrita allo stesso tempo; a volte maldestra inevitabilmente,
eppure leggiadra nella rimanenza delle circostanze; fifona e paurosa
per le cose più assurde, ciononostante coraggiosa, audace e valente
nelle occasioni giuste; risoluta quando occorre, ugualmente timorosa
di tanto in tanto, sconclusionata per la maggior parte del sempre e
comunque. Sabrina, la tua cuginetta, cordiale, gentile, tenera e
delicata, sempre straordinaria e vulnerabile. Conserva sempre
l’accenno di un sorriso fregiato sulle labbra, per chiunque,
indipendentemente dalla situazione. Peraltro, siete praticamente
cresciuti insieme e tra di voi si estende un legame che rende spesso
superflue le parole, che talvolta le rende assolutamente inutili;
uno sguardo, un cenno, un sorriso, di solito è tutto ciò che occorre
per comprendervi al volo: la sua fiducia incrollabile nasce dal
fatto che sei sempre stato pronto ad aiutarla, in qualsiasi momento
e in qualsiasi occasione. Sabrina, la Cocca, la tua cuginetta.
Un minuto e via. Siete arrivati a destinazione
e siete ripartiti quasi immediatamente per la pizzeria. La Nilla
stava riprendendo la Nella, a causa del suo costume da coccinella,
un po’ troppo sensuale e succinto, un po’ troppo aderente e
provocante, un po’ troppo ridotto al minimo indispensabile per
potersi catalogare come costume di carnevale. La maglia rossa a
pallini bianchi, gli short rossi a pallini neri, un paio di
stivaletti con la zeppa, il cerchietto con le antenne sulla testa,
lo zainetto nero e floscio sulla schiena. Una processione di
marmocchi strillanti e di nuovo in macchina.
Fuori, dalla periferia alla tangenziale, gli
edifici della città sembravano dipinti di nero, come se fossero in
stile Tudor. Lo spettacolo di tutte quelle
strade deserte bagnate dalla luce dei lampioni ti diede
l’impressione di annaspare in un’altra dimensione. Durante il giorno
strati di nuvole grigio acciaio avevano viaggiato nel cielo, e ora
sostavano sopra di voi. Luna e stelle erano invisibili oltre quella
barriera. La trappola che si estendeva nel cemento era un ammasso
d’ombre: colonne e lastre di oscurità; tetti di nerezza; tende di
tenebra appese ad aste di buio su pertugi d’inchiostro; strati su
strati di nero in tutte le sue sfumature: ebano, carbone, prugna,
fuliggine, nerofumo, nero anilina, blu notte, lacca, carbone,
corvino, antracite; porte e finestre scure in pareti ancora più
scure. Ti aggrappi alla concretezza fisica di Sabrina seduta
al tuo fianco, ti volgi per guardarla nella debole luce del
cruscotto. Non scrutava affatto al di là del finestrino, ti stava
fissando. Dal nastro che le cingeva la
corona dei capelli, fino in mezzo alla fronte, pendevano tre fili di
pietre d’ogni colore. Un gioco, una fantasia, che quando si muoveva
lasciava intravvedere il tatuaggio azzurro caldo sulla sua fronte.
Sorridi di rimando al suo sguardo sognante.
A meno di qualche
chilometro, un lampo squarciò l’oscurità sfregiando per un attimo la
pelle della notte. Istintivamente, la vedi e la senti
irrigidirsi rimpicciolendo contro lo schienale del sedile.
Il tuono rombò lungo la linea del lontano
orizzonte come se il cielo, abbassandosi, avesse cozzato contro la
cima del tetto del mondo. Echi dell’urto rimbombarono rumorosamente
nelle nuvole, e come un angelo ribelle scacciato dal paradiso, un
altro dardo lucente crepitò sopra di voi, esitò sui gradini celesti,
diminuendo d’intensità mentre scendeva attraverso i cieli, subito
svanendo nell’oscurità sottostante. Tap-tap-tap. Il vento
spazzava i finestrini ininterrottamente, e adesso la pioggia
tamburellava sul tettuccio dell’auto. Di
nuovo il lampo balenò lontano, al margine del mondo. Sopra di voi, i
tuoni, come enormi macchine belliche, rombavano sul campo di
battaglia. Abbandonasti la tua mano nelle sue, che diventarono una
morsa.
Forse, è chiaro che era nervosa come uno
scoiattolo impaurito. Un lampo lontano balenò al di là del
finestrino. Un tuono rombò dal limite dell’orizzonte buio.
Il cielo sarebbe tornato chiaro e azzurro,
e le ceneri del temporale avrebbero fornito fertile nutrimento a
erbe folte e verdi come non mai, e l’aria sarebbe stata ripulita dal
crepitare di tutto quel rimescolio. Lo sapevi bene tu, lo sapeva
anche lei. E allora?
“Che cosa c’è che non va in te?”.
Domandasti in un bisbiglio, il cuore che
di colpo si metteva a correre come se la punta di una frusta
elettrica ti avesse colpito azionando il motore della tensione.
“Mmh”.
Fu interrotta da un lampo violento e
rabbioso. Proprio al di sopra del vostro abitacolo un bianco
sfavillio incrinò la volta nera del cielo, come una crepa zigzagante
su un vaso di porcellana. L’esplosione del tuono fu così forte che
fece vibrare il vetro dei finestrini. Già un altro tuono esplodeva,
e sentisti le tue ossa sbattere l’una contro l’altra a dispetto
degli strati di carne che le separavano, come il paio di dadi
prediletti dal giocatore nella prigione ovattata di un caldo
sacchetto di feltro. Chiuse gli occhi e strinse ulteriormente le tue
dita nelle sue. Stavi per insistere, ripetendo ancora la domanda se
necessario, quando l’automobile si affrettò ad accostare al
marciapiede.
“Su, su, dai-dai, forza, tutti dentro!”.
Una grande insegna
lampeggiante, coloratissima, si stagliava ammiccando sull’ingresso
della pizzeria. Alcuni goccioloni
tagliavano l’aria davanti alla tua faccia, altri ti colpivano con
l’impatto di sassolini lanciati senza violenza, altri ancora si
abbattevano sulle macchine con un percettibile plop-plop-plop.
Vi siete raggruppati all’asciutto, sotto la sicurezza del
tendone parasole provvidenzialmente abbassato, mentre gli
accompagnatori cercavano parcheggio. Ogni goccia di pioggia si
illuminava di mille colori, come se avesse fatto parte di un
arcobaleno che si era frantumato in mille pezzi con il calare della
sera. Ogni pozzanghera scintillava con i frammenti dell’arcobaleno
dell’insegna. L’effetto era disorientante, ma preparava il
visitatore a ciò che avrebbe trovato all’interno della pizzeria: i
camerieri e le cameriere erano vestiti da clown, fantasmi, pirati,
astronauti, streghe, zingari e vampiri e un trio vestito con costumi
da orso si muoveva di tavolo in tavolo cantando e divertendo i
bambini. I posti erano stati prenotati in precedenza e con
largo anticipo. Pertanto, avete preso posto e proseguito senza
indugio. Con la coda rossa di quel ricordo a pallini, rincorri la
linea flessuosa della Zietta-coccinella che si allontanava da tavola
per andare al bagno.
Sabrina si girò all’improvviso, e gelò
all’istante, sorpresa che le vostre facce fossero così vicine l’un
all’altra. Tu stesso eri rimasto confuso dalla sua vicinanza. Il
calore scivolava via da lei ad onde, carezzandoti il volto. Potevi
quasi percepire la morbidezza della sua pelle... Sbatté le ciglia,
il suo battito cardiaco balbettò, e le sue labbra si socchiusero. Si
distingueva appena qualcosa, qualcosa di vago nel fondo limpido dei
suoi occhi di quarzo, qualcosa che voleva istoriare e dipingere dal
centro innocente della sua anima. Una luce di passione, forse, come
gocce di oro fuso in un forno ardente, come segreti a malapena
celati nel profondo, come pensieri (remoti e disordinati) che
brillavano come insetti pietrificati nell’ambra. Distogliete lo
sguardo contemporaneamente. Tu lo hai fatto per non destare
l’attenzione di nessuno, rammenti, ma lei? Intercetti l’occhiata di
rimprovero di Grazia all’indirizzo di Graziella, la sensuale
coccinella a pallini bianchi e neri, che, camminando a testa alta,
attirava una certa dose di sguardi lascivi su di sé, nel tornarsene
a sedere compiaciuta e indifferente. Il viaggio di ritorno non è
stato poi molto diverso dall’andata.
Via i costumi e poi vi siete radunati nella
camera del festeggiato di casa. Nella stanza, un bastoncino
d’incenso bruciava, le candele erano state accese e le luci spente,
per creare la giusta atmosfera. Ormai da tempo, venivate designati
automaticamente a comandanti in capo, spontaneamente e da tutti, per
il solo e semplice fatto che eravate i cugini più grandi. Quindi, tu
e Sabrina vi siete accovacciati in un angolo e tutti gli altri si
sono disposti con le gambe incrociate da voi in tondo, a ventaglio
più o meno. La pioggia rigava le finestre
e picchiettava sulle persiane in parte srotolate. C’erano
candele accese sui comodini. E un paio anche sul cassettone. Le
fiammelle tremolanti proiettavano ombre ballerine sulle pareti e sul
soffitto. Le storie che circolavano non si sarebbero dette neppure
mediocri, d’altronde, Sabrina non pareva convenirne e lo dimostrava
largamente aggrappandosi al tuo braccio con la forza tentacolare di
un mostro marino. Hai come la sensazione di sentirla tremare
affettuosamente, fisicamente, teneramente, tuttora contro di te.
Capitolando: sai che non lo fa apposta, è semplicemente il suo
naturale modo di essere, ed è proprio questa sua spontaneità che la
rende speciale. Ti volti per osservarla.
La pura, ingenua innocenza della sua
espressione ti diede il desiderio di afferrarla e portarla via da
quell’oscura camera da letto dove la fragranza dell’incenso
cominciava a divenire insopportabile. La tua mente si era
concentrata sulla vostra fuga, e quando riportasti l’interesse su di
lei, sulla presenza della tua cuginetta, la sua immagine ondeggiava
e i suoi contorni divennero incerti; quasi eterei, quasi
impalpabili. Poi tornarono netti e ripresero solidità. Ancora quello
sguardo... quello sguardo incognito e trasognato. Stavi respirando
più velocemente, il fuoco che ti attanagliava su e giù lungo la
gabbia toracica e la gola. E se Sabrina ti avesse immaginato
stringere il suo corpo delicato tra le tue braccia? Spingendola
stretta verso il tuo petto e per poi prenderle il mento tra le mani?
Scostando le spirali arricciolate di quei capelli biondi-castani dal
suo viso lievemente imporporato? Tracciando il velo della forma
delle sue labbra piene con il tuo dito? Abbassando il tuo volto
vicino al suo, dove avresti potuto sentire il profumo del suo
respiro sulla tua bocca? Muovendoti ancora più vicino... Reagisce e
sbatte la curva aggraziata delle lunghe ciglia. Si mordicchia le
labbra e chinando il capo sposta altrove gli occhioni venerabili.
Per la notte erano state prese misure estreme.
I più ciroli avrebbero dormito nelle camere degli ospiti, insieme ai
genitori, i rantoli (troppo grandi per definirsi ciroli, troppo
piccoli per definirsi nanerottoli) si sarebbero affollati nella
stanza del cuginetto di città, tu e Sabrina, invece, con la
compagnia di altri due fra i più grandicelli dei nanerottoli,
avreste pernottato nella sala. In pigiama e infine a letto. Dunque,
nel letto del divano a due piazze: Sabrina alla tua sinistra, tu nel
mezzo, il nanerottolo del cuginetto più grande alla tua destra; e
più in là, sdraiato per la lunga sul divanetto, ecco il secondo
nanerottolo. Sul tavolino accanto alla Cocca un’applique da salotto
spandeva intorno un chiarore tenue, ombreggiando fiocamente
l’immancabile bicchiere con la sua bottiglia d’acqua, mentre la
statuetta del suo coniglietto fosforescente luccicava nella
penombra. La pioggia imperlava il
davanzale della finestra poco distante, una gragnuola di tamburelli
accompagnava il sottofondo del vento, che soffiava e spirava,
inquietando e risuonando debolmente sui vetri. Le dita della
tua mano sinistra racchiuse nella presa salda della sua mano destra.
Non per ultimo ti ritrovi avvolto nel bozzolo di una nebbiolina
aleggiante e dopo parecchio la sonnolenza sopraggiunge.
Leggerissimo frusciare di lenzuola. Immagini di
frammenti di trascorsi si susseguono vorticosamente nel fantastico
dell’incoscienza. Lei che si masturbava con innocenza nell’altra
metà del letto, tu che ti trastullavi con febbrile entusiasmo per
assecondare la melodia di un certo coro sinfonico e rumoreggiante.
Fresco sulla pelle. Una carezza, un brivido. La curiosità spontanea
di un’esplorazione reciproca fra le canne sulle sponde del macero, e
poi gli stralci dell’enormità dell’istinto ipereccitante del primo
vero tentativo di fornicazione fissato profondamente nel vivo del
cuore del canneto sotto il cielo. Il suo tocco sui testicoli e lo
smanettamento dell’asta. Lo stomaco invia segnali di agonia al
cranio. Follia, meccanicità, morbosità, speranza, turbolenza. Il
calore di una palla di fuoco ti riscalda la cappella del glande. Il
richiamo echeggiò come un colpo di fucile sparato da vicino. Un peso
dolce sulla pancia, fiamme divoranti all’altezza dell’inguine. Come
che cosa? La prospettiva del presagio di una possibilità sale a
galla, fluttuando come la panna nel latte, come l’olio nell’acqua,
come bolle di gas fumigante dal catrame ribollente. Ardore liquido.
La visione onirica di un desiderio struggente ti ghiaccia il sangue.
Brividi mordaci, solletico. Trasecoli e lentamente risali in
superficie dal limbo dell’incoscienza. Un suono, un gorgoglio, un
risucchio, si impone e rimbomba come un gong nelle orecchie, si
percuote e ti raggiunge nel cervello, un po’ troppo evidente per
dare adito a dubbi. Socchiudi le palpebre per sbirciare con la coda
dell’occhio.
Ombre nere come le tasche del Diavolo. Il
cuginetto alla tua destra ti volta le spalle, quello più in là sta
russando sommessamente, ancora più in là la pioggia battente
continua a tamburellare sui vetri della finestra. L’aria della
stanza diventò pesante, plumbea. Sabrina, la Cugina per eccellenza,
se ne resta scomodamente piegata su di te gorgogliandoti piano sul
grembo. Le lenzuola scostate di lato, lo scorcio di una massa di
capelli scarruffati, la sua testa che altalena, il fuoco che scivola
sulla tua erezione monolitica: la cosa ti
raggelò, come se migliaia di aghi di ghiaccio si stessero formando
nel tuo sangue conficcandosi nelle pareti delle arterie e delle
vene; stringi i denti così forte che avresti potuto
polverizzare il granito. Devi compiere uno sforzo considerevole per
trattenerti, però, malgrado la voglia di toccarla, di accarezzarle
le spirali dei capelli solleticanti, interromperla o rischiare di
svegliare chicchessia era esattamente l’ultima delle cose che
volevi. Trattenesti il fiato finché il battito del sangue nella gola
quasi ti costrinse a tossire. La tua forza di volontà giaceva a
brandelli, ti sentivi obnubilare la mente, distruggere la coscienza,
ottundere i pensieri, smussare e distogliere dalla comprensione di
motivazioni che vanno annebbiandosi affondo dopo affondo, vacillare
il senso della ragione, togliere la lucidità di pensiero, perdere la
punta dell’affilatura della lama dell’autocontrollo.
L’irrigidimento, la leggerezza, la pesantezza, la tensione, come un
pallone aerostatico che si gonfia, come un missile che si appresta
all’obiettivo, come uno shuttle che si avvicina al momento critico
del decollo. Quando passasti nella fase del preorgasmo, una
sensazione di velocità inimmaginabile assale i tuoi sensi. Voli
attraverso l’oscurità stellare, e l’universo mondo si dispiega
davanti a te, come un milione di gemme sparpagliate in un mare
infinito d’oscurità vellutata. Il tuo corpo fisico si scuote appena,
si avvolge come nell’alone dell’abituale silenzio, prudentemente, e
tu capisci che questo non è altro che il bozzolo creato
(dall’intimità del legame che vi unisce) per proteggervi
automaticamente, oculatamente, dal rischio di farsi scoprire
accidentalmente, dal gelo infinito della monotonia della vita di
tutti i giorni, dalle restrizioni, dalla mancanza d’aria insita
nella preadolescenza e nel quadro di questo paesaggio astrale. Non
puoi contenere oltre, ti arrendi e lasci sfrenare gli intestini e le
budella. Hai sfogato la maggior parte della tua linfa fra le sue
labbra.
Ti ripulisce per bene con qualcosa di umido e
fresco, forse un fazzolettino saponato, forse un tovagliolino di
carta bagnata, forse il foglio di uno scottex intinto nell’acqua.
Fingi di dormire per non metterla a disagio. Ti ricopre con cura, la
senti sputare nel bicchiere e si alza dal divano-letto. Azzardi una
sbirciatina di sottecchi. La vedi dirigersi in cucina per
risciacquare il bicchiere e la bocca. Quando fosse ritornata, ti
saresti stiracchiato un pochino, casualmente, innocentemente,
mostrandole poi la tua voglia di sfiorarla gentilmente per
compiacerla. Chiudi gli occhi. Sabrina, s’infila come una piuma nel
bianco delle lenzuola e il nanerottolo alla tua destra si rigira e
sbadiglia. Porca vacca! Non ora, non adesso, dormi cazzo. Aspetti,
immobile, nel centro silenzioso del bozzolo di quel giaciglio... e
senza volerlo il sonno ti riprende e porta via.
(11)
Sogni, inquietudine. Qualcosa da fare, una
ragione per aspettare. Buio. Che cosa? Buio, ancora sogni. Dove?
Quando? Buio. Sabrina. Sogni. Sabrina, qualcosa da fare. Il barlume
di un ricordo, forse di un sogno. Ardore. Buio, desiderio,
inquietudine. Buio. Sabrina, il motivo lampante, Sabrina, la ragione
di tutto. Ti rigiri nel letto e socchiudi un filino le palpebre.
Scampoli improvvisi come strappi di realtà. Il carnevale, il
compleanno, il viaggio in macchina, la pizzeria, la casa di città,
il pernottamento nella sala. Il cuginetto alla tua destra sembra
risprofondato nel suo viaggio onirico, si è raggomitolato su se
stesso e ti gira la schiena, respirando rumorosamente, mentre quello
più in là continua a ronfare in modo sommesso.
La notte si stava togliendo il mantello
dalle spalle, la prima pallida luce grigiastra dell’alba si
scorgeva a malapena indistinta
oltre i tetti del cemento che si estende a profusione in distanza.
Le foglie stormivano come le gonne rigide e
nere delle streghe. Il vento spirava giù dal cielo della città
placcato di nuvole, spingendo fra gli alberi le tenebre di febbraio,
facendo dolcemente oscillare i vetri della finestra sfuggente,
gemendo, mormorando, picchiettando, sospirando, pregno dell’odore
della pioggia battente. Esso raccolse i rumori rintoccanti nella
confusione del vicino parco pubblico, li lacerò come se fossero
frammenti di un fragile tessuto e li gettò come fili strappati
attraverso la tendina che offuscava e velava lo spiraglio del
finestrino aperto sulla breccia del tuo dormiveglia.
Richiudi gli occhi. A dispetto della voce
incessante della pioggia e del vento, puoi ancora udire il suono
(come un’eco prolungato e struggente) del gorgogliare debole di
Sabrina che va diffondendosi dalla culla di vimini del profondo
dell’inconscio. Un brontolio e un risucchio. Qualcosa di liquido. Un
rumore che scivola. Qualcosa che ribolle, accompagnato da un
crepitare di lenzuola, come da un lieve frusciare cartaceo, come la
fiamma che ti arde nel cosmo dell’inguine. Quanto più tentavi di
allontanarti dalla sensazione di quel suono, tanto più potevi udirlo
e sentirlo con chiarezza.
Riapri e richiudi gli occhi pesantemente. Un
gorgheggio liquido, un risucchio scivoloso, un calore ribollente.
Uno scricchiolio di stoffe leggerissime che frusciano. Fuoco che
divampa dabbasso. Ti sentivi leggermente stordito. Girasti
lentamente gli occhi della mente verso l’ombra della culla del tuo
inconscio, in cerca all’interno del tuo io più profondo, e ti
sforzasti di spingere i tuoi pensieri in un’altra direzione.
Qualcosa di orribile, di orrificante. Qualcosa di terrificante.
Qualcosa di sconvolgente, qualcosa che ti avesse aiutato a rinsavire
dai fumi dell’incoscienza. Insomma, qualcosa di spaventoso. Luna
piena. Nebbia e luna piena. E un cimitero. Alla luce della luna il
cimitero ha una certa bellezza spettrale. Vi è un’aura di triste
serenità che circonda le tombe cadenti che, con il passare del
tempo, si sgretolano in polvere e scompaiono portando con sé i
segreti ricordi di un altro secolo. La nebbia si disperde, le tombe
si scoprono. Corpi seducenti si levano da bare foderate di petali di
rosa. Non ci siamo! Voci eccitanti di un coro melodioso, movimenti
accattivanti di una moltitudine di membra voluttuose. No.
Sicuramente era la tua immaginazione. Non avresti potuto udire gli
echi invitanti (di quei richiami orgiastici) al di sopra del
tambureggiare dell’acqua che batte. Chiudi come il rubinetto del
flusso della tua fantasia. Per un momento il sonno parve riempirsi
di un silenzio assolutamente perfetto, sepolcrale. Eri in collera
con i risvolti di quell’immaginazione sensuale, della tua
immaginazione smodata, ed eri in collera con te stesso per esserti
lasciato condurre in quella fantasia a luci rosse. Sapevi comunque
che si trattava di un sogno. Doveva per forza trattarsi di un sogno.
Desideravi svegliarti (svegliarti e risalire e fare qualcosa), ma
per fare che cosa? Sabrina. Sabrina che dormiva, forse... forse che
si fosse addormentata? Risali e rinsavisci bruscamente e spalanchi
gli occhi.
Ti sentivi fiacco
come il cielo invernale, grigio scuro e cupo, plumbeo al di
fuori della finestra, e più inconsistente
delle barbe irsute che penzolavano dai volti sinistri di guerrieri e
mostri, che un occhio fantasioso poteva scorgere nelle nubi
temporalesche. Il vento della notte spalmava le goccioline
della pioggia sui vetri, il tenue lucore dell’alba imminente
traspariva appena laggiù in lontananza. I due nanerottoli stanno
dormendo sonoramente e sai che il resto della massa del grosso dei
cuginetti è stato dislocato un po’ dappertutto al piano superiore.
Ti rivolti quanto più silenziosamente possibile nel mezzo del
giaciglio del divano-letto. Il coniglietto fosforescente di Sabrina
continuava a luccicare nella penombra del salotto vasto e spazioso,
l’applique sul tavolino continuava a soffondere tutt’intorno il suo
chiarore fioco. Ti accomodi sul fianco sinistro.
Sabrina si direbbe dormire profondamente.
Anche se i suoi capelli non sembravano più
biondi-castani ma castani-corvini nella semioscurità della notte,
lei era sempre una ragazzina d’oro, la figlia prediletta del sole,
così come ti era apparsa quando l’avevi stretta nel bacio del corpo
per la prima volta nei primi d’autunno di quell’assolato giorno in
montagna. Appariva ancor più bella nel sonno: la massa dei
capelli (scarruffati e contorti) disegnava una grande ombra scura
contro il cuscino candido. Le ombre rubavano il colore dalla sua
pelle, malgrado ciò la fronte liscia come il velo della panna sul
latte conserva tuttora il caldo ricordo del tatuaggio azzurro della
festa della sera precedente. Ti intrattenesti a osservarla per un
poco. Il faccino spensierato, innocente e vulnerabile, indifeso
nell’angelico riposo che va accentuando squisitamente il suo musetto
da scoiattolo. Le labbra lievemente dischiuse, il respiro lento e
regolare, la curva del collo armonioso. La delicata struttura delle
sue ossa, il sottile rivestimento della sua scolorita pelle, come
seta distesa sul vetro, incredibilmente soffice e facile da
distruggere. Eri davvero certo che stesse dormendo? Tra il tuo corpo
e il suo sentivi ronzare ora il calore di una quantità di
elettricità, una tensione impalpabile che andava raccogliendosi. Il
suo corpicino... allungato e supino sotto le lenzuola, come ghiaccio
ardente rivestito di seta, spaventosamente friabile; delicato...
fragile e delicato. Un pensiero peccaminoso ti sconvolse.
Accarezzarla sarebbe stato come accarezzare una bolla di sapone
senza farla scoppiare. Cerchi di squadrarla nella prospettiva di una
nuova angolatura: Sabrina, la quintessenza dell’innocenza e della
passione. Come che fosse, non è affatto la stupidina che
generalmente sembra al primo impatto; non è una cima, ma non è né
persa né svampita, perlomeno non lo è fino in fondo, di sicuro non
lo è completamente.
Ti accosti alla sua figuretta distesa,
rilassata nell’Eden del sonno. Il calore sembrava addolcire il
profumo che la circonda, rigenerando appieno l’accumulo delle tue
riserve. Le budella s’infiammarono di voglia, il fuoco ancora fresco
e intenso perché l’avevi desiderata troppo a lungo e per troppo
tempo. Allunghi una mano nervosamente, le dita rigide come
bastoncini di legnetti secchi, cercando di ignorare le farfalline
nello stomaco, mentre il respiro si faceva sempre più trafelato. Il
sedere più stretto della mano di un politico chiusa su una mazzetta
di banconote, il curaro e l’adrenalina in
circolo nel sangue in pari misura. Paventavi il disastro di una sola
mossa falsa, protendendo le grinfie al di sopra del suo addome,
stando bene attento a non sfiorarla accidentalmente, e avevi come
l’impressione di muoverti nella fanghiglia, intanto una vocina
magniloquente si faceva spazio nelle tue cervella. E se si fosse
svegliata? Il cuore esulcerato nel petto, la trepidazione
crescente nelle viscere, il sentore della bile nella gola, il peso
dello sforzo, i muscoli del braccio destro dolorante. Una porta si
apre e si richiude al piano di sopra. Serpenti di ghiaccio che si
srotolano nello stomaco. Nulla di più e nulla di meno.
Un brivido divorante ti cementa nel nano del
giro di un attimo. Fu come versare colla in un ingranaggio ben
funzionante. Immobile. Bloccato. Impietrito sul posto. Dieci, venti,
trenta secondi... e poi un minuto pieno. Frattanto, una tempesta di
neve ti soffiò nel perno dell’anima. Le stelle del tuo personale
universo mondo diventarono nere e ti ritrovasti imperlato da piume
di cristalli di sudore congelato. Lo sciacquone dello scarico del
gabinetto. La porta che si riapre e chiude di nuovo. Dieci, venti,
trenta secondi... e via un altro minuto intero. Non si era mossa.
Il respiro della tua cuginetta sempre lento e
regolare. La tua mano sospesa su di lei, il lenzuolo che si
appesantiva sull’avambraccio, i muscoli doloranti della spalla. Sul
primo piatto della bilancia la voglia incontenibile, sul secondo il
coraggio vacillante. Dire che ti sentivi esagitato sarebbe stato
solamente un eufemismo. Non sei costretto a farlo; la voce della
coscienza conteneva una sfumatura di cortese disprezzo, come se ti
avesse rivelato la cosa più ovvia del mondo. Di tanto in tanto le
tue dita si piegavano come se stessero premendo a vuoto i comandi di
un cannoncino. Vederle ti avrebbe innervosito, fisicamente,
notevolmente, se non fossi già stato teso quasi al punto di scattare
come la molla sovraccarica di un antico orologio. Ti trovavi in una
impasse, di fronte a un problema inestricabile, alle prese con
un’impresa perniciosa. Indeciso e tentennante, confuso. Infine
l’audacia di un istinto soverchiante viene in tuo soccorso.
Azzardi ulteriormente e pieghi la prima falange
del mignolo per sfiorarle il ventre del pigiama con la punta del
polpastrello. Non si è spostata di un palmo, non ha contratto
nemmeno un muscolo, ne desumi che stava ancora dormendo. Una gloria
effimera per il tuo orgoglio ferito e febbricitante. Quindi la
toccasti anche con l’anulare e con il medio. Nessuna reazione. In
seguito e con gentilezza, le appoggi la pianta della palma sul
fregio degli addominali. Musica di tamburelli sui vetri. Come un
pioniere impenitente, oculatamente, voracemente, introduci i rametti
rinsecchiti delle dita nel cotone della sua maglia del pigiama.
Mentre ti godevi la consistenza morbida e
calda della sua pelle, le curve eleganti del suo piccolo seno, il
movimento meccanico del torace, la scoperta di angoli aggraziati
esattamente nei punti in cui gli angoli erano desiderabili, la
saldezza dei muscoli, i movimenti fluidi di ossa e muscoli, avresti
potuto essere un cieco che usava le mani per descrivere la propria
visione interiore della bellezza ideale. Il respiro si fece
boccheggiante. Le spingesti un dito nell’incavo delle cosce, lo
facesti scorrere su e giù nel taglio della vulva, incurvasti il dito
ad artiglio e sentisti la cucitura del pigiama entrarle nel sesso,
teneramente, morbosamente, insieme con l’unghia del indice e con la
stoffa delle sue mutandine. Ha cominciato a gocciolarti addosso
un’oscurità spessa e pesante. Ti sei sentito serrare la gola.
Dunque, una pulsione paranoide si elevò al
vertice del parossismo e ti esplose nella testa. La stavi
toccando intimamente, spezzato in più parti, segmentato. Un bisogno
tangibile ti si torse dentro, l’autocontrollo sul filo del rasoio,
la mente ridotta a brandelli nel vento, la tua ragione sgangherata
fuoriuscita dai cardini del tutto. I nervi a fior di pelle, il
cervello in poltiglia. Ti sentivi adesso saturo di aspettativa in
ogni pollice quadro del tuo essere: esasperato, esasperante,
ipereccitato e bramoso.
Manovrando, manipolando costantemente,
delicatamente, le infili le dita nella cintura del pigiama e gliele
insinui sotto l’elastico della mutandina che veste per la notte. La
notte che schiariva nel grigiore dell’alba, la mano che accarezzava
nel soffice della sua peluria. Sospira. Dormiva. Non lo avrebbe mai
fatto altrimenti. Fai diversi circoletti sulla tumescenza del
clitoride e, per riflesso, forse, le sue gambe si divaricano di un
altro pelo. Un fremito che si diffuse in ogni fremito del suo corpo
ti assalì di colpo, quando premesti quel puntolino speciale che
rimane seminascosto dalla punta del pistillo del suo prepuzio
clitorideo. Con il medio percorri il solco fra le sue piccole labbra
attaccaticce, collose, sporgenti. Una luce stroboscopica ti guida
come all’ancoraggio di un porto tranquillo nella burrasca della
tormenta. Affondi il polpastrello nell’ingresso bagnatissimo della
sua vagina, e quando oltrepassasti con la nocca quella resistenza
cedevole nell’imboccatura della sua fessura, il suo bacino reagì
immediatamente, accentuando la tua penetrazione. La scarica del
lampo di un flash ti obnubila in parte la memoria, ma riesci a
ricordare vividamente il brivido che era corso attraverso lei come
una corrente elettrica quando sprofondasti nel suo corpo entrambe le
giunture delle nocche. Un bozzolo di silenzio vi avvolse e
v’innalzaste nella stratosfera che stava albeggiando, i suoi fianchi
dondolavano in un ritmo altalenante, e con piccole oscillazioni
rotatorie della palma la trascinasti e cullasti nell’estasi di un
orgasmo sonnambulo. Quando siete scesi di lassù, ti sei riscoperto
un po’ ansante. Incantato, come perso e smarrito, l’hai contemplata
con adorazione. Un angioletto! Hai ritirato la mano e ti sei messo
il dito in bocca, per assaporare l’ambrosia del suo piacere.
Sabrina, la Cocca, la Cugina per eccellenza, dolce e preziosa.
Aprì gli occhi e ti sorrise.
(12)
Sabrina. Ripercorri e ripensi. Rammenti e quasi
ti sembra di rivedere come fosse sempre stata goffa e fifona (fin
dai primi della vostra fanciullezza), ma, sotto la tua protezione,
se incoraggiata e guidata con il massimo dell’entusiasmo, era sempre
pronta a farsi trascinare e coinvolgere in tutto, senza riserve e
senza obiezioni; il cucciolo di un angioletto-mostriciattolo
adorante e venerante. Ragionando: in ogni tuo gesto si nasconde
sempre un atto di gentilezza nei suoi confronti, e con il tempo da
questi comportamenti premurosi si è sviluppata la sua fiducia
incrollabile. Peraltro, assai da prima delle prime esperienze
concrete della pubertà, avete compreso le necessità della cautela,
istintivamente, del silenzio e della segretezza, perfettamente,
prudentemente, quindi solo negli ultimi tempi i vostri giochi si
sono evoluti in audaci e rischiosi, eccitanti e pericolosi, però,
l’autoconservazione, la familiarità di compierli in modo silente,
quanto più cautamente e silenziosamente possibile, è perdurata a
lungo e negli anni, consentendo così di superare indenni il divario
del tempo. Quando è successo che vi siete scambiati di ruolo? Cerchi
di ricordarlo e non ci riesci. No. Parlare di personalità invertite
non sarebbe corretto. Piuttosto, sarebbe stato meglio dire che, pian
piano, il carattere, il comportamento, il temperamento, l’identità
più profonda di ambedue, l’essenza del vostro essere, ha fatto sì da
farvi fondere in un’unica entità. Il caso, il destino, l’innata
complicità, la stretta vicinanza, ogni cosa insomma, ha contribuito
e favorito a rendere inevitabile la metamorfosi. Con medianica
sintonia, in simbiotica armonia, come parte essenziale di te stesso.
Il grosso dei cuginetti era rincasato nel
grigio cenere del pomeriggio, altri avevano lasciato la casa di
città durante il piombo del dopo cena, altri ancora se n’erano
andati nel corso piovoso della serata. Folclore. Ormai da secoli era
tradizione, per te e la tua cuginetta, condividere insieme i periodi
delle vacanze, dapprima con i genitori dell’uno e poi con quelli
dell’altra. Perciò, tu e la Cocca, al più tardi sareste rientrati
nella solita routine con la sua mamma e il suo papà.
Fuori, la pioggia
piange le sue lacrime sui vetri delle finestre di tutta la città.
Dentro, la sala è stata rigovernata e stirata a lucido. Di
sopra, il rantolo del cuginetto di casa (causa del raduno per il
festeggiamento del suo compleanno) probabilmente sta sonnecchiando,
un paio di ciroli d’avanzo gli tengono sonnolenta compagnia. Di
sotto, gli adulti rimangono intenti,
assorti e sprofondati nel chiasso del televisore: chi seduto in
poltrona, chi accomodato nel divanetto, chi spaparanzato sul
divano-letto riassemblato e richiuso e rifatto. I dettagli del
suddetto dipinto a grandi pennellate si accumulano. I vetri rigati
dalla pioggia di fronte, lo schienale rigido del divanetto alle
spalle, il puzzle incompleto sul pavimento, l’applique da salotto
sul tavolino nell’angolo che permette appena di scrutare nella luce
bassa che filtra tra il divanetto e la finestra. Entrambi accucciati
per terra. Tu con le ginocchia accostate e strette al petto, lei con
le gambe incrociate lì vicino. La scatola del puzzle davanti ai
piedi, Sabrina alla tua destra, il coperchio della scatola contro il
muro.
Sin da quando avete
intrecciato gli occhi nel debole chiarore albeggiante di quella
giornata pallida (più o meno confusa e piovosa), presentivi
nell’aria la forte sensazione del crepitio di una ricca promessa
di nuova vita e di nuove possibilità,
e sentivi la tensione crescere
furiosamente, morbosamente,
quantunque non si fosse presentata affatto l’occasione giusta per
schiudere e sfiatare correttamente la valvola di sfogo intrinseca
con i disagi della preadolescenza. Raccogli un pezzetto da un
mucchio e lo incastri nel tutto. Il potere medianico del suo sguardo
magnetico e meditabondo, ti indusse a voltar la testa nella sua
direzione per fissarla; l’aria interrogativa, il piglio
riflessivo, le sopracciglia arcuate, il labbro inferiore trattenuto
tra i denti, le tracce vaghe del tatuaggio del compleanno-carnevale
del giorno precedente sulla fronte aggrottata. Fece una faccia
strana, sicuramente ripensando agli exploit della notte da poco
trascorsa, quando vi siete sorpresi a vicenda nel bozzolo del sonno
e dell’incoscienza.
Strana e bellissima. Squisitamente bellissima.
O piuttosto solo squisita. Lo sarebbe stata, visibilmente,
notevolmente, se fossi stato davvero capace di distinguerla.
Apprezzarla dietro il divanetto, distinguerla con chiarezza nella
fioca penombra delle luci abbassate. Non stava migliorando. Erano
passati giorni e mesi, giorni e mesi di astinenza, giorni e mesi
sperduto nella vuota landa del quotidiano, ma non eri più vicino
alla libertà rispetto al momento in cui avevi catturato l’odore del
suo sesso. Ogni eco dissolto. Se prima il volume del televisore era
parso alto e rumoroso, ora il silenzio nella sala pareva diventato
assoluto. Un lago di silenzio. Su di voi sembrava essersi acceso un
riflettore mentale. Sareste potuti essere anche soli in un cerchio
di luce su un enorme palcoscenico.
Porpora sulle guance. Quando decifrò
l’espressione sul tuo viso, il sangue tornò a inondarle le guance, e
diede alla sua pelle il colore più delizioso che avessi mai visto
nei fumi di un ricordo. Il profumo era come una nebbia impenetrabile
tra i tuoi pensieri. Li articolavi a malapena. Erano furiosi,
incontrollabili, incoerenti e sconclusionati. Paradosso. Tenti di
farti strada scavando, annaspando nel fondo limpido delle sue
pupille, per capirla, per comprenderla; spingesti la coscienza
nell’io più profondo dei suoi occhi, per dar senso al suo spirito
arzigogolato, stratificato, tuttora difficile da cogliere. Una
scintilla di luce le si generò dal centro innocente dell’animo e le
divampò nel morione delle iridi: ne presagisti immediatamente il
significato.
La bocca si dischiuse lievemente, una punta di
lingua fa capolino tra i denti, le sopracciglia si distesero, la
fronte si rilassò, le lunghe ciglia sbatterono più volte. Subito
riconoscesti i segni precursori di una tempesta struggente. Il
disegno delle spalle si solleva, il refolo del respiro si accorcia,
il battito di farfalla del suo torace si rompe. Poi ti sorrise e con
fluida eleganza si protende verso di te, facendo strage nei tuoi
processi mentali. La folata del suo respiro accarezzò il tuo viso,
dolcissima e profumata. La magia della sua bocca sfiorò la tua. La
sentisti aprirsi come un fiore e poi penetrare in te in un
intrecciarsi di calore e di lingua, il movimento della luce del sole
sulle labbra. Luce umida e tenera e morbida sulle labbra. La magia
nasceva da lei, ma non soltanto. Non avresti saputo spiegarlo, ma ne
eri certo. Sabrina, nelle tue mani, era una sfera ardente: tu, il
sale della terra, lei, il sole della vita; non c’è combustione senza
sostanza. Parafrasando: una perla di saggezza nell’enfasi del caos.
Il calore aumentava sempre più e la vostra magia si allargava fino
ad avvolgervi. Provasti un attimo di terrore, ma lo ricacciasti
indietro. Strisciare e scricchiolare di una sedia sulla ceramica del
pavimento. La Cugina per eccellenza si bloccò di sasso e tese le
orecchie, desti una rapida controllata oltre lo schienale del
divanetto. Nulla di insolito nelle ombre.
Ti aggiusti e riaccucci al suolo. Sposti la
scatola del puzzle, allunghi in avanti le gambe e la prendi tra le
braccia. La si sarebbe detta alquanto esitante, indecisa e
tentennante, timorosa e diffidente; come persa e smarrita in un
frangente pericoloso. Ma reagisti, anche se non all’istante,
scagliando contro qualsiasi paura il fuoco della magia: una lama di
fuoco vibrante e seghettata, che bruciò la pelle scagliosa del
dubbio nonostante la sua ovvia sensatezza e lo scagliò di lato, come
una marionetta di cartapesta schiacciata. Le scosti un ciuffo
spiraleggiante dal volto, delicatamente, le sorridi incoraggiante,
dolcemente, le carezzi il velo della bocca con un dito e si
scioglie. Sabrina, una fonte di passione inesauribile. Di nuovo ti
ritiri nel tuo universo mondo. Le stelle creavano maestosità,
turbinando contro l’universo scuro, una vista meravigliosa. Però,
quando guardavi le stelle in quel prezioso cielo, era come se ci
fosse un ostacolo tra i ricettori degli occhi e la loro bellezza.
L’ostacolo era un viso, un semplice-squisito volto umano, che non
riuscivi a togliere dalla tua mente. Il flebile ricordo della calda
fragranza di una ragazzina cinta nel tenero fumo di un abbraccio. Ti
resta solamente uno scorcio risibile di quel bacio di lingua
guizzante. Ma rammenti benissimo il brivido elettrico che era
sgorgato dalle viscere quando la sua lingua ti aveva leccato le
labbra. Immaginasti di essere a letto con la tua cuginetta e nessun
altro, per possederla liberamente, voluttuosamente, e
improvvisamente non fu impossibile per te immaginarti in quella
situazione. Il tocco urticante di una manina di luce ti si appoggia
sul cavallo felpato della tuta da ginnastica.
Fioccare di neve sull’anima dell’inguine. Ti
senti uncinare nel ventre, gelare lo stomaco, ghiacciare le budella,
azzannare e spezzare e frantumare i pindoli di ghiaccio nella
pancia, sbriciolare gli intestini, inacidirsi e mancare il fiato nei
polmoni. Ti sfila l’erezione del monolito dalle mutande, dalla
cintura elastica dei pantaloni di felpa. Non puoi opporti, non ne
hai la forza. Ti si abbandona addosso come una bambola di pezza,
l’ardore di un’implosione di fuoco liquido ti esplose dabbasso, e,
dolorosamente, penosamente, una lama zigrinata ti si conficca
lentamente nell’addome. Ti serrava le viscere una sensazione di una
tale potenza primitiva da trascendere il puro istinto. Ti sembrava
di essere una cavia in un esperimento di laboratorio, con fili
elettrici ficcati nel cervello, mentre gli scienziati ti mandavano
impulsi di corrente direttamente nei vivi tessuti cerebrali che
controllavano il riflesso della paura e generavano allucinazioni
paranoiche. Non avevi mai provato niente di simile a questo, sapevi
di trovarti sull’orlo sottile del panico, e lottavi per mantenere il
controllo di te stesso. Eppure, anche dopo che avete superato il
tratto di vegetazione carbonizzata e non si sentiva più l’odore di
bruciato, continuasti ad avere nella mente l’immagine di una grande
valle di notte, in fiamme da un’estremità all’altra, tra vortici di
fuoco rosso-arancione-bianco che turbinavano come tornadi consumando
tutto ciò che si trovava tra i bastioni di quelle aride catene
montuose. Una gelida, viscida sensazione ti attraversò, e vedesti
immagini stroboscopiche di tombe e cadaveri putrefatti e scheletri
ghignanti, rapide sequenze da incubo come se spezzoni di un film
venissero proiettati su uno schermo dietro ai tuoi occhi. Fermo là,
nei bagni pubblici vividamente illuminati, estremamente a disagio
nel lezzo di muffa e urina e speranza putrefatta, ti sentisti come
in attesa nell’anticamera dell’Inferno del tuo inconscio. E poi
l’incubo peggiore: uno degli zii che allungava il collo al di sopra
del bordo dello schienale del divanetto per scorgere cosa stava
succedendo lì dietro. Ma, stranamente, la reazione che ne ricavasti
fu tutto l’opposto della ragionevolezza e della prudenza; rischio
sommato a fifa, moltiplicato per tensione e pericolo, uguale
ipereccitamento all’infinito. Magia fiammeggiante, poesia in
movimento dabbasso.
Il fantasma del bianco delle mutandine si
intravvedeva dall’apertura spalancata della sua minigonna. Le gambe
incrociate, le ginocchia allargate, le cosce divaricate, le caviglie
intrecciate. Allunghi una mano fra le sue gambe. Cerchi di
infiltrare le dita al di sotto dell’elastico della sgambatura di una
coscia, ma la cosa si rivela più difficoltosa di quanto non sembri.
Pertanto, ti devi accontentare di dirigere in circolo i polpastrelli
sulla stoffa della mutandina. La testa che va su e giù, che va su e
giù, il fuoco che scivola, che scivola, le dita che circolano, che
si muovono meccanicamente, il centro della sua bocca, caldissima, un
vortice bollente e ribollente... la tua gola secca, arsa... il perno
centrale dell’esistenza e del cosmo, della Galassia, le comete che
cadono, che cadono, la Via Lattea che si condensa, che si condensa,
le stelle che si raggruppano nel manto lucente di una supernova
abbagliante. Vi ritirate nel vostro
bozzolo. L’obnubilazione del passato-presente, come l’ardore della
fiamma di un fuoco altalenante, e il desiderio parossistico
dei momenti più intensi, più violenti, il terrore dell’anatema dei
suoi genitori, della minaccia di scomunica degli adulti, del rifiuto
e della conseguenza di rabbia da parte del resto dei parenti.
Il suo bacino si contorce in spasmi
silenti e non puoi resistere. Hai sfogato una quantità di
linfa nella sua bocca.
“Sabbi, fammi un favore, per cortesia...”.
Merda! Si rialza e ti fissa con le guance
rigonfie. Un bicchiere, qualcosa... qualunque cosa. Non ci avete
pensato, cazzo, avreste dovuto pensarci. La vedi deglutire.
“Sì”.
Visto in retrospettiva, il trascorrere di festa
di quel sabato e domenica (per emozioni, per qualità e varietà) si è
dimostrato paragonabile all’intera durata del protrarsi di una
vacanza ricca e piacevole.
Frammenti dell’adolescenza.
Nell’adolescenza, è fiorita in un angelo
soffuso di passione.
Nella pubertà, avete scoperto che il cane da
caccia non era così terribile come sembrava, e, con la valida
giustificazione di portarlo almeno a passeggio (per fargli
sgranchire di tanto in tanto le zampe), lo avete spesso sfruttato
come scusa per addentrarvi in campagna. La
campagna si presenta splendente nel suo abito primaverile,
l’aria è pregna dell’aroma dolcissimo del caprifoglio e del tiglio
in fiore. Il cielo azzurro è venato solo da qualche nuvoletta
bianca, il sole risulta caldo al punto giusto e c’è una brezza
piacevole ad accarezzarvi le gambe. Ciack, tira e strattona in
avanti il guinzaglio, Sabrina, un angelo di scoiattolo in cappello
di paglia e minigonna, con lo zainetto in spalla, trotterella al tuo
fianco come un impeccabile cagnolino da riporto. Nello zainetto
della tua cuginetta, una coperta da stendere e tutto l’occorrente
per la merenda. La sua palma si direbbe una concentrazione di
calore, lievemente umida al centro: puoi sentir pulsare il suo
sangue come una farfalla imprigionata nella tua mano. Meditando,
avanzate silenziosi come un sospiro di vento sull’erba. Ti ha fatto
promettere di non tentare domande in merito alla vostra
destinazione, e non riesci a pescare nient’altro di convenzionale da
dire.
“Allora, pensi di venire promossa?”.
“Mmh”.
Si interrompe per raccogliere le idee. Era
quasi periodo di vacanze estive e, chissà, probabilmente quel
pomeriggio qualcosa di succulento ci sarebbe scappato. Solleva un
pelo il mento e deliberatamente ti sbircia di sotto in su. E tu vedi
il brillio profondo dei suoi occhi sotto la tesa del cappello. E il
tocco del sole spalmava come un velo di luce sulle sue labbra.
Strizza appena le palpebre... dischiude e richiude le labbra.
Impossibile non far nascere sospetti.
“E tu invece?”.
Soggiunge con uno sbuffo di voce. L’accenno di
un sorriso fregiato agli angoli della bocca, un soffio di sarcasmo
istoriato nel quarzo morione degli occhi. Abbozzi un sorrisetto, e
con nonchalance ci aggiungi un’alzata di spalle. Poco ma sicuro,
rimuginava da giorni un suo folle progetto. Te la immagini tuttora
scodinzolante, soddisfatta, procedere con solerzia un passettino
alla volta; non riuscivi a liberarti dal sospetto strisciante che ti
tormentava. Né tu né lei pronunciate più una sola parola a riguardo,
mentre il tepore della tarda primavera vi riscalda come una benefica
trapunta in sboccio.
Avete costeggiato il canale per un paio di
chilometri, poi avete tagliato per un sentiero in terra battuta che
si inoltra tra i campi di erba medica. Vi siete lasciati alle spalle
abitazioni e giardini, ma le fragranze trasportate sul dorso del
carezzevole venticello che spira sul verde del paesaggio non sono
affatto meno intense. Ciack, non smette di strattonare il guinzaglio
a più non posso, cercando di rincorrere tutto ciò che si muove,
Sabrina, giuliva si gode il misterioso segreto della sua promessa e
ti segue da vicino. Scavalcate più di un fosso per abbreviare la
distanza, infine sbucate nel retro del cortile di un casolare
abbandonato. Il mondo della natura, sempre mormorante, si espande
ovunque e sterminati frutteti vi circondano. La facciata posteriore
dell’edificio perlopiù rimane ombreggiata da una rigogliosa edera
rampicante, che si espone alla luce filtrata dagli alberi. Tra gli
alberi, le cicale intonano la loro canzone ronzante. La brezza
accompagna e fruscia fra le fronde, il cinguettio di innumerevoli
uccellini si eleva nell’aria e dona in poesia il proprio contributo
al coro del canto sonnacchioso e rilassante. In fretta raggirate
quelle mura prive di qualsivoglia tipo di infisso.
Il pozzo è asciutto e le finestre sono come
inquietanti orbite vuote, però, in passato, avete già largamente
esplorato il luogo e tutti i suoi dintorni. Quindi, non c’è
assolutamente bisogno di avere nessuna paura o timore. Sabrina ti si
stringe al braccio comunque, per sicurezza, non si sa mai. Lontano
nel tempo: parte dell’aia è stata cintata da uno steccato grigio e
logoro, il fienile si scorge di lato della costruzione e quel che
sembra la stalla delle pecore si erge di fronte. Uno stradone
sterrato affianca lo steccato e conduce fin sulla soglia fantasma
dell’antico pastore che vi abitava. Vi apprestate all’ingresso
principale. Sul groviglio erboso che spunta nei pressi della soglia
i cocci di vetro di una bottiglia risplendono e scintillano come
diamanti su un fondo di velluto in una vetrina, gemme parecchio più
abbaglianti dei gioiellini che si possono rimirare in un negozio di
bigiotteria. Entrate.
L’interno è spoglio e polveroso, la temperatura
è fresca e molto piacevole. Ti volgi a fissarla, per ottenere
ulteriori informazioni. Sorridendo, con il mento e con lo sguardo,
accenna alla zona di sopra. Legate il cane da caccia alla balaustra
(assai più solida di quanto non sembri) del vecchio scalone che
porta al piano superiore. Ti togli dalla schiena lo zaino e ne cavi
fuori una ciotola e diverse bottiglie d’acqua. Dovete riempire la
ciotola perlomeno tre volte prima che Ciack si ritenga a posto.
Colmate ancora la ciotola, ti rimetti il tuo zaino in spalla,
salutate il cagnolone con un buffetto e vi avviate su per le ombre
dello scalone di quell’antica residenza. Ciack, si accuccia e si
apposta subito ai piedi dei gradini con il testone fra le zampe. Un
allarme perfetto! Se solo qualcuno si fosse azzardato ad affacciarsi
nella stanza, i suoi latrati vi avrebbero avvertiti immediatamente.
L’immagine di un santino appiccicata al pilastro in cima alle scale,
pareti scalcinate su pavimenti di pietra, e chili e chili di
polvere, è la sola roba che si può trovare lì sopra. Sabrina ti
guida nell’ultima camera.
“Adesso me lo dici?”.
Le sue guance si imporporano dolcemente. Si
leva di dosso lo zainetto e sfila da una tasca un mazzo di carte
nuovo di zecca, ancora avvolto nel suo cellophane.
“Insomma, beh, pensavo che ci possiamo
riprendere la rivincita a Cava in Camicia, ti ricordi?”.
(2)
Riprendere e rifinire una vecchia serie di
regole è stata una cosa da niente. Frattanto, Sabrina, distende con
cura la coperta sul centro del polveroso pavimento di quel casolare
abbandonato. Lassù, la camera si manifesta arieggiata e piuttosto
luminosa, quattro finestre si aprono su un paio delle quattro pareti
scalcinate che vi ospitano nel momento più sonnolento del
pomeriggio. Fuori dalle finestre,
l’azzurro del cielo e i colori della campagna si mescolano tra loro
come su una tavolozza di acquerelli. Un venticello
leggerissimo trasporta con sé la fragranza della tarda primavera...
Gli infissi non ci sono. Dabbasso, vigile e sull’attenti, il vostro
cane da caccia manteneva la guardia ai piedi delle scale. La casa
abbandonata del fantasma di un pastore, isolata e sperduta nel mezzo
del nulla, il luogo ideale dove rifarsi liberamente una bella
rivincita a Cava in Camicia.
Posate zaino e zainetto in un angolo della
coperta. La tua cuginetta recupera una clessidra dal suo zainetto,
te la mostra, e poi la adagia accanto al mazzo di carte da briscola.
Vi inginocchiate sulla coperta l’un l’altra di fronte.
Spontaneamente si toglie il cappello di paglia, si allunga e lo
poggia sopra la chiusura dello zainetto. Molto bene! Pensavi di
dovertelo conquistare. Prendi e svolgi il mazzo dal sigillo del
cellophane e, per puro spirito cavalleresco, nonché per ricambiare
l’onestà del suo gesto, lo rimescoli e le fai scoprire la prima
carta.
Asso; sei: vince. Raccoglie le carte, le
rivolta e le mette di sotto. Ti lasci cadere seduto all’indietro, ti
levi le scarpe senza neppure cercar di slacciarle. Le sposti a
portata di mano, vicino a zaino e zainetto e cappello, ti riaggiusti
sulla coperta con le gambe incrociate e riprendete il gioco. Aveva
vinto il primo giro, e, pertanto, di nuovo spettava a lei
cominciare.
Cinque, due; cavallo, cavallo: vinci.
Raccogli le carte, le rigiri e sistemi in fondo
al mazzetto. Si siede di lato, con garbo si scioglie i laccioli
delle scarpe a tennis, se le sfila
e si protende in avanti per sistemarle al fianco delle tue. Il tuo
cuore ne paga il balzello. Si riaccomoda seduta, sempre con le gambe
ripiegate di lato, e un triangoletto di virginee mutandine irraggia
fiamme di luce tra le sue cosce. Un flash che ti ferisce il cuore e
la vista. E tuttavia distogliere gli occhi non è facile. Riportate
l’attenzione sui mazzetti e continuate a giocare. Avevi vinto il
secondo giro, quindi, ti toccava la prossima mossa.
Cinque, due; quattro, quattro: vince.
Quasi ti strappi di dosso le calze e le
appallottoli dentro le scarpe. A lei la mossa successiva.
Re, tre; fante, cinque, fante: vinci.
Come il guizzo di un serpente che attacca,
agguanti le carte dal centro preciso della coperta e le metti al suo
posto. Fin da piccolissima, Sabrina, è sempre stata alquanto goffa,
e un po’ impacciata nei movimenti, ma è poi cambiata parecchio
durante lo sviluppo. Deposita le sue carte sulla coperta. Si
sostiene sulle palme e ruota sul bacino. Le ginocchia si articolano
con eleganza, le gambe si raddrizzano non poco armoniosamente. Si
china innanzi a sé e si leva i calzini. Con grazia ritira le gambe e
si rizza diritta. Gli intestini si annodano strettamente. Ripiega i
suoi calzini in un quadretto di cotone cubico e si spinge verso di
te per metterli in una scarpa. Con una mano si sorregge sulla
coperta, con l’altra si estende nel tuo spazio per infilarli
nell’imboccatura della scarpa più vicina. L’occhio ti cade nella
scollatura a V della sua maglia. Cogli a malapena le piccole
rotondità delle sue tettine, riesci a scorgere solamente un effimero
brandello del décolleté rigonfio del reggipetto che le contiene. Il
cuore in defibrillazione. Si rialza a sedere, abbassi lo sguardo in
una rapida panoramica. Il collo del piede lungo e arrotondato, la
grazia della gamba piegata, il busto diritto, la mano che si
puntella, il triangolino bianchissimo (che ammicca e che spicca
assai più in evidenza di prima). Prende il suo mazzetto e si
accomoda meglio. A te la mossa.
Sei, sette, cavallo, re, re, fante, sei, fante,
due; sette, asso; tre; cavallo, asso; tre; quattro, re, sei: vinci.
Un bottino coi fiocchi!
Recuperi la vincita. Si solleva sulle
ginocchia, e con un solo movimento fluido, si svincola dall’impegno
della maglia. Una pioggia di spirali di seta biondo grano a
galleggio nell’aria. Indossa un reggipetto bianco, piccolo,
semplice, spettacolare come le tettine che contiene. Un sorriso di
quarzo negli occhi. Rimette in ordine la maglia e la dispone come si
deve di fianco a sé. Era aggraziata anche quando restava ferma. Ha
alzato le mani con le palme all’infuori, in un gesto curioso come di
ali di colomba, e si è ravviata i capelli all’indietro. Le budella
legate in un nodo grosso, sempre più stretto. Si lascia ricadere sul
sedere, fra le sue caviglie, e si deve reggere con le mani dietro la
schiena per non capitombolare con la grazia di un angelo. Le
ginocchia riunite, le caviglie allargate, uno spicchio brillante di
mutandine come luna fulgida fra le gambe. Subito ritrova
l’equilibrio, ritiri la mano che era accorsa in soccorso
istintivamente.
“Tutto OK?”.
“Sì.”.
Rimettete mano alle carte. Il tuo mazzetto si
direbbe abbastanza grosso, il suo è già sottilissimo. A te la mossa.
Tre; asso; cinque: vince.
Immediatamente, drizzi le spalle e ti togli la
maglietta. L’hai trasferita nella tacita richiesta delle sue mani.
La rigoverna, ti sbircia di sottecchi, ne liscia il risultato e lo
accosta alla sua maglia con premura. A lei la mossa.
Sei, quattro, cinque, asso; due; sette, due;
quattro, quattro: vinci. Un altro colpo niente male!
Un cliché forse affatto originale e
ciononostante sempre sconvolgente. Si solleva in piedi.
Innocentemente passionale, ti gira la schiena per mostrarti cosa sta
facendo. Rannuvolando, fluttuando, una cascata di seriche spirali
ricade e le si arricciola sulle scapole. Si slaccia il bottoncino in
cima alla minigonna, si apre la cerniera, e se la cala piegandosi
con essa. La sedimentazione del tempo sembra rallentare. Il miraggio
lunare della biancheria intima, la curva più che invitante del
fondoschiena, gli elastici sprofondati nell’inguine, la traccia di
un’ombra sulla cunetta di venere, le gambe lunghe e levigate, le
cosce solide e snelle, il tondo dei polpacci ben fatti. Il respiro
in iperventilazione, il battito del cuore su di giri, la pressione
che cresce nelle arterie, fiamme di fuoco nei polmoni, il flusso
dell’adrenalina in circolo, il sangue che diluisce nelle vene, la
tensione nelle membra, brividi nel midollo delle ossa, e qualcosa di
gelato ti si addensa nella pancia. Distrattamente, morbosamente, si
fa passare la minigonna sotto ai piedi e si rialza. Si volta
trottolando, e torna a inginocchiarsi. Era squisita, più di quanto
non avessi mai davvero avuto modo di quantificare prima, squisita e
preziosa. Era come se si fosse tramutata nel dipinto angelico di se
stessa. Riordina ben bene la minigonna sulla maglia e ti sorride. Un
attimo di confusione, contraccambi, le rimaneva ormai un non nulla
di carte. A te la mossa.
Sette, tre; cinque, due; asso; cavallo: vince.
Accidenti!
Posi le carte e ti rizzi in piedi. Sbottoni la
patta e abbassi la cerniera lampo dei jeans. Li cali e te li togli
meccanicamente. Il cuore che scoppietta nel petto, l’erezione che
pulsa nelle mutande. Allunga una mano e ti fissa. Aspetta. Le cedi i
pantaloni, senza proferir parola, senza protestare minimamente,
quasi come se fosse un’abitudine. Li scrolla e li riordina
accuratamente sulla maglietta. Ti siedi a gambe incrociate e la
ringrazi. Ricambia, un sorriso nella sua voce. La coda di un occhio
puntata sul rigonfiamento immane delle tue mutande, la tua puntata
sui minuti rigonfiamenti trattenuti stretti dal reggipetto sul suo
torace. A lei la mossa.
Cinque, cavallo, sette, re, tre; tre; cinque,
due; fante, cinque: vince. Cavoli, resisteva con le unghie e con i
denti.
Ti rialzi. Infili i pollici nella cintura
elastica delle mutande, ti chini in avanti e te le sfili. Ti
raddrizzi. Lo sguardo di Sabrina fissato a fuoco sull’erezione
monolitica, una palla di ghiaccio nello stomaco. Gli occhi
iridescenti che raccoglievano la luce da tutte le direzioni, ciglia
sottili come linee d’oro grezzo tracciate in punta di penna.
Intrecciate gli occhi per un istante, tentasti un sorriso, e le
guance le si tinsero ancora di sangue. Appariva spaesata, persa e
smarrita, trasognata, eccitata, desiderosa, interessata e sincera.
Come tu stesso del resto. Dato che ti sentivi le ginocchia molli,
non tardasti a sederti nuovamente, mentre l’adrenalina defluiva dal
tuo corpo come acqua da una tazza spaccata. Butti le mutande sui
pantaloni ripiegati. A lei la mossa.
Asso; fante: vince.
Vi alzate. Tu completamente nudo, lei, invece,
vestita soltanto della sua virginea biancheria. Ti porti nell’angolo
più luminoso della camera, tra due dei quattro grandi riquadri delle
finestre del tutto mancanti. La tua adorabile cuginetta recupera la
clessidra e ti raggiunge. Rimani oziosamente immobile nella luce, i
pugni serrati e le braccia distese sui fianchi. Posa la clessidra
sul davanzale di una finestra e la rovescia, ti cammina attorno
libera di studiare a piacimento. Ti si arresta davanti e si piega
sulla punta dei piedi per osservare il tuo monolito da vicino. Le
sue mani racchiuse saldamente sulle reni, il gonfiore dei piccoli
tondelli che spingono con forza contro i bordi del suo reggipetto
per uscire. Involontariamente, il turgore monolitico della tua
erezione fa un sobbalzo di stizza. Il musetto da scoiattolo si
arriccia e le labbra si schiudono appena, esaltando così l’aspetto
di eterno stupore del suo viso. Scambio, baratto, permutazione. La
palla di ghiaccio diventò pesante come il piombo. La clessidra si
svuota e tornate sulla coperta. A lei la mossa.
Cavallo, sei, cinque, sette, cavallo, cavallo,
sette, re, re, re, tre; fante, sei, fante: vince.
Vi rialzate e ritornate nel punto X, laddove
non esistono le ombre. Ruoti la clessidra e ti rimetti a sua totale
disposizione.
“Dimmi, cosa vuoi che faccia?”.
“Mmh”.
Si interruppe e riprese. Ti parlò fissandoti
con uno sguardo celestiale e intenso, la sua voce era caldissima. Ti
bloccò letteralmente il respiro.
“Sì, insomma, apri un po’ le gambe”.
Divarichi le gambe e stringi i pugni
rigidamente sulla muscolatura laterale delle cosce. Ti si avvicina
con la passione germogliante negli occhi. Il tuo monolito eretto,
percorso da brividi e spasmi folli, proteso nella tensione del vento
come un bastone magico, sembrava coperto di rune di colore rosso
vivo, che pulsavano come carboni al calor bianco. Hai chiuso gli
occhi. Delicatamente, garbatamente ti sfiora le spalle e le scapole,
scivola giù per la tua spina dorsale con le dita di una mano, i suoi
polpastrelli si direbbero urticare sulla pelle come la peggiore
delle ortiche, intanto un enfisema polmonare tremendo si propaga nel
tessuto affaticato di quegli organi spugnosi contenuti nella cassa
toracica dolorosamente, spaventosamente. Insinua la manina nel solco
dei tuoi glutei, con le dita ti cinge da sotto la borsa raggrinzita
dello scroto. Nel petto, il cuore mancò diversi battiti, nello
stomaco, la palla di piombo si surriscaldò improvvisamente. Con la
seconda mano, ti accarezza sul petto e sul ventre, sul fianco e sul
pube, e poi si chiude sull’asta. La minaccia di un’esplosione
incontrollabile si agitava dentro di te come ghiaccio in un
bicchiere. Inizia a muovere le mani morbide e vellutate, le sue
palme sono umide e caldissime. Per un tempo interminabile rimanesti
pietrificato come una stalagmite, fermo e pericoloso come un razzo
puntato, tentando di non innescare il meccanismo del preorgasmo,
cercando disperatamente di tenere a bada la marcia innestata
dell’immaginazione, tremante di collera nei confronti della tua
smodata fantasia, sentendo la tensione persino nei denti. E nel
panico, per un terribile momento, avevi pensato che il fragile
guscio della tua sanità mentale si sarebbe spaccato riversando il
tuorlo della follia. Però, infine, la clessidra scandisce l’ultimo
granello e fate ritorno sulla coperta, se non altro illesi
fisicamente. Ora, grazie alle ripetute vincite, i vostri mazzetti si
presentavano grossomodo di simile spessore, ma, ragionando, hai
presupposto che il suo mazzetto si componesse perlopiù di
paccottiglia. A lei la mossa.
Tre; due; cinque, due; sette, asso; fante:
vinci.
Si drizza sulle ginocchia e ti volge la
schiena, per farti vedere come funziona. Si porta le dita al
gancetto del reggipetto e lo slaccia. Le cinghiette scattano sulla
schiena come un elastico che si spezza. Le spalline si rilassano e
una le scappa dalla spalla. Si rigira e se lo toglie. Quasi ti
dimentichi di respirare, il cuore cessa di battere, il ghiaccio e il
piombo perdono di significato, qualunque altra questione si sfuma e
si oscura, come un riflesso abbagliato sullo sfondo dell’esposizione
di una gioielleria. Le sue mammelline sono cresciute leggermente
dall’ultima volta che le hai viste. Quando è stato? La pelle dei
tondelli è rosa-arancio, visibilmente, il colorito delle areole è
rosa-marroncino, vistosamente, una fascetta ancor più marroncina le
avvolge i capezzoli, vividamente, mettendo in risalto quelle sue
incantevoli puntine rosa sulla cima. Non avevi mai visto niente di
più stupefacente! Con gentilezza non forzata ti porge le carte e il
potere taumaturgico del suo sguardo ti richiama alla realtà. Si era
seduta con le gambe incrociate e il reggipetto era già sulla sua
maglia. Riprendi le carte, e gli occhi precipitano
sull’ombreggiatura centrale delle virginee mutandine che veste. A te
la mossa.
Tre; cinque, asso; cavallo: vince.
Raggiungete in un baleno l’angolo luminoso
della camera. Una finestra di fronte, una finestra di dietro. Luce
dappertutto. Aspetti, esposto come un trofeo di caccia. Sabrina,
mise in moto lo scorrere dei granelli della clessidra e si avvicinò.
Ti girò intorno, lentamente, sentisti carezzare sulla forma tesa
delle chiappe. Ti si ferma davanti ed entra nel tuo spazio vitale.
Resti rigido, penosamente, sono le regole. Non devi reagire. Si
appoggia con la fronte alla tua, le labbra a pochi centimetri di
distanza. Il blocco di piombo surriscaldato, che avevi ritrovato nel
basso ventre, si liquefece e gocciolò nelle palle fumigando. Una
manina delicata come polvere ti percorre il petto, due dita
urticanti e corrosive come acido ti stuzzicano un capezzolo, cinque
polpastrelli irritanti come vetriolo si fanno strada sull’addome e
sulla pancia, sul pube e nell’inguine, per poi chiudersi sotto ai
genitali. Con tutta la tua immaginazione, potevi non soltanto
sentire il tuo cuore che martellava, ma anche vederlo, mentre
saltava come un coniglio in preda al panico dentro la gabbia del tuo
petto. Un’emozione ingestibile si scatenò nel profondo, ti sentisti
ottundere il cervello, e il ricordo del passato-presente si fece
fuligginoso. Una fitta oscurità eruppe dentro di te come nero
petrolio che sgorga da un pozzo. Fosti vittima di spaesamento, prima
che l’oscurità si disintrecciasse. Il tempo della clessidra era
giunto al termine, spaesato ti ritrovasti febbricitante, come su un
piedistallo con la tua cuginetta stretta addosso. Le scosti una
ciocca di capelli dal viso, era accaldata non meno di te.
Stringendola per un gomito, affettuosamente, l’hai poi aiutata a
tornare sulla coperta. A lei la mossa.
Fante, asso; cavallo: vinci.
Furiosamente ti imponi di restare a braccia
conserte, immobile, per resistere alla fortissima tentazione di
allungare le mani. Non si può, non adesso, non ancora. Come uno
scoiattolo-farfalla si rialza. Si china nella tua direzione per
abbassarsi le mutandine. I suoi tondelli penzolano verso il basso
come palloncini ricolmi d’acqua, i mirini puntano in giù come siluri
di profondità. Si sfila le mutandine di sotto i piedi e si
raddrizza.
Una folata di brezza tiepida entrò da una
finestra, errò per la camera, incrociò la figuretta di Sabrina e
fuoriuscì dal riquadro vuoto che avevi alle spalle. Il suo profumo
ti colpì come una palla di cannone, come un ariete. Ti rimane
tuttora un frammento vivissimo di quell’istante. Ti sentivi come un
vampiro, e lei aveva il sangue più dolce che avessi mai odorato nel
corso dei secoli. Avresti rastrellato il pianeta intero, per
l’afrore del suo sesso. D’un tratto avvertisti vivamente la sua
fragranza. Non somigliava a nient’altro: non ai fiori, né agli
agrumi, né al muschio. Non c’era fragranza al mondo capace di
reggere il confronto. Dilatasti le narici, rabbiosamente, inspirando
a pieni polmoni; e il profumo del suo sesso sbocciò in una nuvola
irresistibile e ti circondò. Ti stringesti nelle braccia,
disorientato, respirando a fondo per goderti il più possibile quel
profumo meraviglioso.
La Cugina per eccellenza ritorna sulle
ginocchia, ponendo le sue virginee mutandine sul reggipetto. Gli
occhi cadono dalla visione miracolosa delle tettine al Sancta
Sanctorum dell’amore. Una V di peluria si prolungava dalla
montagnola di venere. I peli castani-biondi, arricciolati, fini,
morbidi come la pelliccia di una gattina. Paralizzato, continuasti a
contemplare il panorama di quel ricettacolo della passione finché
non si sedette sui talloni. A te la mossa.
Tre; sei, quattro, cinque, re, sette, sei,
cavallo, sei, cavallo, quattro, sette, cinque, re, asso; re: vinci.
Vi spostate nel vivo della luce, e facesti
ripartire il conto alla rovescia dei granelli della clessidra. Le
ruotasti attorno come una girandola. Le sue chiappettine sono sempre
state così... così rassodate e rotonde?
Serri i denti e ti afferri per i gomiti,
violentemente, per contenerti, per non indurre in tentazione.
Guardare e non toccare, questa è la regola. Almeno per adesso, che
crudeltà! Non puoi che sentirti intimorito da tanta bellezza.
Dopo tutti quegli anni, restavi ancora
sorpreso dal fisico allungato e snello di Sabrina, dalla delicatezza
eterea della sua struttura ossea, perché quando pensavi a lei la
vedevi solida, tonica, levigata, insieme a te indomabile,
inarrestabile, e perciò veniva spesso spontaneo scordarsi delle sue
ingenue vulnerabilità e di quelle fragilità innocue che, d’altronde,
come una presenza impalpabile la accompagnano dovunque. Le
efelidi della fanciullezza (le piccole macchie della pelle che le
costellavano il petto e le braccia qua e là) sono sparite con
l’avvicinarsi dell’adolescenza, lasciandole in regalo un incarnato
impeccabile; la sua figuretta, semplice seta su vetro. Ma la tua
cuginetta, la Cugina per eccellenza, era di una bellezza ancora più
notevole, riluceva di una bellezza eterea: sui quattordici anni, con
due luminosi occhi marroni, lineamenti delicati e gentili
(incorniciati dai capelli di un biondo grano spiraleggiante), una
pelle perfetta come il velo membranoso interno di un guscio d’uovo.
Ti appariva come l’incarnazione dell’innocenza, del bene, della
purezza... Un angelo precipitato nella fogna dell’esistenza. La
vista di lei, immobilizzata e silenziosa, come legata e imbavagliata
nello squallore di quell’antica camera da letto, diede nuova potenza
alla tua collera e ti fece rinsavire.
Il tempo balbetta e singhiozza, si sgretola e
sembra rallentare ulteriormente. Sabrina stava nel bagliore
bianco-dorato della luce del sole, in piedi nell’angolo maggiormente
trafficato della camera. Tu le stavi accanto, come un fiocco di
polvere fluttuante, aggrappato a lei con lo sguardo. La luce aveva
un’affinità speciale con lei: scivolava in correnti scintillanti tra
i suoi capelli arricciolati, accentuava il pleocroismo nel colore
dei suoi occhi come i faretti nella vetrina di un gioielliere
accrescono la bellezza dei cristalli del morione sul velluto, e dava
alla sua pelle una luminosità quasi mistica. Guardandola, riusciva
difficile credere che quella luce tutt’intorno non fosse perfino
dentro di lei, e che nella sua vita fossi entrato tu come il buio
pesto, colmandola totalmente come la notte colma il mondo dopo
l’ultimo sprazzo di tramonto. Un angelo dalla pelle rosa-arancio!
Il granellare della clessidra giunge agli
sgoccioli. La prendesti per mano e la guidasti sulla coperta.
Accavallò le gambe di lato, un ciuffo castano-biondo di pelo
triangolare le barbagliò all’altezza dell’attaccatura delle cosce. A
te la mossa.
Due; re, tre; sette, due; fante, sei: vinci.
Come un automa meccanico, stordito la segui
ciecamente nella luce del sole che inonda dalle finestre
nell’angolo. Lievemente intontito, vagamente imbambolato, osservi
attonito la sua camminata fluida, spontanea, molto elegante. Si
ferma e ti fissa in attesa di una richiesta. Non ci sono più limiti,
da qui in poi tutto è concesso. Tutto tranne venire, che resta un
privilegio riservato al vincitore.
“Tirati su i capelli.”.
Ora che potrebbe anche cristallizzarsi, il
procedere del tempo acquista vigore e velocità e schizza via.
Sabrina, figurava soffusa caldamente di una nuova bellezza
celestiale. Il cuore pompa adrenalina allo stato puro e il sangue si
trasforma in acqua, il piombo allo stato gassoso nelle palle si
condensa e vuole schizzare come un geyser dell’Islanda. Il miracolo
dei suoi tondelli levita con le braccia che si alzano, la loro è la
stessa consistenza del pongo che ben ricordi. Rammenti benissimo la
plasticità del suo corpo, la gommapiuma soffice e spugnosa delle
minute mezze sfere del suo sederino. Scuoti la testa, mentre il
potere del Vampiro ti scorreva sulle braccia come un’onda gelida,
senza che nemmeno tentassi di sfidare l’odore del suo sesso:
traboccava e basta. Trattenersi era praticamente impossibile. Ogni
singolo granello del vostro segnatempo, però, è già sceso
rumorosamente dabbasso. Ti riprende per mano e ti riporta sulla
coperta. Il suo mazzetto si stava assottigliando inesorabilmente. A
te la mossa.
Quattro, fante, quattro, tre; tre; cinque,
asso; due; cavallo: termina le carte e vinci definitivamente.
Raduni le carte e posi il mazzo da parte.
L’aiuti a rialzarsi e non c’è delusione sul suo volto. Mano nella
mano, arrancate fino alla coppia dei due riquadri vuoti delle
finestre, che, come bocche spalancate, assonnate e stanche,
sbadigliano nella luce dell’angolo più importante di quella camera
polverosa e spoglia e squallida. E adesso? Ora sai che al massimo
con un minimo di resistenza, tuttalpiù con solo un po’ di
insistenza, potevi e puoi tuttora farle fare qualsiasi cosa. Abbassa
il mento, mordicchiandosi il labbro inferiore della bocca, e un velo
di sangue le tinge le guance. Gli occhi le si accendono di
entusiasmo e un groppo ti si stringe in gola.
“Piegati all’ingiù.”.
La cosa si direbbe andare a genio (sia a te sia
a lei), lo si capisce perché ti dà retta immediatamente.
“Così?”.
Pensieri pericolosi
ti passano nella mente.
Ti sentivi annebbiato
e confuso.
Per non lasciar adito
a dubbi, soggiungi subito in modo affermativo.
“Sì.”.
Con calma apparente, circumnavighi la sagoma di
Sabrina, per assaporare la sua mirabile figuretta da tutte le
angolazioni.
Non c’è bisogno di farsi fretta, ti ripeti
nella testa, hai vinto il primo round, hai a disposizione tutto il
tempo che ti serve.
Il culetto sparato all’insù, le braccia e le
gambe diritte, la schiena inclinata a quarantacinque gradi, una
massa arricciolata di capelli in caduta, il netto profilo dei
tondelli e le mani sul collo del piede. Respiravi affannosamente.
Il globo magico del fondoschiena, il buchetto
roseo.
La cunetta polposa, gustosa, intrisa di colla.
Il taglio luccicante e sbrodolante.
La fessura semidischiusa e sporgente, come il
bocciolo di un fiore delicato.
La tumidezza delle grandi labbra roride.
Le piccole labbra rugiadose, esterne e
crestate, come il colpo di frusta delle ali di un angelo.
La tumescenza del pistillo del clitoride
untuoso e lustro.
Il profumo caldo e penetrante, delizioso.
Inebriante!
E una spruzzata di pelo le si divulgava dal
picco di venere.
Scrolli la testa e con la mano sinistra ti
aggrappi al monolito. Con la mano destra, accarezzi la gommapiuma
dei suoi glutei sferici e plastici e soffici. Le fai scivolare le
dita nel solco delle natiche, prosegui in quello della vulva,
continui e le spandi il visco sulla peluria. Sovraccarico incominci
a smanettare con la mano sinistra, appunti il pollice sull’apertura
d’amore bagnatissima, diluviante, arretrando fai perno sul pollice,
ruoti con la mano destra e sprofondi. Un attimo di resistenza, e poi
la falange del pollice penetra nel tenero della sua vulva come un
grissino nella ricotta. Avevi bruciato tutta l’adrenalina. La
riserva del tuo corpo era finita. La maratona si apprestava al
traguardo e, senti il ritmo del cuore accelerare oltre misura,
dannatamente, il sangue si inspessisce nelle vene come melassa,
incontrollabilmente, i muscoli si contraggono e il piombo che
ribolle nelle palle... Il dito si muove, la mano si muove,
ritmicamente, voluttuosamente, il bacino le si scrolla in spasmi
silenti, silenziosi, mentre scarichi la linfa ribollente nella
polvere (che giace sulla pietra nuda del pavimento).
Di seguito, attendi che il suo corpicino si
rilassi.
“Penitenza!”.
Esclami soddisfatto quando si raddrizza.
“Uno a Zero, non dovevi venire.”.
“Mmh”.
Si raccapezza e ti risponde in un fumo di voce,
ti senti avvolgere come una carezza.
“Beh, fa niente, è lo stesso”.
Andate alla coperta e vi indaffarate sul tuo
zaino e sul suo zainetto, per cavarne fuori qualche confezione di
salviette saponate. Vi ripulite, rinfrescando pure i mattoni del
pavimento dalla linfa, ficcate le salviette adoperate in una busta
di plastica e spingete busta e confezioni di nuovo negli zaini.
Prima di ritornare alla casa dei nonni, vi sareste attardati lungo
la strada per gettare la busta in un bidone del pattume. Portando
con te una confezione di salviette, ti allontanasti in un’altra
stanza per orinare contro il muro. Poi, ruminando e riflettendo
sull’accaduto, te lo sgrulli a dovere... e rientri dalla Cocca (la
tua benevola cuginetta). Ormai da un bel pezzo, i panni della
complice perfetta le calzavano a pennello.
(3)
Quantunque persistesse qualcosa
d’irraggiungibile nel profondo della sua anima, qualcosa che di
tanto in tanto ti faceva quasi impazzire, letteralmente, spuntando
come a galla nel corso dei suoi pensieri sconclusionati, a malapena
trasparendo dal flusso dei suoi ragionamenti macchinosi, per un
attimo assai troppo breve per riuscire a scorgerne il senso, se il
barlume di un senso c’era davvero, le porte blindate del forziere
dei vostri misteri più intimi sono schiuse e traboccano ormai quanto
uno spiraglio nel sigillo del leggendario vaso di Pandora. Ogni cosa
in bella mostra alla luce del sole. Il formidabile legame che da
sempre vi unisce, quel legame che si è andato consolidando tra di
voi nel corso della fanciullezza, a questo punto vi permetteva di
riconoscere (interpretare e leggere con disinvoltezza) la maggior
parte di quelle sfumature insite nel volto e nell’espressione, il
calore e il colore delle molteplici immagini che, come dipinte,
sembravano raccontare tutta la storia che tentava invano di
nascondersi sotto la superficie di un gesto, di uno sguardo, come un
contatto reciproco, come una dote medianica vietata e proibita, come
il mito di una leggenda velata alla vista e alla percezione di tutti
gli altri. Ogni segreto sulla punta delle labbra.
Quattro finestre prive di infissi si spalancano
sul pomeriggio della campagna sonnacchiosa e sonnolenta, che
indugiava sugli sgoccioli di una stagione primaverile calda e
splendente. L’aria viva del mondo esterno sventolava a sprazzi dalle
finestre portando con sé gli intensi profumi del verde nel pieno del
suo rigoglio. L’azzurro del cielo lassù, l’aroma dei fiori
nell’aria, il richiamo costante della natura, il candore di qualche
nuvoletta sparsa; molto piacevole, anzi, una vera favola! La camera
del piano di sopra di un casolare abbandonato nel nulla, vi accoglie
nelle veci di un rifugio sicuro. Le pareti sono spoglie e
scalcinate, e, d’altro canto, sono proprio quelle spesse mura a
ristorarvi nelle ore più calde della giornata. Non si possono
affatto disprezzare. Una coperta si distende sulla polvere nel
centro del pavimento, Ciack è di guardia dabbasso, Sabrina ti
aspetta immobile sulla coperta.
Spostate la coperta nell’angolo maggiormente in
luce della camera, tra i riquadri più vicini delle finestre, la
stanza si dimostra tutto sommato l’ideale. Gli indumenti
accuratamente impilati di lato, gli zaini e il cappello di paglia
poco distante. Siete nudi, completamente, e avete appena cominciato
a giocare a Cava in Camicia. Il fuoco della passione si è scatenato
per ardere e bruciare e consumare entrambi, momentaneamente, ma le
fiamme non hanno ancora intaccato il vivo del tronco di quella
partita grandiosa e promettente. Il primo round dell’incontro si è
concluso con la tua vittoria, il resto restava da scoprire. Ti
accomodi sulla coperta con il mazzo di carte in mano, la tua
cuginetta di fronte. Vi siete guardati negli occhi. Non c’è bisogno
di illustrare le regole una seconda volta: poiché non sussiste
un’importanza specifica per chi vince e chi perde, almeno non per le
vostre regole, per ciò che riguarda l’inizio del prossimo round,
optate per la scelta di giocarvela a Pari e Dispari. Hai perso e,
perciò, rimescoli il mazzo e distribuisci le carte. A lei la mossa.
Sette, fante, quattro, sette, asso; re: vince.
Si alza e ti alzi.
Non devi muoverti, devi resistere a qualunque
costo. Peraltro adesso è più facile. Adesso, dopo che il rogo
dell’orgasmo ha dissipato il fitto denso della tensione.
Si volta e ruota la clessidra che attendeva sul
davanzale della finestra alla tua destra.
Sabrina, adorabile, paragonabile all’aspetto di
un angelo incantevole.
I granelli scorrono via, si direbbe incapace di
decidersi.
Passasti al setaccio i suoi lineamenti per
capirla, per comprendere in anticipo le sue intenzioni. Che cosa
aveva in mente? Cosa stava aspettando? Ma i suoi pensieri andavano e
venivano, come foglie secche colpite dal vento.
Abbassi lo sguardo sul suo corpicino nudo e
impeccabile. La cosa più simile a una dea greca che avessi mai
visto, ti si presenta nella luce del sole.
La pelle vellutata come una pesca, perfino il
colore rosa-arancio lo ricordava.
Dai tondelli miracolosi una puntina rosa
scintillava, turgidissima.
Sulla zona bassa del ventre una pelliccia
castana-bionda, arricciolata, rorida, rugiadosa, dolce come una
gattina.
La tonda silhouette del fondoschiena
risplendeva, come il riflesso dorato di un pomolo d’ottone oltremodo
invitante.
Il mento e le spalle abbassate, chiaramente
meditabonda, indecisa e intimorita, una cosa meravigliosa!
Si voltò per guardarti in faccia,
inaspettatamente, amplificando il potere soprannaturale del
cristallo dei suoi occhi di un marrone liquido e divino-magico.
Il battito del cuore si ferma, la circolazione
del sangue rallenta: nel silenzio assoluto, il suo udito finissimo
poteva percepire un lievissimo fruscio, probabilmente, come di
colonie di pesciolini d’argento che vanno facendosi strada in uno
sconfinato mare di carta. Più di un sistema vascolare secco e
prosciugato, arso, inaridito all’improvviso. Il moto del vostro
respiro riprese all’unisono.
Appariva abbastanza ansiosa, piuttosto
desiderosa, eppur tentennante; e la fossetta fra le sue sopracciglia
ne è la testimonianza.
Solleva una manina leggiadra come una farfalla,
uno svolazzo che si innalza verso di te.
La pelle delle sue dita era bollente e
caldissima, urticante come sempre, ma la traccia che lasciò sul tuo
viso era fresca, un’ustione che non provocava dolore. Poi, sollevò
le spalle e rose di sangue rosso intenso, come fiori cremisi, le
sbocciarono caldamente sulle guance.
Il battito del tuo cuore contro il torace si
fece udibile, il tuo respiro sembrò essersi incastrato in gola; una
sonora pulsione in simbiosi con la sua. Sentivi gli occhi di Sabrina
su di te, ma rifiutavi di incrociarli. Guardavi dritto, senza vedere
nulla.
Le sue dita discendono, delicatissime.
La carica della gioventù, la frenesia
dell’incoscienza, l’irrequietezza dell’adolescenza. Il tocco
leggerissimo della sua manina animata e incandescente, ti si chiude
come un forno a legna sui testicoli. Il pene assunse le dimensioni
di un grosso pennarello, quando la sua palma umidiccia ci passò
sopra scivolando.
Era come se ogni terminazione nervosa del tuo
corpo sprizzasse elettricità (attingendo da nuove riserve, da fonti
che non sapevi neppure di possedere). Il principio di un blocco di
cemento ti si rafforza fin nelle membra. Lo ignorasti, chiudesti gli
occhi e tornasti padrone di te stesso. Ti sembrava che tutt’intorno
l’aria tremasse, scuotendoti a piccole ondate.
Infine, il granellio della clessidra smette di
scendere e vi lasciate crollare sulla coperta. A lei la mossa.
Sei, asso; sei: vinci.
Ti rialzi e l’aiuti a rialzarsi.
Ruoti la clessidra e lo sgranellare di sabbia
riprende.
La tua cuginetta immobile nella luce.
Bellissima, preziosissima!
Ti accosti a lei, prendendo il suo viso tra le
mani. Sorrise incoraggiante. La sfiorasti con delicatezza,
premendole la punta delle dita sulle tempie, sulle guance, sul
profilo del mento. Come fosse un oggetto fragilissimo.
Le premesti la bocca sulla bocca. Le sue labbra
si modellarono sulle tue, meccanicamente: le tue labbra sulle sue,
un pezzo di corteccia di legno rinsecchito contro la calda, tenera
seta.
Fu questione di un attimo.
Rimase senza fiato.
Arretri con la testa, allontanandoti
lievemente. Sembrasti esitare, ma non in maniera normale.
Non come un ragazzino che sta per baciare una
giovane ragazza (incerto della reazione e della risposta di lei),
non come un semplice-imberbe ragazzo che vuole prolungare
quell’istante, il momento perfetto dell’attesa impaziente, che
spesso è meglio del bacio stesso.
Esitavi per metterti alla prova, per
sintonizzare le antenne della tua mente sui suoi pensieri;
continuavi a rimandare, perché non eri certo di riuscire a
trattenerti, per non correre rischi ed essere sicuro di saper
contenere la libido dei tuoi desideri.
Poi posasti le tue labbra asciutte, ruvide e
rigide sulle sue.
Ciò che non ti aspettavi fu la sua reazione.
Ti senti tuttora ribollire il sangue e scottare
le labbra. Il suo respiro si trasformò in un affanno
incontrollabile. Intrecciò le dita nei tuoi capelli, stringendoti a
sé. Rammenti di aver dischiuso le labbra per aspirare il suo profumo
inebriante.
Le tue mani furono tra i suoi capelli, le sue
labbra si mossero morbide ma determinate sulle tue, prima di
afferrare la situazione. Prima di capire cosa stesse succedendo,
prima di considerare lo sbaglio. Non restava tempo per riflettere.
Se avessi aspettato troppo, non saresti riuscito a ricordare perché
fosse il caso di fermarsi. Già faticavi a respirare. Le tue dita
affondavano nelle sue braccia, che ti stringevano a lei; la bocca
era incollata alla sua e rispondeva a tutte le richieste inespresse
che si sentiva rivolgere.
Cercasti un po’ di lucidità, un modo per
pensare, velocemente, un modo per parlare.
Immaginasti di trasformarti in pietra
insensibile. L’infinito gorgheggio del tempo parve vorticarti
attorno. Con le mani, delicatamente ma senza che potesse opporsi,
distaccasti il suo viso dal tuo. Aprì gli occhi e ti vide e ti
guardò, diffidente, circospetta, guardinga.
“Mmh”.
“Mmh, direi che non basta.”.
Gli occhi le ardevano, un ciuffo spiraleggiante
ricadeva sulla sua fronte aggrottata, si mordicchiava il labbro
inferiore, le guance si erano imporporate di sangue, a causa
dell’istintiva fiamma di passione che l’aveva travolta. Mantenere un
briciolo di contegno fu molto difficile. Trattenere il suo viso a
pochi centimetri dal tuo, mentre ti inchiodava con uno sguardo
ipnotico, era difficilissimo. Proseguire... quasi impossibile.
“Penitenza”.
Cade come dalle nuvole, sbattendo le ciglia e
rilassando la fronte. La morsa nello stomaco si allenta.
“Lo sai vero che fanno Due a Zero per me?”.
Aveva compreso. Si era ben parecchio più che
lasciata andare alla tentazione, ed era finita in debito di un’altra
penitenza. Penitenza da riscuotere con comodo, da quantificare a tua
discrezione, da incassare a tuo libero piacimento.
Cercò di divincolarsi dalla presa. Non le
permettesti di spostarsi di un solo millimetro.
Osservi l’eccitazione nei suoi occhi attenuarsi
e ammorbidirsi poco a poco.
Poi, a sorpresa, sfoderò un sorriso genuino e
scrollò le spalle.
“La clessidra...”.
Palesemente soddisfatta, disincantata, accennò
alla finestra con lo sguardo. Il suo tono di voce era aggraziato e
carezzevole.
Le accarezzi il viso e ti volgi per guardare la
clessidra sul davanzale. Tutta la sabbia si era raccolta in un
mucchietto compatto sul fondo.
Ti tese le mani con le palme all’insù, in un
gesto di pace. Hai preso le sue palme sudate nelle tue, gentilmente,
e vi siete accomodati sulla coperta. A te la mossa.
Tre; re, due; cinque, quattro: vince.
Vi alzate in piedi e ruotate la clessidra.
Ti si avvicina e ti getta le braccia al collo.
Avverti immediatamente il profumo del suo respiro, più forte
dell’erica durante la sua fioritura.
Benché rispettassi la necessità pressante di
mantenere un certo distacco mentale, tra la fantasia che sfuggiva al
galoppo e la realtà del momento, quando ti baciava tendevi a
dimenticare particolari così insignificanti.
Posò di nuovo le labbra sulle tue, con
delicatezza, e sciolse l’abbraccio per intrufolare le mani fra i
vostri corpi.
Sentivi un battito martellante nelle orecchie.
Ti spinse una mano sul cuore. Lo sentivi battere all’impazzata. Ma
non era l’unico petto frenetico che martellava. Se n’era accorta
anche lei? Sicuramente. Ascolta il tuo cuore, sta volando, avresti
voluto sussurrare. Sbatteva le ali veloce come un colibrì, lo
percepivi benissimo attraverso l’umido bollore della palma della sua
mano.
Irrigidisti le labbra, serrando i denti e
contraendo la mandibola e le guance, e cercasti di strattonare il
più possibile le redini dell’autocontrollo, ma non potesti opporti e
resistere. Le sue labbra aprirono con gentilezza le tue,
morbosamente, rabbiosamente, sinché non sentisti il suo respiro
caldo in bocca.
D’istinto, abbandoni le braccia a penzoloni
lungo i fianchi e resti passivo. Recuperato un pizzico di controllo,
riapri gli occhi senza provare a opporre resistenza... nella
speranza di farcela, in attesa che smettesse di baciarti.
Funzionò. La tua rabbia sembrò svanire e
dissolversi. Premette le labbra dolcemente sulle tue un’altra volta,
due... tre. Continuasti a fingerti una statua, impassibile come la
pietra, e rimanesti immobile.
Alla fine ti sfiorò il mento e si allontanò.
“Hai finito?”.
Domandi inespressivo.
“Sì”.
Sospira sognante. Sorride e chiude gli occhi,
in apparenza spassionata e sincera.
Intanto, la parte superiore della clessidra si
è svuotata di ciascun granello di sabbia. Vi riaccomodate con le
carte in mano. A lei la mossa.
Re, quattro, asso; due; fante, fante: vinci.
Trito e ritrito.
I vostri volti a un niente di distanza.
Ancora una volta la sua espressione si tramutò
e i suoi tratti si fecero dolci, caldi e disponibili. Anziché
opporsi, avvicinò il viso al tuo, inclinandolo leggermente, e
prendesti a sfiorarla lento con le labbra, dall’orecchio al mento,
avanti e indietro. La sentivi tremare. Ma non era sufficiente. Non
bastava per giustificare uno sbaglio, quel suo piccolo gesto
spontaneo risultava del tutto insufficiente per dimostrare un
qualsivoglia tipo di cedimento.
Avvicinasti di nuovo la sua bocca alla tua,
cautamente, vividamente, sentivi che ti desiderava quanto tu
desideravi lei. Con una mano le tenevi ancora il viso, con l’altro
braccio le cingevi la vita per stringerla a te. Non fu facile
raggiungere la tumidezza della sua vulva, ma ci provasti. E ci
riuscisti.
Segretamente, giudiziosamente, con la punta
delle dita, arrivasti sino a titillare voluttuoso con le creste
sporgenti delle sue piccole labbra.
Si irrigidì e fece uno sforzo per resistere. Si
contrasse e chiuse gli occhi.
Eppure, non riuscì a trattenersi dal reagire
esattamente come la prima volta. Anziché restare tranquilla e
immobile, si allacciò stretta alle tue spalle e si ritrovò
avvinghiata al tuo petto. Con un gemito sommesso dischiuse le
labbra.
Sapevi che mancavano circa tre secondi prima
che i nervi cedessero e ti ritrovassi costretto ad allontanarla da
te con destrezza, tentando forse inutilmente di convincerla con una
perifrasi soddisfacente che per quel pomeriggio avevate messo già
abbastanza a repentaglio la salute del vostro battito cardiaco. Per
approfittare dei tuoi ultimi istanti la stringesti ancora più forte,
adeguandoti alla sua posizione inarcata contro di te. Con la punta
della lingua tracciasti il contorno del suo labbro inferiore, liscio
e perfetto come fosse stato appena lucidato, e con un sapore...
Allontanasti il suo viso sciogliendoti dalla
presa con estrema facilità. Si aggrappò con la forza di una piuma, e
non incontrasti alcuna difficoltà, nessuna resistenza percettibile,
nello slegare e slacciarti le sue braccia di dosso. Fece una risata
breve e musicale, molto rasserenante. Il suo sguardo era acceso
dallo stimolo del falò di quell’eccitazione travolgente, che non
aveva ancora imparato a gestire così bene.
“Cosa?”.
“Eh, però, ma così non vale”.
“Tutto vale!”.
Ci pensò un attimo. Ti ritrovi a vagliare le
emozioni che si snodano sul suo volto, come gli scritti in grossetto
dei titoli di testo sulla prima pagina di un quotidiano. Meraviglia,
sorpresa, dubbio, stupore, comprensione. E poi la voce le si è fatta
più morbida della seta.
“Beh, sì, insomma, allora sono tre a zero...?”.
“No, dai che questa te la faccio fare franca.”.
Ti rivolge un sorriso luminoso come il sole, ti
appariva adesso appassionata ed entusiasta.
La clessidra scandisce l’ultimo granello e
prendete posto sulla coperta. A te la mossa.
Quattro, fante, sei, sette, sette, cavallo,
sei, asso; cinque: vince.
Ma stavate giocando a Rimpiattino o a Cava in
Camicia?
Di nuovo, cercasti di affrontare la situazione
con distaccata passività. Quando avvicinò il volto al tuo con un
gesto lento e indeciso, le tue membra si irrigidirono di rimando,
irriflessivamente. Ti prese il viso tra le mani e pensasti che
stesse per baciarti di nuovo.
Ti sbagliavi. O perlomeno non lo fece subito.
Ti fissò intensamente. Voleva renderti la
pariglia, glielo si leggeva negli occhi. Si era ostinata di ottenere
una tua reazione, e pertanto avrebbe tentato di farti cedere a tutti
i costi, perché desiderava ardentemente di spezzare le difese del
tuo precario autocontrollo.
Ruotò la clessidra di colpo e si girò di scatto
per baciarti.
Il cuore inizia a scoppiettare, iperattivo.
Ti si avviluppa addosso in un baleno, e al
tatto con la plasticità della sua pelle surriscaldata, con la
pongosità dei suoi tondelli sul petto, con i semini delle sue
puntine che pungolavano, il tuo corpo sembra diventare freddo e duro
come il ghiaccio. Tremavi, ma non per colpa del ghiaccio.
Sentivi l’elettricità nelle vene raccogliersi,
nuovamente, l’adrenalina già pronta a dilagare nel sangue, il panico
preda della furia e della rabbia.
Ogni volta che ti toccava, anche nel modo più
distratto, la reazione del tuo cuore era udibile; e, d’altronde,
altrettanto si sarebbe potuto dire del rintocco dell’eco frettolosa
della sua. Con una mano lisciò piano sul tuo collo. Il tuo cuore
reagì accelerando, ma eri deciso a insistere.
Non smetteva di baciarti. Fu costretta a
staccarsi solamente per riprendere fiato. Le sue labbra non
abbandonarono la tua pelle e si spostarono sul collo. Al che dovesti
ricorrere alla tua arma più segreta.
Richiudesti gli occhi. Gradualmente, la
scacchiera si materializzò da una vaga foschia. I pezzi di ebano e
avorio, dalla superficie levigata dall’uso, attendevano l’inizio
della partita. Uno alla volta, svanirono il gelo del tuo corpo, il
calore della sua pelle, la stretta delle braccia che ti cingevano,
la tenerezza urticante delle mani che carezzavano, la morbida
delicatezza delle sue labbra, la dolorosa frenesia del panico nel
petto e l’ansia derivante dalla sua caldissima e nuda vicinanza.
Rimase solo un’avvolgente oscurità, al centro della quale si apriva
un cerchio di luce gialla sopra la scacchiera. Ma tergiversasti,
respirando profondamente, rallentando ulteriormente i battiti
cardiaci del tuo cuore. Finalmente tendesti in avanti una mano e
avvertisti l’indifferente contatto di una pedina sui polpastrelli.
Il pedone di re avanzò di due caselle. Il nero rispose. Il gioco
ebbe inizio, dapprima con lentezza, poi più veloce, sempre più
veloce, finché i pezzi volarono rapidi sulla scacchiera. Stallo.
Un’altra partita, poi un’altra ancora, con lo stesso risultato. Poi,
d’improvviso, calarono le tenebre.
In tutto non erano passate che un paio di
doppie dozzine di secondi; però, quando ti sentisti pronto,
riapristi gli occhi.
Le sue labbra sono tornate a muoversi lente sul
tuo collo, ma il senso dell’urgenza è sparito.
Si arresta con la bocca e ti fissa negli occhi,
chiaramente in cerca di risposte, e, la sua espressione mutevole,
diviene curiosa e speranzosa. Irresistibile, dolcissima!
Comunque sia, non ti andava di dirle che eri a
stomaco pieno... di farfalle.
“Puoi fare di meglio.”.
Sussurri tenebroso.
Apre la bocca per ribattere, e in un lampo
l’espressione le si fa smarrita e vulnerabile. Le sorridi e le
mostri la lingua.
Ti scruta torva, come un gattino arrabbiato che
crede di essere una tigre.
Uno sguardo alla clessidra e, dopodiché, vi
accoccolate sulla coperta. A lei la mossa.
Tre; cavallo, cinque, cavallo: vince.
Riprendete da dove avete interrotto.
Solleva il mento e strizza le palpebre.
Innanzi a tutto ti strinse le braccia attorno
al collo.
Sospirò sonoramente, squisitamente, nel
prenderti il mento con la mano sinistra per avvicinare il tuo viso
al suo.
All’inizio pareva un bacio come gli altri:
Sabrina si manifestava alquanto passionale mentre il vostro cuore
perdeva il controllo come accadeva ogni volta. Poi qualcosa cambiò.
Improvvisamente le sue labbra divennero molto più decise, la mano
libera s’infilò tra i tuoi capelli e trattenne la tua testa ben
salda contro la sua. E malgrado le tue mani ardessero dalla voglia
di consumarsi sul suo corpo, e gli snodi delle articolazioni
smaniassero di perdersi nell’arricciolamento spiraleggiante dei suoi
capelli, e che tu fossi sul punto di oltrepassare il confine
immaginario (della prudenza e dell’immobilità che le vostre stesse
regole imponevano), per una volta non ti sentisti in procinto di
cedere e spezzarti in due. Potevi sentire ugualmente l’ardore del
suo corpo contro il tuo, con una piccola parte frammentaria e
lontana della mente, frattanto che, senza demordere, lei persisteva
nello stringersi impetuosa a te.
Interruppe il bacio e ti allontanò bruscamente,
afferrandoti con risoluta dolcezza e decisione.
Si accorse del tuo battito zoppicante, e tornò
a sorridere.
Sfoderi la tua migliore espressione da martire
e chiudi gli occhi, mentre lei ritorna a cingerti con le labbra e
con le braccia.
Le sue dita accarezzano lievi il profilo della
tua schiena e capisci che si era accorta che non tutti i tuoi sensi
erano ben svegli.
Restasti con gli occhi chiusi, ansiosamente
immobile, faticosamente passivo, lasciandoti abbracciare con voluta
ricercatezza.
Ti devi sforzare per non contraccambiare il suo
bacio; le sue dita si muovevano su e giù lungo la tua schiena, quasi
senza toccarla, e tracciavano disegni leggeri sulla pelle.
Rabbrividisci dalle radici dei capelli alla punta dei piedi,
nervosamente, e cerchi di non andare in iperventilazione.
Tentasti di pensarci su per un po’, provando a
concentrarti mentre le sue labbra si muovevano piano lungo la tua
guancia, giù per il collo, e di nuovo su. Lo fece tre volte, prima
di doverti costringere a correre ai ripari. Gli occhi erano già
chiusi.
Immagini la scacchiera su un tavolo di legno,
in un cerchio di luce gialla. Respiri a fondo, trattenendo il fiato.
Poi creasti i due giocatori. Il primo fece la mossa d’apertura; il
secondo rispose, dando inizio a un rapido scambio di mosse. I due
giocatori cambiavano strategie, adattando ogni volta i loro
contrattacchi: Hanham invertito, Difesa a tre cavalli, Gambitto
viennese. Tutti i passaggi più eclatanti di quelle partite
memorizzate allo scopo.
Uno dopo l’altro, gli stimoli pressanti
svanirono.
Quando l’ultima partita si concluse in parità,
dissolvesti nel nulla la scacchiera.
La sua bocca non era più delicata; i suoi
movimenti erano tormentati, disperati come mai prima di allora. Si
era accorta della tua ritrovata padronanza?
Apri gli occhi mentre si distoglie da te.
L’eccitazione di quella personale vittoria era
una strana sensazione che ti faceva sentire potente. Invincibile e
coraggioso. Le tue mani non erano più insicure; slacciasti i bottoni
delle giunture delle nocche e rilassasti gli artigli delle tue dita
smaniose e grottesche. Con lo sguardo segui il profilo impeccabile
del suo corpo nudo. Un corpo bellissimo... Qual era la parola
giusta? La vocina magniloquente nella tua testa ti risponde.
Insopportabile, ecco cos’era. Bellissimo e insopportabile. Non ti
riusciva affatto di sopportare a cuor leggero tanta bellezza.
Tuttavia, ti sorprendi per l’ennesima volta di riscoprirti molto più
forte di quanto pensassi. Più forte di quanto avresti sospettato nel
migliore dei casi.
La pallida ombra di un’espressione contrita e
mortificata, triste e sconsolata, attraversa i confini di spazio
aperto sul suo viso come una cometa. Se ne era accorta. Appariva
avvilita e scoraggiata, corrucciata, piacevolmente imbronciata.
Non dici e non dice nulla.
La cascatella di sabbia nella clessidra
sembrerebbe morta nel tempo, quindi, carambolando platealmente sulla
coperta raccogliete le carte. A lei la mossa.
Tre; due; tre; cinque, cavallo, sei: vince.
Cavoli, il suo mazzetto è già grossissimo, al
contrario, le tue carte si potrebbero contare sulle dita delle mani.
Fai per alzarti in piedi meccanico ma ti blocca
con una mano.
“Che cosa?”.
“Aspetta”.
Si erge e raddrizza sulle ginocchia per
abbrancare la clessidra.
Strizzò le palpebre, affilò lo sguardo e si
riprese.
Di colpo si fece seria. Ti prese il mento tra
le mani, lo tenne fermo e non riuscisti a distogliere gli occhi dal
suo sguardo intenso.
Non avrebbe smesso di lottare tanto facilmente
e lo sapevi. Sapeva essere così testarda quando si impuntava... E
adesso quali intenzioni aveva?
Ti teneva ancora per il mento (le sue dita
stringevano troppo forte, molto più del solito, più di quanto la
credessi capace) e d’un tratto scorgesti nei suoi occhi il riflesso
di ciò che stava per accadere. Ciò che era già accaduto. Ciò che
bramava che accadesse.
Provasti a concentrarti per rilassare i
tendini, i muscoli e le membra, ma era troppo tardi.
Le sue labbra premettero sulle tue e
soffocarono qualsiasi tentativo di concentrazione. Ti baciò con
rabbia, con impeto, in modo brusco, mentre con una mano ti teneva
stretta la nuca, rendendo inutile ogni tuo pensiero logico. Cercasti
di opporti con tutte le tue forze, ma quasi non ne ricavasti alcun
sollievo. Le sue labbra erano calde e morbide e nonostante
l’inflessibile rabbia di entrambi si adattarono subito alla forma
delle tue, rigide e ruvide.
Si interrompe per spostare l’attenzione
sull’incavo del tuo collo. A Sabrina brillarono gli occhi e,
nell’accertarsi della sincronia frenetica dei battiti furiosi del
vostro cuore con le palme delle mani, un sorriso le illuminò per un
momento la faccia. Ne hai approfittato per ragionare nel giro di un
istante.
“Non ce la farai.”.
Le sussurri all’orecchio.
“Beh... lo vedremo”.
Il morione liquido dei suoi occhi si accese di
entusiasmo. All’improvviso senti lo stomaco ricolmo di schegge di
ghiaccio acuminate.
Ti baciò di nuovo sul collo e sulle labbra,
singolarmente, insistendo sin quando il tuo battito (il suo battito)
non oltrepassò ogni limite e la sua pelle s’imporporò nella
fragranza profumata del calore rabbioso del suo sangue.
Resti immobile sul posto, in guerra con te
stesso. Volgi lo sguardo in direzione della clessidra, la cui sabbia
continuava a cascare dall’alto allegramente, con gli occhi girati,
il busto diritto e le ginocchia ben piantate dove stavano. Senza
guardarti, fece un mezzo indeciso-passetto all’indietro, e poi un
altro. Inclinò il viso per osservarti, dubbiosa, inarrestabile e
indomabile.
Restituisci lo sguardo. Non avevi idea di che
espressione avessi.
Hai chiuso gli occhi e richiamato la
scacchiera.
La tua cuginetta si dondolò sulla coperta, come
un cobra indiano al suono del flauto, poi si trascinò in avanti e
coprì la distanza tra di voi con un singolo e fluido movimento.
Riesci tuttora a visualizzarlo.
Rimani immobile (gli occhi chiusi, i pugni
stretti ai tuoi fianchi) mentre con le mani cercava il tuo viso e le
sue labbra trovavano le tue, con un’avidità che non era lontana
dalla violenza.
Assaporasti la sua furia, tutta quanta la
rabbia di cui poteva disporre, quando con la bocca si accorse della
tua resistenza passiva. Una mano si avvicinò alla tua nuca, l’altra
ti afferrò brusca la spalla, tentò di scuoterti e ti avvinghiò a sé.
Poi proseguì sul tuo braccio destro, ti cercò il polso e lo sollevò
a circondarsi le spalle. Lo lasciasti dov’era, il pugno ancora
stretto, senza sapere dove ti avrebbe condotto il desiderio
disperato di contenerti. Nel frattempo le sue labbra, di una
morbidezza e di un calore straordinari, cercavano di scatenare la
reazione delle tue.
Quando fu certa che non avresti lasciato cadere
il braccio, ti liberò il polso e la sua mano si fece strada fino ai
tuoi fianchi. La mano infuocata trovò appiglio nello strato di pelle
all’altezza delle reni e ti costrinse ad avvicinarti per inarcare il
corpo contro il tuo.
Le labbra si fermarono per un istante, ma
sapevi che la fine era ancora lontana. Con la bocca seguì il
contorno del tuo mento, poi esplorò il profilo del collo. Ti lasciò
i capelli, in cerca dell’altro braccio, quello sinistro, che voleva
stringersi al collo come il primo.
Poi ti ritrovasti le sue braccia intorno ai
fianchi e le sue mani sulle chiappe, le tue labbra accanto alla
conchiglia di un orecchio.
“Puoi fare meglio di così, sul serio, ci stai
pensando troppo.”.
Il tempo perse significato.
Lasciati trasportare da ciò che senti, il
bisbiglio mormorante di un fantasma nella testa, troppo scontato,
troppo banale.
Ebbe un fremito quando con i denti le toccasti
il lobo.
“Esatto, concediti di capire quel che vuoi in
cambio.”.
Scosse la testa ritmicamente, finché con una
mano non tornò a stringerti i capelli per tenersi ferma.
In quell’attimo preciso voleva farti male. Non
un male profondo e duraturo, si capisce, ma solamente un dolore
passeggero, fisico e fuggevole, giusto il minimo indispensabile per
dar sfogo alla sua collera frustrata.
Ti sentisti scrollare la testa come da un colpo
violento di frusta. Più o meno l’equivalente di un pizzicotto giunto
a tradimento. Avevi le braccia sulle sue spalle, perciò, cercando di
non badare al dolore pungente alla cute, impetuosamente te la sei
tirata contro nell’atto di irrigidirti. Automaticamente,
istintivamente, hai riaperto la bocca, per balbettare una qualche
forma di protesta.
E la Cocca fraintese.
Scambiò il tutto per passione. Pensava che
stessi reagendo.
Con un sospiro strozzato riavvicinò la bocca
alla tua, le dita di una mano affondate nella pelle dei tuoi glutei.
Non c’era più nulla da fare. Tutte le partite
di scacchi del mondo non sarebbero valse a distrarti.
La vampata di fiamme del suo respiro ti arse e
bruciò in gola, facendo sbilanciare il tuo precario autocontrollo e
rendendoti debole e malneabile come creta nelle sue mani urticanti,
e in più con l’aggiunta della sua reazione appassionata e
inaspettata, estasiata ed entusiasta, ti sconvolse totalmente,
incondizionatamente. Se si fosse sentita soltanto trionfante, forse
avresti resistito. Ma la spontaneità assoluta e indifesa della sua
gioia improvvisa sbriciolò la tua determinazione... la mise fuori
uso. Il cervello si scollegò dal corpo e ti ritrovasti a baciare
Sabrina (la tua cuginetta). Contro ogni logica, le tue labbra si
muovevano assieme alle sue in una maniera strana e incomprensibile,
mai sperimentata prima (perché con Sabrina non dovevi stare attento,
e di certo lei non doveva esserlo con te).
Privo di controllo, stringesti le dita tra i
suoi capelli, stavolta per avvicinarla a te.
Era ovunque. Il sole abbagliante inondò di
arancio-rosso i tuoi occhi ed era il colore giusto, con tutto quel
caldo. Il caldo era ovunque. Non vedevi, non sentivi, non provavi
nient’altro che non fosse Sabrina.
Nell’intimità di quel momento irripetibile, era
come se foste veramente un’unica persona. Il suo dispiacere era
sempre stato e sarebbe sempre stato anche il tuo ma, ora, la sua
gioia era la tua.
Insolitamente, le labbra della tua cuginetta si
fermarono prima delle tue. Apristi gli occhi e la trovasti che ti
fissava meravigliata e festosa. Il classico punto interrogativo, che
istoriava sul suo bel visetto da micio adorante (gli occhioni
spalancati, l’espressione svagata, la bocca dischiusa, le
sopracciglia arcuate all’insù con innocenza e curiosità), sembrava
chiedere e farle sperare: allora sono Due a Uno?
“Beh, in effetti, diciamo pure che questa vale
doppio... e facciamo che siamo Due a pari merito!”.
Il suo sorriso era accecante.
La clessidra si è esaurita da secoli e secoli.
Ancora a lei la mossa.
Re, asso; due; sei, re: vince.
Adesso, le tue carte si contano sulle dita di
una mano soltanto.
Deponete le carte, e vi drizzate sulle
ginocchia.
Ti sfiora il viso e le spalle con amore, poi
garbatamente discende coi polpastrelli sul busto e sul petto, sulle
braccia e sul ventre. Ipereccitata, ti accarezza la punta dell’asta
e si avvicina per baciarti.
Ti bacia nella maniera meno platonica
possibile. Ormai che senso aveva contenersi più del necessario? A
malincuore ti sforzi di corrispondere al bacio solamente con l’uso
della bocca.
Ti baciò sulle labbra, ti baciò sensualmente,
voluttuosamente, ti baciò nello strato più interno di passione del
fuoco e dell’anima, entusiasta e famelica, con la lingua che
misurava la profondità della tua bocca come uno scandaglio. Le sue
mani erano sprofondate nei tuoi capelli.
Il suo corpo si spalmava contro il tuo, come la
marmellata sul pane disteso a fette, il tuo membro si schiacciava
sul pelo morbido della sua gattina.
Ti resta tuttora l’impressione di sentirla
ricercare il contatto della carne, con piccoli e scattanti movimenti
del bacino, rammenti di esserti spostato un po’ di lato per offrirle
il fianco di una coscia. Hai a malapena incuneato il ginocchio tra
le sue gambe semidischiuse.
Le sporgenze della vulva lisciavano e
strofinavano sul lato della coscia, la crema del suo visco si
allargava per tutta la lunghezza della tua muscolatura, e la colla
del succo si spandeva sui pori della pelle come la pomata di un
massaggio erotico.
Il suo torace rischiava di esplodere contro il
tuo, mai ti eri trovato tanto a un passo dall’aneurisma.
Ansimò e gemette nella tua bocca, e il corpo le
si scrollò in spasmi incontenibili. Il
piacere del suo godimento ti attaccò e ti lasciò senza fiato, ti
assalì con la forza di un colpo di maglio allo stomaco. Nella magia
del ricordo, la stringi tra le braccia e la devi reggere per
non lasciarla accasciare all’indietro, sostenendola di peso per
tutto il tempo, quasi senza riuscire a respirare per lo sforzo di
trattenerti.
L’hai allontanata da te, affettuosamente, per
aiutarla a sollevarsi in piedi, solo quando ti è apparsa ben stabile
sulle ginocchia. Le hai cercato le pupille degli occhi, nel
riempirti d’aria fresca i polmoni.
“Sei venuta ancora”.
“Mmh”.
Abbassa il mento e lo sguardo, scava come per
terra con la punta di un piede, e poi riprende farfugliando...
farfugliando qualcosa di inintelligibile.
Le hai sorriso spontaneamente.
“E con questo fanno Tre a Due per me.”.
Vi siete ripuliti frettolosamente con le
salviette saponate, avete risistemato le cose alla buona negli zaini
e avete raccolto le carte. Sempre a lei la mossa.
Sette, quattro, fante, asso; quattro: vinci.
Finalmente! Era ora, seppur rimanesse purtroppo
una vincita da poco.
Posi le poche carte in un angolo sgombro della
coperta, esitando con la clessidra in mano.
Ti osservava con l’aria di nuovo interrogativa.
“Inginocchiati in là così.”.
Difficile cogliere il sussurro della voce di
Sabrina, più delicato del tuo respiro.
Ti volta la schiena, appoggiandosi in avanti
sulle palme e sui gomiti.
La bocca secca come se avessi mangiato sabbia,
si impastò senza preavviso.
La Cugina per eccellenza, la complice perfetta,
piega la testa (ponendo la fronte fra le mani), incurva la schiena e
solleva il sedere.
La tua gola si riarse, il cuore rimbombava
nelle orecchie.
La sua figuretta idilliaca, allungata e china
in avanti, ti apparve prona e bocconi sulle ginocchia.
Il suono più forte nella camera era il tuo
cuore delirante, che batteva al ritmo del fuoco di un rogo
sconvolgente.
Fluttuando come seta nel soffio del vento, il
biondo grano delle spirali arricciolate dei suoi capelli le ricade
sul dorso delle mani, intorno alla testa e sulla coperta. Le spalle
sono abbassate, le scapole spiccano in alto, le tettine sono libere
e penzolanti, il ventre è teso e appena concavo, la schiena si
flette in basso, il culetto si protende in su, le gambe sono piegate
a novanta gradi, magnificamente, le ginocchia sono accostate, le
caviglie sono divaricate, splendidamente, e la pianta dei piedi
(esposta con chiarezza al giudizio della tua critica esaltante) è
liscia e rosea quanto la superficie di un gelato alla frutta.
Ti sentivi svuotato, con ogni muscolo molle e
sordo ai tuoi comandi: eri intossicato dalla sua presenza seducente.
Il sederino che avevi davanti riluceva. Le
chiappettine... erano lucide e plastiche e sferiche. Nel mezzo del
magico sodo rotondo, il buchetto era come il virginale bacio di un
angelo. Di sotto, la spaccatura della fessura diluviava a dirotto
fra i petali rosa delle piccole labbra e discendeva sino al pistillo
tumescente del clitoride, che si manteneva in bilico sulla cima
della sua montagnola di venere. Succosa, succosissima, succulenta.
Più in giù, il gomitolo di una pelliccia zuppa di colla si dipanava
sul pube castano-biondo, rorido e luccicante. E il profumo delizioso
del suo sesso ti sopraffece.
Fuoco nelle vene. Traballasti, malfermo. Le
gambe ti pizzicavano, punte da aghi immaginari, mentre il sangue
scorreva con la velocità di un corridore pazzo. L’incendio si ritirò
dalle palme delle tue mani e le lasciò felicemente reattive, di
nuovo in grado di abusare della droga del suo corpo. Ma si concentrò
nel tuo cuore che avvampava caldo come il sole e sibilava con la
collera furiosa di una pentola a pressione.
E poi... quel corpo era tuo. Il corpo di
Sabrina era come se fosse il tuo. Ormai ti stavi capacitando della
possibilità di poterla manipolare e maneggiare, senza capricci né
obiezioni. Ti piaceva il modo in cui i muscoli si muovevano sulle
ossa, il piegarsi delle articolazioni e le contrazioni dei tendini.
Conoscevi l’immagine di se stessa riflessa allo specchio fin nei
dettagli più intimi. La delicata sfumatura della pelle rosa-arancio
che si accendeva e valorizzava di un rosa-oro con l’abbronzatura,
l’eterea delicatezza delle ossa del viso, i lineamenti gioiosi del
viso, gentili e benevoli, cordiali e giulivi, gli zigomi alti, i
capelli lunghi e setosi, che spesso si raccoglieva sulla testa, il
pleocroismo del marrone dei suoi occhi... quella era lei.
Volevi la tua cuginetta. Non avresti permesso
che ciò che era tuo sfuggisse da te.
Con la furia di un ciclone, ti monta dentro la
rabbia in un attimo.
Allunghi le mani verso di lei per palpeggiarle
la gommapiuma delle natiche minute e soffici. L’intaglio della
vagina sbrodolava. Dunque, con la mano destra, sei sceso nel solco
di mezzo, quindi ti sei insinuato nell’arte del taglio della sua
carne sbrodolante e tumidissima. Con l’indice scavi fra i petali
delle creste esterne. Con il polpastrello vai alla ricerca del
pulsantino che rimane seminascosto dal cicciolo della vulva, per
premerlo più volte. Il bacino le scatta di conseguenza. Affondi il
dito come nella ricotta, dentro e fuori; dentro e fuori.
Agevolmente, le nocche scivolano nella polpa viscosa del suo tunnel
bagnatissimo, caldissimo. Accompagnando l’indice da tergo, di volta
in volta, la punta del pollice penetra nello spacco delle grandi
labbra, superficialmente, per poi infrangere tutta la spinta contro
l’opposizione elastica dell’imene perdurante. Ecco qui l’origine del
delirio di un istante.
La cornice dell’oblò della tua vista periferica
si era sfocata. Rigido com’eri, raddrizzarti fu uno sforzo che ti
tolse il fiato. Intorpidite, le ginocchia e le gambe protestarono
scricchiolando pericolosamente.
Ti sei fatto spazio tra le sue caviglie,
poggiando il glande sull’amore del suo sesso. La tumidezza della
vulva, morbidissima, si ammacca teneramente. La tensione la
attraversò come una vibrazione lungo un cavo elettrico. Si irrigidì
ma non si mosse.
La vocina ai margini del subconscio ti gridava
nella mente. ‘Prendimi! Prendimi!’ Prendila. Hai scosso il capo, eri
pieno di dubbi, il tuo cuore batteva a singhiozzo, e non sapevi
cos’avresti dato pur di dare ascolto a quelle parole.
Il velo di una situazione analoga ti cala sugli
occhi. Quasi ti riesce di scorgere lo spettro della tua cuginetta
coricata supina su un ballino di paglia. Quanti anni sono passati?
Come ha fatto il mostriciattolo a sbocciare nell’angelo? Di certo
non è stata la sola volta che ci siete andati così vicino.
Pigiasti la turgidezza della tua cappella sulla
tumescenza del suo clitoride. Fu come premere col dito una spugnetta
intrisa di sapone liquido. Su e giù, su e giù, su e giù. Aggiusti la
traiettoria del tuo membro (del tuo missile) per percorrere
ripetutamente la pista centrale del suo fondoschiena.
Grazie all’esito favorevole del round
precedente, non erano i genitali in pericolo di orgasmo ma era il
cuore a rischiare l’infarto. Che spettacolo! Infarto a quattordici
anni, bella storia. Poteva succedere?
Il tempo parve sfumarsi, come la sequenza in
dissolvenza di un film lanciato sullo schermo.
Nulla di fatto. La clessidra dimenticata da
parte. A te la mossa.
Due; sette, asso; fante: vince.
Esulta e l’espressione le si fa meditabonda. Un
pezzetto rosa di lingua le spunta fra le labbra.
Le lasci a disposizione il tempo che le serve
per valutare e riflettere.
Dopo non molto, il dipinto evidente del
nervosismo sul suo volto si fece tangibile. Avvampò, rossa di
vergogna fino ai capelli.
“Che cosa devo fare?”.
“Spingiti un po’ indietro, così”.
Fermo restando con le gambe incrociate, ti
puntelli sulle palme delle mani dietro la schiena. Il tuo membro si
propose liberamente diritto, come la minaccia di un missile in fase
di puntamento.
“È così che vuoi?”.
Tornò a fissarti in faccia, e sorrise con
insensata timidezza. Con quell’espressione imbarazzata, sembrava un
angelo dai capelli biondi-castani.
Annuisce, impercettibilmente, rovescia la
clessidra e si avvicina.
E adesso ci guardiamo negli occhi? La sua
espressione era di una dolcezza insostenibile: sembrava puramente
innocente, quasi persa e dimessa, ciononostante falsamente ingenua,
armoniosa e prodigiosa, di una bellezza tanto eloquente da farti
anelare fortemente di toccarla con la stessa amorevole violenza di
poco prima. Quel primo pensiero sarcastico ti rimase in gola.
Alzò la mano destra e la posò dolcemente sul
tuo collo. Eri immobile, il suo tocco rovente agiva come un allarme
naturale (un allarme che ti avvertiva di lasciarti prendere dal
terrore) ma non riuscivi a sentire nemmeno un briciolo di paura.
Dentro di te c’erano ben altre sensazioni...
Risalì il collo per accarezzarti una guancia.
Fu come sentirti toccare al di là della superficie della pelle,
direttamente sulle ossa del viso. In un formicolio elettrizzante, un
brivido fra le tue ossa scese lungo la spina dorsale, e avvertisti
un tremolio nello stomaco.
“Posso?”.
Aspetta, pensasti mentre il tremore maturava in
calore, desiderio e voglia, per evolversi in seguito nel più
furibondo degli annebbiamenti. Che cosa diavolo stava dicendo?
Le sue dita scendono sul petto, oziosamente,
per giocherellare da un capezzolo all’altro.
Intontito e confuso, lì per lì dimenticasti che
stava aspettando una risposta, mentre fissavi il morione
scintillante dei suoi occhi.
Il sangue urticava nei vasi sanguigni; la tua
bocca era come la Valle della Morte alle quattro di un pomeriggio di
Giugno, la gola riarsa.
Scuotesti la testa avanti e indietro,
meccanicamente, cercando di sgombrarla dai pensieri annebbiati. Lei
restò in attesa, senza dare segni di impazienza. Ti ci volle qualche
secondo ancora, prima di riuscire a parlare.
“Come?”.
Hai chiesto improvvisamente con il respiro
mozzato.
Si chinò verso di te. I suoi occhi profondi
quanto il nucleo della Terra bruciavano come lava e frantumarono
tutti i tuoi tentativi di concentrazione.
Rise, e iniziò a farfugliare sussurrando: la
voce di un arcangelo che ti accarezzava l’orecchio.
“Sì, beh, voglio dire, insomma, posso?”.
Per un istante ti sei dimenticato di respirare.
Quando ti sei ripreso, hai scrollato la testa per fare ordine nel
tuo annebbiamento. Aveva vinto la manche, no?
“È il tuo momento, puoi tutto quello che
vuoi!”.
Beh, non proprio tutto. Però, considerando le
spasmodiche performance già messi in cantiere, dubitavi che corresse
il rischio di farsi sorprendere accidentalmente dalla libidine di un
terzo orgasmo.
“OK”.
Si drizzò come un fuso.
Il cuore ti batteva all’impazzata, non sapevi
cos’avresti dato per rallentarlo, conscio che il suo pulsare così
potente nelle vene avrebbe creato qualche problema. Se ne era
accorta? Di sicuro poteva udirlo martellare.
Rigida e seduta diritta, eccitatissima, lei ti
osservò per un momento.
Il tuo stomaco ebbe un altro sobbalzo, tanto
che fosti costretto a piegarti per respirare.
Con le dita della destra discese a lucidarti il
missile, lentamente, distrattamente, pigramente, con la mano
sinistra incominciò a masturbarsi tra le gambe.
La tua testa cominciava a girare, ti sentivi
mancare l’ossigeno. Polmoni fuori uso. Il tempo stava accelerando,
come se la Terra girasse più veloce. La gola scorticata, il fuoco
torturatore nel sangue. Il tuo cuore cessò di battere. Il sangue
rutilante implose nel torace e schizzò nelle membra, le fiamme
urticanti nelle vene si diffusero altissime e pericolose.
Solamente il termine segnato dalla cascata dei
granelli della clessidra ti ha salvato dalla penitenza. Di nuovo a
lei la mossa.
Re, fante, tre; sette, quattro, fante: vince.
Giubila e si riavvicina.
Ti restano in mano due carte.
Le dita si sfiorano durante la corsa per la
ribalta del segnatempo.
Il colorito delle sue guance è purpureo, il
tocco delle sue dita è corrompente.
La furia e la rabbia ti rimontano nel sangue
immediatamente.
Era come un calore feroce nelle viscere che non
aveva niente a che fare con l’ardore del suo corpo, una tensione
vibrante, come di acciaio rovente, che si ricaricava nel tuo petto,
come se il vostro cuore fosse un meccanismo a orologeria con la
molla tesa fino al punto di rottura.
Si piegò su di te per baciarti un capezzolo con
la lingua.
Il tuo cuore (il vostro cuore) prese il volo
battendo come le pale di un elicottero, scucchiaiando l’aria come un
matto, quasi con la stessa vibrazione di una nota lunga; sembrava
pronto a sbriciolare costole e cartilagini. L’incendio divampò al
centro del petto, risucchiando l’adrenalina in fiamme dal resto del
tuo corpo, prima di innescare il rogo definitivo. Per un attimo
l’ansia, il panico, la collera riuscirono a tramortirti nell’anima,
a sciogliere la presa ferrea dei tuoi sensi, a far breccia nel denso
furore che ti annebbiava la ragione al vertice del più fitto livello
cerebrale. La tua schiena s’inarcò come sollevata dal fuoco che ti
trascinava afferrandoti al cuore. Non permettesti a nessun’altra
parte del corpo di uscire dai ranghi, mentre cercavi disperatamente
di rimettere in equilibrio il bilanciere allentato del tuo
autocontrollo indebolito... instabile e vacillante.
La scacchiera non bastava. Occorreva ben altro.
Ci voleva qualcosa di gran lunga assai più impegnativo.
Il bridge: l’ossessione degli zii. Si potevano
sfruttare tutti quanti i loro insegnamenti. A parer loro, era un
gioco più nobile degli scacchi, ma si faticava a trovare giocatori
considerevoli al di fuori della famiglia. La partita ebbe inizio.
Ogni giocatore era a conoscenza solo delle proprie tredici carte;
ognuno aveva le proprie strategie e le proprie capacità
intellettuali. Il gioco proseguì, tra atout, slam e astute finezze.
Ricordi che persino trovasti divertimento, passando dalle
convenzioni di Blackwood a quelle di Gerber e di Stayman,
complicando la situazione con un dichiarante distratto e un equivoco
nei segnali tra est e ovest. Quando la prima mano ebbe termine, ogni
eccesso era placato. L’ansia e la collera erano svanite. Il panico
era cessato. Tutto si era ridotto alla flebile distrazione del
sottofondo melodico di un concerto di sensazioni.
Nella tua mente regnava un profondo silenzio.
L’introspezione si fece più profonda.
Era il momento di riaprire gli occhi.
La pelle che urticava era sempre come un
dolce-tormento, ma era ora tollerabile: adesso potevi godere del suo
contatto urticante senza impazzire. Avevi scoperto una nuova arma
segreta, di un conforto più che apprezzabile!
Il tempo si è evaporato, tutte le carezze si
sono consumate. Hai impugnato le ultime carte del duello, e ti sei
rimesso in posizione. A lei la mossa finale.
Re, asso; due; quattro: non hai più da
rispondere e vince definitivamente.
Avete ignorato la clessidra, deliberatamente,
rimanendo seduti in silenzio.
Ogni volta che la guardavi in faccia, quel
faccino bello da non credere, il cuore, di nuovo presente,
accelerava il suo trotto altrimenti tranquillo. Riconosci al volo
l’espressione sul suo viso squisito e dolcissimo, come il musetto di
uno scoiattolo.
Iniziò a mordicchiarsi il labbro, chiaro segno
del fantasma di una qualche riflessione strana e bizzarra, audace e
contorta.
Forse, è chiaro che stava rimuginando su
qualcosa di folle.
“Cosa pensi?”.
“No, niente, pensavo solo... se puoi
sdraiarti?”.
A capo chino, con il dito indice destro, in
conclusione indicava il centro della coperta.
La sorpresa di quella richiesta mal formulata,
ti gelò le membra e ti bloccò le giunture.
Sabrina, con grazia si è scostata in disparte
per farti allungare le gambe.
Obbedisci, sdegnando le proteste delle tue
articolazioni inchiodate e pesanti.
Fluttuando con la leggerezza di una piuma,
ritornò al tuo fianco e ti salì a cavalcioni.
Impietrito sulla schiena, non ti saresti mosso
neanche se ci avessi provato.
Si abbassò su di te, morbosamente, fermandosi
con il visetto a due palmi dal tuo volto.
Tra i vostri corpi si sviluppava una
temperatura altissima, una temperatura che si avvicinava a quella
della faccia di Mercurio esposta al sole.
Il suo respiro ti scompigliò i capelli,
strofinò il naso contro il tuo, e, toccandosi le une con le altre,
le ciglia sprizzarono scintille. Al contatto della pelle, il suo
cuore batteva a precipizio, mentre il tuo sfociava in un battito
convulso.
Ti passò le dita sulla fronte. Con la mano
sinistra si sosteneva sulla coperta accanto alla tua testa. Insinuò
le dita tra la nuca e la coperta, si riempì il pugno di capelli,
gemette e sospirò. L’elisir del suo respiro si esala da lei, e il
falò fiammeggiante del rogo della perdizione divampa nuovamente: ti
bacia con piccoli morsi sulle labbra, catturandoti la lingua con i
denti, succhiando generosamente, la bocca incollata a quella di te.
Il vostro cuore fischiava con la furia dello
sfogo di tromba di un treno a vapore. Non puoi evitarlo. Il mondo
era ormai come un enorme meccanismo a orologeria con la chiave
ritorta, le molle spezzate, le rotelle incastrate per la ruggine.
Con le braccia le hai cinto i fianchi, stringendola, carezzandola,
allungando le mani per massaggiarle il globo del culetto. Eravate le
due metà di un intero.
Si raddrizzò sul tuo grembo, ergendosi su di te
come la gamba centrale di una T capovolta. D’un tratto, fu come se
nel sistema circolatorio delle tue vene fluisse refrigerante invece
di sangue.
Hai dovuto a chiudere gli occhi in favore di
una rapida giocatina a bridge.
Lasciasti vagare oziosamente i pensieri, sicuro
che un po’ di meditazione ti avrebbe reso immune da tutto. Ma dopo
soltanto pochi minuti rieccoti più ricettivo che mai, mentre l’ansia
tornava a strisciarti nello stomaco contorcendolo nelle posizioni
più scomode. Per adesso, però, la coperta sembrava perfino troppo
morbida, troppo confortevole e fresca sotto la schiena. Hai scelto
di dissolvere la sostanza di quegli astuti giocatori mentali, quando
lo hai ritenuto opportuno; e ogni serena sensazione di pace se n’è
andata con l’impegno della visione.
Sentivi il peso della tua cuginetta, sul
grembo. Le sue manine sudate, caldissime, premevano sulle spalle,
aggrappandosi saldamente, le dita contratte. Ansimava sommessamente,
in tono strozzato. Ma era suo quel respiro affannoso? Le vostre
inspirazioni si muovevano in sincrono, non riuscivi a distinguere le
sue dalle tue, ma, riconoscesti il gorgoglio sensuale delle
espirazioni di Sabrina. Percepisti anche il palpito d’ali del suo
cuore. Sembrava irregolare.
Socchiudi gli occhi e vedi i suoi fissi sul tuo
viso. Era assurdo quando ti guardava così. Come fossi il premio
anziché il vincitore, sfacciatamente fortunato.
Senza smettere di accompagnare il movimento
dondolante del suo bacino, distacchi una mano dalla gommapiuma dei
suoi glutei. Con le dita le risali sul corpo per strizzarle le
tettine. Prima una... e poi quell’altra.
Grandi e piccole labbra scivolavano,
strusciavano, baciavano e lambivano sulla carena del tuo missile. La
penetrazione non fu necessaria. Il succo del visco diluvia comunque
abbondante sul pube e nell’inguine.
L’unione simbiotica che vi rendeva un tutt’uno
(che da un tempo immemorabile vi spingeva alla conquista incessante
di un piacere sempre più elevato) presto si ridusse al ritmo di una
maratona febbrile e parossistica. Il battito nel petto come
percussioni di tonfi sull’asfalto. Tutto questo e nient’altro.
Sentivate soltanto la velocità, lo sforzo di muscoli, tendini e ossa
che lavoravano in armonia, mentre vi lasciavate i chilometri alle
spalle.
Sarebbe stato così facile cedere alla
tentazione di lasciarvi spronare dalle lusinghe dell’apparente
sicurezza della vostra piccola e lucida bolla privata. Ma l’istinto
di troppi anni aveva forgiato le abitudini alla prudenza. Un bozzolo
silenzioso vi avvolge, l’universo mondo vi circonda, e un big bang
di supernove abbaglianti vi esplode nella testa, scatenandosi in
reazioni nel suo corpo e nel tuo spirito.
Scivolando all’indietro, come la carezza
affettuosa di un angelo, la Cocca si accasciò su di te.
Goffamente, l’hai accolta fra le braccia,
posando la sua testa inerte contro la tua spalla. Le spostasti dalla
fronte i capelli madidi di sudore.
“Tutto a posto?”.
“Mmh... Dammi solo un minuto per far rimettere
in moto il cuore”.
Attendi.
“Come va il cuore?”.
“Non lo so, dimmelo tu”.
Sorridi.
“Sei stanca?”.
“Per niente”.
(4)
Fuori, le prime ore del miraggio pomeridiano
della campagna (che indugia sul finire di una primavera splendente)
si ammantano di un peculiare incanto, il caldo è sonnacchioso e
sonnolento.
Dentro, la polvere del fantasma dello spettro
di un passato-presente non lontano giace sul fresco delle scale e
del pavimento, il clima è piacevolissimo.
Vi siete rivestiti con comodo, e siete scesi
dabbasso per fare merenda. Poi, avete accompagnato Ciack al
guinzaglio, nei dintorni del vecchio casolare abbandonato, per
fargli espellere un po’ d’acqua. Avete radunato i ruschi della
merenda nell’apposita busta di plastica, avete assicurato il vostro
cagnolone da caccia alla balaustra delle scale, avete ficcato la
busta in uno degli zaini e avete riempito la sua ciotola ancora una
volta.
Ciack, si è subito riappostato di guardia nelle
ombre dello scalone mentre voi, dopo averlo salutato e coccolato un
pochino, siete in fretta risaliti di sopra.
Ripercorrendo uno spiccio resoconto mentale,
avete approfittato della pausa-merenda per ritoccare ulteriormente
il regolamento di quella singolare partita a Cava in Camicia.
Due round dell’incontro si sono conclusi. Uno
lo hai vinto tu, uno lo ha vinto lei.
Quattro orgasmi sono stati consumati. Uno lo
hai raggiunto tu, tre li ha raggiunti lei.
Cinque penitenze sono state assegnate. Tre a
sfavore di Sabrina e due a tuo discapito.
Oltrepassate il pilastro in cima alle scale e
vi dirigete nell’ultima camera.
Quattro finestre prive di qualsiasi infisso
inondano di luce tutti gli anfratti più remoti di quell’ultima
camera da letto, che vi offre un rifugio ideale al piano superiore
di quell’antica e spoglia, polverosa e squallida, nonché isolata e
sperduta residenza.
Una coperta è distesa nell’angolo maggiormente
illuminato della camera, fra le due finestre più vicine.
Depositate zaino e zainetto accanto al cappello
di paglia sulla coperta, vi sedete e vi giocate l’inizio del
prossimo duello a Pari e Dispari.
Hai vinto. Raccoglie il mazzo di carte da
briscola, rimescolandolo per bene, tutta concentrata, dopodiché lo
divide in un paio di metà. A te la mossa.
Fante, asso; sei: vince.
Ti alzi. La tua cuginetta si mette a gattoni e
si avvicina.
Sabrina (sempre armata di quel sorriso
magnifico, capace di riempirti il cuore tanto da farlo scoppiare) si
sedette sui talloni e sollevò il visetto con slancio, in cerca di
supporto, inclinandosi un poco per guardarti in faccia.
La luce del sole del primo pomeriggio entrava a
ondate dalle finestre. Il flusso vorticante e fiottante di energia
la raggiunse, montando come una schiuma che rifletteva la luce
bionda-castana della cornice di spirali che fregiava e disegnava
cerchi simili a ghirlande dorate di Natale fra i suoi capelli. La
geometria del suo bel musetto... era come quella di uno scoiattolo.
Gli occhi splendenti come gioielli, la punta del naso volta
all’insù, un pezzetto della lingua tra le labbra, il faccino
squisito e in apparenza svagato e spensierato.
Un brivido si rincorse su e giù per la schiena,
nel vederla così inginocchiata ai tuoi piedi.
Le hai sorriso, facendole cenno di proseguire
con il mento.
Ti slaccia e ti toglie le scarpe da ginnastica.
L’hai osservata indietreggiare sino al punto di partenza, e poi sei
tornato a sederti. A lei la mossa.
Sei, asso; fante: vinci.
Si alza. Avanzi carponi e ti avvicini.
Ricordi chiaramente di aver pensato che la tua
cuginetta era la cosa più bella che occhi umani avessero mai visto.
Vista così da sotto, in piedi e diritta nella luce delle finestre,
sembrava la dea del pomeriggio: il sole, che brillava come non mai,
faceva scintillare la sua pelle rosa-arancio e accendeva i capelli
arricciolati che le scendevano fino all’altezza delle scapole. Il
suo volto possedeva una bellezza magica, gli occhi erano marroni nel
viso dolcissimo. Impreparato e basito, vedendola, quasi sei caduto
ai suoi piedi per adorarla.
Un Angelo con le ali spiegate avrebbe dato meno
nell’occhio.
La corporatura che traspare dalla sua maglia
sottile, semitrasparente nella forte lucentezza del sole, si direbbe
impeccabile. Braccia e gambe sono allungate e longiformi. La
minigonna che porta non è particolarmente ridotta, ma, dalla tua
postura di prostrata venerazione, puoi scorgerle in mezzo alle
cosce; e ciò che non si vede lo si può immaginare.
Ti sorride e dischiude le gambe lievemente.
Una visione di bianco assoluto ti azzera il
cervello. Il triangolo bianco di un riflesso ti schizza nella testa.
Ti sembra persino di intravvedere l’ombra della sua gattina,
segretamente, celatamente, che si balocca con un gomitolo di pelo
castano-biondo al di là del virgineo potere di tutto quel candore.
Intrecciasti lo sguardo con quello di Sabrina
per un attimo.
Le hai sciolto i laccioli, le hai toto le
scarpe da tennis. Metti le sue scarpe vicino alle tue, e fai ritorno
al tuo posto. A te la mossa.
Sette, tre; quattro, cavallo, cavallo: vince.
Ti appoggi dietro la schiena, allungando le
gambe verso di lei per farti sfilare le calze.
In un mulinello di vento, scrollò la testa in
una nuvola biondo grano di capelli, accogliendoti i piedi sul
grembo. Ti senti riportare indietro, ti senti viaggiare nella
memoria.
Una farfalla che si dedicava a te come fossi un
fiore, non avrebbe potuto essere più delicata.
Ti solleva l’orlo del fondo dei pantaloni con
garbo, con gentilezza ti toglie le calze di dosso, riducendole in un
quadretto cubico cortesemente, distrattamente, frattanto che
(ammutolito) ti stai attardando e dimenticando di ritirare le gambe
da lei. A lei la mossa.
Sei, due; sette, quattro: vinci.
Si sporge all’indietro e, abbassando le
palpebre (sognante, disincantata), allunga le gambe verso di te per
farsi sfilare i calzini.
Il battito del cuore comincia a palpitare e
singhiozzare, mentre un’erezione missilistica prende forma nelle tue
mutande.
Si è seduta di lato, puntellandosi sulle palme.
Armoniosamente, vistosamente, gambe e ginocchia si sono articolate e
ruotate (la tonica muscolatura delle cosce si è contratta),
distendendosi, raddrizzandosi, piedi e polpacci si sono protesi con
grazia ed eleganza.
La minigonna s’increspa e risale ampiamente,
caldamente. Luccicando come ruscelli di argento fuso, i tendaggi del
tessuto di quell’intimità stretta si sono aperti, mostrando una V di
mutandina bianca piatta piatta, eccitante da morire. Era una
mutandina bella tesa, candida, pulita. Era immacolata. Le aderiva al
basso ventre con attillata delicatezza, a parte le pieghine che si
formavano con i movimenti delle gambe che si protendevano... che si
snodavano... finché non ti ritrovasti con le sue caviglie fra le
mani, lasciandoti con il ricordo della Mutandina della Massima
Meraviglia.
Scintillando come un gioiello liquido riaprì
gli occhi.
Le sfili i calzini. Ritira le gambe e si
aggiusta la minigonna. Hai tentato di imitare il suo operato con
scarso successo, hai introdotto l’involto dei suoi calzini in una
scarpa. A te la mossa.
Due; cinque, sette: vinci.
Ti sei drizzato sulle ginocchia mentre lei
faceva altrettanto. Accennò a malapena a rialzarsi in piedi,
fissandoti con uno sguardo interrogativo negli occhi.
“Resta, aspetta, così va bene.”.
Annuisce.
Alzò le braccia e le sollevasti la maglia,
automaticamente, visibilmente, riscoprendo la semplicità del
reggipetto bianco latte che vestiva, ammirandole di nuovo il
décolleté spettacolare, confondendo il filo del discorso nel
gonfiore delle sue tettine, smarrendoti nelle piccole rotondità
degli esplosivi tondelli, nascondendole infine l’adorabile visetto
con la stoffa di quell’indumento impalpabile e sottile. Abbagliato e
perso, ti intrattenesti un altro momento in contemplazione del
panorama che rifulge (abbacinante, accecante), prima di sfilarle la
maglia dalla fontanella arricciolata della testa.
Agganci e trattieni la maglia con un pollice.
Le fai scorrere la punta delle dita sulle spalle, scivoli lungo la
strisciolina bianca delle spalline, percorri il bordo delle
coppettine fino all’incontro sulla giuntura al centro del
reggipetto, quindi accarezzandole il profilo rigonfio dei piccoli
seni le posi una mano sul cuore.
Il battito del suo cuore, come un martello su
un pezzo di stoffa.
Vi siete scambiati un sorriso con lo sguardo.
Ripieghi la maglia in due, adagiandola nei pressi della clessidra. A
te la mossa.
Tre; fante, cavallo, cinque: vinci.
Ti rialzi in piedi di scatto, porgendole le
mani di istinto per aiutarla a tirarsi su dalla coperta.
Nervoso ti sei portato dietro di lei.
Le cinghiette bianche del suo reggipetto
spiccavano sulla schiena rosa-arancio, incantevole, nuda, come una
vergine al ballo della scuola.
Il serpentello della spina dorsale, rigido e
diritto, strisciava al di sotto del gancetto di chiusura delle
cinghiette in un modo molto seducente.
La coda del serpentello s’infila e sparisce
nella cintura della minigonna.
Ti sei calato sulle ginocchia. Con un guizzo
degli occhi, hai superato il risvolto inferiore della sua minigonna.
Passasti lo sguardo sulle curve lunghe delle
cosce, rimirando l’armoniosa fattezza dei suoi polpacci,
precipitando sulla snellezza delle caviglie e risalendo il viaggio.
Inspirando sonoramente, deglutendo e sospirando rumorosamente.
Hai stappato il bottoncino sulla cintura in
alto che le cinge la vita, schiudendole la cerniera della minigonna
senza fiato, per abbassargliela un po’ alla volta.
Le mutandine le fasciavano le chiappettine
rassodate e rotonde, come se dipinte direttamente sulla pelle.
Innocentemente passionale, le introduci una
mano nell’incavo tra le gambe, assestando e schiacciando il pollice
nel solco del culetto, strofinando l’indice alla ricerca del taglio,
pastrugnando attraverso il tessuto della biancheria intima; era già
umida!
Le hai tolto la minigonna da sotto i piedi e ti
sei rialzato. Come un fuoco artificiale, effervescente, dinamico, le
hai girandolato intorno per sistemare il fagotto della tua ultima
conquista sulla sua maglia. A te la mossa.
Re, sette, fante, due; re, quattro: vince.
Si raddrizza sulle ginocchia, senza remore ne
imiti l’esempio.
Ti tolse la maglietta come e quasi esitando,
per farne la confezione di un regalo premurosamente e con riguardo.
Un tocco freddo di ali di farfalla ti passa sul
petto, le sue manine indugiano sul tuo cuore, e un cappio bollente
ti si chiude sui capezzoli.
Ti sorrise apertamente, dolcemente.
Si accomoda ripone la tua maglietta sulla
coperta, apprezzi e studi con viva curiosità quei tratti squisiti
che la idealizzano. A lei la mossa.
Cinque, asso; re: vinci.
Ti avvicini. Abbracciandola, posandole un bacio
sulle labbra, passandole le dita sull’arrotondamento delle scapole,
cercando e forzando disperatamente, invano ti prodighi nel vano
tentativo di scassinarle il gancetto del reggipetto. Ti deve aiutare
per disinnescarne la chiusura.
La chiusura del suo reggipetto ha mollato e
ceduto di schianto, però, non ti sei lasciato sfuggire di mano gli
elastici scattanti del lembo delle cinghiette.
Il bianco delle coppettine in trazione sui suoi
piccoli rigonfiamenti si è rilassato. Assecondando l’ormai naturale
e cedevole arrendevolezza delle spalline, la tagliola è piombata per
terra in uno svolazzo di stoffa.
Impossibile prepararsi a tanta bellezza!
Strabuzzasti gli occhi, sentendoti come se
qualcuno ti avesse infilato il tubo di un aspirapolvere in gola e ti
avesse succhiato via tutta l’aria dai polmoni.
I tondi delle areole sono rosa-marroncini e
risaltano sul rosa-arancio delle sue mammelline, delicatamente, le
puntine rosa dei capezzoli spiccano vividi e vistosi in specie
grazie alla fascetta marroncina che li avvolge.
Riuscisti a riempirti i polmoni d’aria. Ma non
potevi controllare il battito frenetico del cuore (del vostro
cuore). Le tettine erano... erano... Stupefacenti!
Frastornato e sconvolto, ti sei chinato su di
lei per baciarle il turgore di un capezzolo, palpandole,
stropicciandole il pongo dei seni istintivamente, voluttuosamente,
dando fuoco alle polveri della sua passione.
La sentisti sospirare, l’uccellino del suo
cuore impazzito nella gabbia toracica, ti distaccasti dalla mistica
fonte della giovinezza e la baciasti.
Dopo quello che è sembrato un tempo
incalcolabile, inestricabile, forse minuti, forse ore, hai raccolto
la trappola bianca del reggipetto dalla coperta, per farla
nuovamente svolazzare sul resto degli indumenti. A te la mossa.
Cinque, tre; quattro, tre; due; sei, re: vince.
Si alza in piedi e ti rialzi, la tua cuginetta
si accosta per un bacio fugace sulla bocca.
Le sue mani scesero sulla tua patta per
sbottonarla, morbosamente, macchinosamente, e la lampo della
cerniera viene riaperta. Una manina di farfalla penetrò nel varco,
per sondare l’erezione del missile.
Si chinò sulle ginocchia meccanicamente,
insieme ai jeans per levarteli. Ne fece un bel pacchettino ordinato
e lo predispose sulla pila del resto.
Siete rimasti in mutande.
Nella fretta di riprendere il gioco ti sei
seduto con le gambe incrociate bruscamente, un po’ con troppo
entusiasmo. La coperta si è arricciata sotto di te, come un gorgo di
colori, i mazzetti sono crollati come una valanga dalla cima di un
monte e per un soffio le carte non si sono mischiate. Accidenti!
“Vuoi ricominciare?”.
“No.”.
Raduni le carte in due costruzioni distinte,
piuttosto alla buona, e, separatamente, dai loro una rapida
rimescolatina.
“Così è meglio lo stesso”.
Ti sorride con gli occhi, senza nessun dubbio
in proposito.
“Lasciamo che a decidere sia il caso.”.
Le porgi il suo mazzetto. Aveva vinto l’ultima
mano di carte, quindi, a lei spettava la mossa seguente.
Fante, cinque, tre; fante, sei, due; re, due;
sette, asso; tre; quattro, cavallo, due; quattro, asso; fante:
vince, vince davvero un’invidiabile gruzzoletto.
Ti sollevi dalla coperta per fissarla negli
occhi. Come una malia che costringe all’immobilismo, all’impotenza
più totale dell’immobilismo, rimanesti impietrito e stregato dal
potere del suo sguardo taumaturgico.
Distolse lo sguardo (per non far trapelare i
suoi pensieri), mordicchiandosi il labbro, tentando e trovando il
coraggio di insinuarsi nella cintura delle tue mutande. Il buco del
sedere si contrasse più o meno alle dimensioni della valvola di una
camera d’aria sotto pressione.
Ti cala e ti toglie le mutande. Provasti una
sensazione raggelante. Era come se qualcuno ti avesse aperto dentro
il corpo un rubinetto di acqua calda, che ora stava traboccando da
tutti i pori della pelle.
Il monolito del missile svetta e sobbalza,
minaccioso, ipertrofico e già pronto al decollo. Sabrina (la Cocca)
si allungava con la manina fatata per impugnarlo.
L’hai vista sgranare gli occhi. Come uno
scoiattolo con una spruzzata di sangue sul pelo, il musetto di lei
si avvicinava.
Con la punta della lingua ti sfiora il
forellino sul glande, desiderosa, titubante, e subito avvampa per
averlo fatto.
Un tuffo al cuore proruppe nel petto.
Le sfumature delle sue espressioni erano
mutevoli e contrastanti (sempre un po’ sconclusionate), le guance
bruciavano come se fosse stata appena schiaffeggiata, intanto, una
fiumana di adrenalina allo stato puro se ne andava dilagando nel
sangue e percepivi le gambe traballanti come assi di legno.
Ripose con cura le mutande sul pacchettino dei
jeans. Innalza il mento e lo sguardo e ti sorride. A lei la mossa.
Quattro, asso; cinque: vinci.
Come uno scoiattolo-farfalla (aggraziato ed
elegante), si solleva ritta nella brezza del verde del vento per
spiccare in volo. Posasti le carte e rialzasti lo sguardo per
adorarla.
L’immagine in controluce di un angelo.
L’immobilismo ti avvinse di nuovo, fisicamente, tornando a gelare
nelle membra e nelle ossa, agghiacciante, pietrificante, quando la
raggiungesti. Sublime, terribile.
Ti sei accovacciato sulle ginocchia di fronte a
lei. Come dalle vetrate panoramiche dell’ascensore più eccelso, lo
stesso che conduce dalle grazie del paradiso alle pene dell’inferno,
il miracolo dei tondelli della Cugina per eccellenza ti scorre
davanti agli occhi in toni graduali di rosa e di arancio, di
marroncino, poi di rosa-arancio ancora, fino al bianco virgineo
delle mutandine.
L’ombra leggera del gomitolo di una pelliccia
castana-bionda fece capolino nel mezzo delle sue mutandine. Con
l’esultanza di un bambino impegnato in una caccia al tesoro,
eccitatissimo, affondi il medio e l’indice delle mani nella cintura
di quell’ultimo baluardo a difesa della vostra completa nudità. Le
braccia come pezzi di piombo, le giunture delle dita come
articolazioni inchiodate dalla ruggine.
La stoffa bianca di quella protezione discende,
la montagnola si mostra, osservi venerante la gattina arricciolata
che le si annida sul cuscinetto di Venere. Le cosce imprigionavano
le cuciture all’altezza della sgambatura, la cintura si tendeva
verso le ginocchia. Divaricò le gambe, inaspettatamente,
letteralmente, e le mutandine scattarono e si liberarono.
La tumescenza della vulva si erige a un palmo
dal tuo naso. L’afrore della sua vulva era guastato giusto dalla
profumazione delle salviette saponate ma la fragranza restava
meravigliosa, inebriante.
Iperstimolato, come un cane da caccia sulle
tracce della selvaggina, furiosamente, hai dilatato le narici al
massimo, per catturare la deliziosa fragranza del suo sesso. Eri
attirato nella scia di quel sesso di giovane ragazza come un
brandello di carta è costretto nella scia di un veicolo lanciato
nella corsa.
Emanava un odore decisamente femminile.
Pensieri senza ne capo ne coda, vanno affollandosi nella tua mente.
In senso lato, la sete del vampiro ti tormenta.
Potresti averla se lo vuoi. Sarebbe stato così facile, se solo lo
avessi voluto... avresti potuto benissimo... Morsi di ghiaccio nelle
viscere. L’abbozzo di quel pensiero ti salvò comunque
dall’immobilismo del gelo che stringeva e doleva cominciando dallo
stomaco.
Le togli le mutandine. Le creste delle piccole
labbra sporgenti scintillavano, come i petali capovolti di una calla
al chiaro di luna. Il pistillo era rigonfio e le grandi labbra erano
tumide.
Siete nudi. Appoggi la punta della lingua sulla
sua tumidezza, risali con la lingua sulla consistenza del pane che
lievita. Inarcò la schiena come un gatto, irriflessivamente,
spontaneamente, oscillò sul bacino con sensuale voluttà. Le fai
scivolare la punta della lingua sul prepuzio clitorideo e senti il
suo clitoride indurirsi sotto il tocco della tua lingua.
Con malcelata impazienza hai gettato le
virginee mutandine sul mucchio, ritirandoti dal suo talamo nuziale.
A te la mossa.
Cavallo, sei, cinque, sei, cinque, sette, sei,
quattro, tre; cavallo, tre; sette, quattro, asso; asso; cinque:
allarga un sorriso genuino, illuminandosi come un albero addobbato a
festa, nel vincere definitivamente un altro round.
Vi siete sollevati dalla coperta. Sabrina, ti
passò di fianco e con le spalle si appoggiò nell’angolo più in luce
della camera, come un tributo luminoso ad una mirabile dea pagana
della bellezza. Avete ignorato la clessidra.
Ti sei avvicinato a lei. La tua bocca si chiuse
su quei capezzoli rosei e marroncini, prendendo a succhiarli
avidamente ma gentilmente. La mano terminò il percorso e giunse sul
pube arricciolato e rorido, le sfiorò la tumescenza del clitoride,
sbrodolante, diluviante, ma la tensione di Sabrina era tale che la
fitta che partì da quel piccolo rugiadoso angoletto del suo corpo
(del tuo corpo), ti esplose nel cervello con la rabbia del primo
tuono di una violenta tempesta tropicale.
Con tutti i sensi in subbuglio, ti sei
inginocchiato ai suoi piedi. A quel punto lei spalancò le gambe e tu
incominciasti a leccare la fonte della sua umidità, a schiuderle le
pieghe segrete della carne finché la lingua trovò la dolce
protuberanza. Contemporaneamente, le narici ti furono invase da un
profumo travolgente. Era dolce ma non floreale, una fragranza che ti
fece ricordare i dolci, le torte e i biscotti che uscivano dal forno
della casa dei nonni. Ti faceva pensare anche a qualcos’altro,
qualcosa che si trovava ad anni luce di distanza dalla cucina di
casa dei nonni, con i suoi scuretti scoloriti alle finestre e i
quadretti incorniciati alle pareti: la sensazione dell’ambrosia del
nettare di una giornata trascorsa in montagna.
Il suo sapore sulla pelle delle labbra. La
stavi leccando, finalmente. Muovevi la lingua ritmicamente,
insinuandola nello spacco roseo e succoso, senza affondarla
all’interno (come la furia e la voglia ti avrebbero spinto a fare).
Erano movimenti più lenti e più delicati, più istintivi che non
sapienti. Veniva spontaneo approfittare del momento, traendo
vantaggio dalla respirazione della tua cuginetta.
Ne percepivi le sensazioni, ti muovevi come se
fossi tu ad essere leccato. Dialogavi con la sua anima. Stavi
imparando qualcosa di nuovo, stavi imparando a dosare e percepire, a
dare il massimo.
Trattenendoti la testa con le mani, le gambe le
si facevano molli. Il dorso delle scapole le scendeva strisciando
sulla calce del muro polveroso. Si abbassava regolarmente e, ad ogni
passaggio della lingua, accostava sempre più la vagina alla tua
bocca. La bloccasti quando ti era in pratica a cavalcioni delle
labbra e trattenendola semi accovacciata sul viso ci spingesti
dentro la lingua. Un sapore acre, di frutto acerbo ti conquistò la
bocca (brusco e dolce-salato), ma non smettesti affatto di leccarla.
Alternavi penetrazioni a leccatine al clitoride e la sentivi
rispondere perfettamente alle tue sollecitazioni. Ti rendesti conto
che non ne avrebbe avuto ancora per molto, e la facesti sdraiare di
schiena sulla coperta.
Le divaricasti le gambe e riprendesti a
leccarla. Pochi secondi dopo cominciò a contorcersi,
silenziosamente, percorsa da fremiti sommessi e strozzati.
Accelerasti i movimenti e cominciasti a mordicchiarle il clitoride,
ormai grande come la falange di un mignolo.
Ben presto l’azione si fece più incisiva e il
respiro di Sabrina diventò irregolare, affannoso. In tutto il corpo
le evidenti contrazioni presagivano che di li a poco sarebbe
esplosa.
Il tic-tac del suo bacino scattava con la
puntualità di un cronometro. La simbiosi era assoluta. Riuscivate a
capirvi senza dire una sola parola e sembravi eseguire ordini
ricevuti medianicamente, telepaticamente. I gesti dell’uno si
fondevano ai desideri dell’altra. Niente più era affidato al caso,
entrambi stavate eseguendo alla perfezione quanto previsto dal
copione ed eravate quasi alle battute finali.
Avresti accolto nella bocca l’esplosione della
Cocca come una benedizione, come una liberazione. La stavi facendo
godere, ne stavi bevendo l’anima succhiandogliela dalla vagina con
le dita affondate nei piccoli seni per immobilizzarla.
Non ne poteva più. Che agonia! Nel frattempo
una vocina magniloquente ti si agitava nelle cervella. Ti implorò di
penetrarla, di possederla, ma la ignorasti e non permettesti a
Sabrina di riprendere in mano il gioco e di sfogarsi. Era ormai in
tuo possesso e la cosa ti piaceva.
Continuasti così fino all’esplosione. Aveva
perso ogni controllo e (soggiogata e sottomessa) era del tutto in
balia del tuo volere. Bloccata in quella posizione non poteva di
certo sottrarsi alla lingua che continuava a tormentarle il
clitoride, e ad ogni passaggio, si contorceva spasmodicamente
emettendo sottilissimi, eloquentissimi gemiti gorgoglianti.
Non smettesti di leccarla neanche quando,
facendo forza su una gamba, la girasti mettendola in ginocchio;
continuasti a farlo come fosse una cagnolina in calore e tu una
bestia eccitata che ne fiuta l’odore.
La posizione però non era giusta. Esercitando
una lieve pressione con le mani sulla schiena le facesti poggiare i
seni sulla colorazione della coperta, invitandola, costringendola a
inarcare il corpo per offrirsi a una più facile penetrazione della
lingua.
Continuasti a leccarla in quella posizione e
quando allungò la mano per aprire le labbra della vagina capisti che
era giunto il momento di succhiare con foga il pistillo del
clitoride. Il gorgoglio di un gemito appassionato ma silente, le
sfuggì dagli abissi del profondo della gola e il corpo della tua
cuginetta si sciolse come cera in spasmi sussultori (irregolari e
silenziosi).
“Come va, Cocca?”.
“Sto bene”.
“Guarda un po’, ti sei graffiata la schiena.”.
“Molto?”.
“Macché!”.
“E si vede il sangue?”.
“Giusto il colore del rosa, appena-appena”.
“Mmh”.
“Vuoi che ci fermiamo qui?”.
“No.”.
(5)
Sei eccitatissimo!
Il mondo intero è caduto sotto un piacevole
incantesimo, una magia. Le ore pomeridiane di una primavera ricca e
splendente, rilassante, sonnacchiosa e sonnolenta, che si attarda
sugli sgoccioli delle vacanze estive del vostro quattordicesimo
compleanno, scorrono e vi offrono luce e ristoro (dalle quattro
finestre del vecchio casolare fantasma del pastore che vi ospita).
La giornata si allungava come caramello caldo,
pigramente, oziosamente, il pomeriggio passava e trascorreva e la
palla di fuoco del sole cominciava a discendere il dirupo della
volta del cielo.
Il volo delle rondini di fuori, il passaggio di
semplici nuvolette bianche in alto, il recinto dello steccato delle
pecore in basso, il verde della campagna che fruscia e si distende
in lontananza, i profumi fragranti di brezza dei frutteti in
sboccio, il calore del canto d’amore delle cicale dall’esterno e il
fresco polveroso, rassicurante nell’interno di una camera spoglia
(abbandonata e sperduta nell’ambiente ideale per lo spettro del
passato di un miraggio a fior di pelle). Ciack, il bravo e paziente
cagnolone faceva la guardia al pianterreno.
Eri supereccitatissimo, di più, eri
ipereccitatissimo.
Avete giust’appunto concluso l’ennesimo round
di una partita singolare a Cava in Camicia. Il primo di quei
grandiosi duelli lo hai vinto tu, i successivi dei tre finora
affrontati li ha stravinti lei.
Le hai pulito i graffietti sulla schiena
delicatamente, vi siete rinfrescati con un dispendio esagerato di
salviette usa e getta. Avete sigillato le salviette nella busta di
plastica gonfia e straboccante, avete rifilato il tutto negli zaini
piuttosto in fretta.
Nudi come appena nati vi raggomitolate sui
colori della coperta, per giocarvi l’inizio del quart’ultimo
incontro a Pari e Dispari.
Hai vinto di nuovo. Raccoglie le carte del
mazzo e torna a mescolarle, suddividendole in due mazzetti identici
per dimensione e spessore.
A te la mossa.
Re, due; cinque, due; sette, re: vinci.
Automaticamente rovesci la clessidra.
La fai sdraiare sulla schiena, avvicinandoti
per toccarla. Ti fissa con espressione rapita, un alone sensuale la
circonda.
I battiti del cuore rintoccavano con la
precisione di un orologio accelerato, iridi e pupille scintillavano
e luccicavano nei suoi occhi, come un paio di spilloni che ti
infilzavano l’anima.
Ti chini su di lei per baciarla. La fragranza
dell’elisir del suo respiro ti investì come un vento desertico, la
gola si infiammò, la bocca si riarse, la lingua si impastò nella
sabbia, ondate di desiderio andarono moltiplicandosi nel tuo stomaco
come increspature in uno stagno. Le hai impastato il pongo del
piccolo seno come una ciambellina, con gentilezza, le hai cinto e
stropicciato i semini rigidi dei capezzoli tra il medio e il
pollice, e poi con la tenerezza dei polpastrelli sei sceso per
accarezzarle il ventre teso e lievemente concavo; con la punta
dell’indice circumnavighi l’orlo incantevole del suo ombelico,
prosegui e spingi la mano sul gomitolo della cunetta. Sabrina (la
Cugina per eccellenza) flette e divarica le ginocchia, per
consentirti un facile accesso al solco del sesso.
Tutt’a un tratto era una giovane-ragazza di
vetro ricolma di un liquido color rosso acceso, e quel liquido era
furia di passione pura e incontaminata. Sistemandoti sul fianco,
sobbollendo e ribollendo, ti sei steso accanto a lei.
Schiude la bocca in un sorriso adorabile, una
punta rosa di lingua fa capolino fra le sue labbra. Scivolando la
palma sulla pelliccia della gattina di venere (annidata sul suo
cuscinetto morbido e peloso, arricciolato e castano-biondo), le
frughi tra le lingue della vulva, intingendo la falange di un dito
nel bocciolo di quella calla zuppa e delicata.
Ti abbassi su di lei per catturarle il
serpentello della lingua, sostenendoti di peso su di un gomito,
ritrai la mano dal mezzo dell’inguine di Sabrina, le risali il
velluto elastico della pelle per palpeggiarle il caldo pongo di una
tettina. Le hai lucidato il rosa-marroncino dell’areola,
trastullando un po’ la puntina rosa e sporgente, più che
turgidissima del capezzolo, sei tornato a intingere con il medio nel
fiore del suo loto.
Distacchi la bocca dalla sua e la fissi negli
occhi. Con il polpastrello del dito medio intriso di visco, le hai
percorso le labbra. Per nulla a disagio, si forbisce i contorni
delle labbra con la punta della lingua.
Le hai cercato il contatto della lingua con la
falange del dito, soltanto per il piacere di fartela insalivare. Il
serpentello guizzò all’esterno, attorcigliandosi in spire voluttuose
alla preda designata (indicata e proposta), risucchiandoti il medio
in bocca per leccarlo e gustarselo.
Poi, pasteggiando con i semini sui suoi
tondelli, tornasti ad affondare il dito nel diluvio di colla tra le
cosce della tua cuginetta. Non smettesti di baciarla con rabbia sul
rosa delle puntine, frugandole dentro per tutto il tempo con
accanimento, senza smettere di palpeggiarle il tondo del petto con
l’altra mano.
Al termine vi siete ricomposti.
A te la mossa.
Asso; fante: vinci.
Rovesci la clessidra meccanicamente.
Saltelli sul sedere per avvicinarti un poco
alla sua figuretta seduta a gambe incrociate, di fronte e non molto
distante.
Il volto della Cocca fu illuminato da un
sorriso magnifico, per un attimo, distolse lo sguardo, le guance si
infiammarono, una fossetta fra le sopracciglia, il labbro tra i
denti, potevi udirne il cuore martellare nei timpani.
Riuscivi quasi a leggerle nel pensiero. Era
tutto lì in bella mostra, chiaramente dipinto in dolci-vivaci
espressioni di pennello sul suo viso. E la cosa era reciproca. Non
restava se non qualche adito recondito ancora inviolato
dall’immaginazione, che peraltro di rado si discostava dal vero.
Pensarci ti metteva addosso un senso di atterrita impotenza, come
per un macigno posato sul petto. Tuttavia, interpretarne i segreti
dell’animo veniva sempre più semplice.
Forzandola con dolcezza, gentilmente, le hai
fatto scivolare un braccio dietro la schiena, poi le hai poggiato la
punta delle dita della mano sinistra sulla guancia destra per
costringerla a girarsi verso di te. Cominciasti a baciarla.
Puoi comprendere gran parte dei pensieri di
Sabrina dalle reazioni del suo viso e del suo corpo.
Alcuni minuti dopo la tua cuginetta si sentì
davvero sul punto di perdere i sensi, per metà in un sogno e per
metà nel mondo reale, eccitata come non aveva mai saputo nemmeno
immaginare, eccitata in un modo che rendeva giustizia a tutti i
libri, i racconti e i film, che non aveva mai veramente capito prima
di allora ma solo accettato per fede, come un non vedente
accetterebbe per fede l’affermazione di un vedente sulla
spettacolarità di un tramonto. Le scottavano le guance, si sentiva
il seno caldo e in tensione sotto il tocco leggero e delicato delle
tue mani, e le dispiacque di non avere le tette più grosse. Quel
pensiero le infiammò le guance ancora di più. Il cuore le scappava
via, ma era bello. Era tutto bello. Di più, oltre il confine e nel
meraviglioso. Abbassò la mano, sentì com’era duro il tuo membro
missilistico. Era come toccare un sasso, solo che la pietra non
avrebbe palpitato sotto la sua mano a tempo con il suo cuore.
Con le labbra non hai mai smesso di baciarle le
labbra, con la sinistra sei sceso a tastarle il gonfiore del petto,
e, quando la sua manina fatata si è spinta al punto di carezzarti il
monolito di sasso, le hai tolto la mano destra dalla polpa dei lombi
per trastullarle con le dita nella collosità dell’apertura vaginale.
Lasciasti che lei indugiasse per non troppo, dolcemente,
morbosamente, quindi le prendesti la manina per baciargliela.
“Basta adesso”.
Mormorasti.
“Perché?”.
Sabrina ti guardava con candore, disincantata,
smarrita, senza malizie.
“Perché la clessidra è vuota!”.
“E allora?”.
“Allora dobbiamo rallentare, credimi, sennò ti
vengo nella mano... e mi tocca di dover pagare la penitenza.”.
Lei ti rivolse un’espressione così sinceramente
sconcertata, che non potesti fare a meno di ridere.
Alla fine ti sei riallontanato.
A te la mossa.
Fante, fante, sette, sei, sei, due; quattro,
asso; re: vinci.
Rovesci la clessidra istintivamente.
La fai coricare supina, di nuovo sul dorso
della schiena. Ti guardò, sorrise, rilassò le membra sul tessuto
della coperta, girò il visetto nella tua direzione, chiudendo le
palpebre e gli occhioni.
Sembrava svenuta. Ma non era proprio così.
Quando ti accovacciasti di fianco a lei per metterle una mano sul
petto, sentisti il suo cuore sobbalzare come un coniglio con le
zampe posteriori già nelle fauci della volpe. Nessuno poteva essere
privo di sensi con una pulsazione robusta come quella.
Dopo qualche secondo cominciasti a esaminare il
suo corpo. La pelle rosa-arancio, i seni, le gambe, le mani
urticanti e piccole, i piedi. L’orecchio di conchiglia, la bocca
fatta per baciare e essere baciata, vividi papaveri di sangue sulle
guance, ossa fragili come ali d’uccello, il triangolo pubico rorido
e cremoso, le membra allungate sulla coperta nell’abbandono totale
della fiducia più assoluta.
Le passi un gomito sotto le ginocchia, per
sollevarle le gambe. La cunetta della vulva spiccò immediatamente
all’infuori, carnosa, appetitosa, giusto all’altezza della giuntura
tra le cosce e le chiappe. La tua cuginetta se ne stava distesa a
pancia in su, con la testa un po’ girata di lato, le braccia lungo i
fianchi, le palme adagiate sulla coperta, le gambe unite e protese
verso la polvere del soffitto della camera. Ti sei posizionato
dietro al sederino.
Impugnasti il monolito. Il cuore tumultuava nel
petto e avevi la bocca secca. Le facesti scorrere la pietra del
glande nella spugna della spaccatura verticale, nell’intimità della
sua vulva. La sporgenza delle piccole labbra era tenera e viscosa,
caldissima e bollente. Lo spacco della carne si apriva ad
abbracciarti la punta del glande, con l’ardire di una notevole...
lubrica sensualità.
La Cugina per eccellenza strinse i pugni ma non
schiuse neppure gli occhi. Dai, spingi... forza! Incalzava e non ti
dava pace una vocina nella mente. Molto forte. Davvero forte. Ma la
ragione e la coscienza erano più forti.
Spalmasti il duro del monolito sul cicciolo
scivoloso, untuoso, soffice e cedevole del suo clitoride tumescente.
La punta del tuo missile sprofondava leggermente nella carnosità del
monticello sul pube arricciolato della Cocca.
Ti aggrappi alle sue ginocchia, indirizzi il
glande nello spazio tra le cosce, stringendoti le sue gambe al
petto, strofinando il filetto dell’erezione nella rugiadezza della
pelliccia di Sabrina, incominci a pencolare nella parodia di un
pistonamento (avanti e indietro nell’incavo del triangolo magico
dell’attaccatura delle cosce). Le palle schioccavano sulla
consistenza molle delle labbra del suo sesso. L’ardore del tuo
membro pompava e procedeva, stantuffava nella guisa della cinta di
quel fodero stretto, scivolando, strofinando, nell’umidità della
peluria, attraverso la muscolatura tonica, seducente, solida e
levigata delle cosce.
Il panico ti colpì non molto più tardi come un
fulmine a ciel sereno: l’adrenalina stava montando rapidamente in
furibonda pazzia, quando riprendesti il controllo e sollevasti lo
sguardo. La clessidra si era perlopiù svuotata.
Ti sei fermato e ritirato da lei.
A te la mossa.
Tre; fante, sette, re: vinci.
Rovesci la clessidra irriflessivamente.
La fai sdraiare come in precedenza. Piegata a
L, con la schiena in giù sulla coperta, le gambe verso l’alto della
calce polverosa del soffitto.
Premendole sulla parte posteriore dei muscoli
sodi delle cosce, tenti di spingerle le gambe al petto. Si è subito
afferrata da dietro alle ginocchia, tirandosi le ginocchia contro i
tondi del seno, rilassando le gambe. Le mani si chiusero, i polpacci
ricaddero, le cosce si divaricarono, le chiappettine si sollevarono,
il fiore si aprì e sbocciò, impollinando l’aria della fragranza
profumata dell’ambrosia del suo nettare.
Dilati le narici a più non posso. Il sangue
scorreva nel circuito delle vene come vetro filato, la sete del
vampiro dilagava nel cervello, il cuore fuori controllo. Adesso,
prendila! Strillò la vocina nella testa e il furore ti invase
nuovamente, distendendosi sui tuoi pensieri come un sipario rosso.
Il naso pestato per l’ennesima volta si era anteposto a qualsiasi
altro pensiero, come un sipario rosso vibrante di dolore... di furia
e di rabbia incontenibile.
Estrai dal pugno di una mano un dito a
cavatappi. Piantandole il medio nel ventre, frugando, sei arretrato,
sei penetrato, ruotando la mano una-due-tre volte, prima di
toglierle il sigillo dal corpo. Risucchiasti il dito in bocca, per
saggiarne il succo del piacere.
Il profumo ricordava il suo sapore: un sapore
odoroso dei momenti più felici (liberi e spensierati, eccitanti),
maggiormente entusiastici nei postumi del ricordo dei frammenti del
passato.
Appoggi i pollici sulle ali rosa delle labbra
per allargargliele. Il pistillo si scappuccia, l’imboccatura si
dilata, il segreto del vivo del rossore della sua passione più
profonda si svela ai tuoi occhi.
In un subbuglio di sensazioni, le pettini il
gomitolo con la lingua, scendi a leccarle la consistenza delle
grandi labbra (pane che lievita), titillando con la sporgenza delle
labbra più esterne e più piccole, inebriandoti del suo afrore, per
poi conficcarle la lingua nelle profondità collose della vagina. Il
gusto acerbo del suo sesso (dal sapore un po’ brusco e vagamente
dolce-salato) ti esplose dentro le cervella, soffocando ogni
resistenza, annientando tutte le difese, spezzando e distruggendo
quelle precarie barricate erette dalla coscienza.
Compisti il gesto di vogare coi pollici. Come
un pesciolino eccitato, la tumescenza del cicciolo salta all’insù.
Le hai acchiappato il bottone del clitoride, fra il labbro superiore
e il centro della lingua; sondando, esplorando, frullandole dentro
con la punta della lingua alla ricerca frenetica dell’altro
bottoncino. Succhiando e sbavandole fra le gambe senza tregua, come
una bestia-rabbica scatenata nel bollore.
Un tempo ignoto era trascorso.
Tutta la sabbia della clessidra si è depositata
sul fondo.
A te la mossa.
Asso; tre; cinque, cavallo, cavallo: vince.
Rovescia la clessidra spontaneamente.
Come un uccellino con uno spruzzo di sangue
sulle piume, bellissima, dolcissima, abbassa il capo per razzolare e
cercare per terra.
“A che cos’è che pensi?”.
“Mmh”.
Le sfiori il mento per sollevarglielo.
Il terrore ti si strinse intorno al collo come
un cappio di seta. Le hai sorriso per farle coraggio, come facevi di
solito, e lei ti ha contraccambiato, ma, il suo sguardo liquido, ti
sembrava di essere stato fissato con uno spillo al bersaglio di una
gara di tiro con l’arco.
Riprende e risponde con un sussurro tenue come
il respiro.
“Sì, insomma, mettiti liggiù sulla schiena”.
Ti sei disteso sul variopinto della coperta.
Come un coriandolo di carta velina, ti scivolò sopra voltata di
spalle.
Ancorandosi alle tue ginocchia, chinandosi un
po’ in avanti, si aggiusta meglio sul monolito del grembo,
assestandosi su di te con naturalezza ed eleganza.
Una visione che ti riempì lo stomaco di cubetti
di ghiaccio. La magia sferica del globo delle sue chiappettine così
rassodate... così lucide... così rosa-arancio... ti spremette
diverse pinte di rosso dall’organo impazzito nella gabbia toracica.
La sfera del sederino era solcata nel mezzo, squisitamente,
vistosamente, e, schiacciandosi sul tuo addome, la cima del missile
sbucava paonazza dal centro della plasticità dei suoi glutei.
Oscillando col bacino, ripetutamente,
ritmicamente, dondolandosi sulla rigida lunghezza dell’asta, Sabrina
incominciò a muoversi. La schiena diritta, le spalle insaccate, la
vulva arroventata, il clitoride e le labbra che intridevano, che
inzuppavano, il paonazzo del sasso... che spuntava con discrezione
dal ricco piatto nella gommapiuma del plastico sofficissimo del suo
fondoschiena.
I secondi trascorsero, ciascuno simile a una
pallina di piombo. Percepivi ondate di gelo correre lungo la spina
dorsale, mentre venivi sopraffatto da preoccupanti rigurgiti di
panico.
La tua cuginetta ti si distese sulle gambe,
aggrappandosi saldamente, accentuando ed esaltando ulteriormente il
contatto della carne, serrando e trattenendoti i piedi con le mani.
I gomiti sulla coperta, i seni piccoli premuti sulle ginocchia, le
piante lisce dei suoi piedi all’altezza dei tuoi fianchi. Il
panorama delle sue intimità nascoste non è mai stato tanto osceno.
Il buchetto roseo palpitava piacevolmente al ritmo delle pressioni
del tuo pollice che massaggiava, la crema del fuoco sbrodolava sul
duro del membro furibondo. Hai dovuto fare un atto di meditazione
intensa, per resistere sino all’ultimo momento.
In ultimo vi siete slacciati.
A lei la mossa.
Asso; tre; cinque, quattro, quattro: vinci.
Ribalti la clessidra febbrilmente.
Ti sentivi ancora troppo scosso per
intraprendere qualsivoglia genere di rischio.
Cercasti i polsi di Sabrina e glieli
imprigionasti in una morsa.
Dovevi tentare disperatamente di recuperare una
seppure misera porzione dell’autocontrollo scomparso e perduto. Per
di più, restarsene lì a fissarla negli occhi per tutto il tempo non
sarebbe stato leale né corretto.
La baciasti profondamente, famelico,
insaziabile, con la lingua che le scandagliò la bocca. Inoltre,
nella confusione di membra, rammenti di averle mollato i polsi. Le
tue mani erano dappertutto su di lei. Fu un lungo bacio con le
lingue che si cercavano ansiosamente, s’incrociavano, si toccavano,
si sfregavano, letteralmente lottavano tra loro.
Quando vi siete staccati, il cuore non aveva
rallentato il battito, però, se non altro, l’epicendio dei sensi si
era un po’ placato.
A te la mossa.
Due; quattro, sei: vinci.
Ribalti la clessidra furiosamente.
La fai stendere su un fianco e ti porti dietro
di lei.
Ti sei addossato al suo corpo. Un braccio
rattrappito tra di voi, una mano chiusa sulla spalla di Sabrina,
l’altra mano libera di pastrugnarle le tettine. Il suo culetto
schiacciava nell’inguine, il solco del sederino ti calzava
sull’asta, lo spazio fra le cosce accoglieva e cingeva la sassosa
cappella nella cremosità dell’incavo magico. Incominciasti a
tentennare di reni.
La Cugina per eccellenza si spinse all’indietro
per accrescere la stimolazione del clitoride, scivolasti sul picco
del gomitolo di venere con le dita per guidarla, per condurre
entrambi nell’estasi di un godimento silente,
contenuto e misurato per quanto possibile.
Rammenti le dolci carezze delle sue piccole lingue (esterne e
crestate), rammenti la lascivia tenerezza dei baci del cicciolo del
pistillo protuberante e tumescente. Terribile!
Avevi guadagnato un po’ di terreno sull’innesco
del preorgasmo, ma se ti fossi deconcentrato, distratto anche solo
per un istante, lo scocco di quell’apice di libido senza ritorno, ti
sarebbe piombato addosso come un cane su un coniglio.
Continuasti a non dire niente e tentasti di
restare impassibile, ma nella tua testa si stavano accendendo un
mucchio di lucine rosse, mentre in tutto il sistema nervoso ti si
andava propagando un sinistro formicolio. Il vostro cuore prendeva
velocità come un treno che esce dalla stazione e si tuffa in aperta
campagna. Ora il tuo avambraccio era totalmente flesso, le vene
gonfie di sangue, i muscoli in rilievo come pani appena lievitati,
frattanto che le premevi sull’addome con la mano; ora le dita si
allungavano per scavare nella sua fessura. Continuavi a lanciare
occhiatine furtive alla clessidra e ti piaceva sempre meno quello
che vedevi. I granelli di sabbia sembravano cadere da molto in alto
e come al rallentatore.
Pian piano e con lentezza, sublime,
esasperante, il flusso della sabbia del tempo si esaurisce in ogni
caso e comunque.
Faticosamente, fisicamente incolumi (chi
gemendo e chi sospirando), struggiti vi siete separati e ricomposti.
A te la mossa.
Sette, sei, cinque, cavallo, cavallo, asso;
tre; tre; re, due; cinque, cavallo: vinci.
Ribalti la clessidra rabbiosamente.
Le rimaneva una sola carta. Quando ti sei
accostato a lei per sfiorarla, stremato, sovraccarico, questo tira e
molla dannato ti stava uccidendo.
La spingesti sulla coperta, distendendola sulla
schiena. Uno scoiattolo indifeso, una farfalla nuda, un essere
angelico a tua completa disposizione. Bellissimo... insopportabile!
Hai sorriso per mostrarle che eri inoffensivo,
mentre il cuore pompava dentro il petto come un piccolo motore
feroce. Montasti sul suo corpicino allungato, impeccabile. Sabrina
(la tua stupefacente cuginetta) supina, abbandonata lunga e diritta
sotto di te. Le braccia irrigidite, le mani puntellate sulla
coperta, gli occhi dell’uno negli occhi dell’altra, la schiena a
malapena ingobbita, le ginocchia a cingerle le ginocchia.
Ti chinasti a baciarla sulle labbra. Ancora una
volta, ricambiò e ti baciò nel modo meno platonico possibile. Il
missile del membro scavò a fondo, trapanò e trivellò nella polpa
della carne, penetrando in profondità nella pace dei sensi,
sprofondandole nel magico del triangolo delle gambe (fra il sodo
delle cosce e il morbido della fessura). Con le mani le tenevi la
testolina, con i gomiti le sfioravi le spalle. Il tuo petto sul suo
petto, il tuo ventre in simbiosi con il suo, il pube le strusciava e
vezzeggiava sulla gattina del monticello. Con il velluto di una
manina ti carezzava la schiena, con l’ortica dei polpastrelli della
seconda assecondava l’andirivieni costante dei tuoi glutei.
Fantastico, meraviglioso... addirittura eccessivo!
Infatti successe qualcosa. Qualcosa di troppo.
Qualcosa di brutto. Serrasti la trappola dei denti di scatto. Avevi
l’impressione che la leva del perno della lussuria del corpo ti
avesse scardinato, quasi, disarticolato la mandibola dell’anima del
Vampiro. Dolorosamente, il panico ti risalì dai lati del mento come
folgori d’acciaio per incontrarsi sotto la volta del cranio in una
spaventosa deflagrazione.
Dalla zona antistante il casolare si propagò un
intervallo di quiete (disturbata solo da uno sbuffo di brezza che
mosse brevemente la chioma dei frutteti addobbati a festa, come una
mano che ravvia capelli spettinati) e il silenzio sopraggiunse e vi
avvolse, circondandovi in un mutuo bozzolo protettivo. Sopra di voi,
la palla del sole cedette il campo all’osseo disco della luna che
scivolando dietro una nuvola ne tinse i bordi d’argento. Adesso il
cielo era tempestato di astri, l’universo mondo si dispiegava, ma
non avresti saputo riconoscere nemmeno una delle costellazioni che
si formavano.
Il silenzio si protrasse, distendendosi in ciò
che sembrava l’eterna combustione del rogo del falò di una passione
incontenibile, inesauribile. Probabilmente anche Sabrina era assai
prossima al frutto dell’orgasmo.
Ti sei distolto da lei con uno sforzo fisico
evidente.
“Aspetta”.
Per fortuna non avevi la voce malferma.
Hai raggiunto il varco della porta della camera
e lì ti sei fermato. Le mani strette sugli spettri scalcinati degli
stipiti assenti, la testa china sul petto, gli occhi chiusi, i
pensieri altrove e confusi. Udisti un suono lieve, uno sbatacchiare
di piedi scalzi sullo strato di polvere del pavimento, un
bisbigliare di passi concitati alle spalle, come una bandiera
increspata dal vento.
“Va tutto bene?”.
Infine, non senza difficoltà, sei riuscito a
contenerti, ti sei ripreso e vi siete riaccomodati sulla coperta per
giocarvi le ultime carte di quella partitona.
A te la mossa.
Cinque, cavallo, due: non ha più da rispondere,
e perciò vinci definitivamente.
Ignori la clessidra con deliberata
indifferenza.
Vi siete alzati nella viva luce del riflettore
delle finestre.
Ti sentivi attore e spettatore dello stesso
film. Agendo e vedendoti all’azione per il tramite dei suoi occhi,
cominciasti a muoverti macchinosamente, finalmente, liberamente,
regolarmente, come se lo stessi facendo tenendoti l’erezione tra le
mani.
Spaziando sul ritratto del suo viso con lo
sguardo, scrutandola negli specchi dell’anima, le hai scorto negli
abissi innocenti del limpido delle pupille per vagliarne lo spirito
complicato. Era sufficiente. Ne avevi avuto già la prova, avevi
trovato subito la conferma che cercavi. Aveva goduto nella tua bocca
mentre la leccavi e ora era lei a sentirsi in debito con te.
Si chinò sul monolito missilistico, mettendosi
in ginocchio. Esitando, arrischiando una morbida leccata di panna
sulle palle rigonfie, sostituì le tue mani con le sue. Quasi
impazzivi all’idea che sul serio lo avrebbe fatto, presto avrebbe
preso la tua cappella nella sua giovanissima bocca.
Nell’incertezza sul da farsi, ti bellica il
glande e ti rosicchia il filetto, delicatamente, penosamente,
oculatamente, platealmente, scendendo con le labbra sull’asta di
ferro, per esprimersi nell’istintiva suzione ai testicoli. Iniziò a
suggerli uno per volta, tutti e due non ci stavano nella sua
giovane-piccola-morbida bocca.
Con le manine s’indaffarava sulla tua pulsante
rigidità. Le sue labbra perduravano attaccate a ventosa sullo
scroto, tettando, poppando, gli occhioni erano puntati verso l’alto,
speranzosi, sognanti, spalancati in direzione dei tuoi.
Una scarica di fuoco ti fece vibrare la spina
dorsale e diffuse spasmi acuti fino alle braccia e alle gambe. Durò
un attimo. Il calore t’invase e percepisti il fremito silenzioso,
familiare che ti mutava in qualcos’altro.
Cercasti di rallentare i movimenti delle sue
mani, tentasti di controllare il mostro assetato di rosso, ma non
riuscisti a contenere il potere intrinseco del tuo cervello. Nel
momento in cui aprì la bocca, sollevandola, tenerissima, ci
affondasti il sasso del ferro trattenendola per la testa.
Lo scudo fuoriuscì da te in una bolla di
energia pura, un fungo atomico di acciaio liquido. Pulsava come una
creatura vivente: lo potevi sentire alla perfezione, dalla sommità
fino ai bordi silenti della prudenza mostruosa che vi avvolgeva.
Esplodesti mentre eri al massimo della
penetrazione consentita e permessa dalla gola. La sentivi
affaticarsi nel tentativo, impossibile, d’ingoiare tutta quanta la
linfa che fuoriusciva a getti copiosi. Si ritrasse per non
soffocare, e nel farlo, una parte della linfa fuoriuscita dalla
bocca le colò sul piccolo seno.
Alcuni filamenti del bianco traslucido la
raggiunsero nello spiraleggiamento biondo-castano dei capelli, altri
le si sfogarono sul viso. Rimase immobile, esterrefatta. Un’aria
sbalordita istoriava, impiastricciava, fregiando sul faccino
meravigliato della tua Cocca.
“Scusami”.
Sbattendo le ciglia e cadendo dalle nuvole,
ingenuamente, distintamente, rilassa la fronte, rimette a fuoco lo
sguardo, ti fissa negli occhi e ti sorride. Appassionata, spudorata,
con le dita si spalma la linfa sul petto, e sul finire con un
pezzetto della sua lingua rosa scucchiaia uno di quegli ultimi
filamenti (bianchicci e semitrasparenti) che si prolungava pendendo
dall’ex punta pietrosa del tuo membro in rapido rammollimento.
Vi siete ripuliti, vi siete rinfrescati
(utilizzando una vagonata di salviette saponate), dunque vi siete
rivestiti. Avete riorganizzato l’ambaradan nel tuo zaino e nel suo
zainetto, siete scesi dabbasso da Ciack, lo avete slegato dalla
balaustra delle scale, e, gettando la busta dei ruschi nel primo
bidone del pattume sulla via del rientro di peltro delle propaggini
dei ricordi, avete fatto ritorno nella casa di campagna dei nonni.
(6)
Vi si presentavano tre possibilità.
I tuoi genitori avrebbero passato le ferie
d’estate al mare, quelli di Sabrina sarebbero andati in montagna, o
forse il contrario... ma non importa. Potevate decidere se andare al
mare, in montagna, oppure, ovvio, eventualmente la terza possibilità
era di separarsi per seguire ognuno i rispettivi genitori.
Avete optato per la quarta soluzione.
Avete scelto di trascorrere il periodo della
vacanza insieme, come sempre, in campagna, nella casa dei nonni.
Il cielo era di un azzurro soffocante con vari
gruppi di nuvole che navigavano oziose nel bagnato rovente della
volta oceanica. Alcune nuvole temperavano il caldo della giornata, e
d’altronde sulla vasta distesa afosa della campagna spirava sì
qualche soffio d’aria fresca, ma, verso l’una e mezza del
pomeriggio, il sole opprimente vi avvolgeva come una sgargiante
plastica gialla. In lontananza, il tetto della casa dei nonni
scomparve tra le correnti termiche tremolanti come tende ondeggianti
di perline di vetro.
A dispetto del torrido di quell’agosto
arroventato, l’erba bisbigliava dolcemente intorno alle gambe. La
luce filtrava dal verde del groviglio dei rami dei frutteti, creando
un effetto stroboscopico. Al vostro passaggio, il disco spesso del
sole riverberava sugli specchi d’acqua dei canaletti.
Ciack, il vostro fedele cagnolone da caccia
scorrazzava libero nei dintorni e nei pressi (con le orecchie
sbatacchianti nel vento), correva e saltellava entusiasta di qua e
di là, annusando e indagando ovunque con l’interesse ossessivo di
uno studioso, trattenendosi sempre e comunque a portata di vista. La
tua cuginetta, cappello di paglia in testa, zainetto sulle spalle,
ti trotterellava accanto allegramente. Che bel quadretto agreste!
Vi siete addentrati sempre più nella campagna
rigogliosa e verdeggiante, circondati dal frinire delle cicale. Non
avevate una meta precisa, tuttavia i piedi vi portavano in una certa
direzione. Il sudore ti colava a rivoli sulla schiena; ti sei tolto
la maglietta, restando a torso nudo. Avete seguito una pista
tracciata soltanto da voi, raggiungendo così lo spiazzo in colto di
un terreno su cui sorgeva un’altra casa in rovina. Probabilmente
erano anni e anni e anni che non ci abitava nessuno. I muri erano
diroccati e il tetto sembrava sul punto di crollare.
“Uf, che caldo!”.
Ti tergesti la fronte con il dorso di una mano.
Dalla parte opposta della casa fatiscente c’era un pozzo e lei, nel
vederlo, era corsa in quella direzione.
“Oh, sono così assetata”.
Si è piegata in avanti per guardarci dentro,
ma, anche da fuori, era evidente che il pozzo non era più in uso.
Anche tu sei corso verso il pozzo, ma non per guardarci dentro,
bensì per scorgerle il gonfiore del piccolo seno dalla scollatura a
V della maglia mentre si piegava in avanti. Hai posato le mani
sull’orlo del pozzo e rammenti l’aria fresca e umida che saliva dal
fondo buio ad accarezzarti il viso, senza riuscire a placare
l’ardore febbrile che ti divorava. Ancora non riuscivi a
comprendere, non sapevi da dove venisse quell’ondata di desiderio
irresistibile, insopportabile.
Eravate nell’età in cui i nervi tesi dentro il
corpo bruciano come una torcia tutto il giorno e anche quasi tutta
la notte... quattordici-quindici anni. E la Cocca (la tua adorabile
cuginetta) era troppo buona, troppo delicata, troppo preziosa.
Sfilasti dal tuo zaino una bottiglia d’acqua.
“Tieni.”.
“Grazie”.
Le ciglia sono frangiate, bordate, orlate da un
filo di trucco. Ti restituisce la bottiglia, intrecciate le dita
delle mani, e vi scambiate silenziosi messaggi di dedizione. Il
morione liquido degli occhi le si accese di entusiasmo. Eravate
uniti da un legame formidabile, incomparabile.
“Andiamo?”.
La esortasti con lo sguardo, accennando ad
allontanarsi dal pozzo.
“Sì.”.
“Ciack, vieni.”.
Banchi sparsi di nuvole di panna veleggiavano
nel cielo. Quel giorno la campagna era un luogo pacifico e felice.
Fazzoletti di margherite estive coloravano di macchie bianche e
gialle, un po’ tutta quanta la distesa sconfinata del paesaggio
spennellato di tempera. Avresti voluto sdraiarti sull’erba senza
badare all’arsura per cercare di leggere le sagome delle nuvole.
Erano troppo regolari, troppo lisce. Niente immagini, soltanto
isolate flottiglie di galeoni di bambagia. Tutto sembrava brillare
di luce propria. Tutto sembrava diffondersi di una luce candida. Ti
concentrasti sulle nuvole inseguite dal sole, per distrarti da
Sabrina. Il visetto un dipinto, gli occhioni uno specchio, i
pensieri e lo spirito come la scrittura arzigogolata di un diario.
Lasciandoti cullare da questi pensieri gradevoli e vagamente
elegiaci, vi ritrovaste in piedi sulla cima di un argine.
Quattro argini delimitavano il rettangolo di un
grande pioppeto. Un canaletto scintillante costeggiava due lati
dell’esteso rettangolo. Sotto di voi, una casupola si ergeva al di
qua del canaletto. Una casupola nera, di legno, priva di finestre,
con la porta sbarrata da catenaccio e lucchetto: il suo scopo
ignoto. Dei tubi fuoriescono dalla casupola e si tuffano nell’acqua.
“Perfetto.”.
Cercò la tua mano per imprigionarla fra le sue.
Esitasti. Il cuore ti martellava nel petto, forte, ritmico, tam-tam,
e non solo per l’ascesa ripida dell’argine. Eri pervaso da quella
leggerezza esilarante, simile a una stretta allo stomaco, che si
prova avvicinandosi all’estremità di un trampolino alto. L’hai
afferrata saldamente, per aiutarla a discendere.
Una marea di rovi di more selvatiche cresceva
dappertutto. Le alte felci erano penetrate nel giardino attorno alla
casupola, si erano addensate ai piedi delle rugginose attrezzature
agricole, perfino laddove avrebbe dovuto esserci il portico. Il
lussureggiante principio di un neonato canneto si sviluppava
protetto dai tubi, il prato pareva allagato di onde sottili, alte e
verdi.
Legate Ciack alle tubazioni che si propendono
sull’acqua dal retro della casupola, con diversi metri di corda per
lasciargli ampio spazio di manovra. Subito dopo essersi abbeverato
al canaletto, subito dopo la perlustrazione del dominio del
territorio a sua disposizione, ne approfitta per stendersi all’ombra
con il grosso testone tra le zampe. Circumnavigate i marosi del
cortile della casupola per sistemarvi dalla parte opposta di quei
tubi.
Timidezza, riservatezza. Quelle Fitte di
timidezza paralizzante, che l’avevano caratterizzata, avanti nella
fanciullezza, si stavano sfarinando sempre più in occasionali
ritorni di semplice ingenua-riservatezza. Una sorta di calda,
tremula pressione nell’aria già ti faceva presentire benissimo...
presagire qualcosa di ciò che sarebbe potuto succedere
tranquillamente.
Arrossisce sulle guance. Toglie la coperta dal
suo zainetto e la srotola sui cavalloni marini dell’erba alta, al
riparo delle tubazioni e della casupola. Osservandola, hai estratto
una canna da pesca dallo zaino, ti sei levato le scarpe.
Sebbene non restassero che pochi effimeri
passaggi tuttora inaccessibili del suo animo, pochi ma sufficienti
lo stesso per farti ammattire, ciò che restava le si traduceva in
parole sul ritratto del viso con facilità sempre maggiore. Un
angelo, bellissimo, incantevole, insopportabile! Il potere di
sfuggire, di rifuggire dalle banalità della vita di tutti i giorni:
il mito del vostro potere, la leggenda di un legame quasi medianico.
Una vocina ormai onnipresente (magniloquente e chiassosa) ti
albergava con dimora fissa nei recessi della testa, parlandoti con
gli argomenti dei suoi pensieri.
Ti guardò con un volto luminoso di candore e si
spogliò. Si tolse il cappello di paglia, la maglia scollata, la
pudica minigonna (non troppo corta), senza dimenticarsi delle scarpe
da tennis sdrucite. Come impalata, immobile, se ne restò lì ferma
nel giallo del suo bikini.
Sei rimasto impietrito, basito,
privo di qualunque forza,
pietrificato a fissarla. Nel frattempo il tuo pene indocile si
rizzava nella consistenza di un manganello.
Puoi leggerle in faccia quel che pensa.
‘Mmh’, voleva dire qualcosa ma non sapeva cosa.
Facesti una smorfia quando le membra protestarono e Sabrina notò il
turgore nei boxer del tuo costume prima che ti voltassi. L’ho fatto
io, pensò e si sorprese delle sensazioni che accompagnarono quella
considerazione: piacere, meraviglia, divertimento, persino una punta
di compiacimento.
Fece una risatina imbarazzata... adoravi quella
risatina. Musicale, rasserenante, una melodia che apparteneva ad
archi echeggianti di una cattedrale illuminata da candele, una vera
benedizione.
Stringendo meccanicamente l’impugnatura della
canna nella destra, ti girasti verso l’acqua del canaletto per
svolgerla a dovere. Il desiderio dentro di te era così intenso che i
brividi si irradiavano dall’inguine, dal ventre, dalla spina
dorsale, affiorandoti nelle mani, e anche nelle gambe, che in certi
momenti ti sembravano intorpidite dall’eccitazione.
Voglia... furia e rabbia... no, di più, molto
di più.
L’acqua era lucida, brillante, oleosa, densa
come catrame. La gramigna invadeva il canaletto in lungo e in largo,
le ranocchie sollevavano al cielo i loro richiami gracidanti. L’aria
era umida e calda, pesante e soffocante come al chiuso di una sauna.
A ridosso del canaletto avvertisti un insolito
odore minerale, fortemente metallico ma stranamente piacevole. Erano
i vapori di una malinconia lieve e passeggera, somigliava ai fumi di
una fragranza nostalgica; il profumo dei ricordi, dei frammenti di
ricordi di un passato tuttora presente.
Il pensiero pulsava soffice. Hai sprofondato il
picchetto nella terra, hai prolungato i numerosi segmenti della
canna da pesca, hai lanciato in acqua il galleggiante, senza
preoccuparti di infilzare nessun tipo di esca all’amo, poi,
assicurando la canna sul suo picchetto, girandolando ti sei
rialzato.
La tua cuginetta se ne stava appoggiata con le
spalle alle assi della casupola, sicuramente con i polsi intrecciati
e stretti, con le mani incrociate dietro la schiena, posizione che
assumeva quando rifletteva, quando voleva mostrarsi meditabonda.
Aveva accavallato le gambe, si era agganciata il piede destro al
polpaccio sinistro e ti aveva osservato con distaccata curiosità.
Forse, è chiaro che rimuginava nel profondo innocente della sua
anima. Le forme longiformi, le curve lunghe e snelle, gli occhioni
grandi e liquidi, un pezzetto rosa della lingua fra le labbra, il
colorito rosa-oro della pelle abbronzata... Meravigliosa!
Le hai sorriso per fornire sostegno e darle
coraggio. Goccioline pesanti di lacrime le si accumularono sulle
frange delle ciglia, limpide come cristallo nell’oscurità, le guance
le si infiammarono in modo sensuale e seducente. Il membro duro come
un macigno nei calzoncini da bagno, ti sei avvicinato a lei
pressoché telepaticamente. Accantonò ogni dubbio, e reagì con
slancio.
Lei ti pose le dita, dita sottili, calde, sulle
labbra. Segnò il profilo della tua bocca. Perché piangeva?
Il tempo rallentò e girò su se stesso.
Sabrina ti mise le mani intorno al viso e ti
attirò dolcemente a sé. Poi ti baciò, un bacio lungo e languido.
Inizialmente rimanesti un po’ scioccato per la tenerezza delle
labbra e il fuoco umido della lingua, quindi ti lasciasti andare.
Il mondo si oscurò, rabbuiandosi, e un sordo
ruggito ti riempì la testa, simile al folle ringhiare di migliaia di
bestie rabbiose.
‘Sì, bellissimo’, si compiacque lei, poi con
l’atteggiamento serio di chi svolge un compito, le baciasti le
guance umide e fresche in alto, vicino al naso, prima sotto l’occhio
destro e poi sotto quello sinistro. I suoi baci erano delicati come
un battere di ciglia. Sabrina non aveva mai provato niente di simile
e all’improvviso ti passò le braccia intorno al collo e ti strinse
con ardore, schiacciandoti la faccia contro una spalla e serrando
gli occhi, che ancora non avevano smesso di luccicare di passione.
L’abbracciasti e questa volta staccasti una mano dalla sua schiena
per accarezzarle le spirali seriche dei capelli.
L’argine e le attrezzature semisepolte dalle
felci, i rovi e le ondulazioni dell’erba pronta da tagliare, la
casupola nera alle sue spalle, il pioppeto di la del canaletto alle
tue spalle, e le tubazioni alla vostra sinistra, tutto giocava a
vostro favore e vi avrebbe offerto una valida copertura da sguardi
indiscreti. Ma soprattutto Ciack vi avrebbe segnalato la presenza di
chiunque nel raggio di parecchio.
Ti prese la mano e il suo calore risalì per
tutto il braccio. Si staccò da te e si scoprì una tettina. Chiudendo
gli occhi, si portò la mano sul cuore. Il cuore le correva nel petto
come un purosangue in dirittura d’arrivo.
Il respiro si fece affannoso. I muscoli delle
gambe sembravano sul punto di cedere. Era come essere tirato giù a
capofitto da un gigante, sentivi l’ira invaderti come il calore di
un liquore molto forte.
Abbassasti gli occhi per guardarle i semi.
Attonito, hai contemplato quel piccolo gonfiore che le spuntava dal
reggiseno del bikini, trepidante, hai massaggiato quell’elastico
gonfiore che sbucava dalla tua mano. Il paio di piccoli,
stupefacenti, pongosi tondelli rigonfi che le traboccava dal giallo
del petto ti sconvolse i sensi: da un giallo sempre più
giallo-arancio, da un giallo sempre più intenso e pericoloso, dal
giallo di un ossessione letteralmente sempre più morbosa.
Strabuzzando lo sguardo, glieli rimirasti per qualche secondo,
respirando a fondo, cercasti di calmare il cuore imbizzarrito che
sgroppava.
Il velo di sudore che ti copriva il viso era
gelato come ghiaccio fuso. Il randello che picchiava e scalpitava
nei boxer del costume, si divincolava come una grande bestia ostile.
Riaprì gli occhi e ti sorrise. Sorridendo,
bellissima, amorevole, disincantata scacciò le lacrime e ti spinse
nell’erba di quella giornata infuocata.
La Cocca rotolò con grazia e ti schiacciò
contro l’erba tiepida. Vi avvinghiaste e vi rotolaste nell’erba sin
sulla coperta e tu sentivi addosso il corpo di Sabrina, e la
scopristi più morbida e leggera di quanto ricordassi, e ti
accorgesti del calore ribollente che si espandeva, e avesti una gran
voglia di toccarla, e con la scusa di quella lotta le mettesti una
mano sul pongo rosa-oro del seno scoperto per spingerla via. Eri più
forte. Eri infinitamente più forte di lei. Potevi controllare bene
le sue mosse ma era divertente fingere di subire e ti sei trovato
steso di schiena sulla coperta, con lei a cavalcioni su di te che ti
teneva giù la testa.
Il tuo cuore premeva contro il petto così
potente da spezzare il ritmo dei polmoni e impedirti di respirare.
Sabrina era bloccata, combattuta, prigioniera nell’abisso del
baratro di se stessa, smarrita, sconclusionata, incapace di pensieri
coerenti.
Con le mani le prendesti le gambe e risalisti
fino alle cosce... quei grandi occhioni liquidi di lei minacciavano
di riprendere a lacrimare e tu non avevi la minima intenzione di
finirla lì, risalisti ancora sin quando dovesti giustificare quello
che stavi facendo, allora passandole le mani sulla sfera di
gommapiuma dei glutei, le conficcasti le dita nei fianchi per farle
il solletico. Gridò e si ritrasse.
“Ridi!”.
Ti si accasciò di schianto con i pugni serrati
sul petto.
“No, dai-basta, ti prego”.
Schegge ghiacciate ti inchiodarono. Non
riuscivi a muoverti né a respirare. Poi il musetto di scoiattolo
della tua cuginetta rientrò nel tuo campo visivo, dapprima confuso
come la superficie lunare vista attraverso un telescopio non messo a
fuoco.
Si rimise a posto ambedue le coppettine del
bikini. Lentamente le sei scivolato sul plastico delle chiappettine,
sfiorandola con le palme e con le dita, mantenendo il prurito delle
mani pronto per un successivo attacco di solletico. E mentre questo
succedeva sentisti salire una vampata irosa di calore dal ventre e
immaginasti di essere rosso in viso e ti vergognasti per i segni di
eccitazione evidente che proprio non potevi nasconderle.
Non disse più niente e tu ti sentisti
autorizzato a tenere lì le mani, nonché a carezzarla per proseguire
col tuo massaggio. La fronte aggrottata, le spalle abbassate,
l’espressione svagata, le guance imporporatissime, voluttuose, la
bocca semiaperta, una punta di lingua trattenuta tra i denti con
delicatezza.
Il suo volto a un palmo di distanza. Le sue
dita ti sfiorarono la pelle del viso. Pizzicava soltanto perché era
lei a toccarti. Poi la vocina tornò all’opera. ‘Coraggio, questa è
la volta buona!’
Istintivamente, con una mano le sei sceso sulla
giuntura di una caviglia, le hai risalito tutto il corso della
gamba, dal polpaccio all’interno del ginocchio, sul davanti e
sull’interno della coscia, fino all’attaccatura della mutandina del
bikini per sfiorarla, per minacciarla. E sentisti qualche cosa di
caldo... e scendesti un attimo per risalire ancora, e la toccasti
con più decisione per sentirla ancora più umida, e non capivi nulla
di ciò che stava succedendo, frattanto un calore enorme aveva invaso
ogni parte di te, e deglutivi e lei non diceva niente (teneva gli
occhi semichiusi e non c’era più una sola ragione per stare lì a
toccarla). E togliesti la mano minacciando di affondargliela nel
fianco.
Persa, Sabrina assistette alle sfumature della
succitata conversazione espressiva in silenzio. Ora, anche la vocina
della mente taceva, ma eri certo che non si fosse affatto
addormentata. La tua cuginetta neppure: la sua manina fatata
disegnava intrecci casuali sulla tua guancia. Intrecci luminosi,
ardenti, urticanti. Tentasti invano di sondarle nel vortice
dell’anima stratificata. Goccioloni lacrimosi le solcavano il
profilo delle guance dagli angoli degli occhi.
“Sorridi, o te lo faccio fare con la forza.”.
Sorrise.
“Spaccone”.
La sua voce era lieve come il respiro.
La fissasti negli occhi.
“A che cosa stavi pensando?”.
‘Mmh’, si mordicchia il labbro, arrossendo
ancor di più se possibile, e poi rispose in un farfugliamento
inintelligibile.
“Come... Cosa?”.
“Beh, sì, in effetti, dicevo... Pensavo a una
cosa che vorrei provare”.
Le scosti dal viso una nuvola di capelli dorati
dal sole. Di nuovo prese il tuo viso tra le mani.
Fai scorrere tra le dita l’oro dei capelli.
Concludendo ti tolse il fiato.
Accarezzando l’infinita morbidezza dei suoi
capelli arricciolati le hai risposto di sì, con un gesto affermativo
del capo. Ti riempisti le mani con ogni parte del suo corpo; ti
baciò appassionatamente, sinceramente, e con la leggerezza di una
farfalla ti ruotò sul grembo.
Come un puledro impazzito il cuore sfuriava nel
petto, infuriava nella prigione ovattata della vostra gabbia
toracica. Spingendosi all’indietro, si chinò come una marionetta i
cui fili fossero stati recisi, si allacciò a te con la stessa
rapidità con cui due parti di una porcellana spaccata si saldano per
opera di un supercollante. La sua testa all’altezza del tuo inguine,
la tua testa fra le sue cosce.
Non puoi esimerti dal demone scarlatto
dell’impressione di sentirla armeggiare con la cintura dei boxer.
Una vitalità animale ti pervase, un furore da far scoppiare le
arterie ti smosse dalle fondamenta dello spirito. La magnificenza
del panorama visto così da sotto aveva del surreale.
Le hai carezzato il globo del sederino con
entrambe le mani, le hai agganciato l’elastico della mutandina con
le dita della mano sinistra, hai spostato sul lato sinistro del suo
culetto la stoffa del pezzo inferiore dell’arancio-rosso del bikini
per rivelarle il fiore del sesso. L’incarnato del suo fondoschiena
si mostrò arancio-rosa, arancio-rosa, non rosa-arancio, e nemmeno
rosa-oro... il seno del suo petto era rosa-oro... perché?
Come era successo chissà quanto tempo prima, la
tua ira degenerò in una rabbia furibonda con la fulmineità di
un’eruzione vulcanica. I muscoli delle mascelle si serrarono come
sassi, tanto forte da farti dolere i denti.
La realtà cominciò a tremare e vacillare perché
le tue mani erano scosse dal furore del rosso vivo di un Demone. La
vista ti si annebbiò, come se stessi guardando il panorama
circostante attraverso ondate di calore e dovesti sbattere le
palpebre e strizzare gli occhi perché le parole sfuocate sulla
pagina di pergamena di raso di quel ricordo dell’adolescenza
tornassero a essere composte da lettere nitide.
Le ginocchia incastrate sotto alle ascelle, i
polpacci ai lati della testa, i gomiti a cingerle le cosce, le mani
posate sul tondo delle natiche. Hai vogato coi pollici per
schiuderle il rossore della vulva, il bocciolo della carne, il fiore
dell’intimità, la ricotta della Calla, la polpa del Loto, le grandi
labbra della fessura, le sporgenze delle piccole labbra, le creste
della spaccatura, i petali del pistillo, le lingue del clitoride, le
ali rosa e rugiadose... la collosità del cicciolo, la viscosità del
pesciolino, la cremosità della protuberanza, la succosità di quella
falange, il falò del bottone, il rogo del beccuccio, le fiamme del
frutto, il fuoco magico del pulsantino, l’incendio del tunnel, la
guisa del fodero, la cinta dell’inguine, il ricettacolo dell’amore,
il talamo della passione... il Sancta Sanctorum della sua verginità,
l’imboccatura della vagina.
L’afrore della femminilità più privata della
tua cuginetta ti riempì le narici. In senso metaforico, la brama di
sangue del vampiro ti possiede. Avesti improvvisamente sete, una
sete irresistibile, sentisti la gola riarsa come la pietra di un
focolare.
Un colpo di maglio alla gola ti aveva lasciato
la sensazione di avere un esofago fatto di vetro rotto. Il buco nero
del fantastico ti travolse, la regione desolata dello spettro di
terrore dell’immaginazione scoppiò e si elevò in fuoco e fiamme. Un
dolore palpitante ti riscosse appena in tempo dal mondo della
fantasia, e per un soffio non hai perduto le redini del controllo di
te stesso.
Ti senti avvolgere con la lingua. Caldamente,
la Cugina per eccellenza giunse al dunque di lavorarti la bestia del
manganello, mettendosi a baciarti sulla turgidissima cappella del
randello, iniziando a trastullarti i genitali con le mani, e,
profondendosi con l’uso della bocca, incominciò a forbire la
lunghezza del tuo monolito con le labbra. Ti sei sentito confondere
in un bollore di gola e di lingua.
Solerte, le passi la lingua sull’oro grezzo
della pelliccia, risucchi parte del morbido della cunetta in bocca,
morbosamente, sposti le labbra della tua bocca per mordicchiarle
sulla giuntura della coscia destra, risali con la lingua e le
discendi con la punta sulla pista esterna delle piccole labbra per
titillarle il glande del clitoride, senza mai stufarti di
pastrugnare con le mani (con le dita e con i pollici), specie con la
plasticità delle sue chiappettine... tanto rassodate e rotonde...
tanto inaspettatamente arancio-rosa. La sua gattina era profumata,
tenerissima, saporita e liscia come un frutto acerbo.
Lo shock di un epicendio sensoriale ti
sconvolse nuovamente. Udisti la risata sguaiata di un ringhio folle,
percepisti odore di legno e di acciaio, sentisti piume di schegge di
ghiaccio che ti si conficcavano nella pianta dei piedi scalzi.
Caracollasti verso il bianco rossore oltre la libido di
quell’apertura liquida, disponibile. Distinguesti a malapena il peso
della tua cuginetta sulla coscia. Barcollasti su per gli scalini
celesti e fosti sul punto di cadere, ma una mano invisibile ti
sorresse (una vocina pressante ti incitava), ti strinse il cervello,
ti fece correre lungo i nervi spilli e fuoco. Scalzo, spoglio,
insensibile al freddo, quasi completamente disarmato, ti dirigesti
verso il bagliore mistico in attesa sullo spiazzo di fango coperto
di neve ghiacciata dalla lussuria più cruda.
La furia cieca che ti eruppe nell’apice del
vertice delle cervella era qualcosa di mai provato, di mai
immaginato. Ben al di là di qualsiasi livello a cui fosse mai giunta
la tua ira peggiore. Anzi, era qualcosa che non avresti mai potuto
generare dentro di te per la stessa ragione per cui non si può
fabbricare acido solforico in un bicchierino di carta: il
contenitore verrebbe dissolto dalla sostanza che dovrebbe contenere.
Un flusso lavico di rabbia ad alta pressione ti sgorgò dentro, così
bollente che avresti voluto urlare, così incandescente che non
avesti tempo di urlare. La coscienza fu cauterizzata via,
lasciandoti in un luminoso buio senza sogni, dove non c’era più né
rabbia né dolore (né panico né terrore).
Sbrogliare la matassa dell’intrico di quella
situazione per raccogliere il filo del discorso in un gomitolo
coerente divenne assai di più che complicato, la faccenda si fece
difficile da dipanare. Ti parve di camminare per circa un’ora e
mezza in mezzo alla massa degli alberi, scavalcando tronchi caduti e
scendendo in qualche canale poco profondo, guadando ruscelli ed
evitando i rovi, senza mai perdere di vista l’obiettivo, sempre
prestando attenzione alle sue risposte. Tentacoli di nebbia
scivolavano tra gli alberi come incorporei serpenti. La luce delle
stelle che filtrava tra le foglie rendeva tutto vago. Le ombre
coprivano il terreno, si arrampicavano sui tronchi, strisciavano sui
rami e sparivano nell’etere. Destato dall’avvicinarsi dell’alba, il
canto degli uccelli ti seguiva e ti precedeva, si allargava attorno
a te in un melodioso benvenuto. Eccitandoti, ti venne da sorridere
qualunque fosse la ragione, qualsivoglia fosse il grado di libidine
del godimento che ti aveva portato lì. In che altro luogo avresti
voluto trovarti? ‘In nessun altro luogo’ rispose la vocina a te
stesso. Arrivare alla radura ti colse di sorpresa: tenendo sempre i
sensi puntati su di lei per seguirla, non avevi fatto troppo caso a
dove ti trovassi. Ma tutt’a un tratto eri arrivato in uno spazio
aperto, sul fianco della vetta di un monticello incolto, ai piedi
del quale, per miglia e miglia, si estendeva l’arricciolamento di
una foresta sbrodolante di passione e di caos.
Il giorno e la notte si susseguivano senza
sosta; una calda oscurità vi avvolse non appena il sole fu scomparso
per l’ennesima volta dietro un orizzonte tracciato con la rigidità
di una linea retta. L’infinito si stendeva ai vostri piedi, una
città stellata priva del limite dei chilometri quadrati, una
galassia di luci dopo il nero assoluto del cielo sopra la mareggiata
del golfo di un oceano di piacere e di follia. Invece delle consuete
geometrie di luci elettriche, la battaglia del regno delle stelle a
mezzanotte splendeva di innumerevoli lanterne e fuochi all’aperto e
di uno strano bagliore tenue, quasi una fosforescenza fungina, che
emanava da un migliaio di sorgenti invisibili: la miriade di fuochi
sembrava dispersa e caotica, una costellazione mescolata alla
rinfusa, interrotta solo dalla curva rossastra del rogo della
nebulosa profumata del sangue di tutte le nebulose. Immaginasti che
così dovevano essere apparse le città in fiamme agli equipaggi
intimoriti nel falò del corso dei secoli, durante il saccheggio e la
guerra.
Il selciato della foresta adesso era
diluviante, sdrucciolevole, e nel cielo le prime stelle luccicavano,
simili a diamanti intrappolati nel velluto. Sovreccitati, struggiti
vi siete irrigiditi ansiosamente, pericolosamente. E foste nel
nulla. Il fungo silente si espande, un silenzio sepolcrale vi
avvolge, l’universo mondo si spalanca, e un bozzolo protettivo vi
circonda. La mutua, mostruosa, oculata prudenza proruppe da voi, si
dilatò nello scudo di stella di una supernova accecante, mentre un
pirotecnico big bang di galassie di fiori lucenti, implodeva e
conflagrava in un diurama di costellazioni personali e splendenti.
Soli nella trasparenza stellata della notte vi siete abbandonati nel
dipinto di questo panorama stellare. Un fiotto di nettare ti schizzò
nella bocca, e le hai vomitato ruscelli di linfa fra le labbra. Un
solo sguardo era stato più che sufficiente per sapere che la cosa
sarebbe rimasta tra di voi. Stazzonati, un po’ stropicciati, vi
siete rinfrescati con chili di salviette. Poi vi metteste a guardare
il cielo immenso, azzurrissimo, trapuntato di sporadiche nubi
candide.
(7)
L’indomani si presentava come il giorno prima.
Sparsi nuvoloni candidi veleggiavano in alto.
Lo scudo del cielo era una sconfinata volta azzurrissima, la
campagna si rendeva il vostro porto sicuro nella tormenta dell’età.
Garrendo, cinguettanti, le rondini facevano la spola tra il nido
(dove le ombre tenevano silenzioso raduno), il verde e l’azzurro.
Ciack, saltellante, si passava in rassegna
qualsiasi cosa in movimento da un fosso all’altro. Sabrina, la tua
meravigliosa cuginetta, trotterellante, ovvero a passo di danza,
libera e leggiadra come una farfalla, si muoveva a te vicino con la
mano nella tua; sembrava rimuginare.
“Che cos’è che c’è?”.
“Beh, sì, no, niente, pensavo solamente... È
soltanto che stavo pensando a Ciack”.
“A Ciack?”.
“Sì, insomma, ti ricordi di quella volta che ci
siamo fatto coraggio per affrontarlo?”.
“Sì.”.
“Quanti anni dici che credi che possiamo avere
avuto?”.
“Non so, undici o dodici, forse”.
Le sue guance si tinsero di sangue.
“Io mi sentivo una principessa sul castello, e
tu eri il mio cavaliere con la spada bianca”.
“E Ciack era il drago?”.
“Beh, in effetti, i denti ce li aveva lunghi...
e sembrava davvero spaventoso”.
“Già, però, quando ci siamo avvicinati con il
bastone alzato, ha piegato subito la coda e la testa.”.
“Sì, poverino”.
Lo avete rassicurato immediatamente (a suo
tempo). E più o meno da allora, e con non poco scontento di
qualcuno, all’incirca, Ciack, è diventato il vostro cane da caccia,
si è fatto il vostro cagnolone da guardia.
Tu e Sabrina esauriste gli argomenti di
discussione, ma solo per il lasso di qualche minuto. Facevate
scorrere apatici i vostri ricordi comuni, come foste davanti alla TV
senza voglia di guardare niente di preciso. Ozioso, pigro, le
trotterellasti al fianco ma non sprofondasti nel massiccio torpore
della sonnolenza, grazie in specie al caldo afoso e torrido.
L’incandescenza pomeridiana risultava
opprimente, bollente e soffocante. Il cielo era una volta
luminosissima, immensa, e disorientanti pecorelle di fagotti di lana
vi pascolavano bianchissime e sparse. Il sole era una palla
infuocata di luce metallica, lo spettro cromatico dei suoi raggi
ardenti di schegge di scintille fluttuanti nell’umidità dell’aria,
inzuppava e bruciava su tutta la distesa della campagna. La maglia
della tua cuginetta era appiccicata alle curve e controcurve del suo
corpo di angelo, morbosamente, sensualmente, la seduzione di stoffa
di quella sua magia mistica (aderente, molto provocante) le si
spalmava sul corpicino da dea greca come l’immagine di un pensiero
erotico. E questo ti richiama qualcosa alla memoria.
“Ho notato ieri che avevi le tette abbronzate”.
“Mmh”.
“Come mai?”.
“Cosa?”.
“Come fai ad avercele abbronzate?”.
La vedi raccapezzarsi prima di rispondere.
“Beh, quando non ci sei, a volte vado con la
Nella a prendermi un po’ di tintarella al campo tre”.
La Nella, la Zietta, il campo tre, lo spiazzo
che si apre a ventaglio tra le canne sulla sponda del macero. E
questo dovrebbe spiegare tutto?
“E allora?”.
“Sì, insomma, lo sai com’è la Nella”.
“Cioè, dimmi, come sarebbe?”.
“Dice sempre che i segni sulla pelle sono
antistetici”.
“E perciò prendete il sole integrale?”.
“Che cosa?”.
“Tutte nude?”.
“Nooo”.
“Ma allora come... perché le tette sono
abbronzate?”.
“È che quando prendiamo la tintarella... sì,
insomma, ci mettiamo senza il pezzo di sopra del reggipetto”.
“Però, giusto ieri, anche sul sedere mi
sembravi scottata come quando ti capita di prendere i primi colpi di
sole sulla pelle ancora chiara.”.
“Beh, in effetti... quando la Nella si gira di
pancia, si tira gli elastici nel sedere, e allora me lo faccio
anch’io! Deve essere successo l’altro giorno che tu non c’eri, e un
po’ appena-appena ieri mentre ti aspettavo”.
Sonoro, sonnacchioso, il ronzio delle cicale
riecheggia costante dappertutto, distensivo, piacevole. L’arsura
dell’afa nell’aria, galleggia nella brezza liquida come lo scarico
di una vasca da bagno. Vi siete fermati nel precario ristoro
dell’ombra di un frutteto.
“Hai sete?”.
“Sì, moltissima”.
Hai estratto una bottiglia dallo zaino e vi
siete dissetati dal suo collo di plastica.
“Ciack, qui.”.
Avete ripreso il cammino.
Un momento di introspezione e via. Il cuore le
batteva forte e le tremavano le mani: o perlomeno tremolava la mano
che serrava nella tua. Ti sforzasti di non cambiare passo,
procedesti con la testa abbassata come una musulmana che va al
mercato; ti sforzasti di non dar segno in alcun modo di essertene
accorto. Altrimenti avrebbe potuto decidere di ritirare la mano.
Non volevi raggiungere quell’angolo della tua
mente. Non lo potevi fissare, così come non avresti potuto afferrare
una goccia di mercurio, e ti concentrasti di nuovo sul panorama
circostante.
Il paesaggio della fantasia tremolava al ritmo
febbrile della palma della sua mano. Paradossalmente, avevi anche le
vertigini. Pareva che la macchia di colore del dipinto verdeggiante
roteasse, ondeggiando come un aquilone spinto dalle correnti calde
del cielo di quell’estate torrida e caldissima.
Ti sei sforzato di trattenere il filo
dell’autocontrollo, scivoloso e tagliente. Da tempo immemore un
legame formidabile vi unisce, un legame ormai incomparabile. Un
legame fortissimo, un legame unico, un legame indistruttibile,
indissolubile. Come il fuoco con le fiamme, come il pane col burro,
come il grissino con la ricotta, come la passione con l’ardore. E
allora perché ti sentivi come se qualcuno ti premesse un cubetto di
ghiaccio sulla nuca?
Occorreva un pretesto. Ci voleva una scusa, una
scusa semplice. Mentre trotterellavi al suo fianco, stringendo i
denti per un centinaio di fitte separate che ti torturavano nel
petto a ogni passo, ti sforzasti di ideare una qualche forma di
strategia che potesse aiutarvi a sopravvivere per il resto del
pomeriggio. Ma, come Alice, eravate passati attraverso lo specchio,
nel regno della Regina di Cuori, e nessun piano, nessuna logica
poteva funzionare nella terra del Cappellaio Matto e del Gatto del
Cheshire, dove la ragione veniva irrisa e il caos considerato
l’unica legge.
Difatti, dopo meno di un minuto, lo sguardo
cominciò a vagare, via dal foglio dell’immaginazione, sempre più su,
finché ti trovasti a fissare una finestra. Nessuna scena
interessante c’era stavolta a distrarti, niente cime di alberi che
oscillavano con grazia alla brezza, e neppure una chiazza di cielo.
La notte al di là del vetro non aveva lineamenti.
Lo sfondo nero trasformava la lastra della
finestra in uno specchio in cui vedevi il riflesso del fantasma di
te stesso che spuntava dalla sommità della tavoletta da disegno. Non
essendo un vero e proprio specchio, il riflesso era trasparente,
spettrale, come se l’anima dello spirito della prima adolescenza,
morta, fosse tornata a infestare l’ultimo luogo che aveva abitato
sulla terra.
Questi pensieri ti turbarono e riportarono la
tua attenzione sul foglio bianco di quella giornata immacolata e
promettente, trasognata, sognante, sul velo candido di quella
vergine sposa che avevi davanti.
Iniziò a fare caldo... e poi più caldo, e più
caldo ancora. Il sudore impregnava le spirali bionde-castane dei
suoi capelli arricciolati, e la maglia giallo chiaro se ne stava
appiccicata al tessuto della sua pelle. Nel pomeriggio si alzarono
folate di vento urticante, che ti soffiava sabbia in faccia. L’aria
secca asciugava il sudore, incrostava i capelli, e le faceva
sventolare la tesa del cappello di paglia, che sbatacchiava rigida
come un foglio di cartone. Intanto, con l’altra mano si teneva
schiacciato il cappello sulla testolina.
Dire che eri particolarmente supereccitatissimo
sarebbe senz’altro corretto, ma non darebbe il quadro completo della
situazione. Sarebbe come affermare che il pianeta Giove è più grande
di una papera. Indubbiamente vero, ma un pochino limitativo.
Sceglieste una direzione, e proseguiste il
cammino.
Vi siete lasciati alle spalle la casupola nera
del giorno precedente. Avete percorso il dorso dell’argine fino in
fondo, avete raggiunto la congiunzione a T con il secondo dei
quattro argini che delimitano l’estensione del pioppeto al di là del
canaletto, avete svoltato sulla destra. Alla vostra sinistra c’era
un ampio canale, alla destra si scorgeva il canaletto scintillante
che costeggiava un paio di lati del rettangolo degli alberi del
vasto pioppeto.
Nulla di fronte e nulla di dietro. Quasi
rimpiangesti di aver preso sulla destra. Se aveste svoltato sulla
sinistra, avreste potuto scendere nel discreto conforto delle ombre
dei campi. Dopo non molto, vi siete fermati per considerare le
possibilità.
Due muretti di cemento si erigono di qua e di
là dall’argine, ergendosi dall’erba della terra come le spalliere di
un ponticello. Sotto di voi, sotto lo strato erboso del suolo, la
costruzione di una piccola diga separava lo scorrere del canale dal
ristagno del canaletto.
Ti appoggi di sedere al basso parapetto del
muretto più vicino e ti sporgi in avanti, pericolosamente, per
azzardare un’occhiatina sfuggevole nel baratro abissale... giù,
giù... nella voragine senza fondo degli occhioni di Sabrina.
Frattanto, Ciack ribattezzava il sostegno di sicurezza del muretto
opposto.
“Non so te, ma per quel che mi riguarda c’è un
po’ troppo caldo.”.
“Sì, è vero”.
Si toglie il cappello di paglia dalla
testolina, si sfila lo zainetto dalle spalle lisce ed eleganti, si
leva il giallo della maglia inzuppata di sudore, ingenuamente,
innocentemente, ripiegandola come si deve nello zainetto, rimanendo
con la pudica minigonna, seminuda nell’acceso arancio-giallo del
pezzo superiore del bikini senza problemi. Senza nessuna remora, ne
emulasti il comportamento.
Stavi rifilando la maglietta nel tuo zaino,
quando Sabrina ti investì con il potere irresistibile del suo
sguardo taumaturgico. A quel punto la tua cuginetta, che era intenta
a esaminare il contenuto del suo zainetto, si voltò verso di te, che
all’improvviso ti rendesti conto di avere una gran paura, paura di
sprofondare nel panico, come un cagnolino che avesse scoperto che
quello che pensava fosse un normale postino era in realtà un enorme
alieno mangiatore di cani proveniente da uno di quei film per cui
Jessica non aveva mai tempo.
Il tempo perse di significato. Poteva essere
l’alba come il tramonto... non avevi riferimenti, smarrito nel
nucleo della terra, sepolto nel cuore dei puri sentimenti della sua
anima.
Ti devi concentrare per rallentare il ritmo
della respirazione.
“Io dovrei cambiare l’acqua, e invece tu come
sei messa?”.
Sul suo viso apparve un arcobaleno di emozioni.
Moltissime erano riconoscibili: turbamento... tormento... ma alla
fine si ricompose e la sua espressione si fece allegra, gaia,
gioiosa, giuliva, spensierata, svagata, sorpresa, sconclusionata,
nonché lievemente imbarazzata, tuttavia sempre divertita.
“Altrochè”.
Un dubbio volatile ti si conficca nel cervello,
esplodendoti sulle labbra come un colpo di cannone.
“Cocca!”.
Ti sfuggì dalla bocca e il sorriso che
aspettavi le si distese sul viso come il sole quando si libera dalle
nuvole. I denti bianchi e lucidi risaltavano sul velluto rosa-oro
della sua pelle abbronzata.
“Ma tu da dove la fai la pipì?”.
“Da lì”.
“Sì, certo, ma da dove?”.
“Dal cicciolino di sopra”.
“Ne sei sicura?”.
“Mmh... Beh, in effetti, non lo so, forse
dall’apertura più grande, perché dici?”.
“Così per curiosità, dicevo solo tanto per
sapere, ma tu non te lo sei mai chiesto?”.
“No, in effetti no... è una cosa che non mi
sono mai chiesto”.
Le allungasti un sorriso incoraggiante. Avvampò
di rosso nel mordicchiarsi il labbro; sollevò il mento e strizzò le
palpebre (per studiare le sfumature espressive del tuo volto),
rialzò le spalle e riprese.
“Però, lo scopriamo se lo vuoi”.
“Ti va?”.
“Sì.”.
“Allora vieni con me che andiamo in un altro
posto.”.
“E perché?”.
“Dici sul serio?”.
Ti sei scrutato attorno. Be’, in effetti,
eravate giusto nel pieno del pomeriggio, proprio nel bel mezzo
dell’estate, e, sul fare della campagna, non si era vista nemmeno la
presenza silenziosa di una sola anima viva. Inoltre, Ciack vi
avrebbe avvisati dell’avvicinarsi di chicchessia, prima ancora che
la fantomatica ombra di questi apparisse alla vista.
“Beh, sì, insomma... qui c’è una bella luce”.
“OK.”.
Indietreggi e impietrisci sul posto.
Con leggerezza di farfalla, si è calata la
mutandina del bikini di sotto la minigonna, poi si è chinata per
cavarsela di dosso, ha sospinto la mutandina nello zainetto, e
dandoti la schiena si è girata. Quindi, appoggiandosi comodamente,
si è piegata di petto sul cemento del parapetto, ha divaricato le
gambe e si è tirata l’elastico della minigonna sulla schiena. Da
infarto!
Ti sei appostato al suolo come un atleta sulla
linea del traguardo, come nel buio per sbirciare di nascosto, come
da una porta per spiare molto attentamente, come un corridore pronto
a scattare al via. Nervoso, tesissimo.
Ti sei quasi accasciato sull’erba. La vetta di
venere si mostra, una boscaglia di peli si scorge a malapena,
allungandosi sullo stelo del gambo visibilmente, il fiore della
felicità tenta di sbocciare, mentre la sfera morbida e fresca di
gommapiuma del suo fondoschiena si scopre per te. Polvere di
gioielli scintilla sulle piccole labbra sporgenti, le divampa sulla
tenerezza della falange protuberante, gonfiandosi di sangue
vistosamente, il clitoride e le creste esterne si infiammano.
Incantevole, sublime! La sua fessura della vulva si sarebbe detta
già umettata di desiderio.
Metaforicamente, hai strabuzzato all’infuori i
ricettori visivi degli occhi. Letteralmente, il tuo bengala si
dimenava e dibatteva, per uscire dalla cattività dei boxer del
costume da bagno, pericoloso e minaccioso come un serpente a
sonagli.
Fu come visionare l’effetto cinematografico di
una pellicola riservatissima, inedita e fantastica. Dita delicate,
dita sottili, audaci, si posarono sul vivo arancio-rosa delle
chiappettine. Polpastrelli morbidi, polpastrelli teneri, leggeri,
corrompenti, si abbassarono, si allungarono sul fiore della vulva.
Mani vellutate, seducenti, congelanti, si allontanarono e
contrassero. Il punto interrogativo del suo sesso (la cui forma
ricorda vagamente il foro di una serratura) si schiuse a rivelare il
segreto più intimo del rossore più profondo della femminilità
maggiormente custodita della tua cuginetta.
Il vampiro dentro di te sobbalza, si svegliò di
schianto, e la sete di rosso ti aggredisce in gola all’istante.
Insopportabile, terribile!
Una passione delirante ti travolse,
rabbiosamente, sfuriando come nel centro di controllo dell’abitacolo
della mente. Puntini bianchi erano disseminati sul bordo del tuo
campo visivo e sentivi il sangue ruggirti nelle orecchie.
Ecco cosa si prova quando si viene strangolati,
pensasti mentre lo spirito del Vampiro lottava per
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